domenica 13 settembre 2026

La strada verso Gerico di Amos Gitai - Emilia De Rienzo


Ci sono luoghi che si possono perdere molto prima che vengano distrutti. Si perdono quando non puoi più raggiungerli. Quando il sentiero che conoscevi viene chiuso, una collina recintata, una strada riservata ad altri, un posto di blocco messo là dove prima passavi senza pensarci. Si perde un luogo anche quando continui a vederlo da lontano, ma non puoi più attraversarlo. È questo che racconta, più di ogni altra cosa, Raja Shehadeh nei suoi libri e nell’evocazione del pallido dio delle colline.

Shehadeh ha sempre amato camminare. La sarha, la passeggiata senza una meta precisa, era per lui un modo di abitare la terra: andare sulle colline intorno a Ramallah, cercare un sentiero, fermarsi, guardare il paesaggio, riconoscere una pietra, un albero, le tracce di una storia familiare. Camminare significava essere liberi. Nel 1978, quando compie una delle sue prime camminate, il paesaggio è ancora aperto. Anni dopo, quando torna sugli stessi luoghi, scopre che molte cose sono cambiate. Gli insediamenti si sono allargati, sono comparse nuove strade, recinzioni, zone militari. I sentieri che conosceva diventano sempre più difficili, a volte impossibili da percorrere.

Il suo racconto segue questa trasformazione per oltre vent’anni. E quello che all’inizio sembra il diario di un uomo che ama camminare diventa lentamente la cronaca di una terra che gli viene sottratta anche attraverso la cancellazione della possibilità di attraversarla.

Non è soltanto la perdita della terra. È la perdita della libertà sulla terra. Ed è questo che rende quelle pagine così dolorose: Shehadeh non racconta soltanto un’ingiustizia politica. Racconta il modo in cui la politica entra nella vita quotidiana e modifica perfino i gesti più semplici. Una passeggiata. Un sentiero. Un luogo dove portare un ragazzo per mostrargli il paesaggio che avevi conosciuto da giovane.

A un certo punto Shehadeh arriva anche nel Wadi Qelt, nella discesa verso Gerico. Lì incontra alcune famiglie beduine. Molti se ne sono già andati. Una donna, Fatmeh, racconta la situazione della sua famiglia: il futuro è incerto, il lavoro del marito sta per finire, e il territorio intorno è destinato a essere recintato, sottratto a chi vi abita. È una scena piccola. Quasi marginale rispetto alla grande storia. E proprio per questo rimane: mostra cosa significa, concretamente, rendere precaria la vita di chi abita un luogo.

La strada per Gerico ritorna oggi, a distanza di anni, nel film di Amos Gitai: The Road to Jericho. Gitai è israeliano. E anche lui, da decenni, filma questa terra cercando di non cancellare l’altro. Nel 1982, con Field Diary, entra nei territori occupati e filma la realtà che incontra. Tra le persone intervistate c’è Bassam Shakaa, allora sindaco di Nablus, che aveva perso una gamba in un attentato compiuto da estremisti israeliani. Gitai lo ascolta.

Quarant’anni dopo, torna sulla strada per Gerico.

È come se il cinema avesse conservato una memoria che la politica non è riuscita a custodire.

Nel nuovo film Gitai arriva a Khan al-Ahmar, villaggio beduino lungo la strada tra Gerusalemme e Gerico. Qui c’è una piccola scuola costruita con terra, legno e pneumatici, nata dalla necessità di garantire un’istruzione ai bambini della comunità. La scuola è diventata il simbolo della precarietà di quel luogo: per anni è rimasta sotto la minaccia della demolizione.

Gitai la filma e intreccia il presente con le immagini del passato: le sue conversazioni con israeliani e palestinesi, le voci di Arthur Miller, Jeanne Moreau, Yitzhak Rabin; frammenti di una storia che sembra appartenere a un altro tempo. E infatti il film non è soltanto sulla situazione di oggi. È anche sulla strada che avrebbe potuto essere percorsa e che è stata interrotta. Perché la strada per Gerico non è soltanto una via geografica. È una strada politica. Nel 1993 gli accordi di Oslo avevano aperto una possibilità. Il primo accordo israelo-palestinese riguardava proprio Gaza e Gerico. Gitai ricorda di aver parlato con Rabin nel 1994, di averlo ascoltato mentre affrontava con concretezza le difficoltà dell’accordo, nella convinzione che bisognasse dare una possibilità alla pace. Un anno dopo Rabin fu assassinato. Per Gitai quella morte rappresentò una frattura. Non soltanto la scomparsa di un uomo, ma l’interruzione di una possibilità: quella di continuare a parlare, negoziare, riconoscere nell’altra parte un interlocutore.

È qui che il cinema di Gitai incontra, in modo sorprendente, le passeggiate di Shehadeh. Uno cammina. L’altro filma. Uno vede i sentieri chiudersi. L’altro torna sulle stesse strade per vedere che cosa ne è rimasto. E tutti e due, ciascuno dalla propria parte, raccontano una progressiva restrizione dello spazio: quello fisico, ma anche quello politico, necessario perché due popoli possano ancora immaginare di vivere l’uno accanto all’altro.

C’è stato un tempo in cui questa possibilità aveva trovato parole importanti. Amos Oz, A.B. Yehoshua, David Grossman hanno rappresentato una parte di quella cultura che continuava a considerare indispensabile il riconoscimento dell’altro.

Grossman ha scritto, in un momento di dolore e di solitudine, parole che esprimevano la necessità di non essere lasciati soli in questo cammino. Forse è proprio questa la parola che oggi colpisce di più: solitudine. La solitudine di chi continua a credere che l’altro debba esistere, quando intorno la possibilità stessa di riconoscerlo viene continuamente erosa.

Gitai non nasconde la sua disperazione. Parla del suo film come di un lamento per il Paese che ama e la cui politica non condivide. Eppure rifiuta l’idea che la storia debba essere consegnata soltanto alla forza. Per lui il rispetto dell’altro rimane la condizione stessa di qualsiasi futuro. Le sue parole sono perentorie: «Non è solo possibile, è obbligatorio. Qual è l’alternativa? Nient’altro che una distruzione catastrofica, irreversibile e totale. Ci troviamo di fronte a una scelta: annientamento o riconoscimento reciproco».

Eppure sono parole che lasciano perplessi. Perché viste da qui, dall’abisso del presente, l’annientamento non appare come una scelta ipotetica del futuro, ma come un processo già ampiamente in corso, vissuto e subito nei corpi, nelle case, sulle colline. Porlo come un’alternativa ancora aperta rischia di suonare come un’astrazione rispetto alla sproporzione di ciò che sta accadendo sul campo.

Forse quella di Gitai non è un’analisi della realtà, ma l’ostinazione di chi rifiuta di consegnare la storia alla sola logica della distruzione.

Ed è qui che le storie di Shehadeh e di Gitai si incontrano davvero.

Shehadeh cerca di salvare, attraverso la scrittura, ciò che la trasformazione del territorio rischia di cancellare: i sentieri, i paesaggi, la memoria, la possibilità di camminare. Gitai cerca di salvare, attraverso il cinema, ciò che la violenza ha progressivamente consumato: le voci, gli incontri, la memoria di una possibilità. Entrambi lavorano contro la cancellazione.

Consapevoli che l’arte non cambia le decisioni immediate della politica né ferma le bombe, come riconosce lo stesso Gitai citando Guernica di Picasso: nel duello diretto tra il pittore e il dittatore Franco, sul piano politico fu Franco a vincere e a consolidare il suo potere; ma sul piano della memoria ha vinto Picasso, perché la sua opera è rimasta a testimoniare per sempre l’orrore di quella distruzione. Il cinema e la scrittura non hanno il potere di fermare la forza del presente, ma hanno quello, immenso, di sottrarla all’oblio.

La strada verso Gerico assume così un significato che va oltre la geografia. È una strada che attraversa una terra contesa, le ferite e le distruzioni. Ma è anche la strada di una possibilità che non è riuscita a compiersi.

Una strada sbarrata.

E tuttavia non necessariamente perduta.

Nel 1982, quando Gitai intervistò Bassam Shakaa, il sindaco di Nablus aveva già perso le gambe in un attentato. Aveva la violenza impressa direttamente sul proprio corpo. Eppure, davanti alla macchina da presa, pronunciò una frase che Gitai ha continuato a ricordare per più di quarant’anni. Forse è questa la frase con cui dobbiamo lasciare oggi quella strada: «Il pessimismo è un lusso che non possiamo permetterci».

da qui

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