Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
martedì 30 settembre 2025
domenica 14 settembre 2025
E dalla Mostra del cinema di Venezia, come stronzi, restarono a guardare - Max Renn e Guy van Stratten
L’indifferenza e la pochezza culturale che avvolgono
il nostro presente fanno capolino anche in quella che si dovrebbe definire come
cultura cinematografica: basta leggere le dichiarazioni di alcuni
registi e attori italiani presenti a Venezia per la Mostra del cinema che
definiscono come stronzate, inutili e scadenti gli appelli per Gaza.
Qualcuno di loro ha distrattamente firmato una petizione, probabilmente più per
conformismo con la categoria che per altro, salvo poi pentirsene o accorgersi
che questa, strada facendo, ha avuto l’ardire di chiedere di starsene a casa a
chi pubblicamente ha sostenuto e sostiene la deportazione e lo sterminio per
armi e per fame del popolo palestinese. Un vero e proprio atto di “censura”,
per carità! Non sia mai.
Altri sono al Lido per passeggiare sul tappeto rosso e
per farsi vedere a qualche patetico ricevimento sponsorizzato indossando il
vestito buono sulla barba di tre giorni e i capelli un po’ spettinati – che fa
sempre tanto “gente di cinema” – per promuovere il loro nuovo filmettino senza
nemmeno preoccuparsi che esca nelle sale, confidando al massimo, quando sarà il
momento, in qualche autoreferenziale Donatello di consolazione per soddisfare
l’ego artistico. Ma in cosa si sta trasformando la Mostra del Cinema? In un
sovraffollato centro commerciale di una domenica di fine estate, in cui le
opere in concorso sono trattate alla stregua di oggetti di consumo, di merci
esposte pronte per essere apprezzate dal primo ricco acquirente, mentre ai
confini d’Europa si sta consumando un terribile genocidio? Ma sì, certo, cosa
importa ai ricchi e colti ‘artisti’ bianchi europei e italiani dello sterminio
del popolo palestinese?
Il menefreghismo e l’indifferenza hanno una parte
considerevole nel nuovo assetto colonialista, fatto di un intangibile e
violento dominio culturale e ideologico nell’epoca dei social.
Poi ci sono quelli che il problema è sempre “più
complesso” e che manco si sporcano le mani per firmare petizioni che poi li
costringono a confrontarsi con una marmaglia di colleghi invidiosi, incagabili,
presuntuosi, incapaci e concorrenti. Registi e attori non sono gente che può
compatirsi di annacquarsi nel mucchio indistinto del mondo del cinema –
potrebbero perfino esserci comparse, tecnici e attrezzisti, perdio –, figurarsi
poi mescolarsi con emeriti sconosciuti in una manifestazione pubblica ove
potrebbe esserci davvero di tutto. La massa indistinta va bene soltanto sotto
forma di pubblico in sala o sul divano di casa. Il genio creativo deve essere
libero di correre in solitaria. Altri ancora, in preda a irrisolti sdoppiamenti
di personalità, si barcamenano nel distinguere ciò che possono affermare da privati
cittadini da quanto sentono di poter dire da personaggi pubblici.
Certo, molti di questi signori ci tengono a chiarire
che sono ben consapevoli che in Palestina è in atto un genocidio e che è
davvero una “cosaccia”, ma tutto ciò non ha nulla a che fare con l’arte
cinematografica, con la libertà di espressione, con i tappeti rossi e le cene
eleganti del Lido (non di Arcore, per carità: il cinema italiano è
signorile per davvero, mica cose da nani e ballerine!). Ci teniamo qui a
ricordare quanto ha scritto il grande regista Andrej Tarkovskij nel
suo saggio Scolpire il tempo (1985): “Una qualsiasi
arte nasce sempre grazie a un’esigenza spirituale e gioca un ruolo speciale
nell’impostazione dei profondi problemi che le sorgono dinanzi nella propria
epoca” (A. Tarkovskij, Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema,
Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, Firenze, 2015, p. 79) ribadendo che
“il cinematografo si è presentato come lo strumento del nostro secolo
tecnologico necessario all’umanità per un’ulteriore conoscenza della realtà” (ibid.).
Ma l’atteggiamento prevalente alla Mostra del cinema sembra quello di
nascondere la testa sotto la sabbia dinanzi ai “profondi problemi” della nostra
epoca, se si può chiamare “problema” il genocidio di un popolo. E quale
“realtà” mai ambiranno a conoscere, questi cinematografari, oltre a quella
delle patinate manifestazioni ufficiali?
Poi ci sono i giornalisti accreditati, rigorosamente
distinti in caste dai pass che danno diritto a questa o quella proiezione e
l’accesso a questo o quel rinfreschino, costretti a guardarsi qualche film tra
un evento mondano e l’altro. Se persino i loro colleghi che si occupano del
mondo fuori dallo schermo riescono a ridurre i meeting internazionali inerenti
le carneficine belliche in corso a disquisizioni sul dress code e sulle posture
in favore di telecamera dei protagonisti, ci sta che quella che si fregia di
essere la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica venga trattata come il
festival sanremese, dunque che si guardi più all’eleganza della mise delle
attrici che alla “mise en scène” delle opere proiettate. E per buttar giù due
righe sui film bastano e avanzano i patinati pressbook in cui i nostri
accreditati trovano anche le rispostine preconfezionate alle domandine di
circostanza che farebbero a registi e attori.
È questa l’intellighenzia cinematografica italiana?
Una torre d’avorio che pensa solo a realizzare i suoi filmetti, al successo, al
red carpet? E alcuni di questi registi avrebbero la pretesa di farsi chiamare
intellettuali? Intellettuali dell’indifferenza e del “che ce frega”. Viene
da domandarsi cosa differenzi la spocchia e l’ignavia di questi signori dalla
meschinità di chi ha definito “gondolieri di Hamas” quanti hanno manifestato a
Venezia contro un genocidio in corso.
Da queste vergognose, più ancora che imbarazzanti,
dichiarazioni emerge un fatto: l’indifferenza propugnata dall’alto, da una
fascistizzazione generalizzata della cultura che sta avvenendo in questo Paese
che si estende ben oltre il governo di destra e che si palesa anche nel mondo
del cinema. Nessuno aveva chiesto film sul genocidio
palestinese, nessuno pretendeva chissà quale presa di posizione militante. Non
ci si attendeva quello che nei fatti la Mostra veneziana non poteva essere, non
ci si aspettava di certo il Sessantotto in Laguna, ma un minimo di dignità sì.
Il mondo del cinema veneziano avrebbe potuto sfruttare
i riflettori per lanciare qualche messaggio significativo per “smuovere le
coscienze”, sarebbe potuto uscire dalla sempre più patetica torre d’avorio
delle sale festivaliere e manifestare lo sdegno per ciò che sta accadendo in
Palestina. E invece si è assistito a un grottesco gioco ai
distinguo, al “non è questa la sede”, alla pretesa autonomia dell’arte
cinematografica dalla rude realtà. Un universo che si fregia di “fare arte e
cultura” che si mostra del tutto simile al mondo dello sport, altrettanto
silente, altrettanto ipocrita.
L’asfalto del disimpegno degli anni Ottanta e Novanta
ha colpito duro. Se questi sono i registi e gli attori che ci ritroviamo, cosa
possiamo attenderci dal loro cinema, dai loro film che magari pretendendo pure
di irridere il vuoto patinato dei nostri tempi, salvo poi crogiolarsi in un
vuoto estetismo, o che magari, intendendo denunciare le miserie di una sinistra
che si è persa per strada, non si accorgono nemmeno che stanno in realtà
parlando di sé stessi. Meglio allora sfruttare i personaggi che si sono
costruiti per realizzare spot televisivi o trascinarsi nella finta autoironia
di qualche serie autoreferenziale sulle piattaforme sul piccolo schermo.
Di certo spendere qualche parola di denuncia a
proposito del genocidio mediorientale sotto i riflettori della Mostra non
avrebbe redento il mondo del cinema italiano dalla pochezza culturale che lo
contraddistingue, ma almeno avrebbe permesso a qualche suo protagonista di
mostrarsi meno indifferente di quel che è. Magari, un
giorno, folgorati sulla via di Damasco, alcuni di loro si chiederanno se di
fronte a un genocidio avrebbero potuto almeno dire qualcosa sfruttando la loro
notorietà e si vergogneranno per non averlo fatto. Vorrà dire che faranno i
conti con la loro coscienza, ma sappiano sin da ora che nessun ravvedimento
cancellerà la codardia di cui hanno dato prova.
Nel frattempo continuino pure con i loro film furbini,
scadenti, inutili e ipocriti. A noi viene alla mente un efficace titolo di un
film di alcuni anni fa diretto e interpretato da Pif: E
noi come stronzi rimanemmo a guardare. Già, i protagonisti del cinema
italiano – con qualche lodevole eccezione di cui non ci dimenticheremo –, di
fronte a un genocidio, come stronzi sono restati a guardare.
Anche di questo ci ricorderemo.
venerdì 12 settembre 2025
La coscienza di facciata: l’ipocrisia di “The Voice of Hind Rajab” - Mohammad Aaquib
Piuttosto che rappresentare solidarietà, questi gesti
cinematografici funzionano come performance simboliche che pacificano il
pubblico globale lasciando intatte le strutture della violenza.
Di recente, un film su
Hind Rajab, la bambina palestinese massacrata senza pietà dall’esercito
israeliano, è stato presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia e
ha ricevuto una lunga standing ovation. L’immagine della sua storia messa in
scena per il pubblico internazionale è stata celebrata come un momento di
“consapevolezza”. Eppure, viene da chiedersi: cosa c’è da sensibilizzare a
questo punto? Ogni singolo essere umano connesso ai media sa cosa sta succedendo
a Gaza. La difficile situazione dei palestinesi non è nascosta. Viene trasmessa
ogni giorno in tempo reale, in streaming dalle macerie delle case bombardate,
dalle rovine degli ospedali e dalle tende delle famiglie sfollate. Tutti lo
sanno, eppure nulla cambia.
Ecco perché “La Voce
di Hind Rajab” sembra meno un atto di solidarietà e più un vuoto simbolo di
guadagno capitalista. È, in realtà, una feticizzazione della violenza in nome
della sensibilizzazione. La storia di Hind non è storia. Non è un’atrocità
lontana congelata nel tempo, che richiede un trattamento cinematografico
affinché il pubblico possa essere istruito. È la storia di oggi, di adesso, di
questo preciso momento. Bambini come lei vengono ancora martirizzati e famiglie
come la sua vengono completamente annientate. Milioni di persone muoiono ancora
di fame e Gaza sta attraversando una carestia provocata dall’uomo, mentre cibo
e medicine vengono deliberatamente negati. Trasformare tutto questo in uno
spettacolo da festival, applaudito da un pubblico che poi tornerà a bere vino,
a sorseggiare yacht e a cena con gli addetti ai lavori, è grottesco.
Questo schema di
ipocrisia occidentale non è nuovo. Durante il genocidio ruandese, l’Occidente e
le Nazioni Unite sono rimasti a guardare senza fare nulla mentre migliaia di
cadaveri si accumulavano ogni giorno. La comunità internazionale aveva gli
strumenti per intervenire, ma mancava la volontà politica. In seguito, quando
il sangue si era seccato, le stesse potenze che avevano distolto lo sguardo
hanno improvvisamente trovato nel Ruanda un oggetto di interesse. Hanno scritto
libri, girato film, prodotto ricerche e mercificato la tragedia per il consumo
globale. Il genocidio è diventato oggetto di studio, fonte di capitale
culturale e un modo per dimostrare il proprio impegno morale. Ciò che è mancato
è stata la responsabilità. Ciò che è mancato è stata l’azione quando era
necessario.
Questo film rischia di
ripetere lo stesso vuoto simbolismo. La lunga standing ovation cinematografica
non ha aiutato in alcun modo i palestinesi. Non ha rotto il blocco, non ha
sfamato bambini affamati e non è riuscita a fermare le bombe. Ha, tuttavia,
generato applausi a Venezia e forse profitti sul mercato cinematografico
globale. La società di produzione di Brad Pitt, Plan B, che ha finanziato il
film, è detenuta per la maggior parte da Mediawan, una società di private
equity francese da miliardi di dollari con legami con azionisti sionisti. In
altre parole, qualsiasi profitto realizzato dal film confluirà nelle stesse
reti di capitale che sostengono i crimini in corso di Israele. Questa non è
solidarietà, è simbolismo avvolto in un’estetica ipocrita. In questo senso,
l’intera iniziativa non funziona come resistenza, ma come consumismo ipocrita.
Permette ai pezzi grossi di Hollywood e al loro pubblico di apparire svegli, di
sentirsi parte della soluzione, mentre il problema continua inesorabilmente. In
altre parole, lo stesso capitale estratto dalla storia di Hind Rajab arricchirà
strutture connesse alle stesse reti che sostengono il regime di apartheid
israeliano. Questa non è solidarietà, è complicità. È un gesto simbolico
avvolto in un’estetica abilitante.
Il commentatore
turco-americano Hasan Piker ha catturato l’assurdità con una tagliente analogia
sulla sua X. Ha affermato che guardare questo film ora è come “dei registi
socialisti tedeschi che girano un film su Auschwitz mentre le camere a gas sono
ancora in funzione”. Il paragone può essere sgradevole, ma è proprio il disagio
a rivelarne l’ipocrisia. L’arte ha il suo ruolo nel documentare la storia, ma
quando l’atrocità è in corso, quando le camere a gas sono ancora in funzione,
tali gesti non liberano, ma anestetizzano. Leniscono la coscienza di chi
guarda, dandogli un modo per sentirsi moralmente impegnato senza mai dover
rischiare o pretendere nulla.
Gli applausi a Venezia
non erano per Hind Rajab. Erano per il conforto di coloro che potevano
consumare la sua storia in un pacchetto ordinato di due ore. Erano per
l’illusione che guardare, applaudire e piangere equivalgano a fare qualcosa.
Erano per la dimostrazione di cura senza conseguenze, ma i palestinesi non
hanno bisogno di vuoti simboli di coscienza. Non hanno bisogno di applausi in
teatri con aria condizionata mentre dormono affamati in tende. Non hanno bisogno
di spettacoli cinematografici che feticizzano la loro morte lasciando intatte
le loro vite. Ciò di cui hanno bisogno è solidarietà materiale: cibo, medicine,
aiuti, boicottaggi, sanzioni, pressione politica e una mobilitazione della
volontà internazionale che non si limiti a riconoscere la loro sofferenza, ma
si impegni attivamente per porvi fine.
L’arte ha sempre avuto
un duplice ruolo. Può esporre, sfidare e ispirare all’azione. Ma può anche
distrarre, mercificare e pacificare. Nel caso del film di Hind Rajab, la
bilancia pende fortemente verso quest’ultimo. Questo non significa che le
storie palestinesi non debbano essere raccontate. Devono esserlo. Ma devono
essere raccontate dai palestinesi, in modi che siano al servizio della loro
lotta, non da società di produzione occidentali con azionisti sionisti che
trasformano il dolore in profitto. Devono essere raccontate con l’urgenza della
liberazione, non con il distacco degli applausi da festival.
Il problema non è che
il mondo non ne sia consapevole. Il problema è che il mondo non ne è disposto.
E film come questo permettono a questa riluttanza di continuare, mascherata dal
linguaggio della consapevolezza e del progresso. Gli applausi a Venezia non
cambiano nulla della situazione a Gaza. Hind Rajab non c’è più, e insieme a
lei, molti altri bambini ogni singolo giorno. La carestia continua a crescere.
Le bombe continuano a cadere.
Piuttosto che
rappresentare solidarietà, questi gesti cinematografici funzionano come
performance simboliche che pacificano il pubblico globale lasciando intatte le
strutture della violenza. Operano meno come interventi e più come rituali di
coscienza, progettati per produrre gratificazione morale per gli spettatori
piuttosto che sollievo materiale per le vittime. Ciò che emerge non è
consapevolezza – poiché la consapevolezza satura già la sfera mediatica globale
– ma uno spettacolo di sofferenza accuratamente curato, tradotto in capitale
culturale. Lo stesso applauso che segue diventa un segno di sicurezza morale,
consentendo agli spettatori di affermare la propria umanità mentre le
condizioni di disumanità rimangono immutate.
Traduzione a cura di
Grazia Parolari
martedì 23 aprile 2024
Se il genocidio è un rumore di fondo - Naomi Klein
È una tradizione degli Oscar: un discorso politico squarcia il velo della mondanità e dell’autocelebrazione. Ne scaturiscono reazioni contrastanti. Alcuni lodano l’oratore, altri lo ritengono l’usurpatore egoista di una notte di celebrazioni. Poi tutti girano pagina. Eppure sospetto che l’impatto delle parole del regista Jonathan Glazer, che il 10 marzo hanno fermato il tempo alla cerimonia di premiazione di Los Angeles, durerà molto più a lungo, e il loro significato sarà oggetto di analisi per anni.
Glazer stava ritirando il premio per il
miglior film internazionale per La zona d’interesse,
ispirato alla storia di Rudolf Höss, il comandante del campo di concentramento
di Auschwitz. Il film segue l’idilliaca vita domestica di Höss con la moglie e
i figli, che si svolge in una residenza signorile con giardino adiacente al
campo di concentramento. Glazer ha descritto i suoi personaggi non come mostri,
ma come “orrori non-pensanti, borghesi, ambiziosi-arrivisti”, persone capaci di
trasformare il male in rumore di fondo. Prima della cerimonia del 10
marzo, La zona d’interesse era già stato acclamato da
molte star del mondo del cinema. Alfonso Cuarón, il regista premio Oscar
per Roma, l’ha definito “probabilmente il film più
importante di questo secolo”. Steven Spielberg l’ha descritto come “il miglior
film sull’Olocausto che io abbia visto dopo il mio”, riferendosi a Schindler’s list, che sbancò agli Oscar trent’anni fa.
L’impatto delle parole del regista
Jonathan Glazer, che il 10 marzo hanno fermato il tempo alla cerimonia degli
Oscar, durerà molto a lungo e il loro significato sarà oggetto di analisi per
anni
Ma mentre il trionfo di Schindler’s list rappresentò un momento di unità
per la maggioranza della comunità ebraica, La zona d’interesse capita
in un momento diverso. Oggi infuria il dibattito su come debbano essere
ricordate le atrocità naziste: l’Olocausto dovrebbe essere considerato solo un
dramma degli ebrei, o come qualcosa di più universale? Fu una lacerazione unica
della storia europea, oppure un ritorno a casa dei genocidi coloniali, insieme
alle logiche e alle teorie razziali che ne erano alla base? Quel “mai più”
significa mai più per tutti o mai più per gli ebrei, una promessa che rende
Israele intoccabile?
Questi conflitti sull’universalismo del
trauma, sull’eccezionalismo e sulla comparazione sono al centro dell’accusa di
genocidio mossa dal Sudafrica a Israele presso la Corte internazionale di
giustizia, e stanno lacerando le comunità ebraiche in tutto il mondo. In un minuto
Glazer ha coraggiosamente preso posizione su ciascuna di queste dispute. “Tutte
le nostre scelte sono state fatte per riflettere e metterci di fronte al
presente, non per dire ‘guardate cos’hanno fatto allora’, ma piuttosto
‘guardate cosa facciamo adesso’”, ha detto, sbarazzandosi dell’idea che
paragonare gli orrori di oggi ai crimini nazisti significhi di per sé
minimizzare, e non lasciando dubbi sul fatto che fosse sua intenzione tracciare
una continuità tra il passato mostruoso e il nostro mostruoso presente. Ed è
andato oltre: “Siamo qui in quanto uomini che rifiutano di lasciar manipolare
le proprie identità ebraiche e l’Olocausto da un’occupazione che ha trascinato
nel conflitto tante persone innocenti, sia le vittime del 7 ottobre in Israele
sia quelle dell’attacco in corso a Gaza”. Per il regista Israele non può
passarla liscia, e non è etico usare il trauma dell’Olocausto come
giustificazione o copertura per le atrocità commesse oggi dallo stato
israeliano.
Altri hanno sostenuto queste argomentazioni
in passato, e in tanti hanno pagato a caro prezzo, soprattutto se palestinesi,
arabi o musulmani. Glazer ha sganciato la sua bomba retorica protetto da
un’armatura identitaria: si è presentato alla platea come un uomo ebreo bianco
e di successo – con al suo fianco altri due uomini ebrei bianchi e di successo
– che, insieme, avevano fatto un film sull’Olocausto. E questo privilegio non
l’ha messo al riparo dall’ondata di calunnie che hanno travisato le sue parole
affermando che stava ripudiando la sua identità ebraica, un’accusa che rafforza
la tesi del regista.
Altrettanto significativo è quello che è
successo dopo il suo intervento. Appena Glazer ha finito il discorso –
dedicando il premio ad Aleksandra Bystroń-Kołodziejczyk, una donna polacca che
di nascosto portava da mangiare ai prigionieri di Auschwitz e che combatté i
nazisti tra le file dell’esercito polacco – sul palco sono saliti gli attori
Ryan Gosling ed Emily Blunt. Senza neppure una pausa pubblicitaria, siamo stati
catapultati in una gag sul fenomeno “Barbenheimer”, con Gosling che dice a
Blunt che Oppenheimer, il film
sull’invenzione di un’arma di distruzione di massa in cui lei ha recitato,
avrebbe sfruttato il successo di Barbie al
botteghino, e Blunt che accusa Gosling di essersi dipinto degli addominali
finti. All’inizio ho temuto che questo improbabile accostamento avrebbe
indebolito l’intervento di Glazer: come potevano coesistere le strazianti
realtà appena invocate con questa energia da ballo del liceo californiano?
Glazer ha sottolineato che il soggetto
del suo film non è l’Olocausto, ma la capacità umana di convivere con le
atrocità, di farci pace, di trarne un beneficio
Poi ho capito: l’artificio scintillante
che ha incorniciato quel discorso aiutava in realtà a ribadire il concetto. “Il
genocidio diventa il sottofondo della loro vita”: Glazer ha descritto così
l’atmosfera del suo film, dove i personaggi badano ai loro problemi quotidiani
– figli insonni, una madre incontentabile, l’infedeltà – all’ombra delle
ciminiere che sbuffano resti umani. Queste persone non ignorano che al di là
del loro giardino stia operando una macchina di morte su scala industriale.
Semplicemente hanno imparato a vivere delle vite appaganti sullo sfondo di un
genocidio. È questo l’aspetto del film di Glazer che appare più contemporaneo.
Dopo più di cinque mesi di massacri quotidiani a Gaza, con Israele che ignora
gli ordini della Corte internazionale di giustizia e i governi occidentali che
lo rimproverano bonariamente continuando a inviargli armi, il genocidio sta
diventando ancora una volta un rumore di fondo. Glazer ha sottolineato che il
soggetto del suo film non è l’Olocausto, ma qualcosa di più duraturo e
pervasivo: la capacità umana di convivere con le atrocità, di farci pace, di
trarne un beneficio.
All’anteprima di maggio, prima
dell’attacco di Hamas del 7 ottobre e prima dell’aggressione di Israele a Gaza,
si poteva considerare il film come un’opera intellettuale da contemplare con
distacco. Le persone che dalla platea del festival di Cannes hanno accolto La zona d’interesse con un applauso di sei minuti
probabilmente si sentivano al sicuro ad accarezzare la sfida di Glazer. Forse
alcuni avranno riflettuto su quanto ci siamo assuefatti alle nuove imbarcazioni
cariche di persone lasciate annegare nel Mediterraneo. O forse avranno pensato
ai jet privati che li avevano portati in Francia e a come le loro emissioni
sono legate alla scomparsa delle fonti di sostentamento per le persone povere
in luoghi lontani.
Glazer voleva che il suo film provocasse
questo genere di pensieri scomodi. Però, da quando è arrivato nei cinema a
dicembre, la sfida con cui il regista invitava gli spettatori a contemplare
l’Höss che è dentro di noi ci ha toccato molto di più. La maggior parte degli
artisti tenta d’intercettare lo spirito dei tempi, ma La zona d’interesse potrebbe aver risentito di
qualcosa di raro: un eccesso di rilevanza e di attualità.
In una delle scene più memorabili del film
un pacco di vestiti e biancheria femminile rubati agli internati del campo
arriva in casa Höss. La moglie del comandante, Hedwig (interpretata da Sandra
Hüller), stabilisce che tutte, comprese le domestiche, possono scegliere un
capo. Lei tiene per sé una pelliccia, e prova perfino il rossetto che trova in
una tasca. È questa intimità con i morti a essere agghiacciante. E non ho idea
di come qualcuno possa guardare questa scena e non pensare ai soldati
israeliani che si sono filmati mentre frugavano nella biancheria delle
palestinesi a Gaza o mentre si vantavano di rubare scarpe e gioielli per le
loro fidanzate o mentre si facevano selfie di gruppo con le macerie di Gaza
sullo sfondo. Sono tanti questi echi che il capolavoro di Glazer sembra un
documentario. È come se, girando La zona d’interesse con
lo stile di un reality show, con telecamere nascoste nella casa e nel giardino
(il regista ha parlato di “Grande fratello nella casa nazista”), il film avesse
anticipato il primo genocidio in diretta streaming.
Tutti quelli che conosco che hanno
guardato il film non sono riusciti a pensare ad altro che a Gaza. Questo non
vuol dire stabilire un paragone con Auschwitz. Non esistono due genocidi
identici. Ma il motivo stesso per cui è stato costruito l’edificio del diritto
internazionale umanitario era proprio darci gli strumenti per riconoscere alcuni
elementi distintivi. E alcuni di essi – il muro, il ghetto, le uccisioni di
massa, l’intento di sterminio più volte dichiarato, la riduzione alla fame, il
saccheggio, la disumanizzazione, e l’umiliazione – si stanno ripetendo. E allo
stesso modo è così che il genocidio diventa un sottofondo, è così che quelli di
noi un po’ più lontani da quei muri possono bloccare le immagini, spegnere le
grida e semplicemente andare avanti. Ed ecco perché l’Academy ha rafforzato il
messaggio di Glazer con quel brusco passaggio a “Barbenheimer”. L’atrocità sta
di nuovo diventando un sottofondo.
Cosa possiamo fare per interrompere la
normalizzazione? In tanti stanno offrendo le loro risposte con proteste, con la
disobbedienza civile, inviando convogli di aiuti a Gaza o raccogliendo fondi.
Ma non basta.
Guardando gli Oscar, dove Glazer è stato
l’unico nella passerella di ricchi a parlare di Gaza, mi è tornato in mente che
erano passate due settimane da quando Aaron Bushnell, un soldato di 25 anni
dell’aviazione statunitense, si è dato fuoco davanti all’ambasciata israeliana
a Washington.
Non voglio che nessun altro metta in atto
quella spaventosa forma di protesta. Ma dovremmo meditare sulla dichiarazione
che Bushnell ha lasciato, parole che considero un finale contemporaneo del film
di Glazer: “Molti di noi si chiedono: ‘Cosa farei se vivessi durante la
schiavitù? O durante l’apartheid? Cosa farei se il mio paese stesse commettendo
un genocidio?’. La risposta è: lo stai facendo. Proprio in questo istante”. ◆ fdl
Questo articolo è uscito sul numero 1555 di Internazionale, a pagina
43.