alla sceneggiatura Emmanuel Carrère, che aveva scritto la storia da cui nasce il film.
una storia semplice, un ragazzino adottato cresce con ricordo della madre naturale, ci pensa sempre.
nella famiglia adottiva è amato, non gli manca niente, solo capire perchè la madre non l'ha voluto.
questa ricerca, questa tensione è lo scheletro del film.
Vincent (Vincent Rottiers lo interpreta benissimo) riesce poi a trovare la mamma, ma lui è rimasto il bambino di quattro anni che non ha mai capito perché.
un film che convince, promesso.
buona (adottiva) visione - Ismaele
Vincent ha 12 anni ed è consapevole di essere stato
adottato all'età di 4 insieme al fratellino di due anni più giovane. Vorrebbe
però sapere se la madre naturale era bella e inizia a ribellarsi ai genitori
adottivi soprattutto dopo che a scuola un compagno ha diffuso la notizia del
suo status. Lo ritroveremo a vent'anni quando, dopo aver creato più di un
dispiacere soprattutto al padre adottivo, si mette alla ricerca della sua vera
madre. Vuole capire perché lo ha abbandonato, vuole rendersi conto se per lei è
stato davvero un peso di cui liberarsi. Coppia decisamente interessante quella formato dai Miller
padre e figlio. I due si uniscono per narrare senza concessioni a falsi
buonismi la storia del bisogno di un ragazzo di ritrovare le proprie radici
anche a costo di mettersi contro a chi gli ha dato tutto ciò che poteva, sia
sul piano dell'affetto che su quello materiale. C'è una scena, nella parte iniziale del film che si può
considerare quasi simbolica: Vincent e il padre si tuffano in acqua e il
ragazzino, dotato di tavoletta, fila via più veloce lasciando il padre indietro
immerso non solo nell'acqua ma anche nella disperazione del non vederlo più. È una condizione umana condivisa da molti figli adottivi
quella di Vincent. Il bisogno di sapere prevale sulla consapevolezza del fatto
che, quasi ineluttabilmente, si soffrirà e si farà soffrire. I due Miller seguono il loro protagonista con lo sguardo
partecipe di chi sa che l'orlo dell'abisso è prossimo ma con la consapevolezza
che non può essere altrimenti. Vincent non può non cercare una risposta. Costi
quel che costi.
…La
trama, ispirata a una vicenda di cronaca reale, realizza pienamente le
intenzioni dei suoi due registi ai quali spetta una lode per la sapiente scelta
di attori, abili nell’interpretare dei ruoli non semplici con una straordinaria
capacità espressiva. Molto bravo il protagonista Vincent Rottiers che appare,
con i suoi sguardi in primo piano e con la sua sublime recitazione,
perfettamente calato nel ruolo, risultando istintivo e privo di qualunque
artificio, grazie anche a un montaggio che mette bene in mostra il livello
emotivo inconscio del suo personaggio.
Una pellicola che colpisce per
la sua bellezza estetica e per le implicazioni profondamente umane che Claude e
Nathan Miller hanno saputo esprimere con grande maestria. Lo scroscio
d’applausi che questa prima proiezione ha raccolto sembra essere la prova di un
alto gradimento anche da parte del pubblico presente qui a Venezia.
…L’obsession et la rage se côtoient
au cœur de ce personnage paumé qui ne trouvera paradoxalement que de la
déception chez celle qu’il considère comme la plus belle des mamans. Alors que
les flashback qui construisent le récit, mélangent les scènes de sa jeune
enfance et de son adolescence aux moments présents de sa vie d’adulte, la
tension, plus que palpable, monte d’un cran, voire deux. Thomas, instable,
incapable de contrôler sa révolte, va jusqu’à involontairement conduire son
père adoptif dans une maison de repos. Sur le borderline, son rapprochement
vers sa vraie mère, une femme simple et immature, qui, quinze ans après, vit toujours
dans le même état de pauvreté intellectuelle, le conduit vers davantage de
tempêtes intérieures. Portrait radical d’une société de misère, en proie
aux cassures et déséquilibres mentaux, Je suis heureux que ma mère soit vivante sonde l’enfance et le déterminisme
psychologique qui résulte de situations intolérables pour les mineurs. La
séparation au moment le plus formateur dans la construction du garçon, devient
ici générateur de crise jusqu’à l’acte désespéré de violence qui plane sur le
métrage – le drame sanglant qui réparera le passé, tout en permettant à Thomas
de fuir le présent…
Janine, ragazza di 16 anni, vive di piccoli furti. Abbandonata
dalla madre sta con due zii quando viene scoperta va via di casa. Conosce prima
Michel, 40enne erudito che le fa conoscere la letteratura e la musica, poi
Raoul, adolescente e ribelle come lei. Assieme iniziano a compiere furti,
sembrano felici ma la polizia indaga... Commedia ben diretta, ambientata negli
anni 60 e ben recitata da tutti gli interpreti. Menzione speciale per la sempre
brava Charlotte Gainsbourg e per Simon de la Brosse.
Abbandonata dalla madre nubile Janine (Charlotte Gainsbourg )
va a vivere con gli zii con un rapporto conflittuale che la portano a
incrociare precocemente il mondo degli adulti per cercare un affetto lacunoso, quindi
si butta via compiendo furti in ogni occasione. Il regista Claude Miller dirige
da una sceneggiatura di Truffaut questa storia anni sessanta. La Gainsbourg e'
semplicemente perfetta a impersonare i panni di una ragazzina sola e piena di
vita in perenne contrasto con persone piu' anziane di lei che le provocano
continui disagi ,con storie di letto e denunce che la portano alla fine in
istituti riformatori. A chi e' piaciuto i 400 COLPI del maestro Truffaut puo'
andare a colpo sicuro,basta sostituire Antoine Doinel con la Gainsbourg e il
gioco e' fatto...cambia sesso ...ma viaggiano sullo stesso parallelo. Inutile
dire che per me e' consigliatissimo....poi mi fate sapere. Se il buongiorno si
vede dal mattino la Gainsbourg prometteva gia' bene....e poi si e' visto !!
Isabelle Adjani (la dolce assassina) e Michel Serrault (l'investigatore privato) sono strepitosi in questo film.
l'investigatore Beauvoir, che aveva perso la figlia, mai conosciuta, quando era bambina, le resta solo una foto di classe, ma non sa qual è la figlia, tutte potrebbero esserlo.
la dolce assassina potrebbe avere l'età della figlia, lui la protegge dall'inizio, quando scopre il primo omicidio, l'investigatore Beauvoir è bravissimo a seguire sempre la ragazza, in tutti i suoi omicidi e travestimenti, e sorprendentemente fa il tifo per lei.
cosa fa la potenza dell'amore, verso una bambina mai conosciuta, che avrebbe potuto essere qualunque cosa nella vita, e in un inedito transfert la dolce assassina potrebbere essere sua figlia.
gran film, da non perdere, una sorpresa bellissima.
…Mortelle Randonnée sfida ogni casistica legata al genere di
riferimento, cercando sin dalle prime battute una strada propria, originale,
imprevedibile; lo capiamo quando nella scena iniziale l'investigatore Beauvoir,
soprannominato “l'occhio”, discorre al telefono con una donna misteriosa, per
poi chiudere la conversazione e perdersi nei ricordi, guardando una vecchia
foto che ritrae sua figlia Marie, mai conosciuta. Struggendosi nella nostalgia
e nella solitudine l'uomo parla a voce alta, rivolgendosi a se stesso e di conseguenza
a noi spettatori, dando vita a un bizzarro meccanismo empatico che sarà poi
perpetrato per tutto il resto della pellicola…
In
un certo senso sono due solitudini che si rincorrono. Il noir è solo un manto
di nebbia onnipresente che devia il cammino; solo attraversandolo si potrà
svelarne la direzione, dapprima oscura. Una vicenda ben più intimista, fatta di
fantasmi interiori, piloti della mente e delle azioni, con i suoi vuoti da
colmare. Serrault è ammirevole nel suo tenero paternalismo, non immune da una
notevole dose di ironia; altrettanto meritoria è la algida Adjani: misteriosa,
letale e bellissima.
Storia di un'ossessione costruita con le cadenze
del thriller e i personaggi del noir, dalla giovane e letale femme fatale della
Adjani al detective di mezza età compassato ed appunto pieno di fisime di un
grande Serrault. L'azione si sposta continuamente in location diverse eppure le
due figure rimangono al centro di un racconto unidirezionale che abbandona
presto la sua connotazione poliziesca per farsi intimo, non nella sua accezione
più assoluta ma in un'altra più idealizzata, non corrisposta: un rapporto da
figlia - padre dove ai passi scapestrati della prima ( irrefrenabile nei suoi
delitti in serie ) seguono sempre quelli comprensivi del secondo ( lui
trasgredisce palesemente i suoi doveri pur di proteggerla proprio perchè crede
di ritrovare in lei quella figlia che non ha mai potuto conoscere ). Un piccolo
- grande film poco conosciuto che varrebbe la pena di riscoprire e di ammirare
nella sua costruzione minimalista, nel disegno semplice ed allo stesso profondo
di due solitudini che si confrontano, nella ricercatezza di un'ironia di fondo
che poi è quella della vita. Visto in lingua originale sottotitolato, non so se
ne esiste una versione italiana.
…Un film dont chaque minute, chaque plan est hanté par
la douleur de la perte, par la solitude : c'est vraiment la sensation que
cette Mortelle randonnée distille. Quant on évoque la série noire ou le film noir, ce noir
se réfère à des histoires sombres, des crimes sordides, un environnement
anxiogène ou délétère. Ici la noirceur ne se trouve pas dans les crimes commis
par Catherine ou dans les ambiances grisâtres des banlieues pavillonnaires, des
hôtels ou des stations balnéaires vides dans lesquels elle nous entraîne à sa
suite. Cette noirceur, c'est celle de ces âmes damnées qui peuplent le film.
Ici, on a des idées noires, on broie du noir, on tente de fuir l'abîme, on y
plonge. Sans ses répliques savoureuses, ses quelques passages véritablement
comiques et ses seconds rôles hauts en couleur (Guy Marchand, Stéphane Audran,
Geneviève Page, Sami Frey, Macha Méril, Patrick Bouchitey, Jean-Claude
Brialy...), Mortelle randonnée serait un film
dépressif quasi insupportable. Mais Audiard a le goût du public, il sait
trouver le bon équilibre et s'il signe ici un film très radical, une œuvre en
forme d'exorcisme, il ne lâche pas la main de son spectateur, il ne l'abandonne
pas à la nuit. C'est triste, c'est sombre, mais jamais complètement
désespérant…
Claude Miller retrouve avec ce drame policier
flamboyant une grande partie de l’équipe de Garde à vue (1981),
à commencer par le prodigieux Michel Serrault et le dialoguiste Michel
Audiard : ce dernier sans renoncer à ses mots d’auteur et son humour
pince-sans-rire s’adapte avec brio à un univers éloigné du cinéma (Lautner,
Grangier) auquel on l’avait jusqu’alors associé. Après le huis clos mettant en
scène un policier et un notaire dans un commissariat de province, Miller opte
ici pour une multiplicité des décors et des villes (Bruxelles, Rome,
Biarritz...), donnant au récit une atmosphère de vertige narratif qui n’est pas
pour rien dans la fascination qu’exerce cette randonnée mortelle. L’adaptation
d’un roman policier américain de Marc Behm suit ainsi les mêmes modifications
géographiques que celles opérées par François Truffaut dans La mariée était en noir ou Bertrand Tavernier transplantant une histoire
policière de Jim Thompson dans le cadre de l’Afrique coloniale pour Coup de torchon. Mortelle randonnée est
en fait bien plus qu’une perle du film noir : c’est un portrait de la
douleur intériorisée et de la folie ordinaire. Les fêlures des deux personnages
font écho au comportement maladif de Patrick Dewaere dans La meilleure façon de marcher (1976). La souffrance et la
détermination du détective endeuillé et de la criminelle orpheline annoncent
l’obstination de Charlotte Gainsbourg dans L’effrontée (1985)
ou de Vincent Rottiers dans Je suis heureux que ma mère soit vivante (2009), ce dernier film bouclant
la boucle des problèmes de filiation récurrents dans l’œuvre de Miller…
una ladra di bambini, suo malgrado, (altro che Putin), è la protagonista (Sandrine Kiberlain) del film.
quando muore il figlio Betty riceve l'invadente visita della madre, un po' fuori di testa, che per sostenere la figlia ruba un bambino per sostituire il nipote morto.
piano piano diventa il figlio, la polizia indaga, sul bambino scomparso, ma non sono troppo bravi, anzi...
una storia ad orologeria che non delude, promesso, Claude Miller è una garanzia.
buona visione - Ismaele
In quest'opera di Claude Miller (apparsa nelle
nostre sale con ben due anni di ritardo), si avverte la prosecuzione di un
cinema che da un lato possiede la consapevolezza del percorso fin qui
tracciato, mentre dall'altro si abbandona ad un andirivieni di atmosfere,
colori, racconti, sempre sussurrati in margine all'evento narrativo principale.
Se infatti nella prima parte si avverte il respiro intermittente e casuale di
un cinema da camera (i confronti tra madre e figlia, alla quale è appena moro
il figlio, rimandano al set centralizzato e opprimente di Guardato a vista), nella seconda è come se Miller liberasse
improvvisamente i corpi descritti fino a quel momento per sprigionare una
macchina mobilissima che si perde nelle periferie, contaminando con un movimento
nervoso ed elettrizzante traiettorie di vita fino a quel momento occluse. C'è
insomma il miglior cinema del regista in questo costante spiazzamento di
fisicità sull'orlo di una crisi depersonalizzante (la protagonista che cerca lo
spettro di suo figlio morto nel "nuovo" bambino procuratole dalla
madre), anche perché lo sguardo che agisce sulla scena non ha davvero nulla di
consolatorio, per il portare sul proprio corpo i segni di una lacerazione
dialettica sempre trasformata in simbolo di lotta, di violenza, di scontro.
Miller lavora direttamente su un spaesamento sentimentale che per l'appunto
termina in un cerchio mancato (il finale borghese è puro artificio ironico, di
quelli che pullulano sia pur in forme diverse, nelle opere di Chabrol), affiorante
come linguaggio nascosto delle cose, quadratura impossibile da realizzare
perché mancante sin dall'origine (già l'inizio dell'opera, col ritorno della
madre della protagonista, segna un'irruzione destinata a creare scompensi).
Questo allora il senso di strappi improvvisi (il flashback iniziale con la
protagonista ferita con delle forbici dalla madre, che pare un eco sussurrato
de La piccola ladra), che configurano una sorta di metastasi galoppante che
uccide un mondo (quello della sicurezza familiare) per sostituirlo con un giro
di vite che culmina nello sbandamento più drastico. Nell'accensione di un punto
di non ritorno.
Film non facile, ma decisamente riuscito. Il tema centrale è,
di fatto, il cosiddetto amore materno. Veniamo a conoscere tre donne, tre
madri, stupendamente incarnate da Mathilde Seigner, Sandrine Kiberlain e una
straordinaria quanto sciroccata Nicole Garcia. La prima ha un figlio, frutto
indesirato di un periodo “movimentato” della sua vita, la seconda perde il suo,
che cade incidentalmente dalla finestra di casa (la citazione da “L’argent de
poche” di Truffaut è evidente, anche se lì Gregory si limitava a “fare boom”,
mentre qui il bambino muore, lì inseguiva un gatto, qui tenta di acciuffare un
uccellino), la terza è la madre della seconda, un caso clinico da manuale. Non
mi inoltro nella trama, piena di risvolti inattesi, di figure umane e
credibili. Miller suddivide il suo film in una serie di capitoli, che sono la
“storia di…” uno dei personaggi, senza perdere mai il suo filo narrativo. Gli
attori: Sandrine Kiberlain, magra, bionda, non bellissima, ma bravissima, si
conferma come una certezza del cinema francese; Mathilde Seigner non ha bisogno
di alcuna conferma, ma affronta qui un ruolo insolito per lei, quello di una
ragazza ancora adolescente, libertina, ma soprattutto mamma per caso; infine,
c’è la prova straordinaria di Nicole Garcia, madre fuori di testa, egocentrica
e inarrestabile. Anche la colonna sonora fa la sua parte: un pianoforte, ora
classico, ora jazz, sempre caloroso e sempre al momento giusto. Per quel che mi
riguarda, Claude Miller è uno di quei registi che fanno sempre centro. Eccone
un esempio che consiglio vivamente.
Signori ,
giù il cappello che qui ci troviamo di fronte a del grandissimo cinema.
E non lo dico solo per la faccia percorsa da rughe profonde come canyons di
Lino Ventura che da par suo disegna magistralmente la figura del commissario
Gallien deciso a far rispettare la legge. E neanche per come questo film
mette in evidenza la grandezza di Michel Serrault che i più in Italia
conosceranno solo per la caratterizzazione farsesca dell'omosessuale Albin
nella saga de Il vizietto. Qui è nella parte del notaio Martinaud,
sospettato di pedofilia e dell'omicidio con violenza sessuale di due bambine. E
neppure per la breve ma incisiva apparizione della divina Romy Schneider. Tre
attori che amo follemente riuniti in un unico film non bastano a farmi dire che
è un capolavoro. Guardato a vista è un manuale di regia ad opera di Claude Miller,
grandissimo cineasta celebrato troppo tardi (dopo la sua morte) quest'anno a
Cannes dove è stato presentato il suo ultimo film.
Un continuo confronto in cui, anche se si è quasi sempre rinchiusi nelle
anguste mura del commissariato, la regia sembra annullare l'esiguità dello
spazio con poche ma incisive sottolineature ai dialoghi.
Da più parti viene indicato come un polar: in realtà è una descrizione
impietosa di quella ragnatela di bugie e sottintesi che anima la vita ipocrita
e di facciata della provincia francese( alla Chabrol), inoltre è la
celebrazione della morte di un matrimonio, l'autopsia di un rapporto coniugale
che avrà conseguenze terribili.
Il finale arriva improvviso come una rasoiata , un colpo di bisturi secco e
mortale che spazza via con una sola scena tutte le certezze faticosamente
costruite negli 80 minuti precedenti.
Quell'urlo
disperato risuona nella testa dello spettatore anche ben oltre i titoli di
coda.
Il film di Claude Miller è un kammerspiel votato al massacro reciproco tra i
due protagonisti in cui il terzo (incomodo) non sta solo a guardare ma ha un
ruolo decisamente attivo nella guerra di trincea scoppiata tra il commissario e
il notaio.
E qui entra in campo la diversità di Ventura e di Serrault nel colorare i
rispettivi personaggi: il primo che recita nella parte del commissario Gallien,
è il monolite, incrollabile nelle sue certezze, stanco di essere la
vittima sacrificale di una routine che gli impedisce di festeggiare come
dovrebbe la notte dell'ultimo dell'anno.
Invece è rinchiuso nel suo commissariato a torchiare un sospetto pedofilo.
Che non è uno qualunque, ma una delle persone più in vista del paese. Il notaio
Martinaud. Michel Serrault con la sua incommensurabile tecnica dà vita a un
personaggio memorabile, umorale, un uomo che nell'atto di negare ogni addebito
si ritrova a pensare a quanto misera è la sua vita matrimoniale, dilaniata
dalle incomprensioni e dalle distanze rappresentate idealmente da quel
corridoio di quindici metri che divide la sua stanza da quella della moglie.
E' lo scontro di due personalità spiccate, di due diversi modi di intendere la
professione dell'attore.
L'incontro/scontro tra Ventura e Serrault è assecondato
dalla regia di precisione cronometrica di Miller che , aiutato dai notevoli
dialoghi di Michel Audiard ( padre di Jacques ), riesce a creare un emozionante
thriller da camera che cresce impetuosamente col passare dei minuti.
Impossibile staccare gli occhi dallo schermo, impossibile distrarsi.
Decisamente innovativo nel suo essere un thriller più legato alle parole che
all'azione ha avuto un remake USA nettamente inferiore nel 2000 (Under
suspicion) . Una pura formalità di Tornatore ricorda molto nell'impianto
narrativo questo film ma sceglie di utilizzaresimbologie e ha un finale esistenzialista trascendente di cui non si
trova traccia nel cinico pragmatismo della pellicola francese.
Vincitore di 4 premi Cesar , Guardato a vista ( che non è la traduzione
letterale del titolo Garde à Vue che in francese indica il fermo di polizia)
è un film che non sembra invecchiato di un attimo.
Decisamente da vedere.
Huis clos terriblement efficace, et aussi glauque, Garde
à Vue, réalisé par Claude Miller (Mortelle Randonnée, L'Accompagnatrice, L'Effrontée)
est un film terrible et cela ne le doit qu'à une chose : une réalisation
sobre et des acteurs tout simplement époustouflants. Michel Audiard est aux
dialogues, mais cette fois-ci, nous sommes dans le sérieux.
Nous retrouvons Lino Ventura une fois de plus dans le
rôle d'un inspecteur de police, celui-ci doit interroger un notable de la ville
Maître Jérôme Martinaud interprété par Michel Serrault (Le Viager, La
Cage aux Folles, Buffet Froid) qui est ici exceptionnel. Il est
aidé pour cela par son adjoint l'inspecteur Belmont qui est joué par Guy
Marchand (Tendre Poulet, Nestor Burma, Les
Sous-Doués en Vacances). On trouve également Pierre Maguelon (le célèbre
Terrasson de la série tv Les Brigades du Tigre) dans le rôle d'un
inspecteur, et Jean-Claude Penchenat (F... Comme Fairbanks, Le
Sang du Flamboyant, Le Bal) qui joue le commissaire
divisionnaire. Et pour la vedette féminine ce n'est autre que la superbe Romy
Schneider (La Piscine, Sisi, César et Rosalie)
qui interprète la femme de Martinaud.
Je ne suis pas très fan des comédiens comme Guy
Marchand ou même Michel Serrault, mais il faut bien avouer que dans ce film, il
n'y a rien à redire, ils sont bien dirigé, n'en font pas trop, ça reste joué le
tout dans une grande justesse. En fait, ce film est vraiment terrible car on
pense que l'on va s'ennuyer rapidement, mais en vérité la tension monte
doucement, on ne sait pas très bien où veulent en venir les différents
protagonistes, et il y a parfois des moments de tensions très dur qui font que
nous sommes pris dans l'histoire des personnages et que l'on a qu'une seule
envie : voir comment tout cela se terminera.
Et pour le final, nous ne sommes pas déçus, c'est une fin
à l'image du film : sombre et funeste. Romy Schneider est magnifique de
beauté et de froideur, Serrault excelle dans le cynique qui cherche à échapper
à sa réalité quotidienne, Ventura est parfait dans le flic qui s'est déjà fait
son opinion sans l'avouer, et Marchand est tout bonnement juste dans le flic un
peu limité qui ne cherche qu'une chose : le moyen de faire avouer
Martinaud. Tout est choisi avec soin, la date de l'entretien (à la veille d'une
nouvelle année), le décor peu accueillant du bureau du commissariat, le temps
humide avec la pluie qui ne cesse pratiquement pas de tomber, et les
personnages implantés dans ce décor.
Très bon film donc, la musique de Georges Delerue ne se
fait pas remarquer. Le film marchera assez bien avec un peu plus de 2 millions
d'entrées. Indispensable dans la vidéothèque de Ventura, vous ne le regretterez
pas.
…Le dispositif sur lequel repose Garde à
vue est donc à première vue extrêmement simple, mais c’est
finalement de cette épure que provient sa force : d’excellents acteurs s’opposent,
dans un quasi-huis clos, pour un jeu du chat et de la souris où les rapports de
force s’inversent et se rééquilibrent constamment. Et si c’est l’inspecteur
Gallien qui cuisine Martinaud, c’est bien Michel Audiard qui a concocté des
dialogues aux petits oignons ; on peut, en d’autres occasions, trouver que
le dialoguiste-star a parfois, durant sa carrière, cédé à la facilité ou à la
tentation de l’outrance un peu auto-complaisante, avec son argot de contrebande
et ses tirades à l’esbroufe. Dans Garde à vue -
est-ce la conséquence de ses oppositions avec Miller ? - sa plume se fait
plus sobre (mais non moins percutante) en se mettant totalement au service du
film, et chaque réplique contribue à charger les scènes de tension,
d’inquiétude voire de perversité. Ce n’est certes pas son travail le plus
éclatant, mais c’est pour autant probablement l’un de ses tout meilleurs.
D’ailleurs, si Ventura comme Serrault avaient déjà prouvé en plusieurs
occasions leur habileté à manier les mots d’Audiard, ils ne l’avaient jamais
fait ensemble, et Garde à vue a
aussi acquis presque immédiatement une dimension anthologique par la
confrontation qu’il offrait, enfin !, entre deux des acteurs français les
plus populaires de leur époque. Michel Serrault a d’ailleurs raconté que ses
relations avec Ventura - homme pourtant réputé aussi pour sa chaleur et sa
cordialité - étaient tout au long du tournage restées assez froides, comme si
la distance maintenue entre eux servait l’opposition entre leurs
personnages.
Et quels personnages ! D’un côté, donc, Jérôme Martinaud,
notaire de province, marié à une femme trop belle pour lui - incarnée comme un
fantôme sombre par Romy Schneider, dans son avant-dernier rôle. Sa
meilleure défense, pense-t-il d’abord, c’est sa situation, qui le rend presque
intouchable. Mais parce que, justement, il se croit inatteignable, et
qu’ensuite - pour plusieurs raisons, qui ne se révéleront que très
progressivement - il commet très tôt l’erreur de mentir, il attise chez ses
interlocuteurs la volonté de le faire choir. Il y a beaucoup de facettes, dans
le personnage de Martinaud, et il serait insuffisant de se limiter aux plus
évidentes, mais la dimension sociale est indéniablement l’une des plus
essentielles. A travers le couple Martinaud, qui existe davantage dans la
jalousie qu’il suscite chez les "médiocres" que
dans une intimité depuis longtemps révolue, le film dresse le portrait d’une
certaine bourgeoisie de province, arrogante et viciée, comme rongée par la
pourriture du mépris et du mensonge. S’ils se sont un jour aimés, Chantal et
Jérôme Martinaud sont aujourd’hui séparés par un couloir de 15 mètres de haine
indicible…
mi capita subito dopo "The life of David Gale", e allora si capisce benissimo cosa non andava in quel finale, didascalico e ad effetto. nel film di Claude Miller, con attori magnifici, i colpi di scena finali ci sono, e c'è molto non detto. e questo fa tutta la differenza. per me un piccolo capolavoro, provare per credere - Ismaele
… Signori , giù il cappello che qui
ci troviamo di fronte a del grandissimo cinema.
E non lo
dico solo per la faccia percorsa da rughe profonde come canyons di Lino Ventura
che da par suo disegna magistralmente la figura del commissario Gallien deciso
a far rispettare la legge. E neanche per come questo film mette in evidenza la
grandezza di Michel Serrault che i più in Italia conosceranno solo per la
caratterizzazione farsesca dell'omosessuale Albin nella saga de Il vizietto. Qui è nella parte
del notaio Martinaud, sospettato di pedofilia e dell'omicidio con violenza
sessuale di due bambine. E neppure per la breve ma incisiva apparizione della
divina Romy Schneider. Tre attori che amo follemente riuniti in un unico film
non bastano a farmi dire che è un capolavoro…
…si Serrault
était une évidence pour interpréter Martinaud, quel meilleur choix que celui de
Lino Ventura pour donner vie à Gallien. Avec toute sa puissance, Ventura
incarne un personnage au charisme hors norme, un homme dont les coups de gueule
frappent comme les uppercuts d’un poids lourd. Une force brute qui utilise le
décor étriqué du commissariat comme un ring. Un combattant prêt à en découdre
et à gagner son duel, coûte que coûte... A leurs côtés,
les seconds rôles sont tenus par la regrettée Romy Schneider et Guy Marchand,
parfait en petit flic cynique et perfide. Sous l’œil de Miller, ces personnages
fascinent pendant toute la durée d’un récit servi par un scénario riche en
rebondissement et en tous points maîtrisé. Film construit sur les dialogues, Garde
à vue doit évidemment beaucoup à Michel Audiard dont c’est l’une des dernières
œuvres. Audiard prouve
ici que sa gouaille pouvait aussi bien faire mouche dans le domaine de la
comédie que dans celui du drame. Il fut d’ailleurs récompensé d’un
César pour son travail tout comme le furent Serrault et Marchand. Enfin,
ajoutons à cela une très belle photographie signé Bruno Nuytten et vous tenez
là un grand classique du cinéma français…
…Garde a Vue(1981), one of Miller’s early films, relies on a
brilliant script by Michel Audiard which does not mean that it is not cinematic.
It can be loosely termed ‘noir’ in that it is about brutal crime and the
artificial division maintained in crime stories between the law abiding citizen
and the criminal is erased. Noir is usually about ordinary people led into
committing murder but whileGarde a Vue(based on a novel by John Wainwright)
does not take this course, it still convinces us that the impulses leading to
criminal conduct of an extreme nature are more common than is admitted.Garde a Vueis
essentially a police drama involving two characters – the suspect and the
policeman interrogating him. Inspector Gallien (Lino Ventura) is investigating
the rape and murder of two little girls. The only suspect is attorney Jerome
Martinaud (Michel Serrault), but the evidence against him is circumstantial. As
the city celebrates New Year’s Eve, Gallien calls Martinaud to his office and
interrogates him for hours on end while the latter continues to maintain his
innocence. As the interrogation continues, gaps begin to emerge in Martinaud’s
story. He was in the vicinity at the time of each crime but Martinaud is
apparently lying about what he was doing.
To illustrate the ‘cinema’ inGarde a Vue, the film cuts briefly to the scene to
illustrate what Marinuad claims he saw. The most striking one perhaps concerns
the lighthouse that night. The night was foggy and when Gallien asks Martinaud
if he heard anything, the latter cannot recall. When the Inspector persists,
Martinaud finally explodes. “What should I have heard?” he wants to know. “The
foghorn,” replies the Inspector as he walks out of the room and the film cuts
back to the lighthouse – but now with the foghorn blaring on the soundtrack.
A secondary motif pertaining to the attorney’s
marriage is crucial inGarde a Vue.
Martinaud’s wife Chantal (Romy Schneider), it gradually emerges, despises her
husband and believes him guilty of the crimes. At the climax of the film,
Chantal visits Inspector Gallien and tells him the story that will convict her
husband. The story goes back several years to the early days of their marriage
when the two were visiting friends. The friends had a daughter named Camille –
a lovely child of eight or ten with whom Martinaud was taken up. At one moment,
Chantal surprised the two deep in conversation, and from a distance, it looked
exactly like an intimate one between two adults. As Chantal bursts out to
Inspector Gallien, her husband “had no business making Camille smile the way
she did”…
… Il film si svolge quasi interamente in una
stanza, e in casi del genere gli attori coinvolti e la sceneggiatura sono elementi
fondamentali su cui si basa l'intera operazione.
L'opera di Claude
Miller, fortunatamente, ha dalla sua parte due attori straordinari e uno script
a prova di bomba, coinvolgente, avvincente e ricco di sarcasmo e ironia.
Lo scambio di
battute tra il notaio e il commissario calamita l'attenzione senza mai segnare
il passo, sviluppando in parallelo sia l'aspetto thriller del film che quello
più umano e toccante.
Lino Ventura e Michel Serrault - perfetti nelle rispettive parti di commissario
e notaio interrogato - donano ai loro personaggi tutte le caratteristiche e le
sfumature sufficienti a far immedesimare chiunque prima in uno e poi nell'altro
uomo, ritratti entrambi con estremo realismo e senso della misura…