La Coppa Volpi porta per intero il nome di un governatore coloniale e di una città libica. Che nessuno lo legga più come un nome non è una dimenticanza: è la forma più efficiente in cui un passato può continuare a esistere.
La Coppa
Volpi viene consegnato ogni settembre alla migliore interpretazione femminile e
maschile della Mostra di Venezia, e commemora la conquista di una città
nordafricana: non per allusione, non per associazione, ma nel senso documentale
del termine. La consegna dura otto secondi: braccia in alto, l’oggetto
all’altezza del viso, i fotografi che devono avere nella stessa inquadratura la
faccia e il metallo.
A dargli un
cognome, ma anche un nome, è stato Giuseppe Volpi Conte di Misurata. Il
predicato nobiliare in questo caso non è un ornamento araldico ereditato: è un
toponimo libico. Misurata è la città sulla costa a duecento chilometri da
Tripoli che Volpi attaccò dal mare all’alba del 26 gennaio 1922 e la cui
operazione, annota il Dizionario Biografico degli Italiani, volle “guidare
personalmente”. Nel 1925 gli viene concesso di aggiungere al cognome il
nome della città espugnata. Il predicato «di Misurata» rappresenta la
grammatica della conquista nella sua forma più letterale: il nome di un luogo
abitato convertito in proprietà privata di chi lo ha espugnato, e poi trasmesso
a un premio cinematografico, pronunciato ogni anno, in diretta, da persone che
spesso non hanno alcun modo di sapere che cosa stanno dicendo. Le statue si
abbattono. Hanno un basamento, una piazza, una data di inaugurazione, e
offrono al conflitto un bersaglio: per questo si difendono, si spostano, si
dotano di una targa esplicativa. I nomi invece non stanno fermi da nessuna parte.
Circolano, entrano nei titoli dei giornali, si abbreviano, diventano marchio, e
a un certo punto smettono di essere il nome di qualcuno.
Quattro anni in Tripolitania
Volpi non
era un militare, ma un finanziere veneziano con una biografia da capitalista di
frontiera: l’elettricità e la SADE, il porto industriale di Marghera, gli
alberghi di lusso della CIGA. Fu mandato in Tripolitania nel giugno del 1921,
quando la presenza italiana si era ridotta a poche guarnigioni lungo la costa.
«La missione è certamente grossa, ma la prendo con tranquillità», scrive a
un socio in una lettera di quell’agosto. Restò governatore fino all’estate del
1925 e fece esattamente ciò per cui era stato scelto: lo sbarco a Misurata apre
la cosiddetta riconquista, che prosegue con Nalut e la Gefara nel 1922; con
Tarhuna nel febbraio del 1923, che registra oltre millecinquecento morti fra i
cosiddetti ribelli in una sola operazione; con gli Orfella nell’inverno
successivo; con la Sirte nel novembre del 1924. È sotto il suo governatorato
che un colonnello ancora ignoto di nome Rodolfo Graziani acquisisce
l’esperienza che ne farà Graziani (ossia uno dei marescialli del fascismo
attivo in Tripolitania, i cui metodi brutali gli fecero guadagnare
l’appellativo di “Maresciallo del Fezzan”, ndr). Rientrato in Italia, Volpi
pubblica da Mondadori le memorie dei propri quattro anni di governo con un
titolo che vale più di qualsiasi commento: La rinascita della Tripolitania.
La stanza accanto
Le pagine
peggiori arrivano dopo di lui, e va detto con esattezza, perché l’esattezza è
l’unica forma di rispetto disponibile. Badoglio diventa governatore della Libia
nel 1929, con Graziani vicegovernatore in Cirenaica: tra il 1929 e il 1931 la
popolazione del Gebel, circa 100 mila persone, viene deportata in tredici campi
costruiti nella Sirtica. Gli abitanti della regione passano da 225 mila a
142mila. Volpi, a quel punto, è già altrove: ministro delle Finanze dal 1925 al
1928, presidente della Biennale, presidente della Confindustria dal 1934,
senatore del Regno nel Senato che nel 1938 approva le leggi razziali. Non è
l’uomo che ordinò i campi. È l’uomo che aveva aperto il cantiere e si era
spostato nella stanza accanto: quella della cultura. La questione non è dunque
una responsabilità causale diretta, che sarebbe facile da imputare e
altrettanto facile da respingere. È una continuità istituzionale: lo stesso
uomo, la stessa classe dirigente, si spostano dalla colonia alla finanza e
dalla finanza alla cultura senza che il passaggio venga registrato da nessuna
parte come discontinuità.
Nel 1932,
presidente della Biennale, Volpi inventa la prima Mostra internazionale d’arte
cinematografica. Si tiene interamente sulla terrazza dell’Hotel Excelsior al
Lido, che appartiene alla CIGA, che è sua. Il cinema nasce non solo come
metodo di influenza culturale, ma anche come strumento per prolungare la
stagione balneare, e nella medesima biografia l’impero e l’industria
alberghiera figurano come due voci dello stesso bilancio. I premi ufficiali
arrivano nel 1934; dal 1935 quello destinato agli interpreti porta il suo nome.
La storia ufficiale della Biennale, ancora oggi, registra che la Mostra nacque
«sotto gli auspici del Conte Giuseppe Volpi di Misurata, Presidente della
Biennale». Ogni parola è esatta e verificabile: non c’è nulla da correggere,
niente da investigare, niente da contestare. Ed è il modello perfetto di come
un archivio possa conservare tutto e trasmettere niente. Nel 1936 la Coppa
Mussolini per il miglior film italiano va a Lo squadrone bianco di
Augusto Genina, girato nel deserto libico con truppe e mezzi messi a
disposizione dal governatore Italo Balbo, nell’anno del venticinquesimo
anniversario della conquista. Il festival fondato dal conquistatore della
Tripolitania premia un film girato sul terreno che aveva conquistato. Questa
non è un’ironia della storia, è un sistema che funziona secondo il proprio
progetto.
Il paesaggio e i corpi
Di fatto il
cinema di quel tempo aveva bisogno di due materiali: un paesaggio e dei corpi.
Il paesaggio lo forniva l’esercito, mentre i corpi erano donne africane,
relegate ai bordi dell’inquadratura. Versano il tè, ballano, reggono qualcosa,
escono di campo senza apparire mai nei titoli. Gli attori italiani hanno nome,
cognome e ordine di apparizione; le donne che si vedono sullo schermo sono,
quando va bene, «indigene». Rappresentato una categoria e mai un’identità.
Nel saggio Venus in Two Acts la studiosa americana Saidiya Hartman
scrive che in casi come questo l’archivio «è una condanna a morte, una tomba,
l’esposizione del corpo violato», e che di quelle vite resta soltanto questo:
«nessuno ricordò il suo nome né annotò le cose che disse». L’ economia di un
archivio mai pronunciato è la contabilità esatta della Mostra. La stessa
istituzione ha fatto incidere il nome di un governatore su un oggetto d’oro e
lo ha consegnato ogni anno per novant’anni, e negli stessi anni non ha
registrato una sola volta il nome delle donne che comparivano nei film che
premiava: dimostrando come si può essere interamente presenti in un’immagine e
non esistere in nessun documento.
Una volta
però il conto è tornato. Nel 1983 la Coppa Volpi per la migliore
interpretazione femminile va a Darling Légitimus, attrice martinicana, per la
parte di Man Tine in Rue Cases-Nègres di Euzhan Palcy: una nonna che si
consuma nella canna da zucchero perché il nipote possa studiare. Il premio di
un governatore coloniale a una donna nera, per un film su che cosa fa il
colonialismo a un bambino.
La metà che non si dice
A rigore del
vero, non è corretto affermare che non se ne sia mai parlato. Nel febbraio del
2020 Paolo Valentino l’ha scritto sul Corriere della Sera, a settembre
dello stesso L’Espresso propone di intitolare il premio a Franca Valeri,
Francesca Melandri e altri esponenti della critica hanno insistito. Il
Giornale rispose paragonando la richiesta ai talebani che fanno saltare i
Buddha di Bamiyan, e osservando che a quel punto tanto varrebbe abbattere anche
gli edifici del Lido. Poi, l’anno dopo, la polemica semplicemente non c’era
più: nel 2021 la coppa andava a Penélope Cruz per Madres paralelas, un
film sulle fosse comuni del franchismo, e nessuno ha notato il cortocircuito.
Quando se ne
parla, oggi, se ne parla per metà. Si dice «il fascista Volpi». Si dicono le
leggi razziali, la tessera, il regime. Il fascismo l’Italia lo sa nominare: ha
un inizio, una fine, un vocabolario, perfino un tono di voce, ma Tripolitania
no. Il colonialismo non è mai stato chiuso dentro un ventennio, non ha una data
di fine che qualcuno abbia festeggiato, e infatti anche chi protesta si ferma
alla prima metà del nome. Nel 2020 ad esempio la Berlinale ha sospeso l’Orso d’argento intitolato ad
Alfred Bauer appena uno studio storico ha stabilito che cosa avesse fatto Bauer
nel cinema nazista. A Venezia non è mai stato sospeso niente, perché non è mai
stato chiesto niente.
C’è un
ultimo dettaglio che chiude il cerchio. Il leone del deserto, il film
che Moustapha Akkad girò nel 1981 su Omar al-Mukhtar, il maestro coranico che
guidò la guerriglia cirenaica contro gli italiani fino alla propria
impiccagione nel 1931, in Italia fu vietato: lesivo dell’onore dell’esercito,
disse Andreotti. È passato una volta sola in televisione, su Sky, l’11 giugno
2009, il giorno dopo l’arrivo di Gheddafi a Roma. Ha avuto proiezioni pubbliche
regolari solo nel settembre 2024, dopo la campagna di una ong. Per più di
quarant’anni l’Italia ha consegnato ogni settembre un premio intitolato a chi
prese Misurata dal mare, e nello stesso periodo ha impedito che si vedesse il
film su chi provò a resistere.
Non si
tratta di ipocrisia; l’ipocrisia richiede la coscienza di quello che si
nasconde, ed è un lavoro molto faticoso. Qui si parla di una soluzione molto più economica,
perché un paese non ha bisogno di mentire sul proprio passato, se riesce a fare
in modo che quel passato venga pronunciato soltanto come un marchio, e non come
il risultato di una politica coloniale.
Misurata
esiste, ha un porto, ha subito un assedio nel 2011, e ha morti recenti e morti
vecchi. Fra qualche giorno qualcuno solleverà quella coppa davanti a duemila
persone, e in diretta, ringrazierà i produttori e dirà quel nome. Otto secondi
per pronunciare il nome di una città dove in questo momento c’è gente che cucina,
che si siede insieme intorno ad una tavola apparecchiata, che apre un negozio,
prega, porta un figlio a scuola. Il minimo che si possa chiedere a una
cinematografia, prima di consegnare un premio, è di sapere che cosa sta
consegnando.
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