Visualizzazione post con etichetta Jean-Luc Godard. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jean-Luc Godard. Mostra tutti i post

lunedì 27 aprile 2026

Resurrection - Bi Gan

ho visto il film in una proiezione "speciale" con il collegamento di Bi Gan, da remoto, alla fine, per rispondere alle domande del pubblico.

il regista, 36 anni, è già uno dei più grandi del mondo, di lui ho visto i suoi film precedenti (ecco la recensione di Kaili blues).

Resurrection è un film certamente non minimalista, ci parla della vita, del cinema, del futuro, dei sogni e della realtà, in una storia o storie, che attraversano un secolo, della storia della Cina.

ciascuno potrà vedere tante citazioni della storia del cinema, per esempio alla fine mi è sembrato di (ri)vedere immagini di A bout de souffle, di Jean-Luc Godard, e di Holy Motors, di Leos Carax.

il piano sequenza finale, di quelli che si vedono raramente al cinema, è una gioia per la mente e gli occhi.

e poi c'è una donna, che apre e chiude il film, una donna che segue il sogno, che sostiene il sogno, che protegge il sogno.

Resurrection è un film impossibile da raccontare, bisogna vederlo e rivederlo, lasciarsi portare dalle immagini, in sala, naturalmente.

buona (imperdibile) visione - Ismaele


 

 

Se è vero il detto “chi è stanco di Londra è stanco della vita, perché c’è a Londra tutto ciò che la vita può permettersi”; si potrebbe rilanciare il detto sostituendo Londra con Resurrection. Il film di cui parliamo in questo articolo è uno dei film più anarchici e complessi di questo decennio, ed è davvero tutto ciò che la settima arte è in grado di sfoderare. Colori, inquadrature, carrellate, personaggi, incastri narrativi escatologici, metacinema, tutto in un unico film. Non è importante che sia compreso al dettaglio, ma che si esperisca tutto come un’esperienza, sì. Un’esperienza da grande schermo, una di quelle difficili da dimenticare…

da qui

 

Con Resurrection, Bi Gan firma la sua opera più ambiziosa e radicale: un’esperienza cinematografica ipnotica, visivamente sbalorditiva e narrativamente sfuggente, che si interroga sulla natura stessa del cinema e dei sogni. Non tutto è di facile comprensione, ma ciò che resta è un’impressione decisamente indelebile

da qui

 

La forza di Resurrection è soprattutto visiva: ogni episodio reinventa lo spazio e il tempo del racconto con una libertà rara nel cinema contemporaneo. Eppure, questa ricchezza formale genera una distanza difficile da colmare. I personaggi infatti restano presenze più che individui, attraversano le immagini senza mai radicarsi davvero lasciando lo spettatore ad ammirare continuamente ma restando ai margini. Anche nei momenti più suggestivi, come i passaggi contemplativi o il lungo piano sequenza finale, l’emozione appare filtrata, trattenuta dalla stessa macchina formale che la produce. È una scelta precisa, Bi Gan privilegia una logica onirica e associativa, rinunciando quasi del tutto alla costruzione psicologica. Ma è qui che emerge il limite più evidente del film. Quando tutto diventa possibile sul piano delle immagini, qualcosa si perde sul piano del coinvolgimento. Resurrection finisce così per essere più un’esperienza da osservare che da vivere, più un dispositivo da osservare che un racconto in cui perdersi. Solo nei momenti in cui allenta questa tensione teorica, lasciando spazio alla pura presenza delle immagini, il film riesce davvero a toccare qualcosa di più profondo…

da qui

 

Il rischio, in un’operazione di questo tipo, è quello di scivolare nel puro formalismo, lasciando che la straordinaria ricchezza visiva oscuri il contenuto. Ma Resurrection riesce a evitare questa trappola proprio grazie alla sua dimensione emotiva.

Ogni episodio, per quanto stilisticamente autonomo, è attraversato da una malinconia in cui il sogno non è mai evasione ma un modo per confrontarsi con ciò che non esiste più.

In definitiva, il nuovo film di Bi Gan si impone come un’esperienza totalizzante, che chiede allo spettatore di abbandonare ogni certezza e di lasciarsi attraversare dalle immagini.

Non è un film "da popcorn" ma un film che richiede attenzione e anche una certa familiarità con la cultura e la storia cinese.

Resurrection ci ricorda che il cinema è, prima di tutto, una macchina dei sogni. E senza sogni, senza quella capacità di perdersi e credere nell’illusione, il cinema stesso non può esistere.

da qui

 

…Il cinema stesso, nella visione di Bi Gan, è il sogno per eccellenza. Resurrection sembra ripartire da il collasso di un'arte ormai priva di senso, di un dispositivo d'immagine in cui "non è rimasto più nessuno a guardare". Ma dove qualcuno certificava con amarezza testamentaria la crisi del cinema, Bi Gan va oltre: il problema, sembra voler dire, non è la macchina organica e meccanica del cinema, che magari può pure consumarsi e liquefarsi, ma la capacità di chi guarda di accogliere ancora il sogno, di lasciarsi attraversare dalle immagini senza difese razionali. Con le sue citazionisi direbbe quasi spontanee e dotate di forza autonoma , Resurrection è così una sorta di visionario remake , forse l'ultimo film nella storia del cinema, ma anche il primissimo…

da qui

 

 

mercoledì 6 marzo 2024

Les Carabiniers - Jean-Luc Godard

uno di quei film che ti lasciano a bocca aperta.

ambientato in un tempo e uno spazio non definito, e drammaticamente reale, è un film che descrive la preparazione, la realizzazione e le conseguenze della guerra.

succede niente e tutto, il bottino di guerra, Ulisse e Michelangelo sono come bambini, sta tutto in una valigia, in una serie di cartoline di diversi temi, come raccolte di figurine, i due fanno confusione fra l'immagine e la realtà.

il ritmo è quello delle comiche mute, a ritmo velocissimo.

se qualcuno vuole fare una lista dei film contro la guerra Les Carabiniers sta ai primi posti, sicuro.

Godard è un genio, e gira un capolavoro sorprendente.

buona (antimilitarista e contro tutti i regnanti) visione - Ismaele



QUI il film completo, su Raiplay



 

 

Attraverso le gesta dei due protagonisti, Michelangelo e Ulysse, il regista ci descrive l’unico epilogo di qualsiasi guerra che sia mai stata ingaggiata: sconfitta. L’intero film è ritmato da scritte inserite in fase di montaggio, con caratteri quasi da cartone animato, e foto reali di guerra e di morti che richiamano il genere documentaristico, sempre accompagnate da una musica di sottofondo che sembra dialogare con uno spettatore quasi abituato agli orrori della guerra, orrori che non fanno più scalpore. Questo è il fil rouge dell’intera narrazione: l’assenza di anima, la normalizzazione della distruzione e del disgusto della guerra; lo si vede ad esempio nelle immagini di donne violate ma mute, come consapevoli che urlare e dimenarsi non avrebbero portato salvezza in quel contesto; o dalle persone derubate dei loro beni che le quali restano inermi di fronte all’atteggiamento prepotente dei soldati. Ma lo stesso Michelangelo, come se non si rendesse conto di star compiendo delle atrocità, sembra agire sempre assecondando un candore bambinesco che si intravede, ad esempio, nella scena in cui puntando addosso una pistola a una donna, le ordina d’inginocchiarsi e dopodiché le sale in groppa come potrebbe fare un bambino immaginando di essere un cowboy col suo cavallo, senza torcerle un capello…

da qui

 

Misconosciuto film di Godard, Les Carabiniers è un feroce atto d'accusa verso la propaganda e il militarismo, nonché il tipico grande saggio sul potere mistificatorio dell'immagine nel mondo dei mass media. Due trogloditi, ignoranti e poveri, vengono convinti da una coppia di carabiniers ad arruolarsi in una fantomatica guerra, con la prospettiva di poter requisire a piacimento tutti i beni del nemico ucciso e di poter commettere crimini a volontà, giustificati soltanto dal fatto di essere in guerra per il re. Le donne dei due idioti, altrettanto ignoranti e spinte dal desiderio di "cose", li incitano ad arruolarsi. Tra massacri, violenze, furti e ingiustizie di ogni tipo (alternate nel montaggio da didascalie e brani di lettere, che ricordano allo spettatore la natura filmica delle immagini a cui stanno assistendo), i due protagonisti verranno a loro volta disillusi...Opera dichiaratamente brechtiana, Les Carabiniers si inserisce a pieno titolo tra i risultati più maturi del primo Godard: il cinema è sempre mostrato in quanto finzione, l'immagine sempre privata della sua aura mitica, spogliata e ridotta a quello che è (spesso semplice mezzo di propaganda e oggetto di consumo). Lo straniamento dello spettatore è speculare alla facilità con cui i protagonisti credono a tutto quello che vedono e che viene loro propinato…

da qui

 

 

Tratto da una pièce dello scrittore italiano trasferito a Parigi Beniamino Joppolo e basato su una sceneggiatura di Roberto Rossellini e Jean Gruault, il film è una sorta di apologo intellettuale sui pericoli insiti nel militarismo, calato in un'atmosfera e una vicenda senza tempo e senza precisa collocazione geografica, che vuole dimostrare l'abuso del potere sulle vite dei più deboli e la follia e l'insensatezza della Guerra con i suoi inutili massacri. I due protagonisti Ulysse e Michel-Ange saranno abbindolati da false promesse di gloria e facili conquiste da una lettera del Re in persona, ma verranno risucchiati in un vortice di violenza che non potrà non travolgere in primis anche loro stessi. Lo straniamento brechtiano, tipico delle opere di Godard di questo periodo, si alterna ad alcune felici intuizioni che danno nerbo ad alcune sequenze divenute giustamente famose tra i cinefili…

da qui

 


…The last section of the film is Godard at his best. The soldiers, who were promised the world, come back with postcards. They show them to their wives in a scene nearly 10 minutes long which grows steadily more hilarious. One card after another: "The Parthenon . . . the Taj Mahal . . . the Technicolor works in Hollywood . . . the Chicago aquarium . . . Cleopatra (actually Liz Taylor) . . . forms of transportation ... little green grasshoppers."

This is an antiwar film in the same sense "Breathless" was a gangster movie: That is, Godard has chosen a subject on which to exercise his style. The result is one of his most successful films, and, incidentally, one easier to understand and enjoy than his later work.

da qui

 

 

 

sabato 13 maggio 2023

Crepa padrone, tutto va bene (Tout va bien) - Jean-Luc Godard, Jean-Pierre Gorin

già solo per alcune scene il film è imperdibile, cì sono tanti temi, e tutti ben delineati e sviluppati.

la rivoluzione, il lavoro, la lotta di classe, il cinema, la pubblicità, il consumismo e tanti altri argomenti sono filmati e restano ben impressi sulla pellicola e negli occhi di che guarda.

e poi ci sono Yves Montand e Jane Fonda, al loro meglio.

buona (rivoluzionaria) visione - Ismaele


 

 

 

 

Godard, dopo aver lasciato per quattro anni il cinema "normale" per i cinegiornali militanti, torna con un film che è una riflessione geniale sulla politica, sul cinema, sul divismo, sulla lotta di classe. Si parla di una fabbrica di salumi autogestita con il padrone Caprioli sequestrati, si seguono una giornalista americana e un regista che raccontano i problemi di coppia e di lavoro, si vede un esproprio in un supermercato mentre un "riformista" cerca di vendere con lo sconto il programma del suo partito. Come sempre Godard è geniale, sorprendente, profondo.

da qui

 

La carrellata (e controcarrellata) lungo le casse del supermercato, le scene di vita di fabbrica e di ufficio mostrate da fuori attraverso le vetrate: la rappresentazione cinematografica si confonde con l’analisi politica e la funzione sensibile dell’immagine oscilla costantemente tra questi due poli; ma tale oscillazione didascalica-brechtiana va presa per quel che è, vale a dire il libero scorrazzare del cinema, il suo esprimersi e rivelarsi in quanto cinema, il suo metterci per forza di cose di fronte alla “texture” di immagini, al di là del vincolo narrativo e al di qua dell’opzione contemplativa. Se non è un manifesto del cinema militante, poco ci manca, ma certamente resta un grande esempio di cinema moderno che cerca il contatto con la superficie dei corpi, dei volti, degli oggetti, come a voler acuire, con la superficialità, la tattilità delle immagini e, nel contempo, suggerirne la loro natura smaccatamente cinematografica.

da qui

 

Un pubblicitario e sua moglie giornalista rimangono bloccati per cinque giorni in un salumificio i cui operai sono in agitazione e tengono in ostaggio il direttore. Il solito Godard postsessantottesco, pesantemente didascalico nella forma ma inventivo in certi singoli momenti: uno su tutti, l’esibizione dei costi di produzione visualizzati in dettaglio attraverso una serie di assegni che vengono man mano firmati e staccati (“Voglio fare un film” “Per fare un film ci vogliono i soldi”). Meglio la prima parte, in cui l’industriale e i lavoratori prendono la parola per illustrare i rispettivi punti di vista; prolissa e involuta la seconda, dove marito e moglie discutono della loro crisi di coppia con dialoghi che sembrano scritti dal peggior Antonioni.

da qui

 

Per Godard il sessantotto è fallito ma non terminato. La classe operaia è stanca dei soprusi padronali (di un Caprioli che dice "Tutto va bene"), del sindacato doppiogiochista, del "partito" che vende il proprio manuale al supermercato (simbolo del consumismo): i cartelli che recitano "1968-1972" testimoniano una continuità, perché ciò che accade (fra fabbrica occupata e gauchisti che invadono il supermarket) "È oggi". Il regista sta con il proletariato, ma il suo cinema militante non è interessato alla propaganda, invita bensì all'acquisizione d'una coscienza critica. La virtuale "love story" fra Yves Montand e Jane Fonda è una gag per permettergli il solito discorso del cinema sul cinema: il film parte con la mano del regista che firma cambiali, in cerca di fondi e consapevole che, per realizzare la sua opera, dovrà scritturare dei divi con un melodramma. Il cinema, in quanto merce, deve trovare una distribuzione: lo stesso Montand, in veste di cineasta intervistato come Godard in Lontano dal Vietnam, spiega perché ha accettato dei compromessi (gli spot) dopo aver militato nella Nouvelle Vague (cita la prefazione del "Mahagonny" di Brecht). Godard non è accomodante: i due protagonisti sono pedine del gioco, della sua "casa di bambole" espressionista (la fabbrica colorata all'eccesso di rosa fucsia e rosso, "vivisezionata" dalla macchina da presa in carrelli laterali) e la loro relazione, in cui è impossibile identificarsi, si chiude con una scena muta, dove l'autore rimarca quanto sia necessario immergersi nella realtà per capirla e nei rapporti di lavoro/potere per ovviare alle crisi di coppia con il falso problema sessuale. Non il miglior Godard, manca l'ironia feroce ed efficace de La Cinese, le invenzioni scarseggiano, sostituite da lunghe interviste, piani sequenza e pesanti apologhi politicizzati. Quando però si tratta di realizzare un semplice campo/controcampo, salta fuori il suo genio rivoluzionario: è splendida, ad esempio, l'eclissi dei volti, quando Fonda e Montand sono ripresi all'altezza della nuca di quest'ultimo.

da qui

 


domenica 25 settembre 2022

due ricordi di Godard

Prénom Godard. Chi scriverà più le immagini ora che la "politica dell'autore" è morta? - Roberto Silvestri

Prima di lui si andava comodamente nel cinema sotto casa, soprattutto in famiglia. Da almeno tre decenni (1920-1950) la settima arte era regredita – più ancora in Europa che in America - a poco a poco a tempio del conformismo calligrafico, della narrazione compiaciuta di sé, della recitazione pompier e tossica, tra codici Hays e censure bigotte, in molti casi fasciste, terrorizzate dalle immagini. Ma dopo lo tsunami Godard, dopo la scomposizione che lui ha attuato, come un gioco contagiante, su tutti gli elementi del linguaggio visivo, sonoro, non verbale, gestuale, comportamentale, involontario, e della memoria combinatoria che attiva la ricezione (se era vietato fare un primo piano con un grandangolo ebbene lui lo faceva, se il montaggio deve essere invisibile ecco il jump cut continuo), andare al cinema è diventato certo un gran lavoro ma anche un vero piacere, un divertimento da parco giochi, un’avventura dell’occhio-mio-dio, un gesto chic e snob e sovversivo. Ti sentivi uscire dal tuo corpo, essere Belmondo e Karina allo stesso tempo. Solo contro il mondo. Estasi.

Avevi scoperto finalmente qualcosa che non avresti mai trovato nella letteratura, nella musica, nella pittura, nell’architettura. “La verità 24 fotogrammi al secondo”, parafrasando Cocteau (“il cinema è la morte al lavoro 24 fotogrammi al secondo”) vuol dire poter cogliere le cose vere, cioè mutanti e conflittuali, che il visuale paralizza nell’ideologia, e “trasformare la notte in luce”, come scrive nel suo virtuale libretto rosso mai pubblicato, perché noi, fuori dalla sala buia, non vediamo di non vedere. Pochi registi erano riusciti prima di Godard a liberarsi dai lacci e legacci imposti dai produttori – e, ricordiamolo, un film è un rapporto a due: regista e produttore, e Godard preferiva Thalberg a von Stroheim - mandando segnali segreti a critici ribelli e spettatori perspicaci. Les années Cahiers lo vedono alla macchina da scrivere a liberare nelle sue recensioni le immagini vitali incastonate nei mélo di Sirk, nei thriller di Hitchcock, nelle tragedie femministe di Mizoguchi e nelle commedie di Tashlin e Blake Edwards.

Ecco perché Godard - e anche i suoi critofilm più incomprensibili, i suoi film-saggio più rivoluzionari e filosofici - piace nel subconscio a Hollywood. Ma quell’Oscar alla carriera lui l’ha rifiutato sdegnosamente, per non essere da meno di Marlon Brando (e per farsi premiare di più). Il suo decennale lavoro sulle unità spazio-temporali della sequenza ha vivisezionato funzioni e procedimenti di un film, e perennemente fatto rinascere il cinema, che se non sconvolge tutte le funzioni, logiche e emozionali, del nostro cervello, non c’è. Non esiste. E da neo-formalista (adorava Eisenstein e come era indignato con Kenneth Anger quando osò rimontare Que Viva Mexico) ha attivato in tutta la sua ultracentenaria opera sensazioni, intellezioni, immaginazioni e memoria, anche rianimando forme antiche e dimenticate: ecco “il bello”, che non è la copia di un modello, ma di un monello. Ecco la funzione estetica, attivare la costituzione d’oggetto e la formulazione di immagine. Abbassando il più possibile i costi di produzione. Lavorando sodo, come un falegname, un operaio. Senza guadagnare di più. Si tratta di psicosi egualitaria? No. Di come si intende democrazia. Lui la intende come Thoreau, Whitman e gli altri trascendentalisti americani dell’800 romantico e utopistico, pur con le sue origini calviniste, da dio cattivo che punisce, sono pochi i non peccatori. La intende come priorità delle persone e non dei proprietari. Prendiamo una sequenza western normale (non alla Monte Hellman, che adorava tanto quanto non sopportava Woody Allen). Arriva il cowboy a cavallo, attacca il cavallo alla sbarra entra nel saloon e la cinepresa lo segue. Ebbene Godard non lascia mai il cavallo. Resta con lui. Il cinema è atto, movimento, tragitto, mai personaggio….

Con Godard il cinema tornò quell’avventura sulfurea, delle origini, quel montaggio delle attrazioni da circo che trasforma le nostre parti basse in general intellect. Il teatro in documentario e viceversa. Strano che Guy Debord, criticandolo da sinistra lo definisse “il tipico cineasta borghese". Anche se si riferiva al Godard primo periodo, quello della modernità di fraseggio, della soggettività desiderante, dell’anarchia come programma minimo, quello che lo stesso Godard poi ha autocriticato reinventandosi – chi non ha vissuto quei momenti non riuscirà a comprendere l’ovvietà di quella decisione, tra stragi di stato e Vietnam, polizia assassina e mostri prepotenti al poyere ovunque - come militante rivoluzionario maoista, e assieme a Gorin fondando il gruppo Dziga Vertov per realizzare dal 1968 al 1974 non film politici ma film fatti politicamente, ovvero applicando correttamente la politica dell’autore (che non è come si crede erroneamente sovranità del regista, ma sovranità della politica, committente le masse). Godard "ha giusto delle idee di cinema, più che delle giuste", e senza indipendenza e piena libertà, dunque senza basso costo e senza il costante aggiornamento sulle tecnologie audio, suono, video e digitali da dominare teoricamente ("bisognerebbe pagare chi vede la tv, non chi la fa"; oppure "i telereporter sono criminali di guerra", infine "i bambini sono prigionieri politici") Godard non sarebbe un pedagogo, come Rossellini gli ha insegnato ad essere e Serge Daney (il critico francese "di fase" più stimolante alla fine del secolo scorso) ha confermato che fosse. Da Ici et Ailleurs, Numéro deux e Comment sa va in poi, insomma dal 1974, prima a Grenoble poi nel villaggio svizzero di Rolle, cantone di Vaud, Godard mette in scena solo "persone che si fanno la lezione". Il Godard di questa "parte seconda" è soprattutto quello elettronico, che lavora per le sue società "Sonimage" e poi "JLG Film", assieme alla fotografa, artista multimediale e cineasta e storica dell’arte Anne-Marie Miéville. Ha gelato l'amicizia con Francois Truffaut, ha avuto un orribile e traumatico incidente di moto (nel 1972, in piena militanza maoista, quando ha abbandonato la totalizzante "unità di produzione Dziga Vertov" e il suo alter ego Jean-Pierre Gorin, ma metterà alla prova il metodo marxista-leninista non solo rispetto alla lotta di classe in Occidente e nei paesi dell’Est Europa o alle insorgenze anticoloniali in Mozambico e in Palestina, ma alla costruzione di un’immagine, e alle questioni interiori e sotterranee del privato, alla crisi ambientale, all’uscita dall’antropocene. Insomma il suo è un surplus di cinema politico, mai riflusso. Solo Godard (e Straub e pochi altri) combatte, con raffinata tecnica pugilistica, contro la televisione e il visuale virale e brutto di certo cinema (a volte contro Spielberg e Bertolucci) e di certa televisione, ma sul loro stesso terreno, campo contro campo. Truffaut diceva che Godard "ha sempre pensato al di sopra dei propri mezzi", ma certo molta tv e molta Hollywood pensano ben "al di sotto dei loro mezzi"... Ponendosi, per esempio in Je vous salue, Marie, non problemi di verginità della Madonna, ma di purezza/sporcizia dell'immagine. Il critico Alberto Farassino, scomparso troppo presto, grande studioso di Godard a cui ha dedicato un fondamentale Castoro, ricorda nella versione ampliata del 1996 una sua frase bellissima: "Dato quel che è accaduto in Cile, il fascismo, Pinochet, la mia vita prende di conseguenza una direzione piuttosto che un'altra. Quando incontro qualcuno non mi interessa dirgli che il fascismo è buono o cattivo, o che Pinochet è un imbecille. Gli parlo di me e di lui".

“La macchina infernale capace di generare fantasmi e di infondervi vita e anima, di giocare pericolosamente al confine tra il visibile della nostra vita quotidiana e l'invisibile di un aldilà inconoscibile”, insomma il cinema secondo Cocteau, diventa per Godard sempre qualcosa d’altro, di differente, di contraddittorio, il contrario di prima. E’ la sensibilità postmoderna, ovvero soggettività drastica coniugata a altissima etica politica che lo invita al nomadismo, alla deriva, al continuo cambio di set mentale. Ancora una volta. Il lago, le montagne, il cane, quei certi quadri adorati, quella letteratura amata (il buffone shakespeariano, l'idiota dostoievskiano...), diventeranno gli elementi visuali fissi e di suggestione da impasto, molto più importanti delle storie, sempre "da non raccontare", o della Storia, da non perdere mai di vista, o della storia del cinema, che andrebbe bruciata. Se i film sono merci bisognerebbe bruciarli. Ma con il "fuoco interiore". Perché l'arte nasce da ciò che brucia. Così Godard, l'artigiano, il grande parlatore seducente (assistere a una sua conferenza stampa era come entrare nello stand della donna barbuta) lavora molto negli anni 80 per la tv di stato, da cattivo allievo di Rossellini: ecco le videoconferenze, le lezioni sul centenario, gli spot, ma anche i remake, produttivi non iconografici, come Fino all'ultimo respiro. II Leone d'oro di Venezia con Passion (una magnifica giuria tutta nouvelle vague, scelta da Rondi, con Bertolucci e Oshima tra gli altri, non poteva non premiarlo) fece inorridire il critico del Corriere della sera che, coraggiosamente lo stroncò, a rischio di perdere la direzione del Centro Sperimentale di cinematografia che, lo dice la parola stessa, o è godardiano o non dovrebbe neppure esistere.

Negli ultimi anni ancora scandali, detour. Una torta in faccia a Cannes, l’invito recente a votare Le Pen, inorridito dalla fine del socialismo, capelli perennemente arruffati e Gitanes papier mais in bocca. Forse aveva ragione Debord. L’ultimo grande borghese è morto.

da qui

 

Adolescenza Godard - Giulia Cavaliere

Intorno ai 15 anni ebbi finalmente il diritto di tenere una piccola tv nella mia stanza, era senza antenna ma collegata a uno di quei dispositivi esterni che tenevo sul pavimento per riuscire a intercettare almeno un canale, Mtv, che guardavo soprattutto in tarda serata, alternandolo, se il marchingegno in questione me lo concedeva, a qualche assurda puntata del Maurizio Costanzo Show a cui mi ero appassionata senza troppi eccessi dopo aver scoperto per caso, una notte in cui avevo la febbre, che ci passava gente come un tizio di nome Carmelo Bene lasciandomi scossa e illuminata - come solo può illuminarsi un adolescente.

Non mi interessava la tv, fin da quando ero bambina mi annoiava molto e mi faceva sentire costretta, però mi interessava la musica e dunque la musica in tv, i videoclip, le classifiche; in ogni caso quella tv sarebbe servita principalmente per i film. Complici le vhs di casa, quelle della videoteca de l’Unità e quelle registrate da mio padre con etichette adesive e scritte a mano, nell’epoca della vita - appunto la pubertà - in cui la stanza singola diventa il mondo intero, io, in quella stanza, volevo portarmi il cinema.

Quella piccola tv che non aveva un’antenna era stata infatti acquistata per via del videoregistratore che aveva incorporato e così iniziai a vedere più film che potevo: uno al giorno, a volte due, persino tre, non vedevo l’ora di tornare da scuola e premere play, avevo cassettoni enormi sotto il letto pieni di videocassette di ogni sorta e nei pomeriggi non studiavo e non guardavo i Simpson alle 14: passavo le mie ore a leggere, ascoltare dischi e guardare film nel tentativo di recuperare lì dentro, tra le mie personali mura strette, tutto quello che fuori era accaduto in passato e che io, nata a metà degli anni ’80, non avevo potuto conoscere prima di quel momento.

Conoscere era la mia sfida quotidiana, scoprire: non i bei voti a scuola, non rigare dritto, non la pace familiare che queste due cose mi avrebbero garantito, ma semplicemente conoscere tutto quello verso cui mi sentivo trascinata irresistibilmente, assecondare, appagare e rigenerare il desiderio continuo - estenuante a pensarci ora per la sua voracità - di soddisfare le mie curiosità di scoperta.

Scoprii in quella stanza che le curiosità vivevano in una catena infinita, ne erano parte come accade ai frammenti del dna, nulla rimaneva fine a sé stesso, tutto sbocciava e finiva per confluire e darsi al frammento successivo, non esisteva curiosità che restasse sola e così, non so come, una di queste curiosità mi incuriosì a sua volta dell’opera di Jean Luc Godard. In quel mondo di cinepomeriggi abitava anche una grande consapevolezza che all’epoca possedevo solo nei sensi e che ora si è fatta dato: desideravo ciò che non comprendevo, meno comprendevo, meno era semplice da decifrare e più ero spinta a metterci gli occhi, le orecchie, la curiosità.

Era stato così da sempre: i pomeriggi delle scuole medie alla biblioteca comunale a leggere libri sui musicisti in un inglese troppo difficile per me (di italiani non ce n’erano), i tentativi di decifrare Marx dai volumi della libreria di casa dopo averlo scoperto dalle ben meno ardite lezioni di scuola, i dischi di musica elettronica d’avanguardie indecifrabili. Non c’era qualcosa di più appassionante, allora, di questa spinta verso l’ignoto, verso una complessa intelligibilità, verso il non immediato. In una contemporaneità dove l’immediatezza, l’orecchiabilità assoluta, la comprensibilità automatica sono ritenute doti che qualsiasi prodotto culturale deve avere non per essere di molti ma semplicemente per poter esistere, io oggi voglio ricordare l’eccitazione sconvolgente di guardare i film di Godard senza capirci quasi nulla, trascinati dal piacere di pensare già a metà film a quante volte ancora li avremmo visti esaltati da quell’incomprensibilità da trasformare in comprensione piano piano, una visione alla volta.

Non solo Godard ma tanti altri, come lui, occidentali e orientali, al primo film o già consacrati che fossero, ci spingevano nel viaggio della complessità, tuttavia lui ne era capofila: sedotti dalla bellezza assoluta dei suoi attori e dalle vite in sequenza di questi personaggi silenziosi che si muovono da un caffè a un letto, fumano sigarette, si interrogano leziosamente e pigramente su movimenti dell’esistenza che a 16 anni percepisci ma non puoi aver ancora sperimentato, scoprimmo all’improvviso una nuova vita fatta di vuoti temporali, sospensioni, di una terza possibilità esistente tra dovere e piacere, qualcosa che non è né l’una né l’altra cosa, ma semplicemente l’esistere nei giorni. Godard è poi l’ingresso in un cinema che porta ai nostri occhi film dall’estetica tanto precisa da strabordare, film di strazi e risatine, frangette da imitare, montature di occhiali che non avevamo mai visto prima ma avremmo cercato di indossare noi il prima possibile o ricercato nei volti delle persone che poi avremmo voluto baciare.

Non capivamo niente di cinema, in fondo eravamo solo ragazzini, non capivamo nulla di nulla degli estremismi intellettuali e degli esperimenti cinematografici come capivamo pochissimo, è chiaro, di Marx e tutto il resto, ma qualcosa restava, si andava a sedimentare e più che altro sapevamo segretamente e con i sensi che stavamo guardando un impossibile da decifrare che in quanto tale possedeva una grana di bellezza destinata a eternarsi. Uscendo dalla stanza, grazie a quello che dentro vi succedeva, imparavamo a stanare i nostri simili, quei pochi, che allora credevamo pochissimi, del grande mondo che potessero condividere con noi questa grande visione che ci aveva investiti grazie a tutte quelle visioni, e con loro facevamo gruppo, cercavamo di raccontare, sintetizzare, trametterci l’un l’altro trame e storie indecifrabili, a suon di cineforum dell’infinito, vhs registrate a nostra volta da Fuori Orario e tutto il cinema d’autore della nostra povera sede di provincia del Blockbuster noleggiata a ripetizione fino a conoscere le dissolvenze a memoria.

Molti anni dopo, grazie non al Liceo ma a quei pomeriggi, mi iscrissi alla facoltà di Lettere e scelsi un indirizzo che prevedeva un gran numero di esami di cinema. A quello di filmologia fui interrogata a lungo, neppure a farlo apposta, su A bout de souffle di Jean Luc Godard, il mio giovane e brillante professore, di cui conservo ancora i libri che mi consigliò e parte delle intuizioni che ci suggerì a lezione, sarebbe morto dopo poco tempo e dopo aver risposto alle sue domande non lo avrei mai più rivisto. Fu la prima volta in cui mi trovai a scoprire da vicinissimo che la ferocia delle passioni e l’adesione all’arte non ci avrebbero risparmiati dal dolore e dalla perdita, e neppure il contatto continuo con la bellezza sarebbe mai stato sufficiente.

Con la morte di Jean Luc Godard, in queste ore, guardo frammenti di film viste decine di volte, pellicole che sono diventate preghiere laiche nei pomeriggi d’inverno della mia adolescenza, sequenze che proprio con la bellezza sfidano la morte e quel giorno in cui lo schermo andrà spento, la vita farà il suo corso, si tornerà a oscillare tra dovere e piacere e non si potranno fare tutte quelle cose che ad altri che verranno continueranno ad apparire un po’ insensate e un po’ magiche come la corsa al Louvre e il balletto in "Bande à part”, cose che là fuori nessuno fa mai ma non per questo non andrebbero fatte.

Volevamo i capelli come Jean Seberg, camminare per Parigi urlando il nome di un giornale americano da vendere per strada accompagnate da qualcuno che non potevamo immaginare fino a poco prima, i film che tracciavano una delle più cruciali linee di demarcazione nella storia del cinema, tracciavano un solco fondamentale anche nelle nostre vite, e prima e dopo in chissà quante altre. I registi della Nouvelle Vague sono stati per un attimo degli eroi dell’impossibile da fare e da comprendere, qualcosa che oggi, dopo essere cresciuti e dopo aver studiato, e letto e forse aver capito qualcosa della loro straordinaria rivoluzione linguistica, lasciano viva, andandosene, prima di tutto, comunque, l’aura del sogno che fu sognato, il segno dell’utopia incomprensibile appassionatamente costeggiata che per me sono proprio le notti sveglia fino a tardi a cercare di guardare e capire La Chinoise o il tentativo fallito in partenza di somigliare ad Anna Karina.

Per una volta allora vale la pena di dire che anche senza capire, capimmo qualcosa, e che JLG nei nostri avatar, nei poster sulle nostre teste da studenti, stava lasciando un segno prima ancora di lasciarlo davvero con il suo cinema. Quello che potremmo pensare come semplice adesione a un’apparenza, quella scelta dell’incomprensibile e quell’ostinazione a comprenderlo, tornano a galla oggi come una precoce presa di posizione nelle cose del mondo, qualcosa che da lì in poi non ci avrebbe mai abbandonato, mostrandoci da che lato selvaggio della strada compiere il cammino, anche senza New York Herald Tribune.

da qui

mercoledì 21 settembre 2022

ricordo di Alain Tanner

 

Jonas che avrà vent'anni nel 2000 (Jonas qui aura 25 ans en l'an 2000) , di Alain Tanner (con sottotitoli in portoghese):




giovedì 7 ottobre 2021

Fino all'ultimo respiro (À bout de souffle) - Jean-Luc Godard

un delinquente ammazza un poliziotto e spera di cavarsela, in pochi giorni fugge e fugge e riesce a innamorarsi di una ragazza americana, ma il suo destino è segnato.

oppure, un delinquentello col cervello da ragazzino fa l'errore della sua vita, pensa di cavarsela, in attesa di un gruzzoletto per la fuga, braccato dalla polizia, si innamora di una ragazza e vuole portarla con sé.

lui sembra uscito da uno di quei film di gangster hollywoodiani, ma senza i complessi di colpa, l'ansia, la pistola sempre in mano, Michel (Belmondo), con la sigaretta sempre fra le labbra, si ispira a loro, ma in un modo più "leggero", sarà che si crede il più furbo del mondo, sarà che si innamora, alla fine ti accorgi che ti sta simpatico, lui è un bandito ragazzino.

e se non fosse stato per Godard che, da buon cittadino, lo segnala alla polizia, forse Michel (insieme a Patricia) sarebbe ancora in giro.

un film (sempreverde) da non perdere, in qualche cinema - Ismaele

 
 
 
 
Se nel memorabile controcampo fra la locandina di Bogart e il primo piano su Belmondo, le due dimensioni restano inesorabilmente separate, queste si uniscono magicamente nel finale, quando i due amanti si baciano intensamente, come i due giovani protagonisti della “Donna del Bandito” di Nick Ray, illuminati dalla luce di un film proiettato in un cinema. Da questo confronto, scaturisce anche una profonda riflessione sul concetto di morte (delle persone “reali”), contrapposto a quello di immortalità (dei miti, delle icone). Un altro contrasto presente nel film, forse il più significativo, è quello fra sofferenza ed apatia, ossia fra dolore e nichilismo, ispirato dalla bellissima frase da Faulkner, a mio avviso una possibile chiave per leggere l’opera: si apprende come il fatalista Michel prediliga il “nulla”, laddove la tormentata Patrizia preferisca “soffrire”. E questa divaricazione di fondo fra Michel e Patrizia conduce ad un articolato discorso su argomenti destinati a dominare il cinema degli anni 60 e 70: l’incomunicabilità fra uomo e donna, alimentata dalle reciproche differenze attitudinali ed intellettuali (Michel rinfaccia più volte a Patrizia la sua vigliaccheria, la sua indecisione, le sue mezze misure) e dalla faticosa ricerca di un senso alla loro relazione (i lunghi, immobili, piani-sequenza della parte centrale, anticipano tutto il cinema dell’Antonioni della Trilogia): in alcuni frangenti, si arriva addirittura a precorrere il femminismo. Non manca, infine, una dimensione filosofica, basata sul conflitto fra volontà e necessità (“Non so se sono infelice perché non sono libera o viceversa” si chiede Patrizia; “Il delatore denuncia, come l’assassino uccide” declama Michel). Infine, al di là dell’apparente amoralità e della forma eversiva, il film di Godard non cade mai nell’intellettualismo e propone personaggi romantici, che si sobbarcano una sofferta e dignitosa dimensione tragica.
da qui
 

Il cinema di Godard è un cinema di flusso, un cinema di libertà. L’analogia che si crea tra la libertà delle tecniche cinematografiche e quella dei caratteri dei due protagonisti fa emergere un nuovo modello di opera cinematografica, rendendo Fino all’ultimo respiro il film per eccellenza del nuovo cinema, in cui esistenza e forma artistica raggiungono una fusione mai raggiunta prima.

Un film rivoluzionario, da vedere e rivedere; per i due attori protagonisti superbi nella loro recitazione a tratti improvvisata e a tratti esibita e per la continua trasgressione delle convenzioni cinematografiche classiche; Fino all’ultimo respiro è senza dubbio un’opera che cambiò la storia del cinema e diventò una vera e propria lezione di stile per tutto il cinema moderno successivo…

da qui
 
Due anni prima del "Sorpasso" di Dino Risi, in una Parigi turbolenta e intellettuale Michel si ritrova braccato dalla polizia e braccante una giovane americana. Godard flirta col cinema d'oltreoceano, con un Belmondo che mutua esplicitamente le movenze di Bogart e corteggia "fino all'ultimo respiro" la bella Patrizia dall'accento yankee. Memorabile il lungo assedio nella camera d'albergo, il mondo chiuso fuori dalla finestra e una sceneggiatura che intreccia due spezzettatissimi monologhi, che si incontrano raramente eppure parlano della stessa cosa: dell'amore, cui "proprio in quest'epoca moderna bisogna credere".
Incalzante la colonna sonora, qualche difficoltà iniziale con l'approccio al montaggio, volutamente brutale e d'impatto.

.. vennero in sella due gendarmi, vennero in sella con le armi e chiesero al vecchio se li vicino fosse passato un assassino.

da qui
 
Come scrivere una manifesto della Novelle vague:la sinergia tra Truffaut in sede di sceneggiatura e Godard alla regia in questo caso ha dato un frutto apprezzabile anche se non lo ritengo un capolavoro imprescindibile e magari mi attirerò pure qualche critica.La verità è che io normalmente detesto Godard,non amo la sua idea di cinema,lo trovo un autore pretestuosamente elitario,un intellettuale a tutto tondo che per puro caso magari(non conosco la storia della sua vita ,la mia è solo un illazione)si è trovato a fare del cinema la sua missione.Qui invece il suo elitarismo non mi disturba più di tanto anzi apprezzo l'indubbia novità del linguaggio cinematografico.La macchina a spalla,il montaggio frammentario,le scene girate in mezzo a strade affollatissime che fanno da contrappunto alle scene in interni in cui si parla ,si parla,si parla ...Un film che dura solo 85 minuti che può essere visto come pietra di paragone per tanto cinema successivo. E ha il merito di aver creato un divo. Secondo me quello che traspare è l'amore per certo cinema americano che all'epoca per i suoi connotati stilistici poteva apparire quasi sacrilego in Europa, la figura di Belmondo è ricalcata sugli eroi negativi americani, un po'Bogart e un po'Lancaster, sempre con gli occhiali da sole alla moda, cappello e con la sigaretta a lato della bocca, un ladruncolo che l'ha combinata grossa e che vive solo di espedienti. Anzi secondo me si cerca anche di superare quella figura dell'antieroe americano per dare luogo a qualcosa di nuovo…
da qui
 

The movie had a sensational reception; it is safe to say the cinema was permanently changed. Young directors saw it and had abandoned their notions of the traditional studio film before they left the theater. Crowther of the Times, who was later to notoriously despise its descendant "Bonnie and Clyde," said of "Breathless" that "sordid is really a mild word for its pile-up of gross indecencies." The jump cuts to him were "pictorial cacophony."

Yet Crowther conceded, "It is no cliche," and the film's bold originality in style, characters and tone made a certain kind of genteel Hollywood movie quickly obsolete. Godard went on to become the most famous innovator of the 1960s, although he lost the way later, with increasingly mannered experiments. Here in one quick, sure move, knowing somehow just what he wanted and how to obtain it, he achieved a turning point in the cinema just as surely as Griffith did with "The Birth of a Nation" and Welles with "Citizen Kane."

da qui

  

 



venerdì 13 luglio 2018

Ici et Allieurs - Jean-Luc Godard, Jean-Pierre Gorin & Anne-Marie Miéville

i film di JL Godard non sono quelli d'evasione.
ci sono molte domande, per chi guarda, e non si può fuggire (se non abbandonando la visione del film).
a partire da un film sulla Palestina, poi mai fatto, nel 1970, si arriva a Ici et Allieurs, nel 1974.
non è più un film sulla lotta armata dei palestinesi, ma un film su noi, che guardiamo le immagini girate nel 1970.
e magari qualche affermazione e qualche domanda sono sempre più di attualità.
non è un film per evasori, bisogna impegnarsi, ma vale lo sforzo - Ismaele




It is not so much a political film as it is about political films, about the ways in which images, sounds, and their combinations can contribute to or impede understanding. It is also a study in contrasts, with the title's dual concepts the central dichotomy at work: "here" for the familiar, the domestic; "elsewhere" for the unfamiliar, the foreign. This dichotomy arises, naturally for Godard, in the very process of making his film. Here and Elsewhere began in 1970 as a project for Godard and Jean-Pierre Gorin's Dziga Vertov Group; the duo visited Israel to make a film about Palestinian guerrillas, only to have the film fall apart unmade once they returned to France with their footage. Five years later, Godard completed the film with his new partner Anne-Marie Miéville, and the result is as much a commentary on the unfinished film and its failures as it is a film about the Israeli/Palestinian conflict…
…The film is predicated on the French family depicted as "here" realizing that the Palestinians they see on TV are in fact their mirror image. Godard holds up images of the distant oppressed to the oppressed at home, hoping to create a new consciousness. If the film doesn't quite succeed at that, it is nevertheless a flawed but fascinating document of Godard's emergent video-editing techniques and his vision of their political potential.

A unique film in Godard's repertoire, made several years into his Maoist period with the Dziga Vertov Group, examining footage he took in Israel and Jordan on the Palestinian 'revolutionaries' (AKA terrorists). This is actually two films in one: One is a notorious work of propaganda, with its blinders firmly on, that tries to portray the Palestinians as some kind of revolutionary group suffering under Israeli fascism where Palestinian women fight side by side with the men towards noble and socialist goals. The Fatah fighters were all killed while filming (and Godard allows the audience to believe it was Israelis that killed them when it was really Jordanians) making the project impossible. So, instead, Godard and co. sit and examine the footage with an ongoing self-reflective narrative and difficult deconstruction, attempting to take apart the failure of trying to transport people from here (France) to there (Israel) using images, sounds and words. Cheap shock tactics are used such as juxtaposing Hitler and Golda Meir, politicians with pornography, and footage of a burned human corpse, but then they point out and visually demonstrate and deconstruct the artifice of it all, proving how some sounds and images can overpower others, and how they may come together to create something unwanted while failing to transport its audience. And then they question themselves. But, given that it's all towards the goal of more efficient propaganda, and the fact that they lost the forest while musing endlessly over the trees, it's too little too late.

Qui e altrove, qui o altrove, noi qui e gli altri altrove: bla bla bla. Godard si diverte a fare questo tipo di film, ma il pubblico? Le alternative sono purtroppo sempre le solite: se non si è sufficientemente e snobisticamente convinti del 'marchio' Godard sul film, ci si annoierà mortalmente per l'intera durata della visione. Perchè al cineasta francese tutto ciò che interessa è di riversare le proprie verbosità come commento esterno a immagini non sempre direttamente imparentate con le speculazioni in sottofondo, per parlare di politica, di sesso, di religione, di vita e di morte e di qualsiasi altra cosa gli passi per la mente. Eterno profeta del vaniloquio oppure geniale e spiazzante innovatore? Il dubbio è perennemente lecito nei confronti del personaggio, autore (parola certamente azzeccata nei suoi confronti) di un cinema mai banale, ma allo stesso tempo neppure sempre necessario; sapiente nel rimescolare e rimaneggiare i più disparati ed eterogenei materiali, ma caotico nel dare forma a questi pluricefali assembramenti di idee sparse: Godard è Godard - punto e basta…

The “here” of the title is France — a working-class family watching TV, Godard and Miéville watching the Godard-Gorin footage and communicating offscreen. The “elsewhere” is not merely Palestine, but the film that Godard and Gorin wanted to make there in 1970. Like sound and image, now and then, or life and death, here and elsewhere essentially define one another dialectically, through a series of relays and exchanges — a process that for Godard and  Miéville is indistinguishable from their responsibility to their subject…

giovedì 23 marzo 2017

Il disprezzo (Le Mépris) - Jean-Luc Godard

in qualche cinema è ri-apparso questo film di Godard.
la versione italiana di pare che sia vergognosamente tagliata, e ho aspettato di vederlo come è stato pensato e girato ab origine.
l'attesa è stata premiata, senza alcun dubbio.
il produttore del film sembra contenere dentro di sé Carlo Ponti.
ah, quanto è stato preveggente Godard!
il suo film contiene anche un po' della grande bellezza di Sorrentino, la morte di Cinecittà è tristissima.
gli interpreti sono perfetti, Michel Piccoli e Brigitte Bardot sono una coppia perfetta, che dura poco, poi le cose della vita, del cinema, le scelte, i tempi, il detto, il non detto, tra le altre cose, li fanno allontanare, si apre un abisso fra i due.
Fritz Lang, che interpreta se stesso, è il vecchio saggio; il produttore Jack Palance è il padrone delle vite degli altri, potente e squallido come gli altri padroni, convinti che tutto si può comprare.
il film è pieno di citazioni di mille tipi, tra cui la frase dei fratelli Lumière, sul cinema come invenzione senza futuro, invece il film di Godard dimostra che i fratelli francesi avevano torto marcio, per nostra fortuna.
vogliatevi bene, cercatelo e guardatelo tutti - Ismaele







Attivista politico e giornalista, Moravia ebbe accesi contrasti con il regime fascista, per cui fu costretto ad allontanarsi da Roma. Tra il 1967 e il 1968 visse come corrispondente in Cina, Giappone e Corea, e i suoi articoli vennero raccolti nel libro La rivoluzione culturale in Cina. Nei suoi romanzi ha esplorato i temi della sessualità moderna, dell’alienazione sociale e dell’esistenzialismo. Romanzi come La noia e, appunto, Il disprezzo contengono i temi centrali che caratterizzano la visione profondamente critica che aveva della società a lui contemporanea: l’aridità morale, l’ipocrisia della vita moderna e la sostanziale incapacità degli uomini di raggiungere la felicità. Godard nel suo film, riprende queste tematiche e in più trasforma la tragedia piccolo-borghese di Emilia e Paolo (i protagonisti del romanzo) in un’intensa riflessione metacinematografica tanto ironica quanto amara. Godard ci mostra il dissidio dell’uomo moderno e della sua tragica odissea, intrappolato nel conflitto tra arte e merce, tra la bellezza eterna del classico e il disincanto instabile della modernità.
Non a caso, difatti, c’è il forte legame con l’Odissea: in questa svendita della bellezza, che così va miseramente a perdersi, non resta altro che un disarmante senso di precarietà. Ulisse diventa l’emblema di questa instabilità, tragico eroe che non riesce a raggiungere la sua patria e, nel finale, si trova davanti solo il mare. Il diverbio tra il protagonista e sua moglie diventa lo spunto per l’idea di una reinterpretazione del poema: Ulisse, non amando più Penelope, volontariamente non ha voglia di tornare da lei e le intima di essere gentile con i suoi corteggiatori. Così il mito diventa raffigurazione della vicenda dei protagonisti, riducendosi a specchio di una banale routine, privo di grandi valori ed eroiche gesta. In questo scenario di conflitto tra arte e industria troneggia lo sguardo del cinema, personificato in Fritz Lang che pieno di sarcastica sfiducia osserva i personaggi di questa vicenda, i quali si guardano e si giudicano, emblema di una classicità imponente che non trova eco nella modernità consumistica, rappresentata dalla figura del produttore. Come due divinità essi si scontrano e si respingono, senza sbocchi di comprensione…

Le Mépris – che bello, il titolo in francese, più insinuante di quello italiano – c’è molta dell’audacia sperimentalista del suo autore, della sua voglia di esplorare e fabbricare il nuovo, e insieme c’è il massimo sforzo da lui mai tentato di avvicinarsi al cinema mainstream, di largo consumo. Nessun altro titolo godardiano cerca di essere un film (anche) da pubblico come questo, nel sogno forse impossibile di conciliare l’urgenza di una propria visione di cinema con quella dell’industria, un tentativo che non si ripeterà più nella carriera di JLG. Forse il massacro da parte di Ponti lo indurrà a ritrarsi, a optare per quel radicalismo, espressivo e anche di mezzi e modi di produzione, che ne farà il cineasta più rivoluzionario – in ogni senso – del secondo Novecento, anzi l’incarnazione stessa del cinema come rivoluzione. Se Il disprezzo non fosse stato stravolto dal suo produttore, se il pubblico ne avesse fatto un successo, forse avremmo avuto un altro Godard.
Certo che oggi si resta stupefatti di fronte alla ricchezza del film, alla sua pluralità di livelli e alla pluralità di letture e interpretazioni cui si presta. Al suo essere una sorta di laboratorio in cui Godard incessantemente sperimenta ed esplora. Trasformando anche i più scontati passaggi del plot – in fondo, si tratta della solita crisi di un amore, con corna e rinfacci e rimbrotti -  in occasione per inventare cinema. La sequenza iniziale, per dire: i due a letto, con BB nuda, e la macchina da presa a solcare il suo corpo, e insieme la voce di lei a classificare, nominare, elencare erotizzandole le parti di sé, è già un esempio folgorante. E la parte centrale, il cuore del film, il suo nucleo, con la coppia già disamorata che si aggira cercandosi, scontrandosi, evitandosi nell’appartamento romano di gelida modernità, e se ricordo bene con la macchina da presa a seguire in un lunghissimo, vistuosistico piano sequenza soprattutto lei (e qui, BB strepitosissima e assolutamente godardienne): una scena che distrugge ogni convenzione su come-si-racconta-una-coppia riportandola al tempo, al ritmo della vita così com’è. In un’operazione che non è bieco naturalismo, ma reimmissione del cinema nel flusso del reale (e viceversa)…

…Le sujet du Mépris est de regarder ce qui s'est passé dans un couple, non pas pendant des années comme dans le cinéma des scénaristes mais pendant un dixième de seconde, celui précisément où le décalage a lieu, où la méprise s'est installée pour la première fois. Ce dixième de seconde, à peine visible à l'œil nu, où les vitesses ont cessé d'être synchrones. Encore une affaire de montage : revenir sur la coupe pour trouver l'accord ou le désaccord. Et dans cette enquête sur un sentiment, il nous faudra revenir plusieurs fois sur le lieu du crime sur cette scène sans drame où Camille monte pour la première fois dans la voiture de Prokosch qui démarre d'abord lentement comme au ralenti, puis d'un seul coup en trombe devant Paul qui en sait quelle vitesse adopter. Et il ne faut pas s'étonner si cette enquête passe par L'Odyssée qui est aussi une affaire de trajectoire, de tours et de détours, de vitesses différentielles. La crise que Paul traverse c'est celle de quelqu'un qui s'affole car il n'arrive pas à trouver la bonne vitesse et qui se met à bouger par saccade dans tous les sens. Le pathétique du personnage, c'est qu'il cherche à fixer des sentiments avec des mots et que dans son affolement de ne pas arriver à comprendre (là où il n'y a sans doute rien à comprendre avec des mots qui ne renvoient qu'à eux-mêmes, mais tout à regarder, ce que Camille sait mieux faire que lui comme le prouve ce dialogue où il lui demande : "pourquoi tu as l'air pensive ?" Et où elle lui répond : "c'est parce que je pense, imagine-toi"), il se heurte précisément aux apparences, à la surface des choses où il n'a pas la patience, ni la sagesse de chercher la vérité. Dans cette précipitation à comprendre, il va se heurter à l'inertie de Camille qui sait elle que l'amour passe par une attention à la surface, comme le montre la fameuse scène d'ouverture aux masques et aux remparts dont s'entoure Jérémie Prokosch et à la sagesse suprême de Fritz Lang qui est celle des dieux, à la fois ironique et bienveillante, totalement réconciliée.
Comme le disait lui-même Jean-Luc Godard dans le compte-rendu de son film dans les Cahiers du cinéma d'août 1963 :
"le Mépris est un film simple et sans mystère, film aristotélicien, débarrassé des apparences, le Mépris prouve en 149 plans (176 après montage) que, dans le cinéma comme dans la vie, il n'y a rien de secret, rien à élucider, il n'y a qu'à vivre et à filmer"
Comment parler des choses les plus simples (l'émergence d'un sentiment, les différences de comportement) en les incarnant dans des images sublimes et définitives. Succession de plans magnifiques montés musicalement, les saccades désordonnées de Piccoli, les accélérations de Jack Palance et le rythme étale de Fritz Lang. D'une ligne à l'autre, il ne reste plus que l'intensité sans la substance, la vitesse sans la masse, l'émotion sans le pathos afin de saisir les différences de rythmes et de comportements (la sublime inertie de Bardot)
Pourtant Godard a pris grand soin dans son scénario de définir ses personnages :
Camille n'agit que deux ou trois fois dans le film. Et c'est ce qui provoque les trois ou quatre rebondissements véritables du film, en même temps que ce qui constitue le principal élément moteur.
Mais contrairement à son mari, qui agit toujours à la suite d'une série de raisonnements compliqués, Camille agit non psychologiquement, si l'on peut dire, par instinct, une sorte d'instinct vital comme une plante qui a besoin d'eau pour continuer à vivre.
Le drame vital entre elle et Paul, son mari vient de ce qu'elle existe sur un plan purement végétal, alors que lui vit sur un plan animal.
Si on se pose des questions sur elle, comme le fait Paul, elle ne s'en pose aucune. Elle vit de sentiments pleins et simples, et n'imagine pas de pouvoir les analyser. Une fois le mépris pour Paul entré en elle, il n'en sortira pas, car ce mépris, encore une fois, n'est pas un sentiment psychologique né de la réflexion, c'est un sentiment physique comme le froid ou la chaleur, rien de plus, et contre lequel le vent et les marées ne peuvent rien changer ; et voilà en fait pourquoi le Mépris est une tragédie.
Paul est d'un aspect un peu antipathique, dans le genre gangster de film, mais d'une antipathie sympathique, si l'on peu dire, secrètement attiré que l'on est par son côté renfermé, maussade, souvent provocateur, qui cache une âme tourmentée, rêveuse, qui se cherche elle-même. Avec l'argent qu'il gagnera, Paul espère pouvoir enfin se consacrer tranquillement à la pièce de théâtre qu'il médite depuis longtemps mais en est-il vraiment capable ? Son ambition change trop souvent de sens pour être vraiment pure. Du moins il pense que Camille pense peu à peu ça de lui et que c'est une raison supplémentaire qui alimente le mépris qu'elle a conçu pour lui. Sur ce point Fritz Lang dans les discussions qui les oppose l'un à l'autre au sujet des aventures d'Ulysse, lui fera la morale. La vérité s'opposera ainsi au mensonge, la sagesse à l'esprit brouillon, un certain sourire grec, fait d'intelligence et d'ironie, à un sourire moderne incertain, fait d'illusion et de mépris. C'est l'insécurité perpétuelle de Paul qui doit être touchante, car elle est néanmoins, malgré les apparences signe de candeur et de non-méchanceté. Jérémie Prokosch américain du nord, né à Tulsa, il y a environ 37 ans. Il a sauvé Francesca à la fin de la guerre d'un camp de concentration allemand et ne se prive pas de le lui faire sentir. Jérémie Prokosch est producteur par orgueil bien plus que par intérêt, comme la majorité des producteurs. Il a toujours dans sa poche ce que Francesca appelle sa bible, un petit livre plein de maximes, dont il se sert quand il est pris de court dans une discussion ; Jérémie Prokosch n'est ni homme ni dieu, amis comme tous les grands producteurs, seulement un demi-dieu, ce qui est sa force et sa faiblesse. Il voudrait comme Dieu, en effet, façonner les hommes à son image. C'est oublier dira Lang que ce ne sont pas les dieux qui ont créé les hommes mais les hommes qui ont créé les dieux !
Aujourd'hui, Fritz Lang, l'auteur de Mabuse, ressemble un peu à un vieux sage indien, sage serein, qui a médité longtemps et enfin compris le monde et qui abandonne les sentiers de la guerre aux jeunes et turbulents poètes.
Francesca Vanini est une jeune femme italienne d'environ 25-26 ans les cheveux noirs, l'air un peu eurasienne, vive et jolie. Elle parle quatre langues, le français, l'américain, l'allemand et l'italien naturellement. Elle escorte Jérémie Prokosch jour et nuit, et lui sert autant de secrétaire particulière que de chargée de presse pour ses firmes la Compagnie Cinematografica Minerva et la Jérémie Prokosch and Associates. Le film étant parlé en plusieurs langues, le rôle de Francesca sera de traduire simultanément les conversations à deux, trois ou quatre langues, suivant les nécessités du moment. Elle le fera de son propre chef, comme quelque chose d'admis sans que personne même ne lui demande. Sa voix, ainsi sera comme un violon supplémentaire qui paraphrase dans d'autres tons les mélodies des autres violons du quatuor formé par Camille et Paul Javal, Fritz Lang et Jérémie Prokosch
La deuxième partie du film se passe à Capri le seul décor utilisé est celui de la villa Malaparte avec, aux alentours, les énormes et grandioses blocs de rochers sauvages plongeant directement dans le royaume de Poséïdon, lequel, ne l'oublions pas, est l'un des seuls dieux à ne pas aimer Ulysse et à ne pas le protéger. C'est pour cette raison que la situation géographique de la villa est importante. Seul face à la mer, elle renforcera l'idée d'un monde odysséen, en lui donnant une réalité et une présence quasi palpable. Toute la deuxième partie sera dominée du point de vue couleurs par le bleu profond de la mer, le rouge de la villa et le jaune du soleil, on retrouvera ainsi une certaine trichromie assez proche de celle de la statuaire antique véritable. Dans tout le film, le décor ne doit être utilisé que pour faire sentir la présence d'un autre monde que le monde moderne de Camille, Paul et Jérémie Prokosch. Les scènes de l'Odyssée proprement dite, c'est à dire les cènes que tournent Fritz Lang en tant que personnage, ne seront pas photographiées de la même façon que celles du film lui-même. Les couleurs en seront plus éclatantes plus violentes, plus vives, plus contrastées, plus sévères aussi, quant à leur organisation. Disons qu'elles feront l'effet d'un tableau de Matisse ou Braque au milieu d 'une composition de Fragonard ou d'un plan d'Eisenstein dans un film de Rouch. Disons encore que d'un peint de vue purement photographique, ces scènes seront tournées comme de l'anti-reportage. Les acteurs y seront très maquillés. La lumière du monde antique tranchera ainsi par sa dureté par sa netteté de celle du monde moderne où s'agitent nos héros (ou plutôt nos pantins- car les héros ce sont Ulysse et ses compagnons
Contrairement au roman, le temps n'est pas fragmenté en une série de petites scènes s'étalant sur plusieurs moins, mais composé de quelques longues scènes s'espaçant sur une durée de quelques jours. Il s'agit, dans le film, de raconter l'histoire à la fois du point du vue de chaque personnage, surtout Paul et Camille et d'un point de vue extérieur à eux et c'est ici que le personnage de Fritz Lang prend toute sa valeur.