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mercoledì 8 febbraio 2023

Sound barrier – Amir Naderi

una piccola storia, un bambino, Jessie, sordomuto e orfano riceve l'informazione che la mamma, che lavorava in una radio, aveva raccontato di lui.

la curiosità del bambino è insaziabile e poi riesce a trovare la cassetta e a farsi ripetere le parole della mamma da un passante caritatevole e paziente.

la fine, bellissima, ricorda quella di Miguilim, romanzo di João Guimarães Rosa.

buona (lenta e miracolosa) visione, se lo trovate - Ismaele

 

 

 

…è il suono che, stavolta, (in)veste il ruolo dell'Immagine. In sostanza, Naderi riesce ad infrangere la barriera del suono. Quindi, come già spiegato nelle righe soprastanti, a spaccare la barriera dell'Immagine. Di conseguenza, del cinema. Riportando quest'ultimo alla sua naturale stabilità e densità. Riportandolo alla consistenza originale. Riportandolo alle origini: è sempre un cinema delle origini, in fondo, quello del regista di "Acqua, Vento, Sabbia". Ecco che, ancora una volta, avviene un miracolo.

Il cinema di Naderi è vita. È un cinema vitale. Un cinema ossessivamente ottimista e verticale. Come spinta propulsiva. Che punta verso l'alto. Verso la luce. Verso, appunto, il miracolo.

da qui

 

 

Jessie, a deaf-mute child of 11, journeys all through New York, clutching a letter and a key, looking for a store in Queens. This contains an audio cassette recorded by her mother before she died. "Both a stylistic feat and an endless assault on the senses, Naderi's latest excursion into black and white is perhaps the most extensive staging of pure frustration in the entire history of cinema."

da qui

 

“All of my experience over the years in making films came together in this film, to a point that I had wanted to reach all my life. In making Sound Barrier I discovered how much I could push beyond my limits, and in so doing learned many things about myself and my work. Sound Barrier told me I could begin a film I have been planning for years, as the second part of my sound trilogy. It was one of the reasons I left my country. A film about the moon. I have always had a dream of being on the moon; it is exactly where I want to be. This is the beginning of a new path for me.” (A. Naderi)

da qui

 

Sound Barrier: Iranian master Amir Naderi's latest dispatch from the streets of his adopted New York represents a return to the themes of his seminal The Runner. Fending for himself in an indifferent city, a deaf boy searches for the remaining traces of his dead mother, a radio talk show host who left behind a collection of audio cassettes in a Greenpoint warehouse. As is customary in Naderi's oeuvre, sound design is crucial, and the movie gradually builds to an aural tour de force set on a congested bridge. Exhilarating and exhausting — with a finale that is quite literally an epiphany.

qui

martedì 2 giugno 2020

Monte – Amir Naderi

Agostino, il protagonista del film, è sicuramente cugino in primo grado di Sisifo, autori di imprese impossibili.
il film, ambientato in un medioevo senza tempo, ricorda un po' Aspromonte - La terra degli ultimi, i più poveri dei poveri lasciano le loro terre in montagna per andare a fare i poveri semplici da un'altra parte.
Agostino, moglie e figlio non abbandonano la loro casa sotto il monte, che fa un'ombra perenne.
e allora, dopo una discesa ai sottopiani della miseria Avostino decide di combattere con la natura, una lotta pericolosa e senza quartiere.
Amir Naderi sa cos'è il Cinema, abbiate fede.
buona visione - Ismaele





QUI il film completo, in italiano


È la vita stessa dell’uomo che non si ferma e sa combattere, sempre e comunque, anche se sa che è una fatica, la sua, senza speranza. La montagna contro cui combatte Agostino rappresenta il muro che continuamente la vita ci pone davanti, talvolta insormontabile (come il monte del film), talvolta solo di carta. Ma rappresenta la vita stessa, e il protagonista combatte sempre e comunque, anche se sa che la sua fatica è senza speranza. Resta, come a tutti, la soddisfazione e l’orgoglio di aver tentato. Poco vale il risultato se si sa che si è fatto tutto per raggiungere lo scopo…

…His challenge of the mountain that blocks out the sun and rips life away from his house and his family is a necessary choice. As well as a crazy one. Agostino starts titanically pounding the huge mountain, dark and threatening, in which sacred verticality blends with the heaviness of the thing, a place where heaven meets earth, the home of the gods. But if the Pueblo Indians interviewed by Carl Gustav Jung are right when they say that “all life comes from the mountains”, then Agostino is not challenging God, but rather himself, in an angry surrender of self-awareness.
Amir Naderi uses no dialogue and reduces the narration to a minimum to focus on the visual strength of the film in its symbolism, giving the sound design (which he was responsible for along with the screenplay and the editing) a preponderant role, through the deep and incessant trumpeting coming from the bowels of the mountain…

Questa meravigliosa ultima mezz’ora di Monte è la sfida definitiva del corridore ingabbiato dallo schermo, la vittoria definitiva dell’acqua-vento-sabbia insinuati ormai in ogni singolo cut di montaggio, senza più una lingua o un linguaggio (ben prima l’ABC), senza più numeri da interpretare (a Manhattan) o tesori da ritrovare (a Vegas). L’immagine rinuncia a ogni “significato” rigenerandosi in un gesto filmico fine a se stesso e immensamente umano,  ossia il gesto ciclico di Agostino: ossessivo, rabbioso, onesto, commovente, sincero e sublime nella sua inutilità. Proprio come il cinema. Ecco allora: Naderi scala per l’ennesima volta la sua privata montagna di (r)esistenza, arrivando a liberare la luce di un cinema divenuto definitivamente nostro.

Monte diventa così l’emblema della sfida del singolo contro l’eternità delle leggi considerate naturali. Ad Agostino si affianca prima la moglie e poi anche il figliol prodigo, tornato a dar man forte ai genitori dopo essere sfuggito a una cattura da parte delle guardie. Loro tre, di nuovo insieme ma senza più alcun istinto alla vita normale. Non c’è più casa, non c’è praticamente più cibo, non esiste giaciglio. C’è solo quel martello che si alza per abbattersi sul monte, un colpo dopo l’altro, incessantemente, giorno dopo giorno e anno dopo anno. Lo scopo della vita di Agostino diventa la lotta, null’altro. La lotta per la rivendicazione di un’esistenza a cui è negato perfino il più elementare dei diritti: la luce del sole.
Naderi la riprende a sua volta ossessionato da quei gesti, da quei singulti, da quel sudore e da quella fatica. Riprende questa lotta come se fosse in qualche modo anche la sua: la lotta per la rivendicazione di un cinema mai “di Stato”, ma di popolo, di terra. Un cinema che ha radici ovunque, perché la radice è nello sguardo, e nel sentimento. Se Cut si concludeva con i “100 film migliori della storia del cinema”, Monte si schianta senza paura contro la parete crepata di una vetta crudele e immobile. Forse eterna, ma friabile, intaccabile. Riscattando le già citate debolezze delle prime sequenze – ma la regia anche in quel caso mantiene un nitore accecante – Monte si innalza in un crescendo continuo tra le visioni più emozionanti della settantatreesima edizione della Mostra, dove avrebbe meritato di poter concorrere per il Leone d’Oro. Ma si sa, gli apolidi sono sempre stati trattati con sufficienza, quando non con timore e disprezzo; non hanno mai pace, né riparo. Avanti allora, a mani nude, contro le montagne!

martedì 30 gennaio 2018

Il cinema della felicità - Maurício Gomyde

Pedro è un giovanotto che ama il cinema quanto se stesso, forse di più, fa un cineforum per qualche appassionato, vende e consiglia i film, in un noleggio di dvd, sa cosa dare a ciascuno, vive con un padre che fa il cuoco, a cui dà una mano, quando serve, e una madre un po' assente, ha un grande amico, Fit, e poi appaiono due ragazze, Mayla e Cristal.
succedono tante cose e poi i quattro gireranno un film straordinario.
Pedro sembra di conoscerlo, o averlo conosciuto, uno così.
magari un giorno ci incontreremo, in qualche cinemino sgarrupato, dove proiettano quei film che non arriveranno nelle multisale, peggio per le multisale. 
forse Pedro è il protagonista di Cut, di Amir Naderi, chissà se lo sa.
un bel libro, merita, per chi ama il cinema vale ancora di più - Ismaele






In sala le luci si sono appena abbassate. È il giorno di «Cinema felicità», il cineforum più amato da tutti coloro che stanno attraversando un momento difficile: basta guardare le immagini sullo schermo per dimenticarsi dei problemi e ritrovare il buonumore. Lo sa bene il giovane Pedro che con il cinema ci è cresciuto. Negli anni ha imparato che i film sono in grado di guarire le ferite. Di mostrare il lato positivo anche nei momenti in cui la vita sembra in bianco e nero. Per questo, da quando gestisce un videonoleggio, ha deciso di trasformare la sua passione in una missione: aiutare le persone con i suoi consigli da esperto cinefilo e far tornare il sorriso a chi credeva di averlo perduto per sempre. E allora L’attimo fuggente diventa la scelta giusta per coloro che devono imparare a cogliere le occasioni quando si presentano, senza rimandare. Per ricordarci che non si deve mai perdere la speranza, c’è la cura Forrest Gump, mentre come rimedio alla pene d’amore basta gustarsi Casablanca dall’inizio alla fine. In una parola, c’è il film giusto per ognuno di noi. 
Ma adesso Pedro ha scoperto che sta per perdere la vista. Adesso è lui ad aver bisogno di aiuto. E non può che rivolgersi al cinema. Armato solo di cinepresa, parte per un viaggio che lo porterà a girare un film con un copione a dir poco originale: la vita e la sua imprevedibilità. Perché non è mai detta l’ultima parola. Anche nei momenti più bui, se crediamo nell’amore e nell’amicizia, troviamo sempre il modo per ricominciare…

…Il cinema della felicità è un libro fresco che, seppur con toni delicati e frizzanti, affronta la disperazione e quesiti esistenziali profondi offrendo una formidabile arma di salvezza a tutti coloro che perdono la parte migliore dei propri occhi. Con il più semplice, leggero e fluente dei linguaggi, “Il cinema della felicità” è di sicuro il libro giusto per tutti coloro che sono alla riscoperta della bellezza e della meraviglia del mondo: è la chiave per ripartire con occhi nuovi, la combinazione degli ingredienti perfetti per le nuove vite.
Mauricio Gomyde, scrittore e musicista brasiliano è diventato ben presto uno degli autori più apprezzati e contesi del nostro  panorama letterario, affermandosi come un vero e proprio fenomeno  per la sua capacità di immediatezza. Definito il regista delle parole, colui che compie il miracolo di far credere alla persone ciò che è quasi impossibile da dimostrare e che ci offre uno dei ruoli più ambiti, quello da protagonista, nel più bello dei film: la vita.
Buona visione.

giovedì 21 aprile 2016

99 homes – Ramin Bahrani

Due grandi attori per un dramma dei nostri giorni, un pezzo di storia economica recente al cinema (come La grande scommessa).
alla sceneggiatura ha collaborato il grande regista Amir Naderi.
Andrew Garfield (Dennis Nash) e Michael Shannon (Rick Carver), e una bravissima attrice, Laura Dern, vittime e carnefici in un gioco terribile.
Andrew veste i panni dell’usuraio-ladrone, ma dopo qualche tempo la coscienza, impossibile sopirla completamente, riemerge.
Michael Shannon è un (povero?) diavolo che cerca collaboratori, compra anime come compra le case.
un bel film, di quelli di una volta, lo capisce anche un bambino (è un complimento!) - Ismaele



…Una storia semplice e potente, insomma, raccontata in maniera altrettanto semplice e potente, attraverso un film drammatico che ha la forza trascinante, il ritmo e la tensione di un thriller.
Ramin Bahrani, sceneggiatore e regista, accusa un sogno americano che funziona alla grande, ma solo se si appoggia sulle disgrazie altrui e mostra un protagonista che, se messo di fronte all'opportunità di conquistarsi facilmente una vita agiata, sposta parecchio in alto la soglia di tolleranza per le disgrazie che fanno la propria fortuna. Il messaggio non viene comunicato in maniera particolarmente sottile, ma 99 Homes funziona forse anche per questo e per il taglio da film di genere, che alimenta una tensione torcibudella grazie alla notevole colonna sonora e al ritmo incalzante…

…Interessante è però l’idea di accompagnare la mala educazione del protagonista a un percorso dickensiano, per cui il povero Nash, oramai passato dalla parte del nemico, si trova poi a sfrattare di casa proprio chi gli aveva mostrato appoggio e solidarietà. Come un novello Oliver Twist, Nash, per imboccare il suo percorso di redenzione, dovrà affrontare l’umiliazione, perché senza di essa non è possibile alcun perdono.
Gli elementi narrativi “classici” vengono poi scelti e posizionati con notevole acume: in questa wilderness post-post-capitalista dove la legge non ha più (e ancora una volta) alcun potere, la resa dei conti non può che essere in perfetto stile western e il povero colono residenziale dovrà difendere la sua “fattoria” con il fucile. Solo che fuori non ci sono i “selvaggi pellerossa”, bensì gli agenti di polizia.
Forse la sua simbologia potrà apparire a tratti troppo semplice o persino didattica, ma 99 Homes con il suo studio sociologico sull’America immobiliare contemporanea, non intende tralasciare nulla, compreso ciò che dovrebbe essere universalmente noto. E non è casuale poi, a ben pensare, nemmeno la location in cui il film si svolge, quella Orlando, Florida in cui ha sede la mitologica Disneyworld, più volte citata nel film quale luogo-non luogo paradisiaco che – come ben ci ricordava il finale di Arizona Junior dei Fratelli Cohen – incarna una promessa di felicità ontologicamente beffarda.

En ella podremos observar a quienes siempre llevan la cabeza alta, miran a los ojos y pueden vivir consigo mismos, y a los que no son capaces de acostumbrarse al dolor ajeno, a ser los portadores de las noticias que destrozan la vida a cientos de personas, gente que no es capaz de hablar a la cara porque el peso de la conciencia les impide levantar la barbilla. Al final, todo se reduce a la primigenia ley de la selva y a la del cazador o la presa. Supervivencia urbanística.

Côté mise en scène, Ramin Bahrani nous embarque dans un drame plutôt poignant. Le traitement de ses différents personnages est très intéressant. Entre un promoteur immobilier plutôt scrupuleux et un homme quasiment au fond du gouffre, les remises en question seront au centre du récit. On y découvrira un engrenage sans fin sur fond de corruption. L’évolution des personnages sera constante ce qui nous maintiendra en haleine jusqu’au dénouement final.
Avec ce nouveau film, Ramin Bahrani nous emmène dans un cercle vicieux avec des personnages forts. Le casting est parfait, le duo  Garfield/Shannon est bluffant. 99 Homes nous mettra à rude épreuve dans un milieu où le plus fort fait sa lo.

Laddove invece il film fa centro è nel realismo del contesto e nell’espressione della sua concretezza: i personaggi di contorno hanno volti e parole apprezzabili e coerenti, che restituiscono dignità al progetto nel suo insieme. Sarebbe facile parlare delle doti di un Michael Shannon mefistofelico e tridimensionale come valore aggiunto, ma la verità è che 99 Homes è un film dignitoso che si piazza poco al di sopra della media, nobilitato principalmente da un’ottima scrittura dei dialoghi meno ricattatori e da tematiche su cui, in fondo, era abbastanza difficile sbagliare. Lo spettacolo offerto non è in sostanza privo di una sua forza, ma lascia l’impressione che Bahrani abbia di nuovo sprecato un’occasione per uscire da paletti molto comuni, imputabili in parte anche alla produzione.

…Bahrani firma un thriller social cuya principal baza es no dejar al espectador sin opinión acerca de los acontecimientos que se suceden a buen ritmo, al adentrarnos en la mafia inmobiliaria y conocer aspectos que seguramente intuíamos, pero no sabíamos confirmar…

…99 Homes continues Bahrani's curious late run as the unaccomplished middlebrow answer to Nicholas Ray. It stays afloat where his last sank, though, largely thanks to some inspired scenery-gorging by the perpetually-vaping Michael Shannon, playing slick Rick Carver, a side-armed real estate broker who makes his bones seizing other Floridians' foreclosed houses and flipping them to the banks that probably shouldn't have given them a loan in the first place. Enter Andrew Garfield as working-class angel and struggling single-dad Dennis, who cedes his keys to the devil in the tan jacket only to go to work for him for a shot at getting his family home back. What are the odds he'll keep his house and, more importantly, his soul?...


venerdì 2 ottobre 2015

Cut – Amir Naderi

premessa: penso che Amir Naderi sia uno dei più grandi registi in circolazione, e ha fatto dei film che sono nella storia del cinema (in Iran, negli Usa, e in Giappone, fra quelli che ho visto finora).
Cut è un film che è un omaggio al cinema, un film estremo e contemporaneamente didascalico, ma Amir Naderi riesce nell'impresa.
ambientato in Giappone (coincidenza: anche Kiarostami, altro regista iraniano, ha girato un film in Giappone), essenziale, senza troppi fronzoli, sotto la protezione dei tre grandi del cinema giapponese, Shuji, un giovane regista che tiene un cineforum in un una terrazza (solo passione e amore lo rendono possibile), e di trova a dover restituire un debito ai mafiosi/camorristi della yakuza, e lo restitusce in natura.
gli sguardi di Yoko, la barista, sono un film nel film.
per me è un piccolo capolavoro, provare per credere, o per non essere d'accordo - Ismaele




…Naderi riesce ancora una volta ad annullare ogni possibile retorica, ogni possibile discorso, nel desiderio e nell’incanto. Nella vita, che continua. In un altro film che il protagonista potrà realizzare. Questo è il suo miracolo, il miracolo di Cut, di un regista formidabile. Perché Naderi è Shuji che fa visita alle tombe di Kurosawa, di Ozu, di Mizoguchi; perché Shuji è il Cinema, quel volto tumefatto e sanguinante che chiede di essere colpito ancora, come un‘ossessione, come una scena, come scene che ritornano, il Cinema è un corpo-schermo disteso sul quale le immagini scorrono, vivono, è quel corpo stremato e muto negli occhi dolci di una ragazza forse innamorata che si chiama Yoko (Takako Tokiwa), nelle sue mani. Il Cinema, per Naderi, è quel segreto, quel bambino che nei 3 minuti di Super8, in quelle immagini catturate senza poterle rivedere, sta cercando il mondo.

“Il cinema sta già morendo.” Amir Naderi regista giapponese lancia un urlo apocallitico sulla situazione del cinema. Atto d’amore incredibile ed unico, il film è una metafora della sforzi dei registi per ottenere finanziamenti per la realizzazione delle idee. Shuji è un ragazzo giapponese appassionato – solo come un giapponese può esserlo di cinema. La sua è una battaglia contro il mondo intero. Armato di un megafono si getta fra le strade sovrapopolate di Tokyo cercando di ottenere un minimo di attenzione. “Non sei mica Yukio Mishima.” Gli ricorda l’amico. Con tanto coraggio gestisce a casa sua – sul terrazzo del tetto – un cinema dove un gruppo di eroici appassionati si reca a vedere vecchi film muti ed in bianco e nero. Il suo appartamento è imbottito di locandine, manifesti, pellicole. Vuole anche essere sceneggiatore e regista. I finanziamenti gli sono concessi dal fratello, uomo della Yakuza. I film non sono distribuibili ed il fratello è ucciso perché incapace di restituire i tanti soldi. E qui inizia la metafora unica sulla devozione profonda per il cinema…

Inizialmente il film sembra "ingenuo" proprio per questo motivo. Sembra un'esaltazione nostalgica di un qualche tipo di vecchio cinema che ormai non esisterebbe più.
Poi andando avanti corregge il tiro, parlando di vero cinema e di veri registi tutt'ora presenti nel mondo che andrebbero supportati a discapito dei film dal budget spropositato, dei multisala ecc.
Così già si ragiona, perché chi è appassionato di cinema (ma magari anche di altre forme d'arte inglobate dal mercato come la musica, i fumetti ecc.) sa benissimo che per trovare i veri capolavori basta cercare, basta nuotare contro la mainstream e magari immergersi nell'underground. Ed è lì che si può trovare, ad esempio, Amir Naderi…

 Nonostante non sia la nostalgia il sentimento che muove l'opera, poiché il monito ad emulare il passato è tutto proiettato sul futuro della pratica cinematografica e volto ad un suo rinnovamento, il film non si può non considerare il manifesto di una certa stagione della cinefilia, ancora condivisibile ma non più assolutizzabile. Una stagione legata alla fisicità dell'oggetto filmico di cui Naderi canta l'estrema messa alla prova ma anche l'agonia.
Cineasta sempre più di culto (o forse bisognerebbe dire sempre meno, man mano che si massifica la platea), costruttore di ossessioni mitiche e divoranti, Naderi ha fatto molto meglio, per esempio con il precedente "Vegas", ma non ha mai urlato così forte come ora, che l'ossessione di cui è arrivato a trattare è esattamente la sua.

… Amir Naderi firma un manifesto sentito, profondo, emozionante, probabilmente destinato ai soli cinefili in grado di riconoscersi nell'attivismo cinematografico di Shuji, nel suo sconfinato amore per il cinema, nel suo desiderio di vivere una vita dedita all'arte. Il cinema è l'unico mezzo che collega Shuji alla vita, il suo unico scopo per esistere (e in questo senso, sono rivelatorie le scene in cui il protagonista, nudo, si lascia proiettare addosso le pellicole che tanto ama, cure salvifiche per le ferite della sua pelle).
Un atto romantico attorniato da un'aura quasi sacrale, con un cuore enorme, eppure secco, crudo, grezzo.
Come uno schiaffo.

Cut, in un certo senso, comincia dove finisce Goodbye Dragon Inn: la pellicola di Naderi, emerge dall'abisso filmico di Tsai Ming-liang, spastandosi da uno spettrale e silenzioso fine nostalgico, verso un fisico e vociante scopo stimolante. Lo spettatore, verso la fine, viene preso a pugni affinché possa sentire sulla propria pelle il dolore e il peso di 100 film e del loro valore inestimabile, sperando che questi non vengano dimenticati e sepolti nella memoria passata, ma piuttosto riscoperti e rievocati per cercare di infondere una nuova luce a questo superficiale ed anestetizzante presente cinematografico. Queste opere sono la totale e totalizzante dimostrazione d'amore che il regista iraniano riserva e riversa verso la settima arte. 100 pugni diretti:

#100
- "Welfare" (1975), di Frederick Wiseman
- "The Burmese Harp" (1956), di Kon Ichikawa
- "Knife in the Water" (1962), di Roman Polanski
- "Raise the Red Lantern" (1991), di Zhang Yimou
- "The Wind" (1928), di Victor Sjostrom
- "Pixote" (1981), di Hector Babenco
- "Fat City" (1972), di John Huston
- "Closely Observed Trains" (1966), di Jiri Menzel
- "La Terra Trema" (1948), di Luchino Visconti
- "Hoop Dreams" (1994), di Steve James

#90
- "Peeping Tom" (1960), di Michael Powell
- "Dekalog" (1989 - 1990), di Krzysztof Kie?lowski
- "Kwaidan" (1964) , di Masaki Kobayashi
- "The Up Documentaries" (1985), di Michael Apted
- "Fireworks" (1997), di Takeshi Kitano
- "The Conversation" (1974), di Francis Ford Coppola
- "Oya" (1929), di Hiroshi Shimizu
- "The Night of the Hunter" (1955), di Charles Laughton
- "Stranger Than Paradise" (1984), di Jim Jarmusch
- "Quince Tree of the Sun" (1992), di Victor Erice

#80
- "Eraserhead" (1977), di David Lynch
- "Le Quai des Brumes" (1938), di Marcel Carné
- "Salvatore Giuliano" (1962), di Francesco Rosi
- "Time of the Gypsies" (1988), di Emir Kusturica
- "The Bohemian Life" (1992), di Aki Kaurismaki
- "The Round-Up" (1966), di Miclos Jancso
- "Der Stand der Dinge" (1982), di Wim Wenders
- "La Strada" (1954), di Federico Fellini
- "The Hole" (1998), di Tsai Ming-liang
- "Nashville" (1975), di Robert Altman

#70
- "Vivre Sa Vie" (1962), di Jean-Luc Godard
- "Manila in the Claws of Neon" (1975), di Lino Brocka
- "Fitzcarraldo" (1982), di Werner Herzog
- "Peppermint Candy" (1999), di Lee Chang-dong
- "Xala" (1975), di Ousmane Sembène
- "Blissfully Yours" (2002), di Apichatpong Weerasethakul
- "Sur" (1988), di Fernando Solanas
- "Antonio das Mortes" (1969), di Clauber Rocha
- "La Belle Noiseuse" (1991), di Jacques Rivette
- "Vertigo" (1958), di Alfred Hitchcock

#60
- "Man with a Movie Camera" (1929), di Dziga Vertov
- "Shock Corridor" (1963), di Samuel Fuller
- "One Flew Over the Cuckoo's Nest" (1975), di Milos Forman
- "Red River" (1948), di Howard Hawks
- "Van Gogh" (1991), di Maurice Pialat
- "The Travelling Players" (1975), di Theo Angelopoulos
- "The Battle of Algiers" (1966), di Gillo Pontecorvo
- "Lola Montes" (1955), di Max Ophuls
- "Throw Away Your Books, Rally in the Streets" (1971), di Shuji Terayama
- "Satantango" (1994), di Béla Tarr

#50
- "A Time to Live and a Time to Die" (1986), di Hou Hsiao-hsien
- "Boy" (1969), di Nagisa Oshima
- "Floating Clouds" (1955), di Mikio Naruse
- "Ali: Fear Eats the Soul" (1974), di Rainer Werner Fassbinder
- "Briganti" (1996), di Otar Iossellani
- "Accattone" (1961), di Pier Paolo Pasolini
- "The Ballad of Narayama" (1983), di Shohei Imamura
- "Bicycle Thieves" (1948), di Vittorio De Sica
- "Johnny Guitar" (1954), di Nicholas Ray
- "The Naked Island" (1960), di Kaneto Shindo

#40
- "The Killing of a Chinese Bookie" (1976), di John Cassavetes
- "L'eclisse" (1962), di Michelangelo Antonioni
- "Paths of Glory" (1957), di Stanley Kubrick
- "Woman in the Dunes" (1964), di Hiroshi Teshigawara
- "Close Up" (1990), di Abbas Kiarostami
- "Sunset Boulevard" (1950), di Billy Wilder
- "L'albero Degli Zoccoli" (1978), di Ermanno Olmi
- "The Catch" (1983), di Shinji Somai
- "Le Samourai" (1967), di Jean-Pierre Melville
- "Kes" (1969), di Ken Loach
- "A Simple Event" (1973), di Sohrab Shahid-Saless
- "L'enfant Sauvage" (1970), di François Truffaut
- "Raging Bull" (1980), di Martin Scorsese

#30
- "Rashomon" (1950), di Akira Kurosawa
- "M" (1931), di Fritz Lang
- "Wild Strawberries" (1957), di Ingmar Bergman
- "La Grande Illusion" (1937), di Jean Renoir
- "Virdinia" (1961), di Luis Bunuel
- "The Third Man" (1949), di Carol Reed
- "Detour" (1945), di Edgar G. Ulmer

#20
- "Play Time" (1967), di Jacques Tati
- "Intolerance" (1916), di D.W. Griffith
- "Greed" (1924), di Eric von Stroheim
- "Paisà" (1946), di Roberto Rossellini
- "Tokyo Story" (1953), di Yasujiro Ozu
- "Nanook of the North" (1922), di Robert Flaherty
- "Andrej Rublev" (1966), di Andrej Tarkovskij
- "City Lights" (1931), di Charles Chaplin
- "Mouchette" (1967), di Robert Bresson
- "The General" (1926), di Buster Keaton
- "The Passion of Joan of Arc" (1928), di Carl Dreyer

#12
- "The Apu Trilogy" (1955, 56, 58), di Satyajit Ray

#11
- "Batlleship Potemkin" (1925), di Sergei Eisenstein


Il Cinema non è una puttana. Il Cinema è arte.


#10
- "2001: A Space Odissey" (1968), di Stanley Kubrick

#9
- "Late Spring" (1949), di Yasujiro Ozu

#8
- "The Searchers" (1956), di John Ford

#7
- "Sunrise" (1927), di F.W. Murnau

#6
- "Throne of Blood" (1957), di Akira Kurosawa

#5
- "A Trip to the Moon" (1902), di George Méliès

#4
- "L'atalante" (1934), di Jean Vigo

#3
- "Ugetsu Monogatari" (1953), di Kenji Mizoguchi

#2
- "" (1963), di Federico Fellini

#1
- "CITIZEN KANE" (1941), di Orson Welles