tratto da un romanzo di Alberto Capitta, Alberi erranti e naufraghi, (che è piaciuto molto a Goffredo Fofi) il film è un oggetto strano nel cinema italiano.
un film come questo solo Alice Rohrwacher, mi sembra, può farlo, e l'ha fatto, Lazzaro felice.
la storia di Alberi erranti è una storia di potenti arroganti e violenti (il fascismo sarà la loro casa) contro i diversi, Giuliano e il babbo, e di sopraffazione verso Maddalena (Giulia Maenza, già protagonista di Orfeo), e la resistenza al male di Giuliano e Maddalena.
e poi ci sono i bambini e le bambine (che salveranno il mondo).
il film dura tre ore, che non stancano per niente.
il direttore della fotografia del film è Francesco Piras, il regista di Zustissia.
Alberi erranti è un film da non perdere (come pure il libro di Capitta).
buona (realistica e fantastica) visione - Ismaele
da
un’intervista a Salvatore Mereu:
…Un altro elemento ricorrente
nel suo cinema è l’attenzione per l’infanzia e l’adolescenza. Da dove nasce
questa sensibilità?
‘È un interesse che attraversa
molte delle mie scelte narrative. Forse perché l’infanzia e l’adolescenza sono
età che ho già vissuto e che, proprio per questo, sento di avere maggiori
possibilità di raccontare rispetto a una stagione della vita che deve ancora
arrivare’.
In Alberi erranti la
natura non è soltanto un paesaggio, ma sembra proporre un modello alternativo
di società. Piero e Giuliano si prendono cura degli animali feriti, mentre chi
rappresenta il potere economico considera intollerabile la loro esistenza. Più
che tra natura e civiltà, il conflitto sembra essere tra possesso e cura.
Quanto c’è di politico in questa contrapposizione?
‘Credo che il film sia fortemente
politico, pur senza essere ideologico o aderire a una precisa visione di parte.
Affronta una serie di questioni aperte che ci riguardano da vicino.
Una di queste è il mondo che stiamo consegnando alle generazioni future.
Abbiamo ereditato un patrimonio ancora relativamente integro, che non ci
appartiene e del quale dovremmo considerarci soltanto custodi temporanei.
È come una lunghissima staffetta cominciata diecimila o quindicimila anni fa,
della quale qualcuno sembra essersi dimenticato.
Non riguarda soltanto la cannibalizzazione del territorio, ma anche quella
delle nostre vite e del nostro modo di pensare.
Questa dinamica può manifestarsi persino nel microcosmo familiare. Il rapporto
con chi ci mette al mondo e ci indirizza può essere fecondo, ma anche violento,
come accade a Emilio. Sono questioni profondamente umane e, proprio per questo,
politiche. Ritengo che Alberi erranti
porti avanti questa riflessione senza proclami, lasciandola emergere dal
racconto’…
Sardo, proprio come Antonio Cabiddu, Bonifacio Angius, Peter Marcias e diversi altri registi che hanno saputo lasciare un segno importante, nel cinema italiano di queste ultime decadi, Salvatore Mereu si è sempre fatto promotore di un cinema ruvido, urticante sul piano dei contenuti e rigoroso a livello formale. Volendo, sin dal lungometraggio d’esordio Ballo a tre passi, che trionfò alla 60esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Settimana Internazionale della Critica, assicurandogli poi nel 2004 un altro riconoscimento molto ambito come il David di Donatello per il miglior regista esordiente. Ma ricordiamo con estremo favore anche i successivi Sonetàula (2008) e Bellas mariposas (2012)…
…Se in Assandira, Mereu si confrontava con la fine della
tradizione isolana davanti allo sviluppo della modernità, in Alberi erranti
trova spazio per la resistenza attraverso la fiaba e lo spiritualismo. Il
rapporto con la terra, autodistruttivo per il protagonista incarnato da Gavino
Ledda, evolve in una comunione più ampia con il territorio, e l’impossibilità
di lasciare da parte la tradizione diventa recupero del folklore attraverso il
nomadismo. Tutto questo trova sintesi visiva nel simbolo della sedentarietà, la
sedia che Giuliano si porta alle spalle durante la ricerca del padre, e che
lascia per diventare a sua volta la figura genitoriale dei ragazzi sperduti.
Alberi erranti si dimostra un’opera
complessa, ambiziosa, un film fiume che rappresenta un’evoluzione per il
regista e una sfida di partecipazione per il pubblico. Il Nuovo Cinema Sardo,
di cui Mereu è rappresentante, continua a dimostrarsi in grado di utilizzare il
racconto di radici e ferite regionali elevandole ad allegoria universale.
…Il settimo lungometraggio di Salvatore
Mereu ci parla di «tutte le creature costrette a correre e a
nascondersi», per le quali «non
ci sarà mai pace», perché da ogni stazione di serenità si finirà un giorno
con l’essere espulsi, costretti a mettersi nuovamente in cammino: ce lo dice il
film riprendendo le parole del romanzo
di Alberto Capitta a cui è ispirato.
In quelle pagine il cineasta (vincitore alla
Settimana Internazionale della Critica e ai David di Donatello con l’esordio
del 2003 Ballo a tre passi) ha
riconosciuto la “sua” Sardegna,
già raccontata nei precedenti film, ma stavolta come «luogo
dell’anima», che «affonda
direttamente nel mito» e «può essere
palcoscenico del creato».
Sono infatti rarefatte quasi come quelle di
una fiaba le coordinate
spazio-temporali del lungometraggio, ridotte a poli
essenziali quanto universali ed evocativi: il centro abitato, la
campagna-periferia, il mare (nella toccante scena tra Giuliano e Piero al
termine della parte iniziale), la selva, le case che già dicono tanto dei
diversi e contrapposti modi di pensare e vivere dei personaggi...
…La componente arcaica e tradizionalista
si lega al mondo infantile: il film si caratterizza per numerosi personaggi
bambini, intendendo con questo concetto sia i molti attori in età infantile che
la capacità degli adulti di sorprendersi e di gioire per le piccole meraviglie
che la realtà offre. Si tratta dunque dello sguardo carico di meraviglia che
contraddistingue non solo Giuliano, tanto che questo personaggio finisce per
vivere in un mondo fatato composto da una comunità di bambini radicati in un
bosco magico, ma anche di Maddalena, trait d’union fra i mondi contrapposti rappresentati dalle due
famiglie e che, non a caso, al termine del film sceglie il giovane Arca come
compagno…
…Alberi erranti è una favola profondamente toccante che racconta
le difficoltà dell’essere sé stessi all’interno di una società che ci vorrebbe
mansueti, dei bravi soldatini che seguono le regole senza porsi troppe domande.
Il coraggio e la determinazione con la quale Giuliano porta avanti il suo sogno
di vivere in un mondo in cui la diversità non sia motivo di esclusione, ci
tocca nel profondo. Fra speranza e disperazione, Alberi erranti parla di quanti non hanno la possibilità di
mettere radici e sono costretti a vagare per il mondo senza meta nascondendosi
negli angoli oscuri per poter riprendere fiato.
…Sotto
la superficie fiabesca, Alberi Erranti affronta il rapporto tra
le generazioni e il diritto dei figli di scegliere la propria identità. I Nonne
difendono un ordine fondato sull’esclusione, mentre Piero offre a Giuliano un
modello di vita alternativo, vicino alla natura e distante dalle convenzioni.
La scomparsa del padre obbliga il ragazzo a
trasformare ciò che ha imparato in una scelta personale. Il suo viaggio diventa
così un percorso di crescita, nel quale amore e ricerca delle proprie origini
si intrecciano. Anche la comunità di rifugiati rappresenta una possibilità
concreta di appartenenza, al di fuori delle strutture che hanno prodotto
sofferenza.
Il film di Salvatore Mereu trova nella natura il principale veicolo della propria riflessione, alternando suggestioni simboliche e violenza concreta. La sua dimensione poetica accompagna una storia che invita a prendere le distanze dalle aspettative altrui e a riconoscere il valore delle proprie inclinazioni.
Gli alberi del titolo evocano lo sradicamento e la ricerca di una nuova casa: essere erranti significa perdere punti di riferimento, attraversare luoghi ostili e trovare il coraggio di cambiare direzione. Alberi Erranti affida così alla libertà di scegliere il proprio cammino il suo messaggio più significativo, ricordando quanto sia difficile costruire la propria identità in un mondo che teme ciò che è diverso.