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mercoledì 31 maggio 2023

Je suis heureux que ma mère soit vivante - Claude Miller e Nathan Miller

alla sceneggiatura Emmanuel Carrère, che aveva scritto la storia da cui nasce il film.

una storia semplice, un ragazzino adottato cresce con ricordo della madre naturale, ci pensa sempre.

nella famiglia adottiva è amato, non gli manca niente, solo capire perchè la madre non l'ha voluto.

questa ricerca, questa tensione è lo scheletro del film.

Vincent (Vincent Rottiers lo interpreta benissimo) riesce poi a trovare la mamma, ma lui è rimasto il bambino di quattro anni che non ha mai capito perché.

un film che convince, promesso.

buona (adottiva) visione - Ismaele

 

 

 

Vincent ha 12 anni ed è consapevole di essere stato adottato all'età di 4 insieme al fratellino di due anni più giovane. Vorrebbe però sapere se la madre naturale era bella e inizia a ribellarsi ai genitori adottivi soprattutto dopo che a scuola un compagno ha diffuso la notizia del suo status. Lo ritroveremo a vent'anni quando, dopo aver creato più di un dispiacere soprattutto al padre adottivo, si mette alla ricerca della sua vera madre. Vuole capire perché lo ha abbandonato, vuole rendersi conto se per lei è stato davvero un peso di cui liberarsi.
Coppia decisamente interessante quella formato dai Miller padre e figlio. I due si uniscono per narrare senza concessioni a falsi buonismi la storia del bisogno di un ragazzo di ritrovare le proprie radici anche a costo di mettersi contro a chi gli ha dato tutto ciò che poteva, sia sul piano dell'affetto che su quello materiale.
C'è una scena, nella parte iniziale del film che si può considerare quasi simbolica: Vincent e il padre si tuffano in acqua e il ragazzino, dotato di tavoletta, fila via più veloce lasciando il padre indietro immerso non solo nell'acqua ma anche nella disperazione del non vederlo più.
È una condizione umana condivisa da molti figli adottivi quella di Vincent. Il bisogno di sapere prevale sulla consapevolezza del fatto che, quasi ineluttabilmente, si soffrirà e si farà soffrire.
I due Miller seguono il loro protagonista con lo sguardo partecipe di chi sa che l'orlo dell'abisso è prossimo ma con la consapevolezza che non può essere altrimenti. Vincent non può non cercare una risposta. Costi quel che costi.

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La trama, ispirata a una vicenda di cronaca reale, realizza pienamente le intenzioni dei suoi due registi ai quali spetta una lode per la sapiente scelta di attori, abili nell’interpretare dei ruoli non semplici con una straordinaria capacità espressiva. Molto bravo il protagonista Vincent Rottiers che appare, con i suoi sguardi in primo piano e con la sua sublime recitazione, perfettamente calato nel ruolo, risultando istintivo e privo di qualunque artificio, grazie anche a un montaggio che mette bene in mostra il livello emotivo inconscio del suo personaggio.

Una pellicola che colpisce per la sua bellezza estetica e per le implicazioni profondamente umane che Claude e Nathan Miller hanno saputo esprimere con grande maestria. Lo scroscio d’applausi che questa prima proiezione ha raccolto sembra essere la prova di un alto gradimento anche da parte del pubblico presente qui a Venezia.

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L’obsession et la rage se côtoient au cœur de ce personnage paumé qui ne trouvera paradoxalement que de la déception chez celle qu’il considère comme la plus belle des mamans. Alors que les flashback qui construisent le récit, mélangent les scènes de sa jeune enfance et de son adolescence aux moments présents de sa vie d’adulte, la tension, plus que palpable, monte d’un cran, voire deux. Thomas, instable, incapable de contrôler sa révolte, va jusqu’à involontairement conduire son père adoptif dans une maison de repos. Sur le borderline, son rapprochement vers sa vraie mère, une femme simple et immature, qui, quinze ans après, vit toujours dans le même état de pauvreté intellectuelle, le conduit vers davantage de tempêtes intérieures.
Portrait radical d’une société de misère, en proie aux cassures et déséquilibres mentaux, Je suis heureux que ma mère soit vivante sonde l’enfance et le déterminisme psychologique qui résulte de situations intolérables pour les mineurs. La séparation au moment le plus formateur dans la construction du garçon, devient ici générateur de crise jusqu’à l’acte désespéré de violence qui plane sur le métrage – le drame sanglant qui réparera le passé, tout en permettant à Thomas de fuir le présent…

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mercoledì 3 maggio 2023

La piccola ladra – Claude Miller

un film scritto da Truffaut, con una straordinaria giovane Charlotte Gainsbourg.

Janine è una piccola ladra che sa come farsi strada nella vita, si innamora, va in riformatorio, ma riesce a fuggire.

è lei l'eroina del film, la simpatica canaglia alla quale non puoi non affezionarti.

buona (ladresca) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, online

 

 

Janine, ragazza di 16 anni, vive di piccoli furti. Abbandonata dalla madre sta con due zii quando viene scoperta va via di casa. Conosce prima Michel, 40enne erudito che le fa conoscere la letteratura e la musica, poi Raoul, adolescente e ribelle come lei. Assieme iniziano a compiere furti, sembrano felici ma la polizia indaga... Commedia ben diretta, ambientata negli anni 60 e ben recitata da tutti gli interpreti. Menzione speciale per la sempre brava Charlotte Gainsbourg e per Simon de la Brosse.

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Abbandonata dalla madre nubile Janine (Charlotte Gainsbourg ) va a vivere con gli zii con un rapporto conflittuale che la portano a incrociare precocemente il mondo degli adulti per cercare un affetto lacunoso, quindi si butta via compiendo furti in ogni occasione. Il regista Claude Miller dirige da una sceneggiatura di Truffaut questa storia anni sessanta. La Gainsbourg e' semplicemente perfetta a impersonare i panni di una ragazzina sola e piena di vita in perenne contrasto con persone piu' anziane di lei che le provocano continui disagi ,con storie di letto e denunce che la portano alla fine in istituti riformatori. A chi e' piaciuto i 400 COLPI del maestro Truffaut puo' andare a colpo sicuro,basta sostituire Antoine Doinel con la Gainsbourg e il gioco e' fatto...cambia sesso ...ma viaggiano sullo stesso parallelo. Inutile dire che per me e' consigliatissimo....poi mi fate sapere. Se il buongiorno si vede dal mattino la Gainsbourg prometteva gia' bene....e poi si e' visto !!

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sabato 15 aprile 2023

Mortelle randonée (Mia dolce assassina) – Claude Miller

Isabelle Adjani (la dolce assassina) e Michel Serrault (l'investigatore privato) sono strepitosi in questo film.

l'investigatore Beauvoir, che aveva perso la figlia, mai conosciuta,  quando era bambina, le resta solo una foto di classe, ma non sa qual è la figlia, tutte potrebbero esserlo.

la dolce assassina potrebbe avere l'età della figlia, lui la protegge dall'inizio, quando scopre il primo omicidio, l'investigatore Beauvoir è bravissimo a seguire sempre la ragazza, in tutti i suoi omicidi e travestimenti, e sorprendentemente fa il tifo per lei.

cosa fa la potenza dell'amore, verso una bambina mai conosciuta, che avrebbe potuto essere qualunque cosa nella vita, e in un inedito transfert la dolce assassina potrebbere essere sua figlia.

gran film, da non perdere, una sorpresa bellissima.

buona (coinvolgente) visione - Ismaele


 

 

QUI il film completo con sottotitoli in inglese

 

 

 

 

Mortelle Randonnée sfida ogni casistica legata al genere di riferimento, cercando sin dalle prime battute una strada propria, originale, imprevedibile; lo capiamo quando nella scena iniziale l'investigatore Beauvoir, soprannominato “l'occhio”, discorre al telefono con una donna misteriosa, per poi chiudere la conversazione e perdersi nei ricordi, guardando una vecchia foto che ritrae sua figlia Marie, mai conosciuta. Struggendosi nella nostalgia e nella solitudine l'uomo parla a voce alta, rivolgendosi a se stesso e di conseguenza a noi spettatori, dando vita a un bizzarro meccanismo empatico che sarà poi perpetrato per tutto il resto della pellicola…

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In un certo senso sono due solitudini che si rincorrono. Il noir è solo un manto di nebbia onnipresente che devia il cammino; solo attraversandolo si potrà svelarne la direzione, dapprima oscura. Una vicenda ben più intimista, fatta di fantasmi interiori, piloti della mente e delle azioni, con i suoi vuoti da colmare. Serrault è ammirevole nel suo tenero paternalismo, non immune da una notevole dose di ironia; altrettanto meritoria è la algida Adjani: misteriosa, letale e bellissima.

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Storia di un'ossessione costruita con le cadenze del thriller e i personaggi del noir, dalla giovane e letale femme fatale della Adjani al detective di mezza età compassato ed appunto pieno di fisime di un grande Serrault. L'azione si sposta continuamente in location diverse eppure le due figure rimangono al centro di un racconto unidirezionale che abbandona presto la sua connotazione poliziesca per farsi intimo, non nella sua accezione più assoluta ma in un'altra più idealizzata, non corrisposta: un rapporto da figlia - padre dove ai passi scapestrati della prima ( irrefrenabile nei suoi delitti in serie ) seguono sempre quelli comprensivi del secondo ( lui trasgredisce palesemente i suoi doveri pur di proteggerla proprio perchè crede di ritrovare in lei quella figlia che non ha mai potuto conoscere ). Un piccolo - grande film poco conosciuto che varrebbe la pena di riscoprire e di ammirare nella sua costruzione minimalista, nel disegno semplice ed allo stesso profondo di due solitudini che si confrontano, nella ricercatezza di un'ironia di fondo che poi è quella della vita. Visto in lingua originale sottotitolato, non so se ne esiste una versione italiana.

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Un film dont chaque minute, chaque plan est hanté par la douleur de la perte, par la solitude : c'est vraiment la sensation que cette Mortelle randonnée distille. Quant on évoque la série noire ou le film noir, ce noir se réfère à des histoires sombres, des crimes sordides, un environnement anxiogène ou délétère. Ici la noirceur ne se trouve pas dans les crimes commis par Catherine ou dans les ambiances grisâtres des banlieues pavillonnaires, des hôtels ou des stations balnéaires vides dans lesquels elle nous entraîne à sa suite. Cette noirceur, c'est celle de ces âmes damnées qui peuplent le film. Ici, on a des idées noires, on broie du noir, on tente de fuir l'abîme, on y plonge. Sans ses répliques savoureuses, ses quelques passages véritablement comiques et ses seconds rôles hauts en couleur (Guy Marchand, Stéphane Audran, Geneviève Page, Sami Frey, Macha Méril, Patrick Bouchitey, Jean-Claude Brialy...), Mortelle randonnée serait un film dépressif quasi insupportable. Mais Audiard a le goût du public, il sait trouver le bon équilibre et s'il signe ici un film très radical, une œuvre en forme d'exorcisme, il ne lâche pas la main de son spectateur, il ne l'abandonne pas à la nuit. C'est triste, c'est sombre, mais jamais complètement désespérant…

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Claude Miller retrouve avec ce drame policier flamboyant une grande partie de l’équipe de Garde à vue (1981), à commencer par le prodigieux Michel Serrault et le dialoguiste Michel Audiard : ce dernier sans renoncer à ses mots d’auteur et son humour pince-sans-rire s’adapte avec brio à un univers éloigné du cinéma (Lautner, Grangier) auquel on l’avait jusqu’alors associé. Après le huis clos mettant en scène un policier et un notaire dans un commissariat de province, Miller opte ici pour une multiplicité des décors et des villes (Bruxelles, Rome, Biarritz...), donnant au récit une atmosphère de vertige narratif qui n’est pas pour rien dans la fascination qu’exerce cette randonnée mortelle. L’adaptation d’un roman policier américain de Marc Behm suit ainsi les mêmes modifications géographiques que celles opérées par François Truffaut dans La mariée était en noir ou Bertrand Tavernier transplantant une histoire policière de Jim Thompson dans le cadre de l’Afrique coloniale pour Coup de torchonMortelle randonnée est en fait bien plus qu’une perle du film noir : c’est un portrait de la douleur intériorisée et de la folie ordinaire. Les fêlures des deux personnages font écho au comportement maladif de Patrick Dewaere dans La meilleure façon de marcher (1976). La souffrance et la détermination du détective endeuillé et de la criminelle orpheline annoncent l’obstination de Charlotte Gainsbourg dans L’effrontée (1985) ou de Vincent Rottiers dans Je suis heureux que ma mère soit vivante (2009), ce dernier film bouclant la boucle des problèmes de filiation récurrents dans l’œuvre de Miller…

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lunedì 3 aprile 2023

Betty Fischer e altre storie - Claude Miller

una ladra di bambini, suo malgrado, (altro che Putin)è la protagonista (Sandrine Kiberlain) del film.

quando muore il figlio Betty riceve l'invadente visita della madre, un po' fuori di testa, che per sostenere la figlia ruba un bambino per sostituire il nipote morto.

piano piano diventa il figlio, la polizia indaga, sul bambino scomparso, ma non sono troppo bravi, anzi...

una storia ad orologeria che non delude, promesso, Claude Miller è una garanzia.

buona visione - Ismaele


 

 

In quest'opera di Claude Miller (apparsa nelle nostre sale con ben due anni di ritardo), si avverte la prosecuzione di un cinema che da un lato possiede la consapevolezza del percorso fin qui tracciato, mentre dall'altro si abbandona ad un andirivieni di atmosfere, colori, racconti, sempre sussurrati in margine all'evento narrativo principale. Se infatti nella prima parte si avverte il respiro intermittente e casuale di un cinema da camera (i confronti tra madre e figlia, alla quale è appena moro il figlio, rimandano al set centralizzato e opprimente di Guardato a vista), nella seconda è come se Miller liberasse improvvisamente i corpi descritti fino a quel momento per sprigionare una macchina mobilissima che si perde nelle periferie, contaminando con un movimento nervoso ed elettrizzante traiettorie di vita fino a quel momento occluse. C'è insomma il miglior cinema del regista in questo costante spiazzamento di fisicità sull'orlo di una crisi depersonalizzante (la protagonista che cerca lo spettro di suo figlio morto nel "nuovo" bambino procuratole dalla madre), anche perché lo sguardo che agisce sulla scena non ha davvero nulla di consolatorio, per il portare sul proprio corpo i segni di una lacerazione dialettica sempre trasformata in simbolo di lotta, di violenza, di scontro. Miller lavora direttamente su un spaesamento sentimentale che per l'appunto termina in un cerchio mancato (il finale borghese è puro artificio ironico, di quelli che pullulano sia pur in forme diverse, nelle opere di Chabrol), affiorante come linguaggio nascosto delle cose, quadratura impossibile da realizzare perché mancante sin dall'origine (già l'inizio dell'opera, col ritorno della madre della protagonista, segna un'irruzione destinata a creare scompensi). Questo allora il senso di strappi improvvisi (il flashback iniziale con la protagonista ferita con delle forbici dalla madre, che pare un eco sussurrato de La piccola ladra), che configurano una sorta di metastasi galoppante che uccide un mondo (quello della sicurezza familiare) per sostituirlo con un giro di vite che culmina nello sbandamento più drastico. Nell'accensione di un punto di non ritorno.

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Film non facile, ma decisamente riuscito. Il tema centrale è, di fatto, il cosiddetto amore materno. Veniamo a conoscere tre donne, tre madri, stupendamente incarnate da Mathilde Seigner, Sandrine Kiberlain e una straordinaria quanto sciroccata Nicole Garcia. La prima ha un figlio, frutto indesirato di un periodo “movimentato” della sua vita, la seconda perde il suo, che cade incidentalmente dalla finestra di casa (la citazione da “L’argent de poche” di Truffaut è evidente, anche se lì Gregory si limitava a “fare boom”, mentre qui il bambino muore, lì inseguiva un gatto, qui tenta di acciuffare un uccellino), la terza è la madre della seconda, un caso clinico da manuale. Non mi inoltro nella trama, piena di risvolti inattesi, di figure umane e credibili. Miller suddivide il suo film in una serie di capitoli, che sono la “storia di…” uno dei personaggi, senza perdere mai il suo filo narrativo. Gli attori: Sandrine Kiberlain, magra, bionda, non bellissima, ma bravissima, si conferma come una certezza del cinema francese; Mathilde Seigner non ha bisogno di alcuna conferma, ma affronta qui un ruolo insolito per lei, quello di una ragazza ancora adolescente, libertina, ma soprattutto mamma per caso; infine, c’è la prova straordinaria di Nicole Garcia, madre fuori di testa, egocentrica e inarrestabile. Anche la colonna sonora fa la sua parte: un pianoforte, ora classico, ora jazz, sempre caloroso e sempre al momento giusto. Per quel che mi riguarda, Claude Miller è uno di quei registi che fanno sempre centro. Eccone un esempio che consiglio vivamente.

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giovedì 23 marzo 2023

Guardato a vista / Fermo di polizia (Garde à Vue) – Claude Miller

un film girato praticamente in una stanza, parole e sguardi implacabili.

Lino Ventura, Michel Serrault e, per pochi minuti, Romy Schneider sono uno spettacolo indimenticabile.

e quindici metri di corridoio sono una maledizione e una condanna.

non perdetevelo, se vi volete bene!

buona (enorme) visione - Ismaele

 

QUI il film completo, in italiano

 

Signori , giù il cappello che qui ci troviamo di fronte a del grandissimo cinema.
E non lo dico solo per la faccia percorsa da rughe profonde come canyons di Lino Ventura che da par suo disegna magistralmente la figura del commissario  Gallien deciso a far rispettare la legge. E neanche per come questo film mette in evidenza la grandezza di Michel Serrault che i più in Italia conosceranno solo per la caratterizzazione farsesca dell'omosessuale Albin nella saga de Il vizietto. Qui è nella parte del notaio Martinaud, sospettato di pedofilia e dell'omicidio con violenza sessuale di due bambine. E neppure per la breve ma incisiva apparizione della divina Romy Schneider. Tre attori che amo follemente riuniti in un unico film non bastano a farmi dire che è un capolavoro.
Guardato a vista è un manuale di regia ad opera di Claude Miller, grandissimo cineasta celebrato troppo tardi (dopo la sua morte) quest'anno a Cannes dove è stato presentato il suo ultimo film.
Un continuo confronto in cui, anche se si è quasi sempre rinchiusi nelle anguste mura del commissariato, la regia sembra annullare l'esiguità dello spazio con poche ma incisive sottolineature ai dialoghi.
Da più parti viene indicato come un polar: in realtà è una descrizione impietosa di quella ragnatela di bugie e sottintesi che anima la vita ipocrita e di facciata della provincia francese( alla Chabrol), inoltre è la celebrazione della morte di un matrimonio, l'autopsia di un rapporto coniugale che avrà conseguenze terribili.
Il finale arriva improvviso come una rasoiata , un colpo di bisturi secco e mortale che spazza via con una sola scena tutte le certezze faticosamente costruite negli 80 minuti precedenti.

Quell'urlo disperato risuona nella testa dello spettatore anche ben oltre i titoli di coda.
Il film di Claude Miller è un kammerspiel votato al massacro reciproco tra i due protagonisti in cui il terzo (incomodo) non sta solo a guardare ma ha un ruolo decisamente attivo nella guerra di trincea scoppiata tra il commissario e il notaio.
E qui entra in campo la diversità di Ventura e di Serrault nel colorare i rispettivi personaggi: il primo che recita nella parte del commissario Gallien, è il monolite, incrollabile nelle sue certezze,  stanco di essere la  vittima sacrificale di una routine che gli impedisce di festeggiare come dovrebbe la notte dell'ultimo dell'anno.
Invece è rinchiuso nel suo commissariato a torchiare un sospetto pedofilo.
Che non è uno qualunque, ma una delle persone più in vista del paese. Il notaio Martinaud. Michel Serrault con la sua incommensurabile tecnica dà vita a un personaggio memorabile, umorale, un uomo che nell'atto di negare ogni addebito si ritrova a pensare a quanto misera è la sua vita matrimoniale, dilaniata dalle incomprensioni e dalle distanze rappresentate idealmente da quel corridoio di quindici metri che divide la sua stanza da quella della moglie.
E' lo scontro di due personalità spiccate, di due diversi modi di intendere la professione dell'attore.
L'incontro/scontro tra  Ventura  e  Serrault  è assecondato dalla regia di precisione cronometrica di Miller che , aiutato dai notevoli dialoghi di Michel Audiard ( padre di Jacques ), riesce a creare un emozionante thriller da camera che cresce impetuosamente col passare dei minuti. Impossibile staccare gli occhi dallo schermo, impossibile distrarsi.
Decisamente innovativo nel suo essere un thriller più legato alle parole che all'azione ha avuto un remake USA nettamente inferiore nel 2000 (Under suspicion) .
Una pura formalità di Tornatore ricorda molto nell'impianto narrativo questo film ma sceglie di utilizzare simbologie e ha un finale esistenzialista trascendente di cui non si trova traccia  nel cinico pragmatismo della pellicola francese.
Vincitore di 4 premi Cesar , Guardato a vista ( che non è la traduzione letterale del titolo Garde à Vue che in francese indica il fermo di polizia)  è  un film che non sembra invecchiato di un attimo.
Decisamente da vedere.

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Huis clos terriblement efficace, et aussi glauque, Garde à Vue, réalisé par Claude Miller (Mortelle RandonnéeL'AccompagnatriceL'Effrontée) est un film terrible et cela ne le doit qu'à une chose : une réalisation sobre et des acteurs tout simplement époustouflants. Michel Audiard est aux dialogues, mais cette fois-ci, nous sommes dans le sérieux.

Nous retrouvons Lino Ventura une fois de plus dans le rôle d'un inspecteur de police, celui-ci doit interroger un notable de la ville Maître Jérôme Martinaud interprété par Michel Serrault (Le ViagerLa Cage aux FollesBuffet Froid) qui est ici exceptionnel. Il est aidé pour cela par son adjoint l'inspecteur Belmont qui est joué par Guy Marchand (Tendre PouletNestor BurmaLes Sous-Doués en Vacances). On trouve également Pierre Maguelon (le célèbre Terrasson de la série tv Les Brigades du Tigre) dans le rôle d'un inspecteur, et Jean-Claude Penchenat (F... Comme FairbanksLe Sang du FlamboyantLe Bal) qui joue le commissaire divisionnaire. Et pour la vedette féminine ce n'est autre que la superbe Romy Schneider (La PiscineSisiCésar et Rosalie) qui interprète la femme de Martinaud. 

Je ne suis pas très  fan des comédiens comme Guy Marchand ou même Michel Serrault, mais il faut bien avouer que dans ce film, il n'y a rien à redire, ils sont bien dirigé, n'en font pas trop, ça reste joué le tout dans une grande justesse. En fait, ce film est vraiment terrible car on pense que l'on va s'ennuyer rapidement, mais en vérité la tension monte doucement, on ne sait pas très bien où veulent en venir les différents protagonistes, et il y a parfois des moments de tensions très dur qui font que nous sommes pris dans l'histoire des personnages et que l'on a qu'une seule envie : voir comment tout cela se terminera.

Et pour le final, nous ne sommes pas déçus, c'est une fin à l'image du film : sombre et funeste. Romy Schneider est magnifique de beauté et de froideur, Serrault excelle dans le cynique qui cherche à échapper à sa réalité quotidienne, Ventura est parfait dans le flic qui s'est déjà fait son opinion sans l'avouer, et Marchand est tout bonnement juste dans le flic un peu limité qui ne cherche qu'une chose : le moyen de faire avouer Martinaud. Tout est choisi avec soin, la date de l'entretien (à la veille d'une nouvelle année), le décor peu accueillant du bureau du commissariat, le temps humide avec la pluie qui ne cesse pratiquement pas de tomber, et les personnages implantés dans ce décor. 

Très bon film donc, la musique de Georges Delerue ne se fait pas remarquer. Le film marchera assez bien avec un peu plus de 2 millions d'entrées. Indispensable dans la vidéothèque de Ventura, vous ne le regretterez pas. 

da qui

 

…Le dispositif sur lequel repose Garde à vue est donc à première vue extrêmement simple, mais c’est finalement de cette épure que provient sa force : d’excellents acteurs s’opposent, dans un quasi-huis clos, pour un jeu du chat et de la souris où les rapports de force s’inversent et se rééquilibrent constamment. Et si c’est l’inspecteur Gallien qui cuisine Martinaud, c’est bien Michel Audiard qui a concocté des dialogues aux petits oignons ; on peut, en d’autres occasions, trouver que le dialoguiste-star a parfois, durant sa carrière, cédé à la facilité ou à la tentation de l’outrance un peu auto-complaisante, avec son argot de contrebande et ses tirades à l’esbroufe. Dans Garde à vue - est-ce la conséquence de ses oppositions avec Miller ? - sa plume se fait plus sobre (mais non moins percutante) en se mettant totalement au service du film, et chaque réplique contribue à charger les scènes de tension, d’inquiétude voire de perversité. Ce n’est certes pas son travail le plus éclatant, mais c’est pour autant probablement l’un de ses tout meilleurs.

D’ailleurs, si Ventura comme Serrault avaient déjà prouvé en plusieurs occasions leur habileté à manier les mots d’Audiard, ils ne l’avaient jamais fait ensemble, et Garde à vue a aussi acquis presque immédiatement une dimension anthologique par la confrontation qu’il offrait, enfin !, entre deux des acteurs français les plus populaires de leur époque. Michel Serrault a d’ailleurs raconté que ses relations avec Ventura - homme pourtant réputé aussi pour sa chaleur et sa cordialité - étaient tout au long du tournage restées assez froides, comme si la distance maintenue entre eux servait l’opposition entre leurs personnages. 

Et quels personnages ! D’un côté, donc, Jérôme Martinaud, notaire de province, marié à une femme trop belle pour lui - incarnée comme un fantôme sombre par Romy Schneider, dans son avant-dernier rôle. Sa meilleure défense, pense-t-il d’abord, c’est sa situation, qui le rend presque intouchable. Mais parce que, justement, il se croit inatteignable, et qu’ensuite - pour plusieurs raisons, qui ne se révéleront que très progressivement - il commet très tôt l’erreur de mentir, il attise chez ses interlocuteurs la volonté de le faire choir. Il y a beaucoup de facettes, dans le personnage de Martinaud, et il serait insuffisant de se limiter aux plus évidentes, mais la dimension sociale est indéniablement l’une des plus essentielles. A travers le couple Martinaud, qui existe davantage dans la jalousie qu’il suscite chez les "médiocres" que dans une intimité depuis longtemps révolue, le film dresse le portrait d’une certaine bourgeoisie de province, arrogante et viciée, comme rongée par la pourriture du mépris et du mensonge. S’ils se sont un jour aimés, Chantal et Jérôme Martinaud sont aujourd’hui séparés par un couloir de 15 mètres de haine indicible…

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lunedì 17 dicembre 2012

Garde à vue (Guardato a vista) – Claude Miller

mi capita subito dopo "The life of David Gale", e allora si capisce benissimo cosa non andava in quel finale, didascalico e ad effetto.
nel film di Claude Miller,  con attori magnifici, i colpi di scena finali ci sono, e c'è molto non detto. 
e questo fa tutta la differenza.
per me un piccolo capolavoro, provare per credere - Ismaele




… Signori , giù il cappello che qui ci troviamo di fronte a del grandissimo cinema.
E non lo dico solo per la faccia percorsa da rughe profonde come canyons di Lino Ventura che da par suo disegna magistralmente la figura del commissario  Gallien deciso a far rispettare la legge. E neanche per come questo film mette in evidenza la grandezza di Michel Serrault che i più in Italia conosceranno solo per la caratterizzazione farsesca dell'omosessuale Albin nella saga de Il vizietto. Qui è nella parte del notaio Martinaud, sospettato di pedofilia e dell'omicidio con violenza sessuale di due bambine. E neppure per la breve ma incisiva apparizione della divina Romy Schneider. Tre attori che amo follemente riuniti in un unico film non bastano a farmi dire che è un capolavoro…

…si Serrault était une évidence pour interpréter Martinaud, quel meilleur choix que celui de Lino Ventura pour donner vie à Gallien. Avec toute sa puissance, Ventura incarne un personnage au charisme hors norme, un homme dont les coups de gueule frappent comme les uppercuts d’un poids lourd. Une force brute qui utilise le décor étriqué du commissariat comme un ring. Un combattant prêt à en découdre et à gagner son duel, coûte que coûte... A leurs côtés, les seconds rôles sont tenus par la regrettée Romy Schneider et Guy Marchand, parfait en petit flic cynique et perfide. Sous l’œil de Miller, ces personnages fascinent pendant toute la durée d’un récit servi par un scénario riche en rebondissement et en tous points maîtrisé. Film construit sur les dialogues, Garde à vue doit évidemment beaucoup à Michel Audiard dont c’est l’une des dernières œuvres. Audiard prouve ici que sa gouaille pouvait aussi bien faire mouche dans le domaine de la comédie que dans celui du drame. Il fut d’ailleurs récompensé d’un César pour son travail tout comme le furent Serrault et Marchand. Enfin, ajoutons à cela une très belle photographie signé Bruno Nuytten et vous tenez là un grand classique du cinéma français…

Garde a Vue (1981), one of Miller’s early films, relies on a brilliant script by Michel Audiard which does not mean that it is not cinematic. It can be loosely termed ‘noir’ in that it is about brutal crime and the artificial division maintained in crime stories between the law abiding citizen and the criminal is erased. Noir is usually about ordinary people led into committing murder but while Garde a Vue (based on a novel by John Wainwright) does not take this course, it still convinces us that the impulses leading to criminal conduct of an extreme nature are more common than is admitted.Garde a Vue is essentially a police drama involving two characters – the suspect and the policeman interrogating him. Inspector Gallien (Lino Ventura) is investigating the rape and murder of two little girls. The only suspect is attorney Jerome Martinaud (Michel Serrault), but the evidence against him is circumstantial. As the city celebrates New Year’s Eve, Gallien calls Martinaud to his office and interrogates him for hours on end while the latter continues to maintain his innocence. As the interrogation continues, gaps begin to emerge in Martinaud’s story. He was in the vicinity at the time of each crime but Martinaud is apparently lying about what he was doing.
To illustrate the ‘cinema’ in Garde a Vue, the film cuts briefly to the scene to illustrate what Marinuad claims he saw. The most striking one perhaps concerns the lighthouse that night. The night was foggy and when Gallien asks Martinaud if he heard anything, the latter cannot recall. When the Inspector persists, Martinaud finally explodes. “What should I have heard?” he wants to know. “The foghorn,” replies the Inspector as he walks out of the room and the film cuts back to the lighthouse – but now with the foghorn blaring on the soundtrack.
A secondary motif pertaining to the attorney’s marriage is crucial in Garde a Vue. Martinaud’s wife Chantal (Romy Schneider), it gradually emerges, despises her husband and believes him guilty of the crimes. At the climax of the film, Chantal visits Inspector Gallien and tells him the story that will convict her husband. The story goes back several years to the early days of their marriage when the two were visiting friends. The friends had a daughter named Camille – a lovely child of eight or ten with whom Martinaud was taken up. At one moment, Chantal surprised the two deep in conversation, and from a distance, it looked exactly like an intimate one between two adults. As Chantal bursts out to Inspector Gallien, her husband “had no business making Camille smile the way she did”…

Il film si svolge quasi interamente in una stanza, e in casi del genere gli attori coinvolti e la sceneggiatura sono elementi fondamentali su cui si basa l'intera operazione.
L'opera di Claude Miller, fortunatamente, ha dalla sua parte due attori straordinari e uno script a prova di bomba, coinvolgente, avvincente e ricco di sarcasmo e ironia.
Lo scambio di battute tra il notaio e il commissario calamita l'attenzione senza mai segnare il passo, sviluppando in parallelo sia l'aspetto thriller del film che quello più umano e toccante.
Lino Ventura e Michel Serrault - perfetti nelle rispettive parti di commissario e notaio interrogato - donano ai loro personaggi tutte le caratteristiche e le sfumature sufficienti a far immedesimare chiunque prima in uno e poi nell'altro uomo, ritratti entrambi con estremo realismo e senso della misura…