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domenica 14 settembre 2025

E dalla Mostra del cinema di Venezia, come stronzi, restarono a guardare - Max Renn e Guy van Stratten

 


L’indifferenza e la pochezza culturale che avvolgono il nostro presente fanno capolino anche in quella che si dovrebbe definire come cultura cinematografica: basta leggere le dichiarazioni di alcuni registi e attori italiani presenti a Venezia per la Mostra del cinema che definiscono come stronzate, inutili e scadenti gli appelli per Gaza. Qualcuno di loro ha distrattamente firmato una petizione, probabilmente più per conformismo con la categoria che per altro, salvo poi pentirsene o accorgersi che questa, strada facendo, ha avuto l’ardire di chiedere di starsene a casa a chi pubblicamente ha sostenuto e sostiene la deportazione e lo sterminio per armi e per fame del popolo palestinese. Un vero e proprio atto di “censura”, per carità! Non sia mai.

Altri sono al Lido per passeggiare sul tappeto rosso e per farsi vedere a qualche patetico ricevimento sponsorizzato indossando il vestito buono sulla barba di tre giorni e i capelli un po’ spettinati – che fa sempre tanto “gente di cinema” – per promuovere il loro nuovo filmettino senza nemmeno preoccuparsi che esca nelle sale, confidando al massimo, quando sarà il momento, in qualche autoreferenziale Donatello di consolazione per soddisfare l’ego artistico. Ma in cosa si sta trasformando la Mostra del Cinema? In un sovraffollato centro commerciale di una domenica di fine estate, in cui le opere in concorso sono trattate alla stregua di oggetti di consumo, di merci esposte pronte per essere apprezzate dal primo ricco acquirente, mentre ai confini d’Europa si sta consumando un terribile genocidio? Ma sì, certo, cosa importa ai ricchi e colti ‘artisti’ bianchi europei e italiani dello sterminio del popolo palestinese?

Il menefreghismo e l’indifferenza hanno una parte considerevole nel nuovo assetto colonialista, fatto di un intangibile e violento dominio culturale e ideologico nell’epoca dei social.

 

Poi ci sono quelli che il problema è sempre “più complesso” e che manco si sporcano le mani per firmare petizioni che poi li costringono a confrontarsi con una marmaglia di colleghi invidiosi, incagabili, presuntuosi, incapaci e concorrenti. Registi e attori non sono gente che può compatirsi di annacquarsi nel mucchio indistinto del mondo del cinema – potrebbero perfino esserci comparse, tecnici e attrezzisti, perdio –, figurarsi poi mescolarsi con emeriti sconosciuti in una manifestazione pubblica ove potrebbe esserci davvero di tutto. La massa indistinta va bene soltanto sotto forma di pubblico in sala o sul divano di casa. Il genio creativo deve essere libero di correre in solitaria. Altri ancora, in preda a irrisolti sdoppiamenti di personalità, si barcamenano nel distinguere ciò che possono affermare da privati cittadini da quanto sentono di poter dire da personaggi pubblici.

Certo, molti di questi signori ci tengono a chiarire che sono ben consapevoli che in Palestina è in atto un genocidio e che è davvero una “cosaccia”, ma tutto ciò non ha nulla a che fare con l’arte cinematografica, con la libertà di espressione, con i tappeti rossi e le cene eleganti del Lido (non di Arcore, per carità: il cinema italiano è signorile per davvero, mica cose da nani e ballerine!). Ci teniamo qui a ricordare quanto ha scritto il grande regista Andrej Tarkovskij nel suo saggio Scolpire il tempo (1985): “Una qualsiasi arte nasce sempre grazie a un’esigenza spirituale e gioca un ruolo speciale nell’impostazione dei profondi problemi che le sorgono dinanzi nella propria epoca” (A. Tarkovskij, Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema, Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, Firenze, 2015, p. 79) ribadendo che “il cinematografo si è presentato come lo strumento del nostro secolo tecnologico necessario all’umanità per un’ulteriore conoscenza della realtà” (ibid.). Ma l’atteggiamento prevalente alla Mostra del cinema sembra quello di nascondere la testa sotto la sabbia dinanzi ai “profondi problemi” della nostra epoca, se si può chiamare “problema” il genocidio di un popolo. E quale “realtà” mai ambiranno a conoscere, questi cinematografari, oltre a quella delle patinate manifestazioni ufficiali?

Poi ci sono i giornalisti accreditati, rigorosamente distinti in caste dai pass che danno diritto a questa o quella proiezione e l’accesso a questo o quel rinfreschino, costretti a guardarsi qualche film tra un evento mondano e l’altro. Se persino i loro colleghi che si occupano del mondo fuori dallo schermo riescono a ridurre i meeting internazionali inerenti le carneficine belliche in corso a disquisizioni sul dress code e sulle posture in favore di telecamera dei protagonisti, ci sta che quella che si fregia di essere la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica venga trattata come il festival sanremese, dunque che si guardi più all’eleganza della mise delle attrici che alla “mise en scène” delle opere proiettate. E per buttar giù due righe sui film bastano e avanzano i patinati pressbook in cui i nostri accreditati trovano anche le rispostine preconfezionate alle domandine di circostanza che farebbero a registi e attori.

È questa l’intellighenzia cinematografica italiana? Una torre d’avorio che pensa solo a realizzare i suoi filmetti, al successo, al red carpet? E alcuni di questi registi avrebbero la pretesa di farsi chiamare intellettuali? Intellettuali dell’indifferenza e del “che ce frega”. Viene da domandarsi cosa differenzi la spocchia e l’ignavia di questi signori dalla meschinità di chi ha definito “gondolieri di Hamas” quanti hanno manifestato a Venezia contro un genocidio in corso.

Da queste vergognose, più ancora che imbarazzanti, dichiarazioni emerge un fatto: l’indifferenza propugnata dall’alto, da una fascistizzazione generalizzata della cultura che sta avvenendo in questo Paese che si estende ben oltre il governo di destra e che si palesa anche nel mondo del cinema. Nessuno aveva chiesto film sul genocidio palestinese, nessuno pretendeva chissà quale presa di posizione militante. Non ci si attendeva quello che nei fatti la Mostra veneziana non poteva essere, non ci si aspettava di certo il Sessantotto in Laguna, ma un minimo di dignità sì.

Il mondo del cinema veneziano avrebbe potuto sfruttare i riflettori per lanciare qualche messaggio significativo per “smuovere le coscienze”, sarebbe potuto uscire dalla sempre più patetica torre d’avorio delle sale festivaliere e manifestare lo sdegno per ciò che sta accadendo in Palestina. E invece si è assistito a un grottesco gioco ai distinguo, al “non è questa la sede”, alla pretesa autonomia dell’arte cinematografica dalla rude realtà. Un universo che si fregia di “fare arte e cultura” che si mostra del tutto simile al mondo dello sport, altrettanto silente, altrettanto ipocrita.

L’asfalto del disimpegno degli anni Ottanta e Novanta ha colpito duro. Se questi sono i registi e gli attori che ci ritroviamo, cosa possiamo attenderci dal loro cinema, dai loro film che magari pretendendo pure di irridere il vuoto patinato dei nostri tempi, salvo poi crogiolarsi in un vuoto estetismo, o che magari, intendendo denunciare le miserie di una sinistra che si è persa per strada, non si accorgono nemmeno che stanno in realtà parlando di sé stessi. Meglio allora sfruttare i personaggi che si sono costruiti per realizzare spot televisivi o trascinarsi nella finta autoironia di qualche serie autoreferenziale sulle piattaforme sul piccolo schermo.

Di certo spendere qualche parola di denuncia a proposito del genocidio mediorientale sotto i riflettori della Mostra non avrebbe redento il mondo del cinema italiano dalla pochezza culturale che lo contraddistingue, ma almeno avrebbe permesso a qualche suo protagonista di mostrarsi meno indifferente di quel che è. Magari, un giorno, folgorati sulla via di Damasco, alcuni di loro si chiederanno se di fronte a un genocidio avrebbero potuto almeno dire qualcosa sfruttando la loro notorietà e si vergogneranno per non averlo fatto. Vorrà dire che faranno i conti con la loro coscienza, ma sappiano sin da ora che nessun ravvedimento cancellerà la codardia di cui hanno dato prova.

Nel frattempo continuino pure con i loro film furbini, scadenti, inutili e ipocriti. A noi viene alla mente un efficace titolo di un film di alcuni anni fa diretto e interpretato da PifE noi come stronzi rimanemmo a guardare. Già, i protagonisti del cinema italiano – con qualche lodevole eccezione di cui non ci dimenticheremo –, di fronte a un genocidio, come stronzi sono restati a guardare. Anche di questo ci ricorderemo.

da qui

venerdì 12 settembre 2025

La coscienza di facciata: l’ipocrisia di “The Voice of Hind Rajab” - Mohammad Aaquib

 

Piuttosto che rappresentare solidarietà, questi gesti cinematografici funzionano come performance simboliche che pacificano il pubblico globale lasciando intatte le strutture della violenza.


Di recente, un film su Hind Rajab, la  bambina palestinese massacrata senza pietà dall’esercito israeliano, è stato presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia e ha ricevuto una lunga standing ovation. L’immagine della sua storia messa in scena per il pubblico internazionale è stata celebrata come un momento di “consapevolezza”. Eppure, viene da chiedersi: cosa c’è da sensibilizzare a questo punto? Ogni singolo essere umano connesso ai media sa cosa sta succedendo a Gaza. La difficile situazione dei palestinesi non è nascosta. Viene trasmessa ogni giorno in tempo reale, in streaming dalle macerie delle case bombardate, dalle rovine degli ospedali e dalle tende delle famiglie sfollate. Tutti lo sanno, eppure nulla cambia.

Ecco perché “La Voce di Hind Rajab” sembra meno un atto di solidarietà e più un vuoto simbolo di guadagno capitalista. È, in realtà, una feticizzazione della violenza in nome della sensibilizzazione. La storia di Hind non è storia. Non è un’atrocità lontana congelata nel tempo, che richiede un trattamento cinematografico affinché il pubblico possa essere istruito. È la storia di oggi, di adesso, di questo preciso momento. Bambini come lei vengono ancora martirizzati e famiglie come la sua vengono completamente annientate. Milioni di persone muoiono ancora di fame e Gaza sta attraversando una carestia provocata dall’uomo, mentre cibo e medicine vengono deliberatamente negati. Trasformare tutto questo in uno spettacolo da festival, applaudito da un pubblico che poi tornerà a bere vino, a sorseggiare yacht e a cena con gli addetti ai lavori, è grottesco.

Questo schema di ipocrisia occidentale non è nuovo. Durante il genocidio ruandese, l’Occidente e le Nazioni Unite sono rimasti a guardare senza fare nulla mentre migliaia di cadaveri si accumulavano ogni giorno. La comunità internazionale aveva gli strumenti per intervenire, ma mancava la volontà politica. In seguito, quando il sangue si era seccato, le stesse potenze che avevano distolto lo sguardo hanno improvvisamente trovato nel Ruanda un oggetto di interesse. Hanno scritto libri, girato film, prodotto ricerche e mercificato la tragedia per il consumo globale. Il genocidio è diventato oggetto di studio, fonte di capitale culturale e un modo per dimostrare il proprio impegno morale. Ciò che è mancato è stata la responsabilità. Ciò che è mancato è stata l’azione quando era necessario.

Questo film rischia di ripetere lo stesso vuoto simbolismo. La lunga standing ovation cinematografica non ha aiutato in alcun modo i palestinesi. Non ha rotto il blocco, non ha sfamato bambini affamati e non è riuscita a fermare le bombe. Ha, tuttavia, generato applausi a Venezia e forse profitti sul mercato cinematografico globale. La società di produzione di Brad Pitt, Plan B, che ha finanziato il film, è detenuta per la maggior parte da Mediawan, una società di private equity francese da miliardi di dollari con legami con azionisti sionisti. In altre parole, qualsiasi profitto realizzato dal film confluirà nelle stesse reti di capitale che sostengono i crimini in corso di Israele. Questa non è solidarietà, è simbolismo avvolto in un’estetica ipocrita. In questo senso, l’intera iniziativa non funziona come resistenza, ma come consumismo ipocrita. Permette ai pezzi grossi di Hollywood e al loro pubblico di apparire svegli, di sentirsi parte della soluzione, mentre il problema continua inesorabilmente. In altre parole, lo stesso capitale estratto dalla storia di Hind Rajab arricchirà strutture connesse alle stesse reti che sostengono il regime di apartheid israeliano. Questa non è solidarietà, è complicità. È un gesto simbolico avvolto in un’estetica abilitante.

Il commentatore turco-americano Hasan Piker ha catturato l’assurdità con una tagliente analogia sulla sua X. Ha affermato che guardare questo film ora è come “dei registi socialisti tedeschi che girano un film su Auschwitz mentre le camere a gas sono ancora in funzione”. Il paragone può essere sgradevole, ma è proprio il disagio a rivelarne l’ipocrisia. L’arte ha il suo ruolo nel documentare la storia, ma quando l’atrocità è in corso, quando le camere a gas sono ancora in funzione, tali gesti non liberano, ma anestetizzano. Leniscono la coscienza di chi guarda, dandogli un modo per sentirsi moralmente impegnato senza mai dover rischiare o pretendere nulla.

Gli applausi a Venezia non erano per Hind Rajab. Erano per il conforto di coloro che potevano consumare la sua storia in un pacchetto ordinato di due ore. Erano per l’illusione che guardare, applaudire e piangere equivalgano a fare qualcosa. Erano per la dimostrazione di cura senza conseguenze, ma i palestinesi non hanno bisogno di vuoti simboli di coscienza. Non hanno bisogno di applausi in teatri con aria condizionata mentre dormono affamati in tende. Non hanno bisogno di spettacoli cinematografici che feticizzano la loro morte lasciando intatte le loro vite. Ciò di cui hanno bisogno è solidarietà materiale: cibo, medicine, aiuti, boicottaggi, sanzioni, pressione politica e una mobilitazione della volontà internazionale che non si limiti a riconoscere la loro sofferenza, ma si impegni attivamente per porvi fine.

L’arte ha sempre avuto un duplice ruolo. Può esporre, sfidare e ispirare all’azione. Ma può anche distrarre, mercificare e pacificare. Nel caso del film di Hind Rajab, la bilancia pende fortemente verso quest’ultimo. Questo non significa che le storie palestinesi non debbano essere raccontate. Devono esserlo. Ma devono essere raccontate dai palestinesi, in modi che siano al servizio della loro lotta, non da società di produzione occidentali con azionisti sionisti che trasformano il dolore in profitto. Devono essere raccontate con l’urgenza della liberazione, non con il distacco degli applausi da festival.

Il problema non è che il mondo non ne sia consapevole. Il problema è che il mondo non ne è disposto. E film come questo permettono a questa riluttanza di continuare, mascherata dal linguaggio della consapevolezza e del progresso. Gli applausi a Venezia non cambiano nulla della situazione a Gaza. Hind Rajab non c’è più, e insieme a lei, molti altri bambini ogni singolo giorno. La carestia continua a crescere. Le bombe continuano a cadere.

Piuttosto che rappresentare solidarietà, questi gesti cinematografici funzionano come performance simboliche che pacificano il pubblico globale lasciando intatte le strutture della violenza. Operano meno come interventi e più come rituali di coscienza, progettati per produrre gratificazione morale per gli spettatori piuttosto che sollievo materiale per le vittime. Ciò che emerge non è consapevolezza – poiché la consapevolezza satura già la sfera mediatica globale – ma uno spettacolo di sofferenza accuratamente curato, tradotto in capitale culturale. Lo stesso applauso che segue diventa un segno di sicurezza morale, consentendo agli spettatori di affermare la propria umanità mentre le condizioni di disumanità rimangono immutate.

Traduzione a cura di Grazia Parolari

da qui

martedì 23 aprile 2024

Se il genocidio è un rumore di fondo - Naomi Klein

È una tradizione degli Oscar: un discorso politico squarcia il velo della mondanità e dell’autocelebrazione. Ne scaturiscono reazioni contrastanti. Alcuni lodano l’oratore, altri lo ritengono l’usurpatore egoista di una notte di celebrazioni. Poi tutti girano pagina. Eppure sospetto che l’impatto delle parole del regista Jonathan Glazer, che il 10 marzo hanno fermato il tempo alla cerimonia di premiazione di Los Angeles, durerà molto più a lungo, e il loro significato sarà oggetto di analisi per anni.

Glazer stava ritirando il premio per il miglior film internazionale per La zona d’interesse, ispirato alla storia di Rudolf Höss, il comandante del campo di concentramento di Auschwitz. Il film segue l’idilliaca vita domestica di Höss con la moglie e i figli, che si svolge in una residenza signorile con giardino adiacente al campo di concentramento. Glazer ha descritto i suoi personaggi non come mostri, ma come “orrori non-pensanti, borghesi, ambiziosi-arrivisti”, persone capaci di trasformare il male in rumore di fondo. Prima della cerimonia del 10 marzo, La zona d’interesse era già stato acclamato da molte star del mondo del cinema. Alfonso Cuarón, il regista premio Oscar per Roma, l’ha definito “probabilmente il film più importante di questo secolo”. Steven Spielberg l’ha descritto come “il miglior film sull’Olocausto che io abbia visto dopo il mio”, riferendosi a Schindler’s list, che sbancò agli Oscar trent’anni fa.

L’impatto delle parole del regista Jonathan Glazer, che il 10 marzo hanno fermato il tempo alla cerimonia degli Oscar, durerà molto a lungo e il loro significato sarà oggetto di analisi per anni

Ma mentre il trionfo di Schindler’s list rappresentò un momento di unità per la maggioranza della comunità ebraica, La zona d’interesse capita in un momento diverso. Oggi infuria il dibattito su come debbano essere ricordate le atrocità naziste: l’Olocausto dovrebbe essere considerato solo un dramma degli ebrei, o come qualcosa di più universale? Fu una lacerazione unica della storia europea, oppure un ritorno a casa dei genocidi coloniali, insieme alle logiche e alle teorie razziali che ne erano alla base? Quel “mai più” significa mai più per tutti o mai più per gli ebrei, una promessa che rende Israele intoccabile?

Questi conflitti sull’universalismo del trauma, sull’eccezionalismo e sulla comparazione sono al centro dell’accusa di genocidio mossa dal Sudafrica a Israele presso la Corte internazionale di giustizia, e stanno lacerando le comunità ebraiche in tutto il mondo. In un minuto Glazer ha coraggiosamente preso posizione su ciascuna di queste dispute. “Tutte le nostre scelte sono state fatte per riflettere e metterci di fronte al presente, non per dire ‘guardate cos’hanno fatto allora’, ma piuttosto ‘guardate cosa facciamo adesso’”, ha detto, sbarazzandosi dell’idea che paragonare gli orrori di oggi ai crimini nazisti significhi di per sé minimizzare, e non lasciando dubbi sul fatto che fosse sua intenzione tracciare una continuità tra il passato mostruoso e il nostro mostruoso presente. Ed è andato oltre: “Siamo qui in quanto uomini che rifiutano di lasciar manipolare le proprie identità ebraiche e l’Olocausto da un’occupazione che ha trascinato nel conflitto tante persone innocenti, sia le vittime del 7 ottobre in Israele sia quelle dell’attacco in corso a Gaza”. Per il regista Israele non può passarla liscia, e non è etico usare il trauma dell’Olocausto come giustificazione o copertura per le atrocità commesse oggi dallo stato israeliano.

Altri hanno sostenuto queste argomentazioni in passato, e in tanti hanno pagato a caro prezzo, soprattutto se palestinesi, arabi o musulmani. Glazer ha sganciato la sua bomba retorica protetto da un’armatura identitaria: si è presentato alla platea come un uomo ebreo bianco e di successo – con al suo fianco altri due uomini ebrei bianchi e di successo – che, insieme, avevano fatto un film sull’Olocausto. E questo privilegio non l’ha messo al riparo dall’ondata di calunnie che hanno travisato le sue parole affermando che stava ripudiando la sua identità ebraica, un’accusa che rafforza la tesi del regista.

Altrettanto significativo è quello che è successo dopo il suo intervento. Appena Glazer ha finito il discorso – dedicando il premio ad Aleksandra Bystroń-Kołodziejczyk, una donna polacca che di nascosto portava da mangiare ai prigionieri di Auschwitz e che combatté i nazisti tra le file dell’esercito polacco – sul palco sono saliti gli attori Ryan Gosling ed Emily Blunt. Senza neppure una pausa pubblicitaria, siamo stati catapultati in una gag sul fenomeno “Barbenheimer”, con Gosling che dice a Blunt che Oppenheimer, il film sull’invenzione di un’arma di distruzione di massa in cui lei ha recitato, avrebbe sfruttato il successo di Barbie al botteghino, e Blunt che accusa Gosling di essersi dipinto degli addominali finti. All’inizio ho temuto che questo improbabile accostamento avrebbe indebolito l’intervento di Glazer: come potevano coesistere le strazianti realtà appena invocate con questa energia da ballo del liceo californiano?

Glazer ha sottolineato che il soggetto del suo film non è l’Olocausto, ma la capacità umana di convivere con le atrocità, di farci pace, di trarne un beneficio

Poi ho capito: l’artificio scintillante che ha incorniciato quel discorso aiutava in realtà a ribadire il concetto. “Il genocidio diventa il sottofondo della loro vita”: Glazer ha descritto così l’atmosfera del suo film, dove i personaggi badano ai loro problemi quotidiani – figli insonni, una madre incontentabile, l’infedeltà – all’ombra delle ciminiere che sbuffano resti umani. Queste persone non ignorano che al di là del loro giardino stia operando una macchina di morte su scala industriale. Semplicemente hanno imparato a vivere delle vite appaganti sullo sfondo di un genocidio. È questo l’aspetto del film di Glazer che appare più contemporaneo. Dopo più di cinque mesi di massacri quotidiani a Gaza, con Israele che ignora gli ordini della Corte internazionale di giustizia e i governi occidentali che lo rimproverano bonariamente continuando a inviargli armi, il genocidio sta diventando ancora una volta un rumore di fondo. Glazer ha sottolineato che il soggetto del suo film non è l’Olocausto, ma qualcosa di più duraturo e pervasivo: la capacità umana di convivere con le atrocità, di farci pace, di trarne un beneficio.

All’anteprima di maggio, prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre e prima dell’aggressione di Israele a Gaza, si poteva considerare il film come un’opera intellettuale da contemplare con distacco. Le persone che dalla platea del festival di Cannes hanno accolto La zona d’interesse con un applauso di sei minuti probabilmente si sentivano al sicuro ad accarezzare la sfida di Glazer. Forse alcuni avranno riflettuto su quanto ci siamo assuefatti alle nuove imbarcazioni cariche di persone lasciate annegare nel Mediterraneo. O forse avranno pensato ai jet privati che li avevano portati in Francia e a come le loro emissioni sono legate alla scomparsa delle fonti di sostentamento per le persone povere in luoghi lontani.

Glazer voleva che il suo film provocasse questo genere di pensieri scomodi. Però, da quando è arrivato nei cinema a dicembre, la sfida con cui il regista invitava gli spettatori a contemplare l’Höss che è dentro di noi ci ha toccato molto di più. La maggior parte degli artisti tenta d’intercettare lo spirito dei tempi, ma La zona d’interesse potrebbe aver risentito di qualcosa di raro: un eccesso di rilevanza e di attualità.

In una delle scene più memorabili del film un pacco di vestiti e biancheria femminile rubati agli internati del campo arriva in casa Höss. La moglie del comandante, Hedwig (interpretata da Sandra Hüller), stabilisce che tutte, comprese le domestiche, possono scegliere un capo. Lei tiene per sé una pelliccia, e prova perfino il rossetto che trova in una tasca. È questa intimità con i morti a essere agghiacciante. E non ho idea di come qualcuno possa guardare questa scena e non pensare ai soldati israeliani che si sono filmati mentre frugavano nella biancheria delle palestinesi a Gaza o mentre si vantavano di rubare scarpe e gioielli per le loro fidanzate o mentre si facevano selfie di gruppo con le macerie di Gaza sullo sfondo. Sono tanti questi echi che il capolavoro di Glazer sembra un documentario. È come se, girando La zona d’interesse con lo stile di un reality show, con telecamere nascoste nella casa e nel giardino (il regista ha parlato di “Grande fratello nella casa nazista”), il film avesse anticipato il primo genocidio in diretta streaming.

Tutti quelli che conosco che hanno guardato il film non sono riusciti a pensare ad altro che a Gaza. Questo non vuol dire stabilire un paragone con ­Auschwitz. Non esistono due genocidi identici. Ma il motivo stesso per cui è stato costruito l’edificio del diritto internazionale umanitario era proprio darci gli strumenti per riconoscere alcuni elementi distintivi. E alcuni di essi – il muro, il ghetto, le uccisioni di massa, l’intento di sterminio più volte dichiarato, la riduzione alla fame, il saccheggio, la disumanizzazione, e l’umiliazione – si stanno ripetendo. E allo stesso modo è così che il genocidio diventa un sottofondo, è così che quelli di noi un po’ più lontani da quei muri possono bloccare le immagini, spegnere le grida e semplicemente andare avanti. Ed ecco perché l’Academy ha rafforzato il messaggio di Glazer con quel brusco passaggio a “Barbenheimer”. L’atrocità sta di nuovo diventando un sottofondo.

Cosa possiamo fare per interrompere la normalizzazione? In tanti stanno offrendo le loro risposte con proteste, con la disobbedienza civile, inviando convogli di aiuti a Gaza o raccogliendo fondi. Ma non basta.

Guardando gli Oscar, dove Glazer è stato l’unico nella passerella di ricchi a parlare di Gaza, mi è tornato in mente che erano passate due settimane da quando Aaron Bushnell, un soldato di 25 anni dell’aviazione statunitense, si è dato fuoco davanti all’ambasciata israeliana a Washington.

Non voglio che nessun altro metta in atto quella spaventosa forma di protesta. Ma dovremmo meditare sulla dichiarazione che Bushnell ha lasciato, parole che considero un finale contemporaneo del film di Glazer: “Molti di noi si chiedono: ‘Cosa farei se vivessi durante la schiavitù? O durante l’apartheid? Cosa farei se il mio paese stesse commettendo un genocidio?’. La risposta è: lo stai facendo. Proprio in questo istante”.  fdl

Questo articolo è uscito sul numero 1555 di Internazionale, a pagina 43.

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