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venerdì 14 giugno 2024

Dragged Across Concrete - Poliziotti al limite - S. Craig Zahler

una rapina doppia, e mille altre cose.

un film ricco di dettagli non trascurati, con ottimi attori, e un grande regista, gira pochi film, e tutti memorabili.

uno di quei film che se non lo vedi non sai cosa perdi, un gioiellino da non trascurare, con una sceneggiatura perfetta.

buona, anzi ottima, visione - Ismaele 

 

 

 

Quasi perfetto, questo film. Il tempo è volato nel gustare l'atmosfera creata dal regista. Poca la musica, anche quella ottima, ma sono le scene ferme ad emozionare di più. Le battute tra i due scafati poliziotti, gli appostamenti, il toast sgranocchiato nel silenzio dell'abitacolo , le magnifiche pause che ci/li fanno pensare. I riferimenti alla società di oggi sono semplicemente obiettivi, non c'entrano i razzismi, i fascismi. Una rapina.  A che cosa servono quei soldi? A curare mia moglie. A cambiare casa e scappare da quel rione di merda. A conquistare la donna che amo. A giocare con la Playstation. Magari in un loft superlusso. 

Una madre. Perchè tornare a lavorare dopo i tre mesi di congedo per maternità? Non voglio, non voglio andarci. Spostare i soldi dei ricchi  da una parte all'altra del mondo. Che mi frega? Voglio stare con il mio bambino. Ma vai, dice il marito, tu guadagni più di me. Vai a lavorare, cara.

E ci va, in quella banca. Accolta dai colleghi stronzi, che bello, ci sei mancata. 

Stringe con la mano,  nella tasca della giacca, la scarpina di lana del suo cucciolo, quella povera madre confusa,  quella scarpina che ha tolto mezz'ora prima da quel tenero piedino rosa, morbido, liscio, cicciottello,  che profuma di latte e amore, di futuro eterno, di fede.

Ci va, in banca.  Poteva starsene a casa. E mandare a fanculo il suo uomo.

Amo questo regista per questo filmone e lo devo seguire a tutti i costi. La scelta di Gibson e Vaughn è stata vincente.

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Dragged Across Concrete si muove disinvoltamente fra generi e sottogeneri, spaziando dal buddy cop movie al più classico crime, per poi passare al caper movie prima di sfociare nell’ultimo cruento atto, che vede degenerare nel modo più brutale possibile tutte le vicende personali introdotte in precedenza. Fra fiumi di sangue, viscere in bella vista, arti mozzati e crani spappolati c’è tutto il necessario per fare fuggire a gambe levate gli spettatori più impressionabili, ma Zahler riesce a nel difficile compito di conferire costantemente al film un tocco sorprendentemente umano, sia nel rapporto fra i due poliziotti sia in quello nato strada facendo fra lo stesso Ridgeman e il personaggio dell’ottimo Tory Kittles, basato sulla necessità di cooperare e al tempo stesso sulla reciproca sfiducia.

In un crescendo di emozioni e di svolte inatteseDragged Across Concrete si congeda con il più nichilista dei possibili finali, che completa perfettamente il tema portato avanti da Zahler per tutto il film, ovvero la lotta per la vita di un gruppo di predatori a caccia dello stesso boccone fatto di lingotti d’oro, costellata da pessime decisioni, tragiche fatalità e la totale assenza di etica e giustizia.

La cupa e avvolgente fotografia di Benji Bakshi e la colonna sonora curata prevalentemente dallo stesso Zahler, che a differenza delle precedenti pellicole lascia che la musica faccia da accompagnamento emotivo al racconto, donano profondità e intensità al film, facendo di Dragged Across Concrete un instant cult per stomaci forti da recuperare al più presto, nella speranza di un’accettabile distribuzione nelle sale italiane. La conferma del talento visivo e narrativo di un cineasta poliedrico e con una propria personale e inconfondibile impronta, destinato a emozionarci e sconvolgerci ancora per molti anni a venire.

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…Una sfida che S. Craig Zahler gioca in casa. Infatti, seguendo il motto secondo il quale squadra che vince non si cambia, conferma il cast di fedelissimi della pellicola precedente (Vince Vaughn presente come coprotagonista, Jennifer Carpenter in un ruolo da comprimaria, Udo Kier e Don Johnson in cammei), allargandosi mediante la collocazione di una ciliegina sulla torta, ovvero Mel Gibson in versione tutto d’un pezzo, nuovamente poliziotto come ai (bei) tempi di Arma letale, con la differenza tra i ruoli che risulta direttamente proporzionale al punto della sua carriera in cui sono capitati.

Un gruppo affiatato, che S. Craig Zahler gestisce al pari della pellicola stessa - tra regia, sceneggiatura e anche la colonna sonora di stampo jazz - continuando a stupire. Una volta di più, dimostra la sua ecletticità, la predisposizione per girare e fondere materiale diverso - questa volta tra noir, poliziesco e heist movie, senza tralasciare altre contaminazioni – attuando anche dei depistaggi di gran classe, così come poi lo è la struttura circolare, crudele e onesta per come suddivide i partecipanti tra vincitori e vinti.

Coriaceo e tosto, letteralmente trascinato sul cemento.

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…A Zahler piace di gran lunga stupire. Dragged Across Concrete è un’opera a tutto tondo, che difficilmente si riesce a catalogare in un genere predefinito. Chi si aspetta lo splatter, ad esempio, rimarrà deluso. Lo stesso valga per chi pensa a un film d’azione, a un heist movie in piena regola, a una commedia grottesca o a un dramma a sfondo sociale. Il film è tutto ciò dal momento che attinge a piene mani da modelli eccellenti: gli echi di Il principe della cittàNashvilleQuel pomeriggio di un giorno da caniPiombo roventeHana BiTaxi DriverIl mucchio selvaggio e persino Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante si sentono frame dopo frame. Sequenza dopo sequenza, quello del regista appare come un continuo gioco di rimandi e citazioni che trasforma il suo lavoro minuto dopo minuto. Non mancano le battute sagaci o le situazioni al limite dell’assurdo ma più che alla risata si punta al pastiche e al guilty pleasure. Il western sembra essere la linea di fondo seguita: rapina in banca nel selvaggio West di una grande metropoli, i banditi armati, i fuorilegge dal cuore d’oro, gli sceriffi corrotti e l’oro, tanto oro su cui mettere le mani. Non mancano nemmeno le tre sepolture, ad avvalorare la tesi. È possibile però anche pensare a un continuo rimando al mondo del videogioco ma si tratta di una sorta di illusione provocata proprio dalla presenza dei videogiochi nella sottotrama inerente al personaggio di Henry.

Ma cosa muove gli scalmanati protagonisti? La famiglia, come nella più tradizionale messa in scena scorsesiana. Brett desidera proteggere la sua dai nuovi nemici (i neri che popolano il suo quartiere) e garantire serenità alla moglie Melanie, malata gravemente. Anthony vuole sposarsi con la fidanzata e ripagare quell’anello che ha comprato. Henry anela a un futuro migliore per la madre prostituta ed eroinomane (l’amore per la figura materna si evince anche nell’ultima conversazione con l’amico Biscuit) e il fratello paralitico. Vecchi sentimenti dunque che si mescolano alle chimere dell’epoca moderna, in cui il ricatto e l’umiliazione passano per un video virale o in cui il nemico è l’altro: non basta la parola per fidarsi, occorrono i fatti. Le promesse non sono più tali e ogni prospettiva si rovescia: chi avrebbe dovuto difendere attacca e chi avrebbe dovuto attaccare difende. Diversi, poi, i riferimenti critici agli Stati Uniti dell’epoca Trump, le battute scorrette nei confronti degli immigrati (italiani compresi) e una sana e consapevole disillusione.

Grazie a protagonisti in parte (Dio salvi Mel Gibson) e a comprimari d’eccezione (da Udo Kier losco commerciante a Don Johnson tenente fino a Jennifer Carpenter impiegata di banca), Dragged Across Concrete si rivela un vero divertissement autoriale da non prendere sottogamba.

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…El más que admirable y meticuloso desempeño de Zahler pasa por su paciencia narrativa, el desarrollo de personajes frustrados a nivel existencial, el cariño por esos resortes clásicos del cine de género, un genial soundtrack soulero y jazzero y una bienvenida crueldad que no deja nada en pie -como en la realidad- porque el trasfondo ético no es tan importante como los objetivos de cada protagonista, logrando la proeza de construir intercambios entre seres de carne y hueso multidimensionales que se enfrentan contra verdaderas máquinas de matar -allí recae sobre todo el amor por los componentes más extremos del horror y el suspenso- cuya efervescencia constituye un verdadero soplo de aire fresco en las tristes comarcas mainstream e indie de la actualidad a escala global. De hecho, llama mucho la atención el nivel de autonomía y/ o libertad del que goza el cineasta, un autor con todas las letras que se da el enorme lujo de articular el desarrollo principal -en un metraje tan extenso como necesario y gratificante- con excelentes detalles paralelos como la presencia de esos cómplices amorales de Vogelmann (Primo Allon y Matthew MacCaull) que roban supermercados y a tontos varios para pagar el camión blindado del robo o esa empleada bancaria llamada Kelly Summer (Jennifer Carpenter) que termina asesinada de una manera espantosa justo el día en que regresa a su trabajo después de una licencia por maternidad.

 

Al igual que como ocurría en Bone Tomahawk y Brawl in Cell Block 99, el realizador en Dragged Across Concrete va atizando el fuego retórico para el nerviosismo, la algarabía homicida y el desconcierto todo terreno de un desenlace que hoy por hoy llega a posteriori de un largo y fascinante acecho a la distancia por parte de Brett y Anthony, quienes siguen a sus antagonistas en un automóvil con el propósito de mexicanearlos en la coyuntura más oportuna posible, desembocando en unos 50 minutos finales que rankean en punta entre lo mejor y más enérgico que haya dado en mucho tiempo el séptimo arte en lo que a policiales hardcore se refiere, en términos prácticos una andanada de enfrentamientos -en sintonía con los duelos del Lejano Oeste y muy lejos del fetiche contemporáneo con la dialéctica semi documentalista- entre todas las partes involucradas alrededor de un único escenario en donde Zahler logra edificar una constante sensación de claustrofobia a partir de espacios abiertos que no lo son porque cada uno de los tiradores está preso de su propia ambición y voracidad, en las que la desesperación social/ económica/ profesional de fondo una y otra vez se traduce en la osadía de continuar avanzando hacia el botín -o por el contrario, jamás soltarlo- vía un juego de intereses opuestos sobre un mismo tesoro que los embarra más y más en el fango del “no retorno” y los va eliminando uno a uno en consonancia con su ego.

 

Más allá de la eficacia en lo que respecta al andamiaje concreto del cine de género, el opus de Zahler asimismo resulta exitoso en materia del jugoso entramado político gracias a que destroza en simultáneo a los fascistas, denunciando la autovictimización patética de la derecha y su adopción del discurso satírico y nihilista de la izquierda del pasado, y a los seudo progresistas de nuestros días, una serie de infradotados que la van de comprometidos a nivel comunal sin embargo a decir verdad son tan inofensivos, cobardes y cándidos en su presuntuosa seguridad que cada vez que hablan ponen en evidencia su ignorancia y su táctica no asumida de repetir fórmulas y latiguillos reduccionistas en vez de tomarse el trabajo de pensar por cuenta propia. El director no sólo reincide de maravillas -en lo que atañe a su trabajo previo- con Vince Vaughn, Don Johnson y Jennifer Carpenter, sino que se planta como alguien que por fin entiende y aprovecha lo que puede ofrecer -y lo que significa- Mel Gibson, en la vida real un tremendo demente racista aunque en pantalla una figura con un magnetismo derechoso innegable que calza perfecto como adalid de una furia intra/ extra institucional que no se siente cómoda rodeada del fariseísmo omnipresente del Estado y la industria cultural, leyendo lo ocurrido y sus acciones en términos de porcentajes improvisados en torno a la probabilidad de salir con vida de esta gran jungla de cemento…

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lunedì 3 agosto 2020

Brawl in Cell Block 99 - S. Craig Zahler

una storia d'amore.
Bradley, per mandare avanti la famiglia, diventa spacciatore e gli incarichi diventano più importanti e rischiosi.
Bradley non tradisce e per questo paga quello che deve, e anche di più.
e quando qualcuno minaccia la sua bambina, che deve ancora nascere, diventa tutto quello che serve per proteggerla.
certo, per essere una storia d'amore è molto violenta, ma così va il mondo, per Bradley.
buona visione - Ismaele




La fotografia è cupa, fredda e sporca, traducendo in colori le emozioni e la natura di Bradley; mentre il sonoro potente ed ottimamente curato spicca soprattutto durante le sequenze di lotta, dove lo spettatore riesce quasi a "sentire" sulla propria carne i pesanti colpi inflitti sullo schermo. Perché è proprio nella messinscena delle risse e della violenza che questo film brilla, tutto sembra reale, fisico e lontano dalle rappresentazioni a cui si è abituati dai film di arti marziali, che siano statunitensi od hongkonghesi. Vince/Bradley è grosso, lento ma inarrestabile, e picchia "di brutto" qualsiasi cosa gli si pari davanti, con uno sguardo perso nel vuoto che nasconde una dirompente rabbia lucida.
Brawl in Cell Block 99 è un film di genere, cosciente dei propri limiti e del proprio pubblico. Preoccupandosi di divertire ed intrattenere, l'autore evita di impantanarsi in moralismi o discorsi profondi, che risulterebbero poco adatti alla natura del film, concentrandosi nella trasposizione visiva di uno tsunami di violenza nichilista privo di possibilità di una vera redenzione che, dopo i titoli di coda, lascia lo spettatore con più lividi sul corpo che pensieri in testa.

La discesa agli inferi del suo protagonista, la rassegnazione con cui il martirio è accettato, ha sfumature cristologiche nel loro essere passaggi di una convinta volontà di sacrificarsi pur di ottenere la salvezza (degli altri). Bradley, il personaggio interpretato magistralmente da Vince Vaughn, disposto a spezzare la sua immagine da comedian mainstream per prendersi sulle robuste spalle la lezione di Zahler, non è solo un’invincibile macchina da uccidere segnata da un passato che non ci è dato scoprire (da dove arriva questa forza sovrumana? come fanno i suoi colpi ad essere così mortalmente efficaci?). Bradley è, soprattutto, un uomo che ama. Ogni braccio spezzato, ogni cranio sfondato, infatti, sono continue testimonianze del grandissimo sentimento che lo guida, gesti d’affetto mandati alle sue donne lontane. Immaginiamo che sia difficile scorgere in un volto schiacciato a sangue, la tenera carezza di un uomo preoccupato per la sua famiglia, eppure non possiamo che vedere Brawl in the Cell 99 come un’opera che straripa d’amore.

Prodotto atipico e originale nel panorama cinematografico americano attuale, Brawl in Cell Block 99 è un film stanco di Hollywood, un ritorno ad un certo passato quasi dimenticato che tuttavia non risulta essere un passo indietro ma anzi, sembra quasi volersi proporre come un nuovo punto di partenza all’interno di un oceano di action movie fatti con lo stampino. Sebbene questi ultimi difficilmente cesseranno mai di esistere, è bello vedere che c’è comunque ancora qualcuno che crede in qualcosa di diverso.

la colonna sonora è quasi assente – specie nelle sequenze d’azione -, la fotografia gelida, e Zahler è magistrale nel regalare continuamente dei totali stranianti che ricordano un po’ Seidl, giocando sul contrasto e la sottrazione.
Questa sofisticazione non è fine a se stessa, riflette piuttosto il personaggio di Bradley, che, come il film, accumula rabbia e frustrazione per esplodere poi in un crescendo sempre più splatter. Il peso di tutta l’operazione è sul protagonista, un inedito e perfetto Vince Vaughn, inflessibile montagna di carne pronta a qualsiasi sacrificio pur di preservare la sua prole, che spezza gambe e grattugia volti senza tanti complimenti. La “rissa” del titolo in effetti è più una resa dei conti unilaterale, i pestaggi e i combattimenti a suon di arti marziali sono molto ben coreografati, ma il titolo di giustiziere non viene mai contestato a Bradley e lo spettatore può giustamente godersi un po’ di crani spappolati e occhi che schizzano in un B-movie che finalmente non brilla della luce riflessa dei suoi svariati numi tutelari, ma riesce a fare un discorso personale e davvero contemporaneo.

L’occhio umano ha la capacità di sintetizzare e catalogare le immagini che percepisce, un qualcosa di elementare può – come direbbe il filosofo Bataille – divenire osceno. Una cosa altra che conduce alla repulsione. Seguendo sempre il filosofo francese, la repulsione per essere oscena deve anche affascinare. Zahler fa esattamente questo: la repulsione oscena della violenza finisce per affascinare. Non a caso nei momenti topici, il pubblico durante la proiezione alla Mostra di Venezia non si è trattenuto ed ha applaudito in quei gli attimi di oscena violenza. Bradley picchia come un fabbro? Il pubblico ne gode. E non ne gode perché è pazzo, ma perché a questo ti porta il gran bel film di Zahler. Violenza tra maschi contro maschi, tra colpi assestati e respinti (notevoli, davvero, quei momenti così nudi e veri). Una violenza per la violenza in una difficile rincorsa alla giustizia.
Ora, quindi, si potrebbe pensare che Brawl in Cell Block 99 è un film di maschi sudati, muscolosi e puzzolenti. Un film maschile e razzista ove la donna è un orpello, un suppellettile, un espediente buono solo a sfornare figlioletti e a cucinare e senza esagerare con l’uso del coltello. Ma questa lettura sarebbe troppo superficiale. Tutto ciò che Bradley fa ha per motore il femminile ed il femminile (Jennifer Carpenter), la donna non è un ornamento narrativo, non è una donna che fa l’uomo ma è una donna che è una donna. Una donna che è donna anche quando fa “cose da uomini” e non solo una woman in prison. La Carpenter in tal guisa avrebbe lavorato bene con Russ MeyerBrawl in Cell Block 99 più che un cinema senza donne è perciò un film mosso dalla femminilità. Quindi la distruzione meravigliosamente folle di Bradley oltre a non essere folle non è maschile nel midollo ma femminile nelle motivazioni.
Brawl in Cell Block 99 è un intelligente film d’exploitation che non deve far pensare al mondo di Tarantino (basta pensare ciò, all’infilarci sempre in mezzo Tarantino manco avesse inventato il cinema) o di Carpenter (nonostante la Carpenter), ma è un film che andrebbe letto per quel che mostra, per quel che sviluppa. Per come si delinea nel cammino con la fisicità di un Vince Vaughn allenato da uno Steven Seagal dei tempi migliori. Tante mazzate, insomma, mazzate vere che non lasciano nulla all’immaginazione. Colpi bassi che però vivono anche di una certa dose di ironia, di sarcasmo, di voglia di giocare al non sbattere le ciglia senza resistere contemporaneamente alla tentazione di fare un occhiolino.

…L’ultraviolenza del finale è nient’altro più di quel che significa narrativamente – ossia la scelta estrema di un uomo messo in una situazione estrema – senza alcun compiacimento o gratuità, rispondendo unicamente a un fattore etico. Ovviamente un’etica costretta a ripensarsi come segno fisico dell’eccesso: ma, per capirne le ragioni, basterebbe ricordare l’eloquente scena iniziale quando Vaughn/Bradley scopre il tradimento della moglie (Jennifer Carpenter) e, cosciente della rabbia che lo sta per far esplodere, la fa rientrare in casa e sfoga tutto il suo dolore distruggendo l’automobile di famiglia, scegliendo responsabilmente di non toccare la donna nemmeno con un dito; sequenza che fra l’altro permette allo spettatore di accettare la follia del medico coreano che più tardi, quando la moglie di Bradley incinta verrà fatta prigioniera, si dirà capace (è Udo Kier, grandissimo, a recapitare pazientemente il messaggio) di mutilare il feto delle braccia mentre ancora è nell’utero lasciandolo in vita e dunque di farlo nascere così, con due moncherini. L’architettura dell’immagine è a sua volta secca, plumbea, grandangolare (qualcuno, non lontano dalla verità, ha parlato di cura o istinto kubrickiani), attenta a non falsificare i fatti col montaggio, pochissimi tagli e solo quelli necessari a ricordarci che un film (o che il cinema americano che amiamo) non è fatto di cuts ma di piani (plans).
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