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domenica 13 settembre 2020

Assandira - Salvatore Mereu

un film raccontato dalla fine, e che finisce con la fine della storia, se una fine, e quale, esiste.

il protagonista è Gavino Ledda (perfetto), il vecchio pastore coinvolto in un (doppio) gioco che non capisce troppo.

il figlio che torna, e la bella moglie tedesca, lo mettono in crisi, e non poco.

un agriturismo dove si deve fingere di essere quello che forse non si è mai stati, e che comunque non si è più, è un salto troppo grande per Sebastiano, che solo vuole un nipotino, e per questo lascia passare troppe cose.

la società dell'apparire, la società dello spettacolo, per chi passa dal medioevo alla globalizzazione contemporanea in una sola vita, sono impossibili da gestire, e il cervello va in pezzi.

i film sardi, non pochi, e certi altri meridionali, Vittorio de Seta in primis, sono esotici per chi li vede (come se fossero film mongoli o indiani o subsahariani degli anni '60, e non solo), c'è molto, troppo, che non è riducibile al già visto, già conosciuto, sono affascinanti e poco comprensibili, anche perché il nocciolo non si può aprire con i soliti schiaccianoci buoni per tutti gli usi.

c'è una parte che puoi capire se sei antropologo (infatti il libro, qui la recensione da cui è tratto il film, è dell'antropologo-romanziere Giulio Angioni) o magari puoi intuire più o meno bene se quell'aria e quei personaggi, i loro pensieri, li hai conosciuti.

l'animo umano è un mistero, Sebastiano non capisce bene, noi ci illudiamo di sì (illusi).

film da non perdere, se riuscite a trovarlo - Ismaele


 





Salvatore Mereu la mette in scena in progressivi disvelamenti nel grigiore oscuro dei contrasti notturni e nella luce abbacinante delle giornate di sole, lavorando sulle lingue (l’italiano e il sardo, ma anche l’inglese e il tedesco che penetrano fra le mura di Assandira) e rimanendo stretto intorno ai suoi protagonisti, ai loro angusti spazi, alla cultura millenaria del popolo isolano. Dirige, proprio come la “farsa” dell’agriturismo che vuole far provare l’essere sardo a chi sardo non lo è, il cliché dell’anziano silenzioso e in attesa con la doppietta, mentre mostra il suo lavoro quotidiano con gli animali e la sua intima appartenenza ai luoghi dove è nato e cresciuto, ma anche il suo essere progressivamente disposto a cantare ai turisti un’epopea falsificata, fatta di inesistenti banditi e di improbabili aneddoti, fatta di aperte menzogne e di giochi con la verità. Ragiona sul concetto di finzione, sulla famiglia, sui significati più profondi della Sardegna, fra la teoria cinematografica e la tradizione. Il risultato è un film potente, stratificato, di gran lunga fra le più appaganti visioni di Venezia77, nel quale poco importa che l’orgia nel prefinale, quasi una risposta alla zoofilia di Padre Padrone, sia l’unico momento non del tutto convincente. Rimane un gran lavoro di non-attori, di cultura locale, di solitudini e di sfumature (im)percettibili che non potranno che condurre alla tragedia. E no, il vero mistero non è se Costantino abbia effettivamente appiccato le fiamme. Il vero mistero è una considerazione ben più politica che cinematografica. Perché Assandira non era in concorso? Forse perché non ci si poteva permettere che un film cosi indipendente e personale, orgogliosamente fuori dai radar dell’industria e delle grandi produzioni, rischiasse di vincerlo?

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Forse, e questo vale per la Sardegna come per il Sud Italia, la vera esperienza non è mai in ciò che si vede, nella dimensione puramente estetica. Né nel richiamo dell’esotico. Ma semmai nell’altra faccia nascosta e misteriosa, esoterica, nel segreto di una tradizione e di una credenza, nei silenzi che custodiscono il senso di certi rapporti, di generazione in generazione, nella crudezza delle pratiche. Sì, c’è molta antropologia in Assandira, a partire dal romanzo omonimo di Giulio Angioni, lo studioso scomparso nel 2017. Ma è un’antropologia oscura, spiazzante, assolutamente indecifrabile con la lente del nostro sguardo 2.0, ormai assuefatto a un livellamento di prospettive, alla confusione tra virtuale e reale, alle finzioni dell’immersione garantita e ipercontrollata. E il cortocircuito si innesca con la presenza enorme, assoluta di Gavino Ledda, che dopo aver subito il padre padrone, sembra dover affrontare qui la nuova tirannia dei figli, delle emancipazioni apparenti, dello sviluppo di ritorno, delle lusinghe del denaro. Una presenza testimoniale che rimette in gioco le memorie di una vita e di un’opera, i ricordi di una lingua e di una cultura che rischiano di smarrirsi…

…Ma al di là delle traiettorie del dramma, la verità è che Mereu affonda ancora una volta lo sguardo nelle viscere della terra e con lucidità estrema, con una potenza disarmante, squarcia i miraggi di tutto un colonialismo turistico che viaggia tra nature mozzafiato, la perversa fascinazione dell’arcaico, la necessità di un divertimento impunito. E fa a pezzi qualsiasi estetica da cartolina, quella imperante di un cinema che si piega a logiche da film commission. Non c’è mai un vero campo lungo, un’immagine che si perda nelle lusinghe del paesaggio o che ammicchi al perbenismo animalista. L’inquadratura, al contrario, è sempre piena, densa, asfissiante, ammassa uomini e bestie, si apre a invasioni di campo, a irruzioni inquiete, si illumina e si oscura a intermittenza. La superficie che vorrebbe essere scintillante, si fa cupa, sporca, fangosa. Sì, è innanzitutto una fatica la vita tra i campi e i pascoli, “o sciamarro è ‘no brutto attrezzo” come mi diceva qualcuno… E perciò Assandira è un film di fatica, in cui le uniche vibrazioni di dolorosa tenerezza si aprono nelle parole fuoricampo di Costantino Saru/Gavino Ledda, un uomo che è stato abituato a non abbandonarsi agli incantesimi del desiderio e che però, perciò, riconosce ancora il senso delle cose.

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Come accadeva nei romanzi deleddiani, in cui aleggiano misteriose forze motrici che spingono i personaggi a compiere il male, e anche il bene, Assandira è abitato da personaggi erranti e da individui che vogliono permanere, come se il continente e l’isola si specchiassero per un momento ma solo in una teologia dell’immagine ancorata all’autoesotizzazione profana della rappresentazione sarda. Il locus amoenus si fa carne e spirito; la relazione tra gli uomini e l’aspra terra sarda diventa la pantomima di una visione e di una versione ludica della propria storia, in funzione di un sardismo ad usum delphini, stretto tra tradizione e modernità, passato e presente. 

I personaggi di Assandira sono granitici, stoici, quasi omeriani, verghiani, ma il punto di vista principale, quello attraverso cui noi guardiamo la storia, e la ascoltiamo grazie ad una continua e persistente voce fuori campo, è quello di Costantino, interpretato da Gavino Ledda. Costantino ci racconta una storia, una storia profetica, drammatica, incastrata tra acqua e fuoco, ed è grazie a lui che iniziamo a capire come sono andate le cose. Ma il dubbio che racconti qualcosa di non veritiero è tale che, mentre fa una ricostruzione dei fatti accaduti, sembra che la stia forgiando in quel momento, a suo modo, a suo piacimento, come nel modello plurale e relativista di Rashomon di Akira Kurosawa. Non c’è nessuno che dica la verità. Non abbiamo il coraggio di dire le cose neanche a noi stessi.

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 L’interpretazione migliore è sicuramente quella di Anna König, attrice tedesca vista nella serie di NetflixDark. Certamente va elogiato l’impegno e la personalità di Gavino Ledda, che si è prestato ad interpretare Costantino, recitando per la maggior parte del film in lingua sarda. La König si è cimentata con l’italiano ma soprattutto con il personaggio di Grete, che è anche ben scritto. Una donna ambigua, difficile da comprendere che sconvolge la vita di un’intera comunità ma alla fine ne rimane vittima. Nel complesso il film di Salvatore Mereu convince a metà, un vero peccato.

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Stabilendo fin da subito un clima ostile che esclude dall’inizio lo spettatore dal circolo ristretto e famigliare che viene accolto nelle mura di Assandira, è la scrittura minimale dei personaggi e, ancora più, l’errata direzione degli attori che genera una soluzione respingente verso cui l’attenzione del pubblico ha davvero ben poco a cui aggrapparsi, vedendo un circolo chiuso rimanere ancora più accartocciato su se stesso, incapace di esprimersi se non malamente o attraverso un lessico inutilmente codificato. L’ambiguità che Mereu tenta di fornire e che Assandira non riesce a sua volta a gestire, sfugge totalmente al controllo del proprio autore che, con una storia che viene condizionata anche dall’interpretazione dei suoi attori, allontana il desiderio di far parte noi stessi degli ospiti di un luogo in cui assaporare ancora costumi e usi, e ancor più di domandarsi la causa per cui quel fuoco è arso…

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…La struttura noir è la cosa migliore del film, scura, piovosa, disperata, come la voce narrante di Ledda stupefatta e rassegnata. Lo svelamento della trama gialla, con i continui flashback generati a partire dalla scena del delitto e dalle domande di un magistrato, cede però a troppi inciampi di sceneggiatura, a una rappresentazione gratuita della simbologia dell’incesto e soprattutto a uno stile piattamente realistico, con la dittatura della camera a mano come unica scelta stilistica. Distaccato e al tempo stesso coinvolto, Mereu racconta con pietà e rabbia; non riesce però ad andare oltre la semplice impaginazione di un’umanità miserevole, con i personaggi ridotti a pedine di una trama mai credibile.

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…si muovono i tre protagonisti, ciascuno con le sue colpe, i suoi silenzi o le sue troppe parole. E tra i tre man mano si sviluppa un gioco al massacro, in cui nessuno è innocente e tutti si solleticano per una qualche idea: il padre Costantino si lascia sedurre dalla fisicità della nuora Greta, il figlio Mario si isola nelle sue ottusità e nei suoi segreti, Greta stessa – apparentemente la malefica ideatrice di questa giostra degli orrori – è in fin dei conti vittima del comportamento oscillante e incerto dei due maschi. Questo, finché Costantino resta solo, a piangere tra le macerie, a rodersi per la vergogna e a pentirsi amaramente per aver rinnegato se stesso e le sue origini. E il volto dolente, immoto, segnato dalla terra e dalla vita, di Gavino Ledda, e quel suo sguardo fisso, vacuo, vitreo, restano il dono più prezioso di Assandira.

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lunedì 9 marzo 2020

L’Agnello - Mario Piredda

In Costa Smeralda e nei villaggi turistici è pieno di sardi, che fanno i camerieri e le pulizie, e non solo (come canta Piero Marras)
La Sardegna non è più un posto di mare e sole e vacanze per il cinema, sempre più anche il cinema la rappresenta per quello che è, una regione dove si fatica, ci si ammala sempre di più, magari vicino alle basi e ai poligoni militari.
Insomma è diventata, nel cinema, ma lo è sempre stata, una regione difficile, non solo per i banditi del capolavoro Banditi a Orgosolo di Vittorio De Seta.
Già Bonifacio Angius ce l’aveva fatto vedere nel 2018 in un suo film (qui).
L’Agnello racconta una storia semplice e complicata insieme, di padri e figli, e figlie, di morte e malattia, di come ci si sente prigionieri a casa propria (leggi qui).
Gli animali si ammalano e muoiono, uomini e donne si ammalano e muoiono. Tutto questo è lo sfondo del film.
Il resto lo fanno un giovane e bravissimo regista, al suo primo lungometraggio, e la sua banda di attori, Luciano CurreliPiero MarcialisMichele Atzori e soprattutto Nora Stassi, l’attrice che interpreta Alice, la protagonista del film.
Quando riapriranno i cinema cercatelo in tutti i modi, e se qualche cinema lo “censurerà” per la sua carica antimilitarista, implicita e chiarissima, non arrendetevi, cercate di vederlo comunque, non sarete delusi (se non siete generali dell'esercito italiano) - Ismaele


qui e qui due ottimi cortometraggi di Mario Piredda





Della Sardegna Piredda non sa solo riprendere i panorami e gli spazi, siano essi delle scabre montagne o un mare incontaminato. Sa cogliere con efficacia e senza alcuna sbavatura retorica i ritmi di vita, le chiusure, le speranze che faticano a rivelarsi a causa di un pudore atavico dei sentimenti. L'ambiente che descrive è rurale ma in esso si è inserita una presenza anomala: quella dei mezzi corazzati dell'esercito, delle aree recintate con il filo spinato, di un inquinamento che può portare morte.
Ed è proprio contro la morte, quella di quell'uomo che chiama Jacopo invece che babbo, che lotta Anita. Lo fa con caparbietà ma anche sapendo far emergere dal suo bel volto corrucciato il sorriso di un'adolescente che vorrebbe poter rimanere tale ma che ha dovuto crescere troppo in fretta. Non le resta allora che percuotere i piatti di una batteria o la pelle tesa dei tom tom insieme al cuore, altrettanto indurito, di chi si rifiuta di sentire il legame del sangue, consapevole com'è che solo da lì può ancora arrivare una soluzione, una possibilità di vita per il padre.
Quella di Nora Stassi è una presenza forte, capace di incarnare determinazione e fragilità in un mondo dominato da figure parentali maschili e in cui le donne o tacciono, quasi perse in un passato insondabile, o si sono chiuse in una remissività che solo occasionalmente riesce ad esplodere in grido un'accusa

Con eleganza di regia e finezza di scrittura, l’autore e regista tratteggia un paese di tradizioni primigenie, indissolubilmente legato agli strumenti in grado di connetterlo all’humus dove affondano le sue radici più profonde, non dimenticando di infrangere la serietà delle questioni affrontate con la spontaneità di un’ironia bucolica, brillante e spigliata. La Sardegna torna sì a essere quel regno agreste di contadini, coltivazioni, di musica, di acqua e argilla che conferma un immaginario già consolidato dalle credenze collettive, ma assume adesso i connotati di una distesa di campagna desolata, sempre più abbandonata al suo destino a se stessa, in cui le lande brulle e aride non possono far altro che dare risalto agli intimi e diversi dubbi esistenziali che assillano i personaggi.

l'esordio nel lungometraggio del regista di Sassari, Mario Piredda, appare lucido, riuscito, schietto e abile nel districarsi tra argomenti e tematiche sulla carta assai rischiose, in quanto minacciate costantemente da trappole insidiose nascoste in trabocchetti di retorica e facili tenerezze.
Qui invece, e per fortuna, ogni tentazione retorica è completamente lasciata al di fuori, sostituita dal desiderio di concentrarsi sui personaggi e sulla forza del loro agire, ancor prima del loro comunicare, comunque scarno, ruvido, attraverso quell'idioma così particolare ed assai efficace che non lascia spazio a possibilità di travisamenti, supportato da una complicità che scatta con una semplice occhiata, ben più loquace ed espressiva di qualunque discorso o altra forma di comunicazione.
E anche la Sardegna schietta, verace e montana che qui fa da sfondo alla vicenda, sa rifuggire con coraggio ogni luogo comune folkloristico e turistico che troppo spesso finisce - altrove per fortuna -  per danneggiare o compromettere storie o situazioni, motivate magari dalla necessità di cedere alla tentazione di peraltro utili aiuti finanziari in cambio di ritorni di immagine spesso fuorvianti o fuori luogo rispetto al contesto narrativo del film.


lunedì 21 maggio 2018

Martin Scorsese su “Banditi a Orgosolo”

Qui il film completo

(testo scritto appositamente per la Cineteca del Comune di Bologna in occasione della presentazione alla Mostra d'arte cinematografica di Venezia 2005 di “Banditi a Orgosolo”, versione restaurata dalla Cineteca di Bologna-Laboratorio L’Immagine Ritrovata)

Due anni fa i miei produttori italiani di “Il mio viaggio in Italia” (il mio documentario sul cinema italiano) mi fecero un regalo inaspettato, alcune copie in 35mm di documentari diretti da Vittorio De Seta tra il 1954 e il 1958. Sette film in tutto, della durata di circa dieci minuti l’uno, sei dei quali girati in Cinemascope. Titoli incantevoli, come “Lu tempu di li pisci spata, Isole di fuoco, Pasqua in Sicilia, Contadini del mare, Parabola d’oro”…
Avevo sentito parlare dei documentari di De Seta come accade per i luoghi leggendari: qualcuno doveva averli visti in un modo o nell’altro, ma nessuno si ricordava chi, dove o quando.
De Seta stesso era una figura leggendaria e misteriosa. Aveva realizzato solo tre film negli anni Sessanta (il primo dei quali, “Banditi a Orgosolo”, un capolavoro indiscusso) per poi scivolare, insieme ai suoi film, in una sorta di oblio.
Ricordo distintamente di aver assistito alla proiezione di “Banditi” al New York Film Festival all’inizio degli anni Sessanta. Uno dei film più insoliti e straordinari che avessi mai visto.
La storia è semplice: un pastore, ingiustamente accusato di un crimine che non ha commesso è braccato in un paesaggio arido e silenzioso. Il suo gregge muore di fame e lui, ormai ridotto alla miseria, è costretto a diventare un bandito. Ma il film è anche la storia di un’isola e della sua gente.
Ambientato sulle montagne della Barbagia, in Sardegna, il film rivela un mondo arcaico, incontaminato, dove la gente si esprime in un dialetto antico e vive secondo le regole di una volta, considerando il mondo moderno estraneo e ostile. In loro, De Seta riscopre le vestigia di una società antica attraverso la quale risplende una nobiltà perduta.
Lo stile del film mi colpì profondamente. Il neorealismo era stato condotto su un altro livello, in cui il regista partecipava completamente alla narrazione, in cui la linea di demarcazione tra forma e contenuto era stata annullata e in cui erano gli eventi a dettare la forma. Il senso del ritmo di De Seta, il suo uso della macchina da presa, la sua straordinaria abilità nel fondere i personaggi con l’ambiente circostante, furono per me una completa rivelazione. De Seta era un antropologo che si esprimeva con la voce di un poeta.
Da dove veniva questa voce? Quarant’anni dopo essermi posto questa domanda ho capito che forse i suoi documentari potevano darmi una risposta. Alla fine li ho proiettati, e sono rimasto stupefatto.
L’inquietudine, il senso di spiazzamento, mi hanno accolto dalle prime immagini, mi sentivo impreparato di fronte a ciò che stavo vedendo.
Sono stato sopraffatto da un’emozione intensa, come se avessi oltrepassato lo schermo e mi fossi ritrovato in un mondo che non avevo mai conosciuto, ma che improvvisamente riconoscevo.
Un mondo crepuscolare. Quella che stavo guardando era la mia cultura ancestrale che volgeva alla sua fine, a un passo dal suo ingresso nella sfera del mito. Mi venne in mente una scena del film “Roma” di Fellini in cui un affresco scompare al contatto con la luce durante la costruzione di una linea della metropolitana – frammenti di una civiltà antica che hanno raggiunto l’epoca moderna risuonando della loro epicità.
Ma non mi ero limitato ad oltrepassare lo schermo, adesso stavo entrando nell’occhio del regista, come se nell’atto di rimpossessarmi delle nostre radici comuni avessi visto il mondo di De Seta. Stavo condividendo la
sua curiosità e il suo stupore e realizzando con tristezza, come doveva aver fatto anche lui, che quella era l’ultima volta che la vitalità di una cultura incontaminata veniva filmata.
Era la Sicilia sullo schermo, una Sicilia che nella mia famiglia i miei nonni furono gli ultimi a conoscere, la Sicilia dimenticata. Un luogo in cui la luce del giorno era preziosa e le notti completamente buie e misteriose.
Un luogo rimasto inalterato per secoli, in cui lo stile di vita era sempre lo stesso, dove le calamità naturali facevano parte dell’esistenza, minacciando ogni momento morte e distruzione. Un luogo in cui la religione rivestiva un’importanza primaria, dove le sofferenze della vita venivano rivolte alle stazioni della Via Crucis. In fondo questa gente si identificava con la liturgia della crocifissione.
Erano i figli di Sisifo, che aveva imprigionato Thanatos per evitare il decesso dei mortali, i figli di Prometeo, che aveva rubato il fuoco agli dei per donarlo ai mortali, e per questo erano stati puniti per l’eternità. Gente che cercava la redenzione attraverso il lavoro manuale: nelle viscere della terra (Surfarara), in mare aperto (Contadini del mare), sulle colline (Parabola d’oro) – tirando le reti, tagliando il grano, estraendo lo zolfo. Gente che sembrava pregare attraverso la fatica delle mani.
Di cosa era composta questa alchimia? Era il cinema nella sua essenza, in cui il regista non registra la realtà, ma la vive in prima persona.
In questi documentari ritrovai la stessa umile empatia di De Seta che avevo conosciuto quarant’anni prima in “Banditi a Orgosolo”.
Non era solo il mondo dei miei antenati che mi era apparso davanti agli occhi, ma anche un cinema che non esisteva più. Un cinema che aveva il potere dell’evocazione religiosa.
La proiezione era durata meno di un’ora ma il tempo era passato lentamente, come se avessi abitato ogni suo singolo fotogramma. Era il cinema nella sua espressione migliore, capace di trasformare, che mi aveva permesso di capire cose mai capite prima d’ora e di vivere emozioni a me sconosciute. Mi sembrava di aver fatto un viaggio in un paradiso perduto.

sabato 14 settembre 2013

Le radici junghiane del cinema italiano d'Autore - Amedeo Caruso

Intervista a Vittorio De Seta, il regista dell'Ombra

L’avventurosa storia del Cinema Italiano d’Autore percorre itinerari che non sempre passano per le autostrade intitolate a Fellini o Antonioni, o superstrade a tre corsie denominate Visconti e Bertolucci. Esistono sentieri, (gli americani le chiamano strade blu), che conducono il viaggiatore verso panorami inusitati e bellezze nascoste che soltanto chi vuole imparare a viaggiare può conoscere. Per questo motivo da anni ormai davo la caccia a un film introvabile e importantissimo, secondo me, dal titolo “Un uomo a metà” di Vittorio De Seta. Pur possedendone la sceneggiatura sapevo che il film era abbastanza diverso dallo script e pertanto ero curiosissimo di vederlo. Qualche anno fa avevo chiesto anche l'aiuto a quel nuovo e caro amico che è il regista Fabio Carpi, poiché egli ha collaborato alla sceneggiatura del medesimo. Sebbene Carpi sia stato generosissimo e disponibile con i suoi film, non aveva una copia della pellicola in questione e neppure notizie di De Seta da molto tempo. Ero riuscito ad appurare soltanto che viveva da qualche parte in Calabria e nessuno sapeva di più, né telefono né indirizzo. La ragione per la quale ero cosi ansioso di vedere il film e conoscere il regista era dovuta al fatto che, conversando con il mio amico e maestro Aldo Carotenuto, anni orsono ero venuto a conoscenza che De Seta conosceva bene il maestro di Carotenuto, di Fellini e di tanti altri intellettuali e psicologi e medici e scrittori che orbitavano nel mondo artistico e psicoanalitico della Capitale negli anni '50-'60. Carotenuto nel suo libro Jung e la cultura italiana riporta una amabile conversazione con Fellini durante la quale viene citato un amico e collega di Federico, il regista De Seta, per merito del quale l'artista riminese è entrato in contatto con Ernst Bernhard, il medico ebreo allievo di Jung che era fuggito in Italia ai tempi della persecuzione nazista…

martedì 26 marzo 2013

Giovanni Columbu intervista Vittorio De Seta


lunedì 19 marzo 2012

Lettere dal Sahara - Vittorio De Seta

lo rivedo dopo qualche anno, non è un film perfetto, ma è vivo e necessario.
c'è qualche schematismo, forse, magari è anche didascalico, dice qualcuno, nella prima parte, quella ambientata in Italia, ma poi il film vola e tocca vette davvero alte.
da non perdere - Ismaele




Sono tanti i pensieri correlati ad un film di questo genere, temi come lo "sviluppo senza progresso" di pasoliniana memoria, o sull'intolleranza che spesso non è altro che semplice invidia.
"Lettere dal sahara" sicuramente pecca quanto a dilatazione dei tempi, facendo apparire eccessive le due ore di montato, ma meglio un film sincero e comunque utile come questo, che tanti altri spesso mossi da studi sulla psicologia del pubblico o da interessi privati
.

De Seta non è cambiato. Sono cambiati però i tempi e nella mancata percezione del loro divenire si sente (non solo sullo sfondo) qualche scricchiolio di sceneggiatura. Perché la storia del senegalese Assane si rifà indubbiamente a situazioni reali che subiscono nel nostro Paese discriminazioni inaccettabili. Il problema è che del protagonista si fa una sorta di icona di bontà assoluta (tranne qualche pregiudizio sulla cugina troppo emancipata) che ha tutti i tratti della retorica. L'apice si raggiunge quando il 'buon' africano arriva nell'appartamento della 'buona' insegnante di italiano per accudire il fratello psicolabile (ma 'buono' e convertibile anche lui in un amico da aiutare nel corteggiare le ragazze) e riesce con un clic a far ripartire un computer in panne (non si sa perché lasciato acceso). È didascalismo allo stato puro che purtroppo rischia di ottenere l'effetto contrario al voluto…

Il film racconta il drammatico viaggio da Sud a Nord di un giovane senegalese, che dopo un terribile viaggio in nave e il primo impatto con la burocrazia, riesce a fuggire e a lavorare da clandestino in Italia, arrivando dalla Sicilia a Torino. Ma il finale è affidato a un ritorno in Africa, con un saggio che tira il filo di tutta la storia in modi quasi “didattici”. A suo modo, Lettere dal Sahara è un’“opera prima”; ci piace pensarlo come un punto d’inizio, con le generosità e gli errori di chi si lancia anima e corpo in un’impresa nuova. A non sapere chi l’ha diretto, lo si direbbe davvero, diciamo, l’esordio di un trentenne africano che cerchi di raccontarsi e raccontarci. La prima parte del film, mossa e poetica, ha una leggerezza da filmmaker che mostra felicemente come il regista abbia lavorato addosso alle cose, sfruttando le tecnologie leggere e l’improvvisazione. Poi, giunti a Torino, vien fuori una certa pesantezza didascalica, e il ritorno in Africa riallaccia il filo nei modi necessari dell’alta retorica. Ma in definitiva, Lettere dal Sahara appare soprattutto un modello produttivo e “di metodo” per molti giovani registi che abbiano voglia e curiosità di guardarsi incontro, interrogandosi sul cosa, il perché e il come filmare…

Ecco, quello sguardo sulla realtà continua a essere la lezione più attuale del suo cinema, anche in questoLettere dal Sahara (titolo moraviano, ma declinato al contrario: là un italiano che percorre il continente africano; qui un senegalese che risale lo stivale), suo travagliato ritorno alla regia dopo tredici anni dall’ultima volta; e non può fargli che bene, quindi, l’impiego di una tecnologia di ripresa leggera e non invadente come quella digitale, che De Seta utilizza con la sobrietà necessaria a una maggiore adesione alle cose. Soprattutto le battute iniziali, con l’arrivo avventuroso in barcone a Lampedusa e i primi contatti con le maglie sfrangiate di una politica di accoglienza che inevitabilmente tracima entro lo sfruttamento schiavistico e la piccola delinquenza sottoproletaria, mostrano la felice ispirazione del regista; che rielabora con notevole freschezza stili e linguaggio della docu-fiction, della quale può a ragione rivendicare una sorta di paternità in tempi non sospetti. Nel finale, invece, il ritorno a casa del protagonista (umiliato e offeso, a ritrovare, nella figura del venerato professore universitario, il contatto con la terra d’origine, le sue usanze, i suoi riti, in un imprevisto rigurgito di orgoglio) segna anche il ritorno del De Seta etnodocumentarista, a suo agio con l’alterità (geografica, culturale) più che con la propria identità; tanto più che gli riesce di caricare di risonanze ancestrali e mitologiche – il rapporto con l’acqua che ora minaccia, ora salva il protagonista – una vicenda volutamente progettata in una dimensione cronachistica, quasi banale nell’essere summa e sintesi di migliaia di altre analoghe…