un padre e una figlia fanno un viaggio, vivono in Usa, vanno ìn Germania
i viaggiatori sono lo scrittore Thomas Mann e la figlia Erica, in una Germania distrutta e occupata, dagli eserciti dell'Unione Sovietica e degli Usa.
l'occasione del viaggio è la consegna di un premio intitolato a Goethe, anzi due, nelle due Germanie.
Thomas Mann pronuncia dei discorsi che vogliono far dimenticare la merda del nazismo e cercare di restituire la nobiltà della Germania attraverso la lode dei propri antichi pensatori.
il viaggio, di pochi giorni, è un'avventura, quei giorni vengono turbati dal suicidio di Klaus Mann, figlio di Thomas, che non lo ha amato troppo, e fratello di Erika, che gli vuole un bene dell'anima.
il film, in bianco e nero, è un piccolo e profondo film, con due interpreti straordinari, Hanss Zischler e Sandra Hüller, e la magia della musica di Bach.
non è un capolavoro, ma è un film che merita.
buona (tedesca) visione - Ismaele
…Fatherland riesce così nel difficilissimo compito di
raccontarci Mann come essere umano e Mann come continuatore della cultura
germanica ed europea, dunque come propagatore dell’utopia del pensiero perché
solo a questo possiamo tornare e a niente altro. E allora Goethe, canto del
gallo del futuro romanticismo, deve essere guardato con altri e molteplici
occhi, così come il romanticismo stesso e ogni elevazione che l’arte e la
filosofia portano con sé. La “patria”, il “paese d’origine”, non è un confine,
ma un riconoscimento sentimentale e riflessivo; la verità non è mai nella
propaganda ed è sempre dialettica. E le radici europee dovrebbero essere
ritrovate, come nel commovente finale di questo semplicissimo e magnifico film,
nella grandezza metafisica di Bach, che morto nel 1750 neppure sapeva cosa
fosse la Germania. O nella magnificenza del dubbio di Goethe e nel suo genio
naturalistico, nella costante messa in gioco della nostra stessa identità,
parola ridicola quanto sterile. Bisogna mirare all’utopia e all’irraggiungibile
e non per portarlo sulla terra sistematizzandolo, ma come monito costante per
l’intelligenza umana, come tensione permanente. Non parla del 1949,
Pawlikowski, parla di noi europei oggi, stritolati dal dover gridare da che
parte stiamo, istericamente chiamati a prendere posizione nella tragica e
ignobile commedia di una ripetitiva propaganda, per lo più ignavi, incapaci di
arrivare alla radicalità, talmente stupidi da non meritare più neppure di essere
nichilisti. Il bianco e nero del regista questa volta non è calligrafico e
riveste l’impressione di una fantasmagoria sull’Europa, qui ritratta davvero
dall’inizio della Cold War. Mentre il dolore di Erika esplode, quello di Thomas Mann è
trattenuto dalla responsabilità morale e sociale che ricopre, e solo di fronte
a una meravigliosa cantata di Bach si scioglie parzialmente. E Klaus decide che
non si può vivere in quello spazio/tempo. In questa triangolazione tra una
donna fortissima, un padre che è umano e immortale in vita e un figlio perduto
nella delusione del campo politico/sociale, si snoda in Fatherland la ricerca di un approdo, obiettivo che passa soltanto dalla
comprensione piena delle radici culturali che ci abitano e della nostra
posizione di “eredi”. La responsabilità del nostro futuro europeo sembra già
lì, nel 1949 raccontato da Pawlikowski. Non strumentalizzare, non propagandare,
non semplificare: bisognerebbe, umanisticamente, pensare.
…Accanto a un Hanss Zischler perfettamente calato
nella parte dello scrittore che esplora una nazione ormai quasi sconosciuta,
troviamo una Sandra Hüller come sempre all'altezza dei ruoli che le vengono
affidati. Qui è una figlia tristemente consapevole della frattura che si è creata
tra il fratello e il padre ma anche pronta a reagire di fronte ad un ex coniuge
compromesso con il potere ed ora impegnato a far dimenticare il proprio recente
passato. Il passaggio oltre il confine tra le due Germanie mostra quanto sia
profondo il divario che si è creato in una terra in cui la cultura che Mann
promuove necessita di una sostanziale rifondazione. Resta solo l'ascolto di un
brano immortale, in una sequenza che può muovere alla commozione, che può far
sperare in una rinascita. Nonostante tutto.
Se, come disse senza provocazione Godard, è impossibile
fare grandi film da grandi libri, forse lo stesso è vero se si parla di grandi
scrittori. E infatti anche per Pawlikowski al centro di “Fatherland” non può
esserci (solo) Thomas Mann (Hanns Zischler). Innanzitutto c’è la figlia Erika
(Sandra Hüller), che lo accompagna nel suo ultimo viaggio in Germania, tra le
macerie del 1949, e poi una serie di presenze fantasmatiche: il figlio Klaus
(August Diehls), Goethe, Bach e in generale qualcosa che per impeto idealistico
si potrebbe descrivere come “spirito della Germania”. Lo scrittore non può
essere al centro perché appartiene a un altro tempo, è come un vecchio saggio
rimosso dal mondo, consapevolmente inadatto a prendervi parte per qualcosa di
nuovo…
…Sullo sfondo di una tragedia che resta
quindi fresca nella memoria, quanto concreta nelle macerie civili e umane che
ha lasciato dietro di sé, si snoda la vicenda familiare dei due protagonisti:
da una parte l’apparente freddezza del personaggio dello scrittore – col suo
disprezzo ostentato per la figura del figlio (forse) suicida (“un
tossicodipendente, un debole sempre in cerca di attenzioni”) – contrapposta
dall’altra parte alla figura di una non più giovane figlia in cerca di una
ricomposizione familiare forse anch’essa fuori tempo massimo, ma non per questo
meno degna di essere perseguita. Il tutto, com’è consueto per il cinema di
Pawel Pawlikowski, senza toni enfatici o sottolineature di marca melò, ma
puntando al contrario sullo scarto, sulla deviazione e la riscoperta della
dimensione intima e privata, di un affetto da recuperare e coltivare
silenziosamente; come in quell’allontanamento di Erika in mezzo ai boschi,
proprio mentre il padre sta tenendo il suo discorso davanti a una folla di
burocrati e artisti collusi col nuovo potere, non meno meschini di quelli che
ha appena lasciato a Francoforte. Un allontanamento in qualche modo
propedeutico agli sviluppi della storia di Fatherland, che accompagnano i due personaggi verso la fine
del viaggio, e soprattutto verso una conclusione altrettanto intima, in cui la
dimensione melodrammatica può finalmente liberarsi, non senza una componente
simbolica – ivi compreso il suo elemento musicale – che riesce a risultare
autenticamente toccante.
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