lunedì 19 ottobre 2026

Digger - Alejandro González Iñárritu

in un mondo in crisi il petroliere Rockwell cerca di trivellare tutto il trivellabile, in tutto il mondo, senza ostacoli.

chi vede Rockwell avrà la conferma di quanto siamo tutti nelle mani di gente instabile, a essere chiari.

uno dei momenti più forti, tra i tanti, è il discorso in un'arena, di fronte a delle persone arrabbiate, solo che un discorso in difesa è un discorso d'attacco, sembra di sentire Draghi con i suoi condizionatori, o Trump nuovo papa del mondo, o un presidente di una compagnia petrolifera che ricatta la gente, o faccio quello che voglio, o andrete a piedi. 

è il Potere che non vuole limiti, e non li ha, in effetti.

il film non sta avendo molto successo, i produttori perderanno un sacco di soldi, ma chi se ne frega, diranno i miei 25 lettori.

il problema è che la gente va a vedere film innocui, mica film che fanno pensare.*

i critici, la maggior parte, hanno distrutto il film.

non ascoltateli, andate a vedere il film, se non l'hanno ancora tolto dalle sale per qualche film di supereroi.

un film da non perdere, secondo me, grandi attori, grande regista, immagini memorabili, una storia che fa male, è gli ultimi cinque minuti vi lasceranno senza parole.

buona (imprescindibile) visione - Ismaele

 

*mutatis mutandis, ma non troppo, qualche giorno fa in Brasile ha vinto le elezioni abbondantemente, anche negli stati dell'Amazzonia, un gaglioffo che ha come obiettivo la distruzione della foresta pluviale, quella che ancora rimane, e come corollario il genocidio degli indios (un genocidio in più cosa vuoi che sia?), per diventare un grande fornitore di materie prime per il mondo.


 

 

… Tutto in Digger è instabile e indefinito, tutti i mezzi d’espressione si confondono insieme alla realtà, alla finzione e alle scale di grandezza (i diorami sono dei modelli tridimensionali che ricreano una scena in scala ridotta). Dai vari livelli si scivola costantemente e senza soluzione di continuità, anche se il regista tiene magistralmente insieme gli equilibri, in realtà sottili, così come Cruise si mantiene in equilibrio perfetto tra la caricatura e il personaggio del miliardario machiavellico e manipolatore, che dice solo verità parziali, quelle comode per lui, contrariamente allo scienziato che lo sfida e che si sfinisce nel dire sempre la verità, anche etica.

In questa instabilità totale c’è la fotografia metaforica di un capitalismo impazzito, sempre più folle nella sua ubriacatura da vittoria sulla guerra fredda e perciò del tutto incapace di mettersi in discussione, di creare nuovi modelli, facendo così affondare tutti.

Digger è la miglior rappresentazione mai vista del turbocapitalismo portato alla Casa Bianca da Trump e Musk, e venduto alle masse come una liberazione. Perché in verità sono tutti delle turbocaricature.

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…Le ipotesi sul rifiuto del pubblico possono essere diverse.

La prima è il negazionismo climatico. Il film è troppo forte, troppo vero e insieme troppo estremo nel mostrarci un’estinzione che in realtà è già cominciata e che non farà che dipanarsi nel nostro presente.

Le sue immagini di città alluvionate si confondono con quelle che scorrono sempre più spesso sui nostri schermi, dal Nepal a Istanbul in questi giorni.

Forse è troppo per uno spettatore che continua a raccontarsi che l’Apocalisse è un problema di domani e che oggi possiamo continuare a vivere come abbiamo sempre vissuto.

La seconda ipotesi è che l’arte sia diventata un dispositivo troppo complicato per lo spettatore medio, che si aspetta un prodotto industriale con una storia ben scritta, paesaggi dai colori calibrati dall’intelligenza artificiale e attori possibilmente belli secondo gli standard internazionali.

Oggi chiamiamo arte qualsiasi prodotto culturale, da Bridgerton alla Biennale di Venezia. Ma l’arte non è soltanto un prodotto culturale: è un’esperienza profonda di catarsi, come insegnava Aristotele.

Con strane acrobazie, l’artista riesce a farci vivere o rivivere l’emozione intensa di un’esperienza, nostra o dell’umanità intera. E non c’è un percorso lineare né una ricetta per questa magia: può essere un gatto al centro della scena, un frigorifero vuoto, una battuta indimenticabile come «Tutto cambia, sai? Un giorno sei un gatto. O un re. Il giorno dopo sei solo cenere in una scatola», oppure «Madre natura adora vincere».

L’arte non deve necessariamente rappresentare o raccontare, non è né bella né brutta: fa accadere qualcosa in noi, per cui dopo aver visto, ascoltato o letto un’opera non saremo più quelli di prima.

Il fallimento di Digger è, romanticamente, parte della sua straordinaria bellezza e della sua forza…

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…Se la parte tecnica è decisamente promossa anche la storia non è da meno. Il tutto è una satira sociopolitica bella sfogata e praticamente senza freni con battute taglienti, situazioni veramente grottesche, umoriste e al limite del surreale. I personaggi sono belli caricati, eccessivi e con toni esacerbati e urlati. Una critica feroce al sistema politico ed economico americano, corrotto, subdolo, reazionario, con priorità distorte dove pensa più al guadagno e al profitto a discapito dell’ambiente e ai disastri che può potenzialmente causare. Molto interessante è anche la grossa ipocrisia delle varie nazioni che denunciano le calamità climatiche e i modus operandi, ma alla fine fanno uso e godono dei benesseri offerti dagli USA come il petrolio e l’energia dove appunto Digger rinfaccia a tutti i capi di stato. Non a caso ci sono varie frecciatine a Digger come classico stereotipo dell’uomo d’affari fatto e finito e a Compson quasi paragonabile a Donald Trump nelle sue uscite fuori di testa.

Ma se tutto questo sembrerebbe troppo arriva in diverse riprese un’importante componente metanarrativa che giustifica, contestualizza e discute il racconto stesso e portando il film in una dimensione diversa, in un contesto diverso e in un genere diverso e si riflette sulle conseguenze delle scelte e delle decisioni prese dalle generazioni passate. Un mondo che diventa un palcoscenico o magari anche il contrario, forse non proprio del tutto roseo, ma comunque con diverse speranze per l’umanità che riponiamo nelle generazioni future perché tutto vada per il bene. Meglio non dire troppo per non rovinare la sorpresa…

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…il film risulta schematico e banale: l'America è ancora una volta una terra di eccessi e di ignoranza ma vitale, mentre l'Europa è un luogo spoglio di energia. Tanto si vuole far apparire controversa e illuminante la figura di Digger, che per contrasto la si circonda di oscuri funzionari senza personalità - e di presidente matto interpretato da John Goodman che crede di essere causa dei mali della Nazione per via dei mali del suo corpo, come fosse un Re menomato del leggendario ciclo arturiano, il "Re pescatore". La vera controparte di Digger, quasi il suo "antagonista", non è infatti un politico, bensì un uomo di scienza che, secondo una retorica più à la page è di colore e di origine indiana - però, si badi, sempre con cittadinanza americana.

In un film con queste ambizioni, tali semplificazioni sono controproducenti inoltre, nel cercare l'attualità a tutti i costi, manca l'altra vera superpotenza dei nostri tempi, ossia la Cina. Più in generale il tentativo di realizzare un nuovo Dottor Stranamore si schianta sugli artifici di Iñarritu, che cerca una finzione più vera del vero, che si muove tra diversi livelli di messa in scena e che in fondo non sembra credere, lui per primo, alla forza della sua satira, tanto da doverla rivestire di giochi di prestigio. Il regista rifiuta la definizione di autore pretenzioso, ritiene che la definizione gli venga attribuita con facilità perché messicano e sia quindi un'etichetta razzista, ma in Digger fa davvero tutto il possibile per meritarsi questo appellativo ancora una volta.

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…Grottesche gallerie di personaggi, il potere in mano ad una banda di vecchi sciacalli, affetti felini, allucinazioni messianiche, sublimazioni nucleari e militari, il sogno di ogni presidente americano guerrafondaio (bombardare, bombardare, bombardare), fosse anche l’avanzare inarrestabile di un iceberg gigantesco, Iñarritu vuole stupirci attraverso le sue immagini, smantellando e ricomponendo la sua stessa opera, dirigendola e criticandola, il cataclisma ambientale è solo lo sfondo mobile di un film che gira intorno al grande divo hollywoodiano e così ammirandone la performance ci si dimentica subito dopo della morte delle migliaia di persone che il suo personaggio che ha provocato.

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…Lo scrivo sempre e da sempre: il cinema ormai vale solo come evento, che sia il viaggio di Ulisse o il reportage su Gaza. L’investimento mentale deve giustificare la visione in sala (fateci caso, oggi non è nemmeno più una questione di soldi: per un po’ di anni il cinema è diventato, nella percezione collettiva, un luogo carissimo; ora le nemiche del portafogli sono le troppe piattaforme). Ogni tre-quattro mesi, una coppia di amici con figli piccoli mi pone la domanda che più mi terrorizza: «Ci consigli un film da vedere al cinema? Ma dev’essere bello, eh!», e io mi sento più responsabilizzato che se dovessi consigliare uno specialista in emorroidi a uno che non riesce a sedersi da mesi (chiedo scusa, è solo un tributo al parimenti grandioso John Goodman di Digger). Non esiste più il-cinema-per-il-cinema, il film che magari non ti piace, il Digger che ti fa girare i coglioni (sareste comunque dalla parte sbagliata, ma Digger può essere un film che fa girare i coglioni, e lo capirei più della scelta di non andare a vederlo per partito preso).

E qui sta la radicalizzazione: nell’aver smesso di scegliere in cambio di un cinema (o quel che ne resta) che deve solo coccolarci, rassicurarci, farci desiderare di essere come tutti, come diceva un altro libro. E se quei tutti hanno deciso che il tal film non lo guarderanno, allora non lo faremo neanche noi, e quel film sarà bruttissimo. Correte al cinema, fregatevene delle stroncature, delle pernacchie a Tom Cruise, del box office, e soprattutto mollate quel telefono…

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…Iñárritu,commentando la ricezione del film, ha detto di preferire una reazione violenta all'indifferenza e ha ammesso tranquillamente che Digger «is not perfect», spiegando che quello che gli interessa è aprire una conversazione; da quel punto di vista è difficile sostenere che abbia fallito, perché si è parlato tantissimo del suo film, anche se magari meno persone del previsto hanno deciso di pagare per vederlo.

È forse qui che torno alla sensazione da cui ero partito, quella per cui nel cinema contemporaneo la recensione riesce sempre più spesso a diventare un pezzo dello spettacolo, perché Digger è contemporaneamente un film, un flop, una discussione sul perché sia un flop, una battaglia tra chi pensa che la critica non l'abbia capito e chi pensa che il problema sia esattamente l'opposto, e infine una campagna pubblicitaria costruita sulla battaglia stessa. Quasi tutto ciò che accade dopo i titoli di coda sembra aggiungere un ulteriore livello a un film che, mentre lo guardavo, trovavo invece spesso troppo impegnato a giustificarsi.

Che poi è la contraddizione per cui continuo a pensare di aver visto un qualcosa di valore: per buona parte di Digger avrei voluto che Iñárritu si fidasse un po' di più di quello che aveva già messo davanti ai miei occhi, senza fermarsi continuamente a spiegarmi che sapeva benissimo cosa stava facendo; da quando è finito, invece, è il mondo esterno che continua ad aggiungere livelli e spiegazioni, rendendo molto difficile, alla fine, liquidare il film come “merda” o “capolavoro”.

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…Allora ecco che il cinema – ancora una volta “mascherato” da teatro, come in Birdman – diviene l’ultimo sguardo possibile – basito e instupidito quanto si vuole – sull’irresistibile discesa di un uomo, e con lui di tutta l’umanità: i piedi già a mollo nell’Averno, ma gli occhi sono inchiodati sulla faccia del colpevole, che si offre a loro in un inedito momento di spudorata sincerità. Ma si tratta, ancora una volta, di un depistaggio, di uno spettacolo, in cui la verità è usata come strategia e fumo negli occhi (colpevole o capro espiatorio per il beneplacito di tutti?). In cui Digger, formidabile entertainer prima ancora che spregiudicato magnate (come il nostro Silvio Berlusconi, che qualcuno ancora si azzarda a rimpiangere), compie il suo ultimo incantamento, la sua definitiva ipnosi di massa. E con lui, l’uomo dietro la macchina da presa… Digger non fa che riconfermare il limite del cinema di Iñárritu (che è anche, se si vuole, il suo fascino), ovverola contemplazione rapita e compiaciuta di una performance über alles, un restare ipnotizzati dall’orchestra del Titanic mentre il transatlantico affonda. Il narcisismo di chi se ne sta lì a comporre l’epigramma più mordace e irriverente mentre tutto intorno a lui le luci si spengono.

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…Quando poi Iñárritu apre uno squarcio metalinguistico sul racconto e scopriamo di aver assistito a una semplice messinscena teatrale (intitolata "Fossil Fools") della crisi geopolitica avvenuta qualche anno prima, la sceneggiatura non introduce un radicale cambio di registro, perché il dietro le quinte mantiene lo stesso tono farsesco dello spettacolo; gli interpreti, la crew e il pubblico in sala sembrano inoltre apprezzare senza grandi riserve questa rappresentazione così posticcia del dramma, per la quale ridono e s’indignano.

Hanno bisogno di una catarsi per superare il proprio trauma e continuare a vivere in una società dove non è cambiato nulla, in cui i responsabili della strage sono anche i finanziatori di uno spettacolo che li ridicolizza soltanto per autoassolversi. Iñárritu prende di mira, infatti, la totale inoffensività della satira moderna, complice dei potenti, colpevole di anestetizzare l'audience alle ingiustizie, incapace di smascherare veramente i responsabili…

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…Il film, a un certo punto, smette di permetterci di attribuire tutta la colpa ai potenti. Guardiamo Rockwell e possiamo sentirci dalla parte giusta: lui è il petroliere cattivo che ha distrutto il pianeta. Poi Digger si presenta davanti all’assemblea europea e le restituisce l’accusa. Voi condannate il petrolio, ma volete guidare automobili, prendere aerei, ricevere merci dall’altra parte del mondo, riscaldare e raffreddare le vostre case, consumare energia in continuazione. Io vendo ciò che volete comprare. Rockwell ha in parte ragione e usa quella parte di verità per assolversi.

È questo, per me, uno dei punti più forti del film. Il sistema dei combustibili fossili non è soltanto il prodotto dell’avidità delle compagnie petrolifere. È un contratto fra produzione e consumo, fra chi offre e chi domanda, fra chi ricava enormi profitti e chi considera ormai irrinunciabile il modo di vivere che quei combustibili rendono possibile. Il contratto è asimmetrico, ma questo non elimina la partecipazione di entrambe le parti. È molto più rassicurante pensare che esistano dei cattivi che ci hanno imposto tutto questo. Iñárritu non ci concede questa consolazione. E poi ci mostra i fili…

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…Visivamente dirompente, satira irruente che rimbalza continuamente tra teatro e realtà, audace messa in scena e farsa, l’ultima opera di Alejandro G. Iñárritu è un grido di rabbia, paura e dolore di fronte al cinismo imperante a cui siamo sempre più assuefatti. In un meccanismo di sottile vendetta e catarsi che la rappresentazione (teatrale e cinematografica) da sempre offre al pubblico pagante.

E nel riprodurre e rievocare i volti grotteschi di questo incedere (dis)umano, Digger offre uno strumento meta narrativo per partecipare in prima persona, e forse esorcizzare quel dolore che ci attraversa quali abitanti di questo mondo, tra le mura della sala. Perché poi, una volta fuori, il malessere lavora come lento depositarsi di quei sentimenti di cui il film si fa roboante manifesto satirico.

Costringendoci a essere parte integrante di un meccanismo ambizioso e malato, terribile spettacolo a cui stiamo inesorabilmente prendendo parte. E sotto la patina di divertimento che l’opera offre a mezzo satira, scorre poi potente il flusso di una realtà con cui, invero, abbiamo il terrore di fare i conti. Folle, rocambolesca, impetuosa e divisiva proprio come questo film. Una catastrofe umana irreversibile in cui il cinema continua a vivere.

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