"Cominciai a tenere che quel delinquente fosse un uomo onesto"
questa battuta, quando Sasà Scimoni (Alberto Sordi) prova a corrompere un dirigente pubblico, è davvero straordinaria.
il film racconta la storia di un trasformista, fascista, socialista, comunista, democristiano, Sasà è un uomo buono per tutte le stagioni, si arrangia, e Alberto Sordi è immenso, come quasi sempre.
un film da non perdere, promesso.
buona (attuale) visione - Ismaele
QUI o QUI si può vedere il film completo
Rappresenta l'ultima parte di una trilogia ideata e
sceneggiata da Vitaliano
Brancati, i cui altri due titoli sono Anni difficili
(1948) e Anni facili
(1953).[1]
È stato poi selezionato
tra i 100 film italiani da salvare.[2]…
…Sasà
è un voltagabbana: prima conservatore e monarchico, poi socialista pacifista.
Interventista ma pusillanime ricorre a tutti i trucchetti per non finire
sull'Isonzo mentre rincorre tutte le donne di Catania con un adeguato
guardaroba e sufficiente lignaggio da garantirgli una vita di comodi. Sposa una
ragazza tanto ricca quanto ingenua, diventa fascista per poi imparare il
ritornello di "Bandiera rossa" quando le cose girano nel verso
sbagliato. A fine guerra abbraccia il partito in voga nato dalle ceneri dei
popolari di Don Sturzo ed infine si riscopre imbonitore indipendente di folle,
trentacinque anni prima della conclusione della prima repubblica quando dai
cocci degli storici partiti che firmarono la costituzione nacquero i mille
partiti di oggi ritagliati sull'effige del loro leader. Infine, nonostante la
fedina penale sporca Stimoli imbrocca la giusta strada verso un impero
economico che inizia con un accento tedesco discutibile e con tanta faccia
tosta. L'intrico tra politica e novella imprenditoria, su cui Zampa e Brancati
si soffermano nel finale, è un apoteosi di cinismo e di lucida profezia di un
paese destinato a rimanere sempre uguale a se stesso. Con questo film, terzo di
una ideale trilogia Zampa/Brancati, terminò la collaborazione tre i due
artisti. Brancati morì pochi giorni prima dell'uscita in sala del film. Sasà
Scimoni gli sopravvisse rigenerandosi continuamente negli uomini politici di
oggi che si riciclano, disinvolti, passando da uno scranno all'altro, ben
attenti a rimanere a galla con la testa e di muovere il pantano sotto il pelo
dell'acqua al fine di nascondere nella putredine tutti quei vizi che la fine
del fascismo non riuscì certo a mitigare, ripresentantisi, anzi, più forti che
mai nell'Italia del dopoguerra.
Per quel che ne so, è il miglior film sul TRASFORMISMO, ovvero su uno
dei più importanti tratti dell’Italia, e uno dei suoi peggiori mali.
Nell’Italia unificata da oltre un secolo e mezzo, tale
attitudine è rimasta tra quelle caratteristiche: verrebbe da dire, purtroppo,
tra le pochissime che si possano dire fondanti dell’italianità così come
l’abbiamo vista.
Sordi è perfetto, Zampa e la sceneggiatura pure. Per fare
carriera, l’italiano medio si sente in dovere di poter essere sempre libero di:
ingannare il prossimo; tradire sempre le parole, le intenzioni e i valori che
precedentemente aveva pronunciato come irrinunciabili. Con questa reale e
robustissima, anche se ben mascherata (spesso solo apparentemente ben
mascherata!), tendenza a dire il falso, e a dire e fare il contrario di ciò che
ha detto prima, si è formata la classe dirigente italiana. Le eccezioni, in
senso positivo, sono state pochissime, ed hanno pagato in modo amaro, e
immediatamente, la loro conversione (o la loro vicinanza mai smentita) alla
serietà, all’autenticità, al riconoscimento del merito.
Il personaggio di Sordi è amante, e sempre inguaribilmente
servo, ora dei nobili e ora dei democratici, ora dei fascisti e ora dei
comunisti: per restare ricco, come è stato, non gli è mai mancata l’inventiva,
che in tale veste è una delle peggiori accezioni (se slegata dai valori morali,
come è nel film e purtroppo nell’Italia unita) dell’intelligenza che in Italia
però è stata fatta passare come vincente stile educativo (benché in realtà tra
i più diseducativi).
…Il
suo Sasà Scimoni è l'italiano per eccellenza, il furbetto con la "faccia
come il culo", pronto a dire tutto e il contrario di tutto per i propri
interessi: è socialista, spera nell'inizio della guerra ma poi si scopre
contrario alla violenza (ovviamente per evitare di combattere in prima persona
in guerra), poi si riscopre fascista (per evitare da vigliacco un duello con la
sciabola) e poi comunista, diventa affarista e produce un film religioso, poi
fonda un proprio partito (al suon di "questi polsi che hanno conosciuto il
freddo acciaio delle manette": meraviglioso!) con una coerenza del tutto
inesistente ma perfetta per il personaggio. Sarebbe bello considerare
"incredibili" i voltafaccia di Albertone in questo film, ma purtroppo
per i tanti personaggi visti nella storia italiana ma anche e soprattutto
nell'attualità qui di incredibile non c'è nulla.
Anzi, L'arte di arrangiarsi diventa un reperto eccellente per
un genere ormai del tutto estinto nello spettacolo italiano: questa è satira
vera, cosa che purtroppo non si vede più da nessuna parte o quasi (per un
popolo rimbambito da decenni di Mediaset e berlusconismo mediatico che adesso
pensa che la satira sia quella di "Striscia la notizia"... No comment).
Un film da ripescare e rivedere assolutamente.
Può esserci il difetto di una messa in scena un po'
didascalica, che poteva essere più fluida per certi versi, ma è impossibile non
apprezzare un film del genere, capace di far sorridere amaramente e pensare
tanto.
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