un padre prodigo torna a casa in occasione del funerale della moglie e ritrova le due figlie, che non vedeva da molti anni, Nora e Agnes, abbastanza rancorose verso il padre, Nora sopratutto.
il padre, regista in declino, vuole girare il suo ultimo film, vorrebbe che fosse Nora, attrice di teatro, la protagonista, ma lei neanche vuole sentirlo, lui sceglie Rachel, un'attrice d'oltreoceano, che sembra un po' svampita.
poi la misteriosa riconciliazione, grazie alla sceneggiatura del film, Rachel se ne va, capisce che quel film è un dramma familiare, un'elaborazione di traumi passati, e solo Nora può farlo.
la storia è abbastanza semplice, se vogliamo, niente di nuovo sotto il sole, la bravura di Joachim Teier, e dell'altro sceneggiatore Eskil Vogt, è quella di fare un film convincente e non urlato, senza le solite scene madri, con interpreti davvero in stato di grazia.
un piccolo film che merita molto, già vincitore del Gran premio della giuria a Cannes e degli European Film Awards.
buona (scandinava) visione - Ismaele
…Sentimental Value, per quanto mi sia
piaciuto abbastanza, per quanto sia gradevolmente molto
metacinematografico, per quanto giochi bene col suo mix di realtà e
finzione, per quanto sia parecchio bergmaniano, non mi coinvolto
emotivamente quanto speravo. Non che da un film nordico mi aspettassi di essere
travolto, però mi è sembrato un po' troppo freddo persino per gli standard del
paese e da un drammone familiare come questo era comunque lecito attendersi un
maggiore trasporto, grande assente per gran parte della visione e che arriva
soltanto nella parte finale…
…Con Sentimental Value il regista
norvegese porta in scena un dramma sobrio, elegante nella
forma e nella regia, dove le emozioni sono autentiche e mai esasperate. Il
tormento, il rancore, i rimpianti e le frustrazioni dei protagonisti emergono
più coi non detti che con le parole e la regia di Trier accompagna, e
spesso travolge, portando nel cuore e nella storia dei
personaggi con lucida immediatezza e un trasporto composto, esaltato dalle
ottime interpretazioni di Skarsgård, Reinsve e Ibsdotter Lilleaas.
Unica pecca qualche passaggio in cui la sceneggiatura,
firmata dallo stesso Trier insieme a Eskil Vogt, insiste un po’ troppo sui
medesimi concetti per sottolineare contrasti e tensioni che non avrebbero avuto
bisogno di essere spiegate a parole
…È
alto linguaggio cinematografico quello a cui Trier affida il sentimental
value del proprio cinema. Un valore condiviso con il teatro e l'arte
in generale, che attraverso la finzione riesce ad affrontare la realtà, e
attraverso la sublimazione a superare il trauma, in un moto sia mimetico che
terapeutico. Solo distaccandosi dai sentimenti si può dare loro un valore, come
Nora che risoltasi infine a interpretare Karyn riesce a esorcizzare i propri
fantasmi e quelli del padre, in una casa divenuta set oppure un set divenuto
casa, come a suggerire che solo abitando l'arte si possa imparare ad abitare la
vita.
… Ripetere non guasta: non c’è granché di
originale, o di spiazzante, nella (ri)costruzione a mezzo cinema del caos
famigliare di Sentimental Value. Ma è chiaro che
per Joachim Trier l’importante non è il cosa, ma il
come. Dei tanti livelli di lettura del film, non uno che si imponga a spese
della fluidità della narrazione o della potenza del sentimento. Il film è
accessibile nei significati, mai didascalico e non costruisce la sua
intelligenza soffocando l’emozione. Il nucleo tematico è la famiglia, la
necessità e il caos per niente organizzato dei suoi legami. A un livello più
sottile, segue la riflessione a doppio senso di marcia sul rapporto tra arte e
vita privata: il cinema crea un solco e allontana Nora e Gustav ma, alle giuste
condizioni, è l’unica via possibile per il ricongiungimento. Il tentativo, poi,
è di dare tangibilità e concretezza al tempo, e misurarne l’impatto sulla vita
emotiva delle persone. Infine, ultimo livello di lettura, il film è il racconto
del potenziale nascosto delle cose. Nel cast di prestigio di Sentimental
Value un posto d’onore Joachim Trier lo
riserva alla grande, austera, opulenta casa di famiglia dei Borg. Il film la
cattura dall’alto e in basso, piena di vita e deserta, ordinata o meno. Ne
ascolta il battito, ne raccoglie i segreti, le gioie e i rimpianti. Gli oggetti
spiegano la vita delle persone; è navigando in questo mare di cose, di luoghi,
di detto e non detto che Nora e Gustav possono (ri)trovarsi. Aiuta, a rendere
tutto più vero, che a interpretarli siano attori del calibro di Renate
Reinsve e Stellan Skarsgård…
arriva al cinema dopo aver vinto il festival di Cannes Un semplice incidente, di Jafar Panahi.
una piccola storia, il ritrovamento di un aguzzino delle prigioni iraniane da parte di un prigioniero e poi di altri compagni di galera.
gli ex prigionieri vogliono capire se è lui davvero e poi vendicarsi.
si tratta di un piccolo film, girato con pochi mezzi, ma questo (ed è molto) è quello che Panahi riesce tirare su, come un film fatto in casa, senza grandi sforzi produttivi.
il rapporto risultato/mezzi è senza dubbio positivo, ma in assoluto il film non ha la profondità di altri suoi film, e forse i giudizi estremamente positivi in gran parte derivano da quanto Jafar Panahi ha dovuto subire a causa delle sue idee (è stato in prigione).
ciò non significa che il film non meriti la visione, anzi.
la parte finale è la più bella e inquietante, con il processo al torturatore (e i dilemmi morali dei torturati), e poi con i passi incisi per sempre nella mente di Vahid.
un film da non perdere, promesso.
buona (prigioniera) visione - Ismaele
…Come già accaduto in Taxi Teheran o No
Bears, Panahi fa della semplicità un punto di forza. La messa in scena è
scarna, ma ogni elemento — un’inquadratura fissa, un silenzio prolungato, un
rumore fuori campo — ha un peso specifico. E se il film prende spunto da
un’esperienza personale, Panahi evita l’autobiografismo diretto per costruire
un racconto corale, in cui l’Iran contemporaneo è rappresentato attraverso una
serie di volti e storie che si intrecciano nella precarietà della
sopravvivenza.
Durante la conferenza stampa, Panahi ha parlato
apertamente della propria detenzione nella famigerata prigione di Evin,
raccontando condizioni di vita al limite dell’umano e interrogatori quotidiani.
Ha spiegato come il film sia nato proprio da quella esperienza: «In un certo
senso, non sono io ad aver fatto questo film. È la Repubblica Islamica che l’ha
fatto, perché mi ha messo in carcere». E ha poi rivolto un pensiero ai
colleghi e agli artisti che ancora oggi non possono lavorare: «Oggi sono qui
con voi, ma dietro di me c’è un muro. E dietro quel muro ci sono ancora tanti
altri che sono rimasti dentro».
Un simple accident è un film che parla di vendetta, giustizia,
memoria e trauma, ma lo fa evitando la retorica. È un’opera che pone domande
più che offrire risposte, e che racconta un Paese dove i confini tra vittima e
carnefice si confondono, dove la verità è sempre filtrata dalla paura e dal dolore.
Panahi firma così uno dei film più potenti e necessari della sua carriera:
un’opera compatta, etica, politica, ma anche umanissima. E conferma ancora una
volta la sua centralità in un cinema che resiste, anche quando tutto sembra
spingerlo verso il silenzio.
…Un semplice incidente è un classico film di Jafar Panahi, in cui pervadono
tematiche a lui care, in primis la denuncia politica e sociale
contro il regime repressivo iraniano. Modesto e intelligente nella forma, con rari
momenti velati di commedia on the road, il film pecca però nella sua
esecuzione. Panahi è piuttosto cauto nell’esplorare il dramma vissuto dai
suoi personaggi, e quasi sembra restare in superficie, senza approfondire
ulteriormente. Il finale lascia presuporre che ci siano ancora questioni
irrisolte, nonché cicatrici che difficilmente si rimargineranno. Ed questo è
anche lo specchio di un Paese che lotta con tutte le sue forze per reagire
contro la continua repressione del regime.
…Sebbene sia facile e
non per forza inesatto leggere Un semplice incidente come una messa alla berlina del sistema vigente a
Teheran, di cui come ben si sa Panahi è un severo oppositore – al punto da
essere stato in più occasioni punito dalla legge – il film in realtà si
articola come una disquisizione sul dovere morale di agire contro chi vessa, e
sul significato dell’aggettivo spietato di fronte a chi tale lo è stato davvero,
senza porsi chissà quali rovelli morali, e senza in alcun modo cercare di
sfuggire alle griglie rigide del sistema. Quando Hamid accusa gli altri
“cospiratori” (e quanta potenza anche ironica, sardonica, sarcastica,
tragicamente divertente rilascia questa splendente opera) di non
aver compreso come sia troppo semplice accusare un sistema senza cercare di
comprendere come esso sia reso efficiente e possibile grazie alle individualità
di chi vi lavora in modo inesausto ed efficace, Panahi non sta parlando
dell’Iran attuale, ma della necessità di combattere il fascismo con la lotta
come unico viatico per sperare di trovare una soluzione sulla quale, a scanso
di equivoci, il cineasta è compiutamente pessimista. Scritto in punta di penna,
con una qualità dello sviluppo della narrazione che sarebbe utile far studiare
a molti giovani registi che si affidano alla facile coccola del ghiribizzo
arthouse (si pensi alla sequenza in ospedale, per esempio), Un semplice incidente è un capolavoro contemporaneo, un lavoro di sublime
pulizia intellettuale, cinematografica, politica, forse il parto artistico più
compiuto e radicale del suo autore.
…Panahi abbraccia
nuovamente il coraggio per creare un film che ci mostra le paure dei personaggi
coinvolti. Paure ben radicate, concrete, tangibili che arrivano perfettamente
allo spettatore. Il pubblico viene coinvolto e conosce le paure del popolo
iraniano che, altrimenti non sarebbero comprensibili con documentari o articoli
di giornale.
L’ironia mista a vendetta, la comicità mescolata alla compassione, la
polvere, il sole, il buio e la luce. Tutto viene orchestrato ed equilibrato in
un film che non si cura della mera cinematografia e che invece esalta il
messaggio d’accusa con il semplice gioco di scambio di persona. Perchè per chi
ha avuto paura le persone sono ancora importanti, sono quel singolare
particolare rispetto al plurale numerico di chi invece incuteva timore.
I protagonisti, un cast eccezionale, non riescono ad essere inumani come i
loro aguzzini nemmeno di fronte a quelle persone responsabili delle loro
sofferenze e dei loro traumi.
Il ritmo calibrato, la sceneggiatura precisa, l’obiettivo del messaggio
centrato in pieno e con quell’ironia leggera e allo stesso tempo potente rende “Un semplice incidente” un film molto
importante e da vedere assolutamente.
…a partir de
una situación que sucede en la segunda mitad, la historia se vuelve monótona,
se pierde la sorpresa y el ingenio de la parte inicial. Pese a todo ello, la
película no naufraga porque tiene un par me momentos dramáticos interesantes,
pero hay un bajón en la tensión y el suspense y el sentido del humor de algunos
personajes. La película es de una gran factura técnica, tanto
en la dirección de Panahi, como en el montaje y la fotografía, pero es una pena
que el guion no sea redondo, sin ser malo, teniendo en cuenta el planteamiento
inicial tan interesante con esa mezcla de géneros que funcionaba tan bien…
un film a cento all'ora, che ricorda un po' lo stile dei fratelli Safdie.
Palma d’Oro a Cannes, nel 2024.
Ani è una lavoratrice del sesso, come tante, sempre di corsa, e poi incontra il suo principe azzurro, sex ans drugs piacciono a entrambi, solo che lui è un tonto, un ricco tonto, e pauroso, della madre sopratutto.
i due si sposano, e da lì parte la missione della squadra di recupero di Vanya.
ottimi anche i componenti della squadra, da segnalare Jurij Borisov (Scompartimento n.6).
Ani (Mikey Madison) è una forza della natura, sex worker, ma non solo.
un film che non delude, promesso.
buona (sessuale) visione - Ismaele
…il montaggio stacca per
inquadrare Anora che si muove sicura tra le sale dell'HQ: è un processo di
individuazione della macchina da presa che, attratta dalla protagonista, la
lascerà raramente nel prosieguo del film. Quest'atto è una lunga corsa a
perdifiato, stilizzata come uno spring-break di sesso ed
eccessi, che esplode tra le luci dei night club, le enormi vetrate della
magione dei Zacharov, i Led, i casinò e le suite degli alberghi di Las Vegas, i
luoghi dove Anora e Vanya si frequentano e infine si sposano. Al vissero felici
e contenti, subentrano dei nuovi personaggi, ossia Toros, il fixer della
famiglia Zacharov, il quale, occupato con un battesimo, invia Garnick e il
giovane Igor a verificare se Ivan abbia sposato una prostituta. È il turning
point che amplia l'orizzonte, precipitando la fiaba nella realtà e
spostando la forma della commedia romantica verso le traiettorie della screwball. Inizia
infatti un lunghissimo ed estenuante inseguimento da parte di Anora, costretta
ad aiutare Toros, Garnick (a cui ha rotto il naso) e Igor a ritrovare Ivan,
prima dell'arrivo dei suoi genitori. Baker realizza in questa seconda parte il
suo "Tutto in una notte" (Landis, 1985) o il suo "Qualcosa di
travolgente" (Demme, 1986), seguendo questo manipolo di personaggi
barcamenarsi da Coney Island a Brooklyn per ritrovare il viziato e immaturo
rampollo dei Zacharov. Al contrario dei modelli, Baker lavora in chiave
anticlimatica mettendo in scena gag slapstick e un umorismo
istericoper alleggerire una situazione che ha le sembianze del
sequestro di persona e che, di fatto, ritorna sui passi e sui luoghi vissuti da
Ani e Ivan per cancellarne l'aura romantica. Ai campi lunghi (e agli zoom-out),
si alternano i close-up che posseggono l'intensità di quelli
di Jonathan Demme e rilevano la presenza di un volto umano nello spazio
disumanizzato della contemporaneità. In tal senso è questa l'impresa di Baker,
azzerare gli psicologismi ed esplorare un personaggio - di cui fino alla fine
sapremo invero poco - soltanto tramite la sua posizione nell'inquadratura, la
sua vicinanza all'obiettivo o il suo decentramento in riprese sempre più larghe
di un mondo sempre più vasto…
…In Vania non solo si
concentra tutto il vero grottesco del film, un grottesco davvero figlio della
bruttezza umana, quello del grande capitalismo visto da vicino nella sua
intimità familiare, ma allo stesso tempo un certo tipo di adolescente
contemporaneo, incapace di maturità e afflitto da infantilismo. All’opposto, il
proletario Igor, quasi senza accorgersene, riesce ad accogliere con un
abbraccio un grande pianto liberatorio, a sobbarcarsi il dolore e la rabbia di
Anora. E a non dare troppa importanza al sesso.
…L'eterogeneità delle
ispirazioni di Baker si traduce in una profonda versatilità stilistica e
narrativa, come dimostra la struttura in tre atti del film: se la prima parte è
una rilettura contemporanea della rom-com, tra Cenerentola e Pretty Woman, la seconda parte è
decisamente più frenetica, una one crazy night nel cuore di
New York in sospeso tra Fuori Orario di
Martin Scorsese e il cinema dei fratelli Safdie, mentre l'ultimo atto riporta lo spettatore bruscamente a
terra dopo averlo prima fatto volare con la fantasia e poi portato su un
ottovolante, regalando un finale tra i più struggenti visti al cinema negli
ultimi anni, in cui Baker lega le molte anime del film insieme con incredibile
controllo e maestria.
Ne emerge
prepotentemente il tema principale di Anora e di tutto il Cinema di Baker,
ovvero il contrasto tra il sogno di una vita migliore, di una scorciatoia per
il paradiso e il brusco risveglio in una realtà fatta di ostacoli e sacrifici.
Questo
dualismo è ben espresso nella riluttanza dei due improbabili sposi
nell'usare il loro nome di nascita.
Anora
ripudia un nome che svela le proprie origini di migrante come una zavorra che
la trascina nella mediocrità, preferendo il più solare Ani, mentre Vanya (Mark
Eidelstein) rifiuta il suo nome in quanto scelto da dei genitori dalla
quale influenza vuole liberarsi, scegliendo di farsi chiamare Ivan come a
illudersi di avere un'identità che non sia legata a doppio filo a quel nido
dorato in cui si richiude per far festa e giocare ai videogame.
L'unico
personaggio a non vivere di questa ambiguità è il "gorilla" Igor (un
fantastico Jurij Borisov, che aveva folgorato Baker
in Scompartimento n. 6), dal nome semplice, che significa "guerriero",
e che Ani trova invece orribile; la dinamica tra i due personaggi è tra le più
interessanti del film e crea momenti di solidarietà tra i più potenti messi in
scena da Baker.
Il
casting di Anora è perfetto e i personaggi che ruotano attorno alla
protagonista sono tutti vividi e ben caratterizzati: tra questi spicca una
prova da show stealer del fedelissimo caratterista del Cinema di Baker Karren
Karagulian, qui finalmente in una parte importante ed esilarante…
Viridiana è una novizia che per ordine della madre superiora deve andare a visitare uno zio che lei non stima per niente.
e va in quella casa dello zio ricco, dove era cresciuta prima di andar in monastero.
lo zio (Fernando Rey) la vuole, in molti sensi, ma Viridiana non vede l'ora di tornare al convento.
e poi succede un fatto terribile, e a causa di quel fatto i poveracci riescono a entrare nella villa padronale vuota per qualche ora e si comportano come padroni, in una cena, la prima e l'ultima da signori, con la musica del Messia di Hendel, con un effetto sconvolgente, per l'accostamento di musica e immagini.
il film mostra i poveri, quasi schiavi, in modo simile allo stile di Pier Paolo Pasolini, e dei pittori spagnoli, i poveri sono brutti, sporchi e a volte cattivi, rifiuti umani che non hanno mai goduto di alcun tipo di benessere.
alla fine i due cugini eredi hanno delle idee sull'utilizzo della terra ereditata, Viridiana intende fare la carità ai poveri, Jorge pensa a un'impresa produttiva, capitalisticamente parlando, chissà chi vincerà.
il film ha vinto la Palma d'Oro al festival di Cannes nel 1961, in Spagna si potè vedere solo nel 1977, dopo la morte di Francisco Franco, e anche il Vaticano mise il film all'indice, sicuramente per l'Ultima Cena, ma non solo.
un film da non perdere, se ti vuoi bene.
buona (poco religiosa) visione - Ismaele
QUI si può trovare il film completo, in italiano o in spagnolo
QUI un ampio e interessante articolo sul film, in spagnolo
...la sua carità percepita dai poveri come ingenuità, porterà
costoro ad occupare la villa in sua assenza, sfociando presto in un'orgia di
sesso, cibo ed irriverenza con il noto fermo immagine dell'ultima cena di
Leonardo da Vinci, di cui i poveri per niente belli ed in verità volgari,
cafoni ed irriconoscenti, quindi in verità molto vicini alla realtà, non sono
comunque meritevoli di aiuto in quanto essi stessi umili come insegnataci da
Gesù?
Il pessimismo di Bunuel non lascia scampo a
nessuno e viste le reazioni ultra-negative e di condanna del Vaticano, forse le
sfere istituzionali della chiesa sono state così lontane dai poveri, da
schifarne solo la vista e non riuscire a perpetrare la missione caritatevole
tramite il perdono, così come non riesce a fare Viridiana, condannandosi
all'annichilimento di una modernità che avanza, portatrice di ulteriori nuove
negatività, senza alcuna speraza di via d'uscita; vince il corpo, ogni altra
entità metafisica ne esce sconfitta.
…Questa scena e le ultime del film, che rappresentano il falò col
quale la donna brucia gli oggetti del suo bagaglio religioso, ormai
inservibile, hanno fatto gridare allo scandalo e alla blasfemia, procurando al
regista strascichi censori in Spagna al tempo della dittatura franchista, ma
anche nell’ Italia degli anni ’60.
Il film, in verità, con gli stilemi e i simboli del grande regista,
sintetizza molti temi e percorsi culturali che avevano attraversato la cultura
europea dalla seconda metà dell’800: dalle riflessioni anarchiche, a
quelle socialiste, da quelle freudiane sul sogno a quelle nietzscheiane sul
dionisiaco, che, rielaborate da Bréton, avevano dato origine al movimento
surrealista.
L’indubbia carica eversiva, rispetto alle convinzioni consolidate diventate
luoghi comuni, che è tipica di tutta l’opera del regista, in questo
importantissimo film è fonte inesauribile di invenzioni e citazioni, per le
quali Buñuel si avvale anche della cultura figurativa spagnola tradizionale,
quella dei picari, dei “Borrachos” di Velasquez o dei grotteschi personaggi dei
Capricci di Goya, totalmente rielaborati, però, in un originale linguaggio
filmico.
Resulta difícil explicar la existencia de una
película como Viridiana en la cinematografía española
teniendo en cuenta la situación política del país en 1961 (no en vano supuso el
único trabajo de Buñuel en su efímero retorno a su tierra natal, tras
desarrollar la mayor parte de su obra en Méjico y antes de ser acogido en
Francia, donde terminaría su carrera). Parece que los censores de la época no
vieron a priori en el guion del film nada que atentara en demasía contra la
dogmática ideología religiosa del régimen (aunque conociendo la filmografía del
director uno sólo puede atribuir tal explicación a la desidia o a la torpeza de
los funcionarios), si bien es cierto que, una vez terminada la película,
debieron caer en cuenta de su 'descuido' prohibiendo su estreno en España, que
no tendría lugar hasta después de la muerte del dictador, en abril de 1977. Sea
como fuere, si algún mínimo resquicio de duda pudiera caber sobre sus
intenciones, las palabas de Buñuel son contundentes al respecto: como Simon
del desierto, o como Nazarín, Viridiana, en su delirio
caritativo, es de nuevo ese personaje quijotesco al que alude el director, un
soñador, un loco "que finalmente entra en razón" a causa de un
desengaño. Teniendo en cuenta la evolución de personaje en la película, el
diagnóstico de Buñuel no puede ser más contundente…
…Bunuel desidera sfidare l'ipocrisia che si nasconde
dietro certe convinzioni religiose e ci mostra gente reale con difetti e
problemi reali. La loro presenza e il loro comportamento ci
offende? Quanto siamo disposti a perdonare della loro bruttezza e
volgarità, e della loro povertà? Forse che la loro presenza non sarebbe bene
accolta alla tavola del Signore? A giudicare dalla reazione del Vaticano, che
giudicò il film immorale e lo mise al bando, evidentemente no. Sicuramente
Bunuel non si aspettava niente di diverso." (Noel Megahey sul sito DVD
times). Dunque, in questo senso il film non è blasfemo. E la potenza visionaria
di molte scene, come quella famosa dell'orgia dei mendicanti e del ballo
sacrilego sulle note dell'Alleluia di Handel, è ancora oggi intatta. Ottime le
interpretazioni di Silvia Pinal, Fernando Rey e Francisco Rabal, ottima anche
la sceneggiatura dello stesso regista e di Julio Aleandro (scrittore di matrice
cattolica). Un film inquietante e adulto, scioccante e intelligente. Visione
essenziale per ogni cinefilo.
Viridiana es la
mirada más feroz y genial que se haya permitido el cine sobre la institución de
la beneficencia, y a esa condición está atada buena parte de los rasgos que la
convierten en una obra maestra cabal. Una entre muy, muy pocas. Pero la mejor
película de Luis Buñuel va –ve– más allá de la caridad
cristiana. Y otras instituciones, tanto o más hipócritas, comparten el
privilegio, si se lo puede llamar así, de atraer la atención del hombre de
Calanda. Rodada en España como respuesta a un tramposo convite de Francisco
Franco (resignado a repatriar a Buñuel –que arrastraba 25 años de exilio
en México– para beneficiarse con su fama), Viridiana fue
cualquier cosa menos lo que esperaba el dictador. Al día siguiente de alzarse
con la Palma de Oro en Cannes fue prohibida en todos los cines de España.
Tiempo después, en Milán, la obra de Buñuel provocó un escándalo similar al que
treinta años antes había desatado La edad de oro, su segunda
película, y el realizador fue amenazado con la cárcel si pisaba Italia…
…Así
como en el desarrollo narrativo la protagonista pasa de la dialéctica de la
vergüenza/ culpa cristiana pasiva a tratar de darle cauce a su vida espiritual
en el ámbito mundano más activo con tristes consecuencias, lo que por cierto
trae a colación la impostura de la virtud y el decoro en los seres humanos, en
Jorge por su parte se unifican el odio a su padre, la necesidad de “tener” lo
que fue de él -léase Viridiana- y una sutil atracción hacia la muchacha por más
que le resulte repulsiva su actitud dadivosa. Mientras que el hombre representa
el capitalismo ateo y salvaje, la mujer hace las veces de una fe infantil e
inútil que no modifica absolutamente nada y que en esencia funciona de una
manera mecánica y deshumanizadora semejante a la de su pariente burgués (ella
hace trabajar y rezar rigurosamente a sus mendigos mientras los obreros de él
remodelan el inmueble y limpian los terrenos con igual obediencia ante el yugo
y los caprichos del amo): consciente de que los ricos y sus criados basurean a
los pordioseros y los miserables se basurean entre sí sin que nada cambie,
Viridiana al final reconoce que la compasión verdadera no puede existir de
manera permanente sin dignidad y con la constante marginación que los hombres
se propinan los unos a los otros, a su vez punta de lanza de la superficialidad
de cualquier clase de limosna -y no sólo la católica, sino también la estatal y
social más macro- ya que no pasa de ser un paliativo temporal que no soluciona
ninguno de los problemas estructurales de las sociedades capitalistas, con la
pobreza, el desempleo y la explotación como eternos subproductos de la
especulación y el saqueo a manos de todos los oligarcas burgueses/ rurales de
los sectores público y privado.
…Film amarissimo sul crollo delle illusioni dell'altruismo,
dall'epilogo pessimista in cui la purezza delle intenzioni va a schiantarsi
contro un'umanità egoista, ingrata ed incapace di apprezzare il bene ricevuto.
La bruttura della natura umana esplode nell'immaginifica sequenza del
pantagruelico banchetto abusivo e devastatore dei barboni, che comprende anche
una posa per una finta oscena fotografia riproducente la celebre iconografia
dell'Ultima Cena, sequenza che tanto scandalizzò all'epoca la chiesa cattolica.
E così nello sconfortante finale, la sconfitta Viridiana, mentre la sua corona
di spine va in fiamme, si rassegna ad una vita edonistica e borghese del tutto
opposta alla precedente austerità; si scioglie i capelli reinventandosi come
amante del lussurioso cugino, neppure esclusiva, bensì in un ambiguo ménage à trois. E' il trionfo del materialismo
pragmatico di Jorge che ci aveva visto lungo sull'irredimibilità degli ospiti,
che salva la situazione col denaro e conquista la “bigotta”. Che poi questa
soluzione porti la ragazza alla felicità è una risposta che il film non offre,
pur essendovi motivo di dubitarne.
Un cattivissimo Buñuel non fa sconti a nessuno,
né alla morale cattolica dipinta come illusoria, ma nemmeno ai spesso mitizzati
“ultimi” che qui disgustano nella loro volgarità ed ingratitudine, sporcando e
distruggendo quel che era stato loro donato. La beffarda conclusione è che
Viridiana avrebbe potuto condurre la pura esistenza “cristiana” che idealizzava
solo nell'isolamento della reclusione del convento, separata dal mondo reale,
in cui non c'è spazio per la santità, e dalla meschinità della natura umana:
immersa nella cruda realtà, è costretta ad arrendersi ed a diventare preda di
quel contesto che voleva cambiare…
non ci sono avventure epiche, scene di guerra, lotte di samurai, violenze di yakuza, solo leggerezza e gentilezza.
non sappiamo niente di Hirayama, vive in una mini-casetta, il bagno lo fa ai bagni pubblici, mangia sempre alloo stesso ristorantino, fa una vita regolare, gli piace fare il lavoro ben fatto, per quanto umile sia, libri e musica e le piante sono la sua compagnia necessaria.
se Jorge Luis Borges avesse conosciuto il pulitore di cessi Hirayama gli avrebbe dato un posto fra i giusti.
un film da non perdere, andate sul sicuro.
Kôji Yakusho ha vinto il premio come miglior attore al festival di Cannes.
buona visione - Ismaele
…La capitale nipponica di Wenders è una location a misura
d’uomo, fatta di edifici minuti e ordinati, strade sinuose, negozi e ristoranti
di fiducia; un reticolato di
non-luoghi (per dirla con Marc Augé) che divengono santuari di condivisione,
templi sacri di una routine placida e rassicurante, bilanciata da un
senso comunitario ineccepibile e invidiabile, a tratti inconcepibile.
Come può Hirayama trovare appagante un lavoro del genere? Il senso trascende
l’apparenza, va oltre ciò che la società vede per farsi verbo di accudimento verso un prossimo
ignoto e sempre diverso.
In una cornice in cui i luoghi non hanno proprietà specifica, anche il buon
senso diviene un patrimonio pubblico da coltivare e la bontà umana acquisisce i
contorni di un atto scontato e dovuto, così profondamente avviluppato nella
nostra natura da essere imprescindibile.
Con un’inquadratura rigidamente
in 4:3, Wim Wenders ci regala uno spaccato normalissimo di vita, lo fa
soffermandosi a distanza ravvicinata sulle espressioni del volto, in una
palette fredda che assimila tepore man mano che il minutaggio scorre. Prende
poi le distanze, quanto basta a regalarci una visione totale della realtà in
cui ci troviamo – la luce che filtra dagli alberi, le vetrate colorate delle
toitet, un tizio strambo che si aggira nel parco, un bambino che saluta con la
manica in senso di gratitudine, il caos di un pub -; si perde nei chiaroscuri
al neon atti a circoscrivere un dettaglio, un piacere intimo come la lettura,
quella dei libri di autori come William Faulkner, Aya Kōda, Patricia Highsmith,
rigorosamente di seconda mano. Perfect Days ci immerge in
un gioco silenzioso e terapeutico, fatto di poche parole e molti gesti, piccoli
e preziosi come le piantine annaffiate quotidianamente dal protagonista.
Parole, dicevamo, poche ma essenziali: restano rinchiuse dentro al petto
emergendo solo quando davvero servono, distillate con cura per lenire un dolore
o regalare un’illusione che abbia un retrogusto di infinito. Hirayama usa la
voce quanto basta a gettare ponti verso l’altro da sé, lasciando spazio alla
musica, tantissima e densa, coagulata in supporti analogici d’altri tempi, rari
quanto la capacità di godere dell’essenziale, di rallentare, di fare del bene
senza attendere in cambio null’altro che la bellezza di un sorriso…
…Tutto scorre, ma ogni momento è
diverso, o può esserlo. E sembra esserci pace nell’accettazione che le sorprese
della vita in fondo sono la vita stessa. Pace, ma non felicità, come scopriamo
insieme a lui, quando a stravolgere la sua vita è una nipotina da troppo tempo
trascurata, che lo riporta a un contesto familiare troppo doloroso da
sopportare, o il riemergere di sentimenti che sotto quella routine erano stati
messi a tacere.
L’amore, il senso di colpa, la
paura, la gelosia, una fanciullesca voglia di vivere si affollano in una
paurosa – quanto non esplicita – contemporaneità nell’ultima parte della
storia, che pur restando fedele a un silenzio narrativo denso di significati e
lezioni racconta di rispetto e consapevolezza. Un silenzio che non si rompe
nemmeno nell’abbraccio con la sorella, né per raccontare la vergogna di aver
scelto di fuggire il dolore della morte e dell’oblio. Un silenzio rotto solo
dalla musica – bellissima – che Hirayama sceglie, a riempire i momenti nei
quali non può restare in ascolto dei suoni della natura e della città in
movimento. E che, alla fine, nella splendida Feeling
Good di Nina Simone promette
una “nuova alba, un nuovo giorno, una
nuova vita”.
… Una vita semplice, una routine quotidiana molto
strutturata da mane a sera, la passione per la musica (Otis Redding, Patti
Smith, Van Morrison che ascoltiamo in musicassetta), i libri e gli alberi che
fotografa, i gabinetti che meticolosamente – l’inizio senza guanti è temibile –
rende immacolati. La nipote carinissima, la sorella estraniata, alcuni incontri
ci rivelano un po’ di più del suo passato, ma il suo segreto è il presente,
votato alla ricerca e alla cura della bellezza nel quotidiano.
Minimalista e trascendente, paratattico e iterato, i dialoghi ridotti e
l’empatia amplificata, Wenders ripassa devoto la lezione di Ozu e si ritrova ai
vertici della propria arte, levando la camera, innalzando lo sguardo dalla
toilette agli alberi fino al cielo. E lo fa con un uomo apparentemente senza
qualità, confinato in un impiego umile, ma quasi miracolosamente, perfino
icasticamente destinato a incarnare servizio e bene pubblico, soddisfazione
personale ed esternalità positive e, viceversa, soddisfazione pubblica e
beneficio personale. Un’epifania poetica, un atto politico.
Sono i suoi - e sperabilmente possono essere i nostri - giorni perfetti, in
cui ridere e piangere al volante, inseguire le ombre con un malato terminale,
regalare un libro alla nipote, andare spedito e fiducioso verso il sole.
C’è conciliazione ma non rassicurazione, c’è contemplazione ma non
decantazione, c’è in Perfect Days un retaggio che dice del qui
e ora, e dunque forse dell’eterno: è un film di piccole cose e grandi speranze,
è un film che pulisce i cessi ma che non smetteresti mai di guardare.
…Perfect days supone un punto y seguido en
la carrera de Win Wenders, que sigue experimentando con secuencias donde
algunas imágenes se van superponiendo unas encima de otras a modo de un cuadro
en constante mutación, en el que podemos contemplar desde la distancia los
sueños y la asombrosa imaginación del protagonista. Dentro de lo rutinario se
esconde todo un mundo de posibilidades y de elementos bellos que podemos
apreciar si nos acercamos lo suficiente.
…Ogni giorno una nuova canzone. Ogni giorno
una nuova fotografia da scattare. Ogni giorno il sorriso di uno sconosciuto.
Può bastare così poco per rendere ogni giorno perfetto? Secondo Wim Wenders sì,
anche se mai, nemmeno per un attimo, ci fa pensare che tutto possa essere così
semplice e così facile. Hirayama si sforza di affrontare la vita in questo
modo, nonostante sia evidente come sotto la superficie, sotto quei sorrisi e
quella gentilezza, soffra per un passato che non ci è dato sapere ma di sicuro
è fatto di dolore e delusioni. Come per tutti noi…
…Cosa non funziona, quindi? Semplice: se escludiamo i momenti musicali, oggettivamente belli e che conquistano, si tratta di un prodotto che non riesce ad entrare dentro. Da cosa dipende, questo? Probabilmente da una certa leggerezza e semplicità che sono stati impostate nel prodotto, che lo rendono incapace di attrarre in modo profondo, e non gli conferiscono fascino se non in piccole, piccolissime dosi. Non possiamo dire, comunque, che sia un film brutto, ma possiamo invece dire che si tratta di un`occasione persa per dire qualcosa di importante, di profondo, e per dirlo bene. Ottima, invece, la rappresentazione di come si effettuano le pulizie dei bagni pubblici in Giappone: senza dubbio si tratta di un tema di nicchia estrema, ma chi aveva una curiosità del genere ne uscirà con molti punti di domanda in meno. Bella la colonna sonora citata precedentemente, che si affida a canzoni retro note al grande pubblico e di sicuro affidamento. Appena sufficiente per chi capisce di cinema, piacerà probabilmente a tutti gli altri.
un uomo muore, cadendo da una finestra, se ne accorge il figlio, praticamente cieco, la madre del bambino è la sospettata principale e subirà un processo.
marito e moglie sono due scrittori, lui in crisi creativa, lei baciata dal successo, gelosie, il figlio che ha perso la vista, i due non vanno d'accordo, come capita a molti.
dopo la morte di lui, lei è la colpevole perfetta, in tribunale quasi tutti sono certi della sua condanna, gli avvocati fanno il loro lavoro, più o meno sporco, difficile sentire in tribunale solo parole vere.
tutto sembra contro Sandra, ma c'è il figlio, non vede, ma sente, capisce e parla.
film abbastanza claustrofobico, ma non deluderà nessuno, promesso.
buona (misteriosa) visione - Ismaele
…due superbi attori: Swann Arlaud nel ruolo
dell'avvocato Renzi e soprattutto Sandra Huller in quello della protagonista
sua omonima (il che fa venire il sospetto che la parte sia stata scritta su di
lei): la sua risata, allo stesso tempo salvifica e ferina, è al centro di una
caratterizzazione magistrale.
Sandra Voyter non si relaziona alle persone se prima non ne ha individuato
l'archetipo animale, e quale sia l'archetipo di Samuel lo si capirà solo alla
fine. Nel frattempo emergerà tutta la disfunzionalità di una coppia in cui le
rinunce dell'uno in nome dell'altra (e viceversa) sono vissute come imposizioni
mal tollerate, e di un sistema giudiziario che preferisce soffermarsi sul come
che sul perché di certe derive destinate a finire in tragedia.
Trier dirige avvicinandosi e allontanandosi dai
suoi personaggi, talvolta oscurandoli e poi riportandoli in piena luce, altre
volte dissociando l'immagine dal suono, senza abbandonarsi a inutili
virtuosismi ma mettendosi a servizio di una storia di doppie verità e di
invisibilità a se stessi, senza scene madri ma attraversata da mille piccoli
scollinamenti morali. Anche i "trending topic" della contemporaneità
- la fluidità di genere, le pari (o dispari) opportunità - sono gestiti con
parsimonia, e spesso indicati più come manipolazioni retoriche che come
circostanze rilevanti.
Perché la verità, suggerisce Triet, è scomoda e sottile, crea dissociazione e
disagio. E la vita secondo la regista è "un caos in cui tutti siamo
persi", dove la compulsione a giudicare è superiore alla disponibilità a
comprendere, e tutti si sentono in credito: di attenzione, di riconoscimento, e
soprattutto di amore privo di condizioni e giudizi.
Si tratta di mettere in luce in primis gli automatismi, gli a priori, gli storytelling già dati, e di certificare la fallacia di questi
tendenziosi schemi interpretativi del mondo (anche patriarcali, certo, ma non è
mai il punctum del film, solo un elemento ulteriore, poi strumento di
polemica per giornalisti cretini) di fronte al quotidiano di una coppia e di
una famiglia, all’enigma impenetrabile del loro fragile e inspiegabile
equilibrio. Come possono le parole dette a un terapista essere considerate
prove e non all’opposto sfoghi irosi, autofiction catartiche e rincuoranti?
Come è possibile cercare tracce di vero in un romanzo ispirato a fatti reali?
Come spiegare che un rapporto extraconiugale non è sempre un tradimento? Come dimostrare
che essere bisessuale non significa volersi accoppiare con ogni forma di vita?
Ma soprattutto: come raccontare quella serie di spinte e controspinte
silenziose, compromessi e sacrifici non detti, spazi concessi, perduti e
taciuti che tengono insieme due persone, i loro dolori, i loro desideri? Non è
da poco che il film si risolva con la deposizione del figlio, con il suo
doppiare (e dunque falsificare?) il ricordo delle parole del padre: anche in
questa scelta Anatomia di una caduta si rivela per quello che è, ovvero un grande film su come
funziona l’amore, al netto di ogni opinione, oltre ogni possibile verità.
…ci si ritrova in mezzo ad un’indagine processuale che è un
capolavoro per capire una verità fondamentale: stare alla larga dai tribunali.
La
povera (per modo di dire, anche lei ha le sue belle responsabilità) Sandra è
messa sul tavolo del laboratorio e dissezionata, nulla sfugge al massacro, ci
sono belle registrazioni di litigi violenti col marito che aveva il vizietto di
fare questa cosa assurda, ma nella coppia può succedere, prendiamo nota a
futura memoria.
Justine Triet ha una capacità formidabile di
parlare dell’ambiguità della vita, delle certezze incrollabili che cadono in
frantumi, dell’essere e dell’apparire in eterna competizione. La verità finisce
là dove ne appare un’altra più convincente, chi abbiamo di fronte è carnefice o
vittima?
Un film dalla sceneggiatura robusta, di forte eloquenza nel
parlare di pieghe insondabili, i continui primi piani sul volto di lei e del
figlio sono un’escavatrice che penetra nel loro intimo…
in fondo, a suo modo, è un drammatico, estremo, diverso, film d'amore, scrivo a Giuseppe e lui mi risponde: quasi tutti i grandi film, in qualche modo, sono film sull'amore.
è un film d'amore (senza aggettivi), Alexia non lo sapeva, avrebbe sempre voluto un padre, Vincent non lo sapeva, voleva un figlio, chiunque fosse.
e si trovano, all'inizio era lui ad avere necessità di un figlio, dopo è lei a capire di avere bisogno di un padre.
è un film violento, duro, estremo, è la vita di Alexia che è così.
Vincent vive in una casa-caserma di pompieri, accoglie lì Alexia, che riesce a farsi accettare da tutti.
alla fine nasce un bambino, e quando Vincent lo tiene in braccio la prima volta come fai a non commuoverti?
solo in una trentina di sale, così va il mondo, ma cercatelo, dopo saprete cosa avete rischiato di perdere - Ismaele
ps1: Vincent Lindon e Agathe Rousselle sono perfetti
ps2: a me ha ricordato un po' Cars, della Pixar, il rapporto amoroso di Alexia con la Cadillac sembra uscito da lì, la Cadillac arriva da Cars.
dice Nanni Moretti: "Invecchiare di colpo. Succede. Soprattutto
se un tuo film partecipa a un festival. E non vince. E invece vince un altro
film, in cui la protagonista rimane incinta di una Cadillac. Invecchi di
colpo. Sicuro"
dice Julia Ducournau: "Titane non è nato per scandalizzare. È un film
d’amore. Il mio amore per il cinema: David Cronenberg e Alfred Hitchcock su
tutti. E l’amore di un padre che ha perso il figlio e una figlia che cerca quel
padre che non ha mai avuto. L’amore, meglio il bisogno e la mancanza d’amore,
fanno fare strane cose. In realtà è un film sulla paternità esattamente come Tre piani di Nanni Moretti che ho amato tantissimo.
solo che qui i padri sono due. Alexis, la protogonista, si “divide” tra quello
“adottivo” interpretato da Lindon e quello biologico (ndr interpretato da un
altro regista che Julia ama tantissimo: Bertrand Bonello). Sono due padri in
contrasto. Quello di Lindon cerca di riempire il vuoto dell’altro. Lui vuole
costruire quel legame che l’altro ha negato da subito."(qui)
…Titane es radical, arrolladora, violenta, ruidosa,
perturbadora, y visualmente poderosa. Pero también delicada, sugerente, emotiva
y sensible.
Ed è giusto che lei non ce la faccia perchè è maledettamente coerente col
film, perchè tutto deve essere portato alle estreme conseguenze, perchè non c'è
dolore se non c'è dolore massimo e non c'è rischio di morire se non c'è morte.
Ma il bambino nasce.
E non si sa come sia possibile ma quando quell'uomo cinge a sè quel
corpicino, quel corpicino da "molecole d'acciaio", noi abbiamo una
sensazione.
Che quel bimbo sia un atto d'amore.
Che in quella stanza si sia compiuto un miracolo.
Che quella madre abbia affrontato tutti i dolori dell'umanità per regalare
quella nuova vita.
E che ci sia qualcuno pronto a proteggerla.
E' questo il miracolo di questo film a suo modo indimenticabile.
Che noi, malgrado tutto quello che abbiamo visto prima, in quella scena
crediamo.
E' tutto sbagliato, è tutto fastidioso, è tutto apparentemente disumano.
Eppure, forse anche perdendo una lacrima, noi ci crediamo.
…Titanees una de las películas más revolucionarias y
transgresoras que jamás se hayan hecho.
Una película adelantada a su tiempo, la que nos obsequia la audaz realizadora
parisina Julia Ducournau. Su
historia y personaje principal, rompe con todos los arquetipos y construcciones
sociales relacionados con la identidad de género, haciendo que la trama vaya
atrapando más y más al espectador.
Por otro lado, cuenta con un
tándem protagonista casi insuperable, que consiguen sumergirnos en una
mezcolanza de emociones encontradas. Queer y feminista a más no poder, Titane va
a ser una de esas películas que recordaremos con el paso del tiempo. La
revolución cinematográfica está aquí y tiene nombre y apellido: Julia Ducournau.
…Titane, dunque, è innanzitutto un film sulla consapevolezza e l’accettazione di sé, sulla scoperta del proprio corpo e
sull’importanza dei legami famigliari (tematiche, queste, che già facevano da
colonne portanti in Raw). Il tutto, ovviamente, condito da una gradita
componente horror/splatter (come possiamo notare già da una delle prime
scene, in cui alla giovane Alexia viene impiantata la placca di titanio in sala
operatoria) e da un’ambientazione cyberpunk che ben si addice alla sua giovane
protagonista. Una giovane protagonista magnetica, perfettamente rappresentata
dalla Rousselle e il cui corpo viene plasmato, modificato, sfigurato fino
all’estremo dalla macchina da presa della regista…
…Indubbiamente, Titane è un film estremo ed eccessivo in
molti sensi, ma è nel suo complesso una produzione che funziona nel trattamento
metaforico di tutte le tematiche che coinvolge. L’universo fluido di “mostri”
creato da Julia Ducournau non
fa solo una rivisitazione moderna del body horror, ma scommette su un cinema più libero a
livello espressivo e, perciò, a un cinema futurista (ri)pensato come forma
d’arte.
Il film non ha la pretesa di piacere a tutti, come neanche Ducournau, nonostante hanno entrambi
delle qualità che li rendono meritevoli di riconoscimento per fare cinema in
tutto il senso della parola. Titane è
una poesia contemporanea sul potere dell’amore, la solitudine e la diversità,
che risalta proprio per non seguire degli schemi e stereotipi ordinari, che
spiazza e abbaglia allo stesso tempo e che, nell’esperienza viscerale che
offre, nasconde un cuore tenero che, alla fine, non lascia indifferente a
nessuno.