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sabato 8 febbraio 2025

No Other Land - Rachel Szor, Hamdan Ballal, Yuval Abraham, Basel Adra

il film è stato in poche sale in tutta Italia, per pochi giorni.

ho avuto la fortuna di vedere il film, quella sera molti non hanno potuto entrare in sala.

il film mostra l'eroica e nonviolenta resistenza degli abitanti di Masafer Yatta, un territorio palestinese minacciato dal Moloch israeliano.

lo stato d'Israele, la cui nascita fu decisa dall'ONU nel 1948, in un territorio ben definito, abitato dai palestinesi (che furono espulsi con violenza dalle loro case, la Nakba), oggi occupa quasi tutto il territorio palestinese (ben definito dall'ONU).

la macchina da presa (o la telecamera del telefono cellulare) segue Basel Adra (giornalista e attivista palestinese di Masafer Yatta) e Yuval Abraham (giornalista e attivista israeliano) da vicino, come pure i cittadini, e anche le bambine e i bambini di quel luogo minacciato ogni minuto, mostrandoci i pochi momenti di gioia e i numerosi momenti di disperazione. 

la loro vita è come quella di Sisifo, ricostruiscono con molto sforzo le case e le scuole, e poi gli israeliani (governo, tribunali, soldati, demolitori) gliele distruggono in mezz'ora, e così via.

se qualcuno facesse lo stesso in qualche villaggio israeliano tutto l'occidente collettivo griderebbe all'antisemitismo e imporrebbero sanzioni su sanzioni, ma qui sono solo palestinesi, l'occidente collettivo non si commuove, anzi fornisce le armi, siano per sempre maledetti.

vedere il film fa male, vedere quello che succede è peggio di come si può immaginare.

buona (palestinese) visione - Ismaele



 

 

…Il racconto caratterizzato da uno stile molto essenziale e diretto procede lungo una linea temporale che parte dalla crescita di Basel a Masafer Yatta e mostra la sua rapida presa di coscienza del difficile stato delle cose con la conseguente ricerca instancabile dei metodi da utilizzare per cercare di poter determinare ad ogni costo il futuro della sua comunità minacciata dall’esproprio, aiutato nella complessa operazione dall’amico Yuval.

Il metodo è un mezzo, il mezzo è la videocamera, l’unica ‘arma’ che egli pone tra se e l’esercito israeliano nella speranza che quelle immagini così crude e taglienti possano arrivare dove la legge non può e assieme all’organizzazione di alcune manifestazioni sul territorio possano far vedere cosa succede a voler semplicemente restare dove si è nati, ad essere nati in quello che qualcun altro per te ha deciso che sia il ‘posto sbagliato al momento sbagliato’.

Ciò che salta agli occhi è la straordinaria resilienza di uomini, donne e bambini che vogliono solamente rimanere lì dove gli antenati prima di loro hanno costruito con difficoltà l’avvenire della propria comunità sin dai tempi del mandato britannico degli anni ‘20.

Nel luogo dove hanno assaporato il mormorio delle albe e la serenità dei tramonti, dove hanno mangiato, corso, gioito, amato, sofferto, li dove in poche parole hanno vissuto e hanno formato la loro identità…

da qui

 

Ci sono, almeno, tre cose interessanti in No Other Land, pluripremiato e valente documentario realizzato dai giovani attivisti palestinesi e israeliani Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham e Rachel Szor.

La prima: l’assoluta non resistenza, la palese fragilità, financo la caducità delle case palestinesi abbattute dall’esercito israeliano, aizzato dai coloni.

 

La seconda: il simil-camuffamento dei coloni, che piombano sulla scena – del delitto, da loro impunemente perpetrato – con il volto coperto, persino da kefiah, e la fionda in mano.

La terza: l’incongruità, se non incredulità, del sodalizio tra il palestinese Basel, che per oltre un lustro film la distruzione della sua comunità di Masafer Yatta, e l’israeliano Yuval: com’è – vi chiederete di fronte alla devastazione inflitta a più riprese dagli israeliani – che siffatta amicizia possa preservarsi e alimentarsi, com’è possibile? C’è del dolo, un disegno infernale – occupare bonariamente e solidaristicamente il campo avverso, perché l’opposizione noi (israeliani) e loro (palestinesi) non sia esaustiva, e dunque più eticamente e politicamente sanzionabile? – nello stare dalla parte delle vittime dell’israeliano Yuval? Già, tocca sospendere l’incredulità…

da qui

 

Masafer Yatta è una regione collinare semi-desertica a sud di Hebron, in Cisgiordania, costituita da una dozzina di villaggi abitati principalmente da contadini e pastori arabo-palestinesi sin dal XIX secolo. Tra di loro c'è anche Basel Adra, giovane avvocato e giornalista, che ha deciso di dedicare la propria vita a documentare la barbarie che lo circonda sin dall'infanzia. Infatti, dopo la Guerra dei sei giorni del 1967, Masafer Yatta è divenuta oggetto dell'occupazione israeliana fino ad essere dichiarata, nei primi anni Ottanta, area di addestramento militare ‒ la cosiddetta Firing Zone 918 ‒ e fungere da terreno fertile per l'espansione coloniale dello Stato ebraico. Una graduale, subdola e deflagrante attività di espropriazione forzata, legittimata nel 2022 da una sentenza della Corte Suprema di Israele e messa in pratica sistematicamente da più di cinquant'anni, attraverso ordini di demolizione degli immobili e un asfissiante controllo militare della circolazione stradale…

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No Other Land è più di un documentario: è un manifesto, una lezione di resilienza e pacifismo. Racconta le evacuazioni forzate e le demolizioni delle case di un villaggio palestinese in Cisgiordania, Masafer Yatta, da parte delle forze di difesa israeliane – Idf, che intendono utilizzare l’area come zona d’addestramento militare. Ma racconta, soprattutto, la lotta nonviolenta delle famiglie che da secoli abitano queste terre e qui hanno costruito le loro case e le loro vite. 

Mostra la tenacia con cui uomini, donne e bambini – tante donne, tanti bambini – cercano di difendere ciò che è loro, armati solo della loro determinazione, del coraggio e dello sguardo che puntano negli occhi dei militari, della voce con cui chiedono loro di immedesimarsi, cercando di suscitare empatia, comprensione, partecipazione: «E se ci fossi tu al posto mio?», domanda una donna, mentre una bimba bionda si nasconde dietro le sue gambe…

da qui 

 


domenica 31 dicembre 2023

Tantura - Alon Schwarz

il 22 e 23 maggio del 1948 fra le tante stragi compiute dagli israeliani durante la Nakba ci fu quella di Tantura.

nel 1998 uno studioso, Teddy Katz, dedicò la sua tesi di dottorato all'Università di Haifa al massacro e alla pulizia etnica a Tantura, e dopo un mare di testimonianze risultò che i soldati israeliani fecero un massacro in perfetto stile nazista (qui).

la vita di Teddy Katz fu distrutta per quel lavoro di ricerca, fu oggetto di un processo e abbandonato da (quasi) tutti.

Alon Schwarz incontra Teddy Katz e ricostruisce quello che è successo, intervistando anche lui un po' di testimoni e soldati ancora vivi.

il film documentario è davvero bello e terribile, un lavoro d'inchiesta come un thriller.

Teddy Katz dovrebbe avere un posto fra i Giusti, ma gli ingiusti non glielo daranno mai, noi sì.

se la politica avesse delle regole serie dopo la Nakba l'Onu avrebbe dovuto revocare l'autorizzazione a formare uno stato, ma non ci sono regole, purtroppo, oltre a quelle della menzogna, della prepotenza e dello sterminio.

un film da non perdere, non credo sia uscito nelle sale e neanche nelle piattaforme di streaming.

meno male che c'è internet (finché dura).

buona visione - Ismaele




Alon Schwartz. Riscoprire una strage dimenticata - Christian Elia

(Tratto da Altreconomia 251 — Settembre 2022)

“Di solito un regista è capace di spiegare molto bene perché sceglie di raccontare una storia, ma devo essere sincero: è questa storia che ha scelto me”. Alon Schwartz risponde da una spiaggia di Tel Aviv che sembra lontana anni luce dalla questione palestinese. Autore del documentario “Tantura” (una coproduzione di Reel Peak Films e dell’emittente israeliana Hot 8), Schwartz racconta la guerra del 1948, seguita all’unilaterale nascita dello Stato d’Israele, rifiutata dal mondo arabo, quando centinaia di villaggi palestinesi furono spopolati. Gli israeliani la chiamano “guerra d’indipendenza”. I palestinesi Nakba.

Il documentario di Schwartz racconta la storia di quello che accadde nel villaggio di Tantura, sfidando quello che nella società israeliana è un vero e proprio tabù. “Volevo fare un documentario sulle leggi che negli ultimi anni hanno messo sotto accusa Ong come B’Tselem e tante altre -racconta il regista-. Volevo far riflettere gli israeliani, almeno quelli preoccupati della deriva antidemocratica del Paese. La narrazione governativa non si riferisce più alla realtà, ma alla percezione della stessa. Ho deciso che il mio film avrebbe parlato della prima manipolazione, quella che è alla base di tutto il resto: la nascita d’Israele”.

Schwartz si mette a cercare la storia giusta, fino a quando gli raccontano di Teddy Katz. Il documentario ruota tutto attorno alla figura di questo ricercatore, che all’Università di Haifa propone una tesi di dottorato particolare: raccogliere le memorie dei veterani della guerra del 1948. “Sono andato a intervistarlo solo perché avevo saputo che era stato cacciato dall’Università per il suo lavoro -racconta il regista-. Fin qui, lo confesso, niente di speciale, è capitato a tanti. Non avrei mai immaginato di trovarmi di fronte a quel materiale”. Schwartz inizia una serie di incontri con Katz, che ha conservato maniacalmente tutte le registrazioni delle sue interviste di trent’anni prima. Gli intervistati sono i veterani del battaglione Alexandroni, che operò nella zona del villaggio palestinese di pescatori di Tantura. Commisero crimini di guerra e contro l’umanità…

continua qui



…Pezzo dopo pezzo, Alon Schwarz non ha avuto paura di scavare e di indagare a fondo, anche nelle parti più scomode e spaventose di questa storia. Punta dritto al suo obiettivo in modo freddo e deciso, determinato a far comprendere a noi spettatori tutto ciò che la Nakba ancora significa nella memoria palestinese attraverso uno dei suoi esempi più atroci. Un documentario da vedere e da capire, se non altro anche solo per dubitare di ciò che finora è stato raccontato e per farsi nuove domande, che magari porteranno ad altre risposte più vicine alla realtà. Una visione imperdibile e allo stesso tempo esasperante, ennesima testimonianza di quello che è stato uno momenti cardine di decenni di oppressione e violenza che sembrano proprio non avere fine…

da qui



Nelle prime fasi del 1948, il villaggio di Al-Tantura fu preso di mira dalle forze armate israeliane; le sue case furono saccheggiate, i suoi abitanti arabi palestinesi espulsi e altri massacrati dalle forze di difesa israeliane Brigata Alexandroni. Israele ha negato per anni l’esistenza del massacro nonostante le testimonianze dei suoi abitanti originari fino a poco tempo fa; un documentario israeliano del 2021 ha rivelato la testimonianza di diversi veterani israeliani che affermavano che in quel momento era avvenuto un massacro che aveva coinvolto più di 200 vittime palestinesi. 

Gli originari abitanti di Tantura furono costretti a trasferirsi in luoghi diversi; la maggior parte di loro aveva parenti a 50 km di distanza in una città chiamata Fureidis (che si traduce come “Paradiso”), e non avevano altra scelta che vivere con loro. Mentre rivisitavo la storia di Tantura, Salah Abu Salah, che all’epoca aveva 8 anni, mi raccontò di come la sua famiglia e altre famiglie dovettero trasferirsi a Fureidis in cerca di riparo.

Raccontando la sua storia, Abu Salah mi ha detto che dopo che le forze di difesa israeliane hanno preso le loro case, “ci hanno messo tutti su un autobus, ci hanno portato in un villaggio vicino e ci hanno lasciati lì”. Per sua fortuna, la madre di Abu Salah aveva una famiglia che viveva a Fureidis e li accolse per stare con loro; altre famiglie non avevano un posto dove cercare riparo, quindi furono costrette a partire per altre zone e alcune fuggirono persino in Giordania. Il mukhtar (il capo del villaggio) di Fureidis apparteneva alla famiglia Bariyeh e non aveva altra scelta che aprire la città ai rifugiati Tantura e invitare le persone a proteggerli. 

Gli uomini dovevano combattere e le donne dovevano restare a casa con i bambini. Nonostante la sua giovane età, Abu Salah non riesce a cancellare dalla sua memoria come suo fratello maggiore avesse fame quella sera e continuasse a tormentare sua madre per il cibo. Non c’era cibo nel rifugio, donne e bambini dovevano rimanere lì per stare al sicuro, mentre gli uomini andavano a proteggere le loro case. La mamma di Abu Salah ha chiesto a suo fratello di essere paziente, ma lui ha continuato a tormentarla. Alla fine gli permise di tornare a casa loro e trovare qualcosa da mangiare. Abu Salah può ancora ricordare come suo fratello sia tornato senza fiato, mormorando parole a sua madre sui corpi a terra e sui morti. Non aveva più fame.

I morti non furono seppelliti nel cimitero del villaggio occupato, alcuni furono seppelliti a gruppi sotto la sabbia, altri furono lasciati all’aperto sulle spiagge di Tantura. 

Abu Yaqoob, un ebreo palestinese che era il mukhtar di Zumarien, un altro villaggio vicino a Tantura, radunò degli uomini (uno dei quali era il cognato di Abu Salah), due cavalli e un enorme carro e insieme iniziarono a radunare i corpi. “15 corpi alla volta”, mi dice Abu Salah. Li seppellivano ovunque potessero trovare un posto vuoto per garantire la dignità dei corpi. Alcuni furono sepolti insieme; alcuni hanno avuto la fortuna di essere sepolti da soli. 

Conquistare Tantura è stato molto facile per le forze israeliane. Secondo Abu Salah, “Erano molto feroci ed erano ovunque. Mio fratello mi raccontava più e più volte quando sono cresciuto come circondavano il villaggio da tre direzioni: la terra e il mare all’inizio, e all’improvviso altri soldati scesero dal treno che si fermava in una stazione vicina .” Erano più numerosi degli uomini del villaggio; avevano fucili e armi, quelle inglesi che gli inglesi lasciarono loro quando il mandato terminò. “È stato così facile che ci è voluta solo una notte per uccidere la maggior parte degli uomini e far uscire il resto di noi”, ha detto. 

Salah sorrise alla mia reazione ingenua al silenzio della gente riguardo ad Al Tantura. “Non abbiamo bisogno del loro riconoscimento”, ha detto, “la terra un giorno testimonierà e racconterà cosa è successo”. Ha parlato di quanti avevano paura di parlare del massacro prima ma adesso non più; ultimamente ha parlato con diversi giornalisti e mi ha fornito i nomi di alcune persone che possono testimoniare quello che è successo a Tantura. “Sono più vecchi di me, ma hanno ancora una buona memoria”, ha detto. Salah è rimasto scioccato quando gli ho detto che Israele nega ancora la Nakba fino ad oggi. Lui mi guardò. “Ahimè,” disse e batté la testa con la mano. 

da qui

  

 

Ricordando il Massacro di Tantura - Nasim Ahmed

A proposito del Massacro di Tantura, in cui 200 palestinesi furono massacrati dalle truppe israeliane.

In questo giorno del maggio 1948, le truppe israeliane massacrarono fino a 200 palestinesi nel villaggio costiero di Tantura, situato a 35 chilometri a sud di Haifa. Era uno dei 64 villaggi costieri palestinesi sulla strada tra Tel Aviv e Haifa, di cui oggi ne rimangono solo due: Furaydis e Jisr Al-Zarka. Il resto fu sottoposto a pulizia etnica, così come centinaia di altri villaggi, paesi e città nella Palestina occupata.

Cosa: Massacro di Tantura.

Quando: 22-23 maggio 1948.

Dove: Palestina.

Cosa accadde?

Una settimana dopo che David Ben-Gurion, capo esecutivo dell’Organizzazione Sionista Mondiale, aveva dichiarato la creazione dello Stato di Israele, il piccolo villaggio costiero di Tantura divenne teatro di uno dei peggiori massacri compiuti dalle forze coloniali sioniste contro la popolazione palestinese autoctona. Il massacro avvenne sullo sfondo di quella che i palestinesi chiamano la Nakba (lett. la catastrofe), che vide 750.000 palestinesi (quasi tre quarti della popolazione) cacciati dalle loro case dai gruppi paramilitari sionisti. La catastrofe è oggi considerata la più lunga crisi di rifugiati dell’era moderna.

All’inizio di maggio del 1948, Tantura era uno degli ultimi villaggi palestinesi rimasti nel tratto di pianura costiera che va da Haifa a Tel Aviv. Aveva una popolazione di 1.500 abitanti e, come molti villaggi palestinesi sparsi lungo la costa, viveva di un’economia basata sulla pesca e sull’agricoltura. Il villaggio fu assegnato a Israele nell’ambito del controverso Piano di partizione della Palestina delle Nazioni Unite del 1947. Solo sei mesi dopo si sarebbe scoperta la portata del terribile destino inflitto a Tantura dalla comunità internazionale.

Il 9 maggio, i membri del gruppo terroristico ebraico Irgun, che due anni prima aveva bombardato l’Hotel King David di Gerusalemme con il sostegno dell’organizzazione Haganah, si riunirono per decidere cosa fare dei pochi villaggi sparsi lungo la costa. Prima di rivolgere la loro attenzione agli abitanti disarmati di Tantura, l’Haganah e l’organizzazione terroristica sionista militante più estremista, la Banda Stern, parteciparono a una brutale campagna militare che alla fine portò alla rasa al suolo di più di 600 città e villaggi palestinesi. Durante la campagna “Plan Dalet” furono compiuti decine di massacri, tra cui uno a Deir Yassin, sei settimane prima che i soldati israeliani invadessero Tantura.

Il 33° Battaglione dell’Haganah (il Terzo Battaglione della Brigata Alexandroni) attaccò il villaggio, uccidendo a 200 palestinesi. Il massacro avvenne durante la notte e durò diverse ore, secondo i testimoni palestinesi. I loro racconti del massacro sono documentati e, secondo alcune fonti, furono addirittura 300 i palestinesi uccisi.

Cosa è successo dopo? 

Dopo la sua istituzione, Israele adottò misure per controllare la narrazione in merito alla sua stessa creazione nella Palestina occupata. Prima che l’esercito aprisse i suoi archivi dal 1948, la sua politica era quella di proibire la pubblicazione di qualsiasi documento che descrivesse in dettaglio la pulizia etnica e le violazioni dei diritti umani, compresi i crimini di guerra commessi dalle forze israeliane, o qualsiasi cosa che potesse “danneggiare l’immagine [delle Forze di Difesa Israeliane]” o mostrarle come “prive di standard morali”. Gli storici hanno citato Tantura per descrivere l’insabbiamento, dimostrando quanto sia stato efficace il silenzio sul brutale passato di Israele nell’oscurare i crimini contro l’umanità.

Nel corso degli anni, la pubblicazione di documenti riservati ha ulteriormente confermato le testimonianze palestinesi sugli innumerevoli massacri perpetrati dai gruppi paramilitari sionisti e dai soldati israeliani. La portata delle violenze compiute dai soldati israeliani contro gli abitanti del villaggio di Tantura è stata raccontata anche da studiosi e registi.

Ad esempio, un ricercatore israeliano di nome Theodore Katz ha scritto una tesi per l’Università di Haifa in cui afferma che lo Stato di occupazione fosse responsabile dell’omicidio di massa dei civili a Tantura. Katz ha basato la sua ricerca su 140 ore di interviste audio registrate, condotte con 135 testimoni dell’evento, metà dei quali ebrei e metà arabi. Raccontando il massacro, Katz descrive come la popolazione di Tantura fosse stata radunata sulla spiaggia. Le donne e i bambini furono separati dai maschi e dai giovani di età compresa tra i 13 e i 30 anni. Il vicecomandante della compagnia Shimshon Mashvitz ordinò ai soldati di prendere gruppi di giovani, di allinearli contro un muro e sparare loro in testa. Circa 85 di loro furono uccisi in questo modo. Secondo Katz, furono uccise complessivamente 200 persone. I soldati israeliani scaricarono i corpi dei palestinesi in fosse comuni, in cima alle quali ora si trova una nota località balneare israeliana.

Il regista Alon Schwarz ha prodotto un documentario, Tantura, presentato in anteprima mondiale lo scorso anno al Sundance Festival. Katz è uno dei personaggi centrali del documentario.

Il video: qui.

Traduzione per InfoPal di Rachele Manna

da qui

 


QUI il film completo, versione originale (sottotitoli in inglese)

 





ecco il film completo, in catalano (con sottotitoli in spagnolo)



parla Teddy Katz:




domenica 18 dicembre 2022

Farha - Darin J. Sallam

a volte chi guarda un film, anche se non legge molto, può capire un po' di cose.

per esempio si può capire:

che "l'esercito più morale del mondo", così si glorificano da soli in Israele, è un esercito di merda come tutti gli altri, e probabilmente anche peggio;

che l'affermazione che la Palestina fosse un deserto inabitato da rendere vivo da parte dello stato israeliano è una delle bugie più grandi mai concepite da cervello umano;

che la speranza dei palestinesi che aspettano un aiuto dai paesi arabi è proprio un'ingenuità, allora come oggi;

che nel 1948 in Palestina non c'è stata una guerra, in realtà è stata una caccia al palestinese, da parte di efferati assassini di origine ebraica, per rubare le terre palestinesi e per ottenere una pulizia etnica che continua da allora tutti i giorni;

che mostrare un sadico assassino di origine ebraica è uno intollerabilmente antisemita, dicono, per questo in Israele vorrebbero che Netflix censurasse Farha.

oltre ai motivi sopra esposti ci sono altri motivi per vedere il film.

prima di tutto è una storia raccontata dalla parte degli sconfitti, vista con gli occhi di una ragazzina che aveva uno splendido futuro davanti, e dal 1948 avrà una misera vita in un campo profughi.

la protagonista Farha è bravissima a rendere la paura, la disperazione e l'impotenza, sua e di tutti.

insomma, non sarà un film perfetto, come dice qualcuno, ma allo stesso tempo è un film da non perdere.

buona (Farha) visione - Ismaele 

 

 


 …La regista ha raccontato di essere viva perché il padre fu un sopravvissuto alla Nakba (che vuol dire “catastrofe”). Ascoltando le storie della madre si interessa particolarmente a quella di Radiyyeh, che la madre ha avuto modo d’incontrare dopo essere arrivata in Siria. Ciò che ha molto colpito Sallam è l’idea di una ragazza rinchiusa dentro una cantina dal proprio padre per salvarla dalla violenza degli eventi esplosi in Palestina.  

Non riuscivo a togliermi dalla testa quella ragazza, continuavo a pensare a come poteva sentirsi in questa piccola stanza oscura, soprattutto perché ho paura dei luoghi stretti e bui. Nel corso degli anni, queste storie, queste persone, le loro vite, si sono unite nella mia mente, andando lentamente a formare la storia di Farha. Non volevo trattare Farha solo come un numero, una dei 700.000 che furono costretti all’esilio. Volevo concentrarmi sul suo viaggio personale a sui suoi sogni, passati dal combattere per imparare, al combattere per sopravvivere. E’ una storia di amicizia, aspirazioni, separazioni, formazione, sopravvivenza e liberazione di fronte alla perdita.

da qui

 

…Se il contesto storico è infatti ampiamente delineato, quello più squisitamente umano manca a volte di profondità.
Darin J. Sallam dirige con sicurezza, muovendosi con abilità nella costrizione degli spazi chiusi in cui è ambientata l’ultima parte della pellicola. La regista lavora con efficacia su luci e suoni, alternando momenti più claustrofobici ad altri di introspezione, grazie al dualismo prigione/rifugio su cui riesce a costruire una tensione che giova alla tenuta complessiva del film. Discreta la prova del cast, nonostante qualche ingenuità dovuta alla giovane protagonista Karam Taher e alla caratterizzazione non sempre attenta dei personaggi.
Farha è un film che tratta in maniera sentita e autentica una pagina terribile di storia recente, non riuscendo però a mantenere sempre una sua coerenza narrativa interna. L’accostamento della dimensione più intima e personale a quella collettiva palestinese, pur non essendo esente da scelte a volte sbrigative e riduttive, restituisce una testimonianza forte e vibrante di un evento che ha segnato un intero popolo.

da qui

 

“Farha”, la Nakba palestinese in un film e Israele boicotta Netflix - Michele Giorgio

La campagna contro «Farha» è cominciata ben prima del rilascio del film su Netflix. Gli israeliani, dai ministri fino ai cittadini comuni, o meglio la maggior parte di essi, sono furiosi contro la piattaforma statunitense perché ha reso disponibile al pubblico mondiale un film che attraverso gli occhi di una ragazzina, racconta di una strage avvenuta nel 1948, durante le fasi che portarono alla nascita dello Stato di Israele, di una intera famiglia palestinese, inclusi bambini, da parte di uomini di una milizia ebraica. «È pazzesco che Netflix abbia deciso di trasmettere in streaming un film il cui unico scopo è di incitare contro i soldati israeliani», ha tuonato il ministro delle finanze uscente Avigdor Liberman. Analogo il giudizio del suo collega alla cultura, Hili Tropper: «quel film si fonda su di un mucchio di bugie». Dopo l’inserimento di «Farha» su Netflix, si è anche registrato in Israele un calo degli abbonamenti alla piattaforma. Azioni che non hanno turbato più di tanto la regista del film, la giordana Darin Sallam, che ripete di aver rappresentato una vicenda vera, simile ad altre avvenute nel 1948 e che Israele vorrebbe tenere nascoste.

Il film piace a molti, naturalmente di più ai palestinesi che vi notano una accurata rappresentazione della violenza subita dai loro nonni e parenti anziani quasi 75 anni fa durante la Nakba, la catastrofe, così come è chiamato l’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi dalla loro terra e la perdita di tutto ciò che avevano, a cominciare dai loro villaggi – distrutti in gran parte dopo il conflitto – e dalle loro case. L’elaborazione del trauma nazionale della Nakba attraverso l’arte è una delle strade privilegiate che segue da un po’ di tempo la folta schiera di giovani registe e registi palestinesi sbocciata negli ultimi 10-15 anni. Un percorso che l’establishment israeliano prova ad ostacolare, in particolare all’estero, perché getta un’ombra sulle azioni e le strategie del movimento sionista e contraddice la narrazione ufficiale della nascita dello Stato ebraico: brutali, violenti e intransigenti furono solo gli arabi, gli israeliani non fecero altro che difendersi e realizzare il «ritorno del popolo ebraico dopo duemila anni nella terra promessa». L’esodo palestinese, secondo questa tesi, fu volontario, nessuno dei profughi e degli sfollati fu costretto a scappare sotto la minaccia delle armi.

  «Questa versione non può essere contraddetta neanche da un singolo episodio. Il motivo è semplice: la Nakba per Israele non è mai esistita anche se persino importanti storici israeliani ne hanno scritto sulla base di documenti ufficiali», spiega al manifesto Jeff Halper, antropologo israelo-americano autore di sei libri sulla questione palestinese. «La Nakba non può essere insegnata o studiata nelle scuole – aggiunge Halper – perché il suo riconoscimento metterebbe in discussione l’immagine luminosa che la versione ufficiale ha dato di quanto è accaduto prima, durante e dopo il 1948. Anche il massacro di Deir Yassin (un villaggio nei pressi di Gerusalemme, ndr) ampiamente documentato deve restare chiuso in un cassetto». Di recente, ricorda l’antropologo, «ha generato polemiche e condanne a ripetizione Tantura, un documentario (del regista israeliano Alon Schwarz, ndr) che riferisce con testimonianze dei protagonisti il massacro di decine di palestinesi compiuto sempre nel 1948 da una brigata israeliana». Secondo Halper la comunità internazionale e l’opinione pubblica occidentale accettano senza porsi interrogativi la narrazione ufficiale israeliana perché «considerano necessario tutto ciò che, inclusa la Nakba, ha favorito la creazione dello Stato di Israele».

La campagna israeliana contro «Farha» nel frattempo va avanti. La trama del film è pura fiction, scrivono sui social tanti israeliani, quelle scene, aggiungono, non sono mai avvenute nella realtà. I palestinesi al contrario difendono il film e insistono sul suo fondamento storico. Le atrocità del 1948, scrivono, non sono mai terminate. E denunciano che in serie tv e film di produzione israeliana, presenti anche su Netflix, i palestinesi sono sistematicamente rappresentati come un popolo di violenti e terroristi. 

da qui