Visualizzazione post con etichetta Lino Del Fra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lino Del Fra. Mostra tutti i post

martedì 16 novembre 2021

All'armi, siam fascisti - Lino Del Fra, Cecilia Mangini, Lino Miccichè

il film fu iniziato nel 1960 e arrivò in sala solo nel 1962, in mezzo ci fu tanto lavoro e una cosa chiamata censura.

il film è lucidissimo, chiarissimo e documentatissimo.

nel testo c'è la mano di Franco Fortini, un grande valore aggiunto.

e dopo averlo visto, se avevi dei dubbi, capisci tutta la merda del fascismo.

buona (antifascista) visione - Ismaele

 

  

 

inizia così:




 

Il migliore dei 3 film di montaggio sul fascismo usciti nel biennio 1961-62. In un arco che va dall'inizio del Novecento ai fatti di Genova e Roma nel 1960, del fascismo s'indicano le cause lontane e vicine, l'appoggio del capitalismo agrario e industriale, le ramificazioni in Europa, le corresponsabilità, le connivenze, gli errori degli avversari. Film di parte, ma qui è un merito più che un difetto, pur non mancando lacune, omissioni, semplificazioni. Lucido commento di Franco Fortini con le voci di G. Sbragia, E. Cigoli, N. Gazzolo.

da qui

 

"(Il film) ci avverte con lucida consapevolezza del pericolo che ci sovrasta tutti, mascherato pomposamente dietro il vantato miracolo economico italiano (...) le sequenze delle cariche della polizia, dei carabinieri a cavallo contro la folla dei dimostranti ricorrono puntualmente nei primi scioperi operai e nelle manifestazioni di protesta di questi ultimi anni con una paurosa somiglianza (...). Occorre ricordare che gli archivi ufficiali italiani hanno rifiutato la collaborazione". (R. Jotti, "Cinema Domani", 3, maggio/giugno 1962).

da qui

 

Quando si dice l’attualità dell’opera. Sono passati quasi sessant’anni da quando All’armi siam fascisti! esplose come una bomba nell’Italia che si affacciava sorridente al boom economico, ma non è invecchiato di una virgola, anzi di un solo fotogramma. Mai come ai nostri giorni – basta guardare alle cronache – la domanda cruciale che poneva lo splendido film di Lino Del FraCecilia Mangini e Lino Micciché su testo di Franco Fortini sembra trovare una sua risposta affermativa: «esiste ancora il fascismo?».

Trovarlo finalmente in dvd (per RaroVideo) – e adesso su Prime Video di Amazon –  è quindi un regalo, un prezioso strumento di analisi critica al sistema-Italia, nonché un esempio di grande cinema che allora – eravamo nel 1961 – rivoluzionò il documentario italiano, militante, ponendo nuove basi creative, da dove partì anche Pasolini per il suo, La rabbia.

La storia di All’armi siam fascisti! è quella di una delle opere più censurate ed osteggiate del nostro paese. E il motivo è proprio in quella domanda: «esiste ancora il fascismo?» che accompagna le immagini di chiusura del film sui morti di Reggio Emilia, Genova 60, la repressione dei poliziotti di Scelba.

Immagini alle quali, oggi – come suggerisce Bruno Di Marino nel libro allegato al dvd – viene naturale legare a quelle delle tante stragi di stato, della P2, del patto stato-mafia fino al G8 di Genova, culminato nella mattanza della Diaz. Un filo nero che continua a legare la nostra storia.

Ieri come oggi quella domanda è eversiva. Come eversivo è All’armi siam fascisti! perché non si è limitato, com’è stato fin lì nei tanti documentari di ricostruzione storica – a raccontare il Ventennio attraverso uno straordinario repertorio. Ma ne dà una sua lettura politica mostrando come il fascismo sia stato ed è «l’organizzazione armata della violenza capitalistica», come spiega lo stesso Fran- co Fortini, autore dello splendido commento sonoro, pieno di graffiante ironia e sarcasmo. Accostato a un sapiente montaggio che lega, magari, le serene giornate di Eva Braun in montagna con i corpi massacrati delle vittime dei lager.

Questo ci racconta il film, lo scontro tra capitale e lavoro. In Italia con Mussolini, dove la Chiesa fu tra i primi alleati («Pio XI si rifiutò di ricevere la vedova di Matteotti», ci rimanda il commento di Fortini, mentre le immagini ci mostrano alti prelati fare il saluto romano), in Germania con Hitler, in Spagna con Franco (bellissimo il repertorio sulla difesa di Madrid). Modalità diverse, certamente, ma nella sostanza lo stesso scontro tra capitale e lavoro a cui assistiamo sotto il governo globale delle banche.

E in questo è la «superiorità di All’armi siam fascisti! – scrive Alberto Moravia su l’Espresso nel ‘62 – nell’applicazione di un metodo ideologico al caos della Storia. Questo metodo si può chiamare marxista soltanto per scrupolo di esattezza; in sostanza è il metodo del realismo e il realismo oggi vuol dire diagnosi marxista per i fatti sociali economici e storici, freudiana o junghiana per quelli individuali e psicologici, einsteiniana per quelli cosmici e via dicendo».

Come poteva un film così non incappare nelle ire dei censori? Nato per volontà del Partito socialista che per realizzarlo creò una produzione ad hoc, come racconta Cecilia Mangini, All’armi siam fascisti! incontrò ostacoli fin dall’inizio. L’Istituto Luce negò il suo repertorio sul fascismo, tanto che gli autori dovettero attingere agli archivi stranieri.

Poi la lunga trattativa con la Mostra di Venezia che non voleva saperne… Finì con una proiezione «imposta» dagli autori in una sala defilata, presa in affitto a una lira, per dimostrare l’estraneità del Festival. Il risultato fu travolgente. Successo di critica e di pubblico. La bomba ormai era esplosa. Così che la censura tentò il tutto per tutto, bloccando il film per un anno. «Un caso da dover scendere in piazza», scrive Pasolini su Vie Nuove. E come lui furono tanti, tantissimi gli intellettuali che si mobilitarono per la «liberazione» del film.

All’armi siam fascisti! arrivò nelle sale nel ’62, provocando le reazioni violentissime dei militanti del Msi. A Roma, dopo la proiezione al Quattro Fontane, i fascisti scaraventarono dalle finestre sedie e tavoli sopra al pubblico in uscita dal cinema, causando decine di feriti.

E non fu un episodio isolato. «Questo film vuole dire soltanto che noi siamo i figli degli eventi riassunti da questo schermo – ci ricorda Franco Fortini nel finale – ma siamo anche i responsabili del presente. In ogni momento, in ogni scelta, in ogni silenzio come in ogni parola, ciascuno di noi decide il senso della vita propria e di quella altrui». Da non perdere.

da qui

 

 Nel 1960 il materiale è raccolto e montato, manca il testo e per questo si ricorre a Franco Fortini, non più socialista ma amico di Lombardi.

 

Bellissimo il ricordo di Cecilia Mangini:

Andammo a prenderlo alla stazione, era un grumo di riservatezza, di timore, io ho avuto l’impressione che sarebbe voluto molto volentieri rientrare nel treno. Siamo andati in moviola, lui sempre così taciturno e chiuso in sé stesso, comincia a vedere il film…

Scorre la prima sequenza, soldati e civili morti, Croce Rossa al lavoro, un bianco e nero fumoso, una caligine da ultima bolgia dell’Inferno. La voce esterna commenta: “Queste immagini compaiono per la prima volta su di uno schermo italiano…”.

Cecilia continua:

Ad un certo punto lo guardo, siamo alla guerra di Spagna e lui piange, un pianto silenzioso, le lacrime che gli scorrono giù lente lente e io che dico: E’ fatta! farà il testo, perché ci credeva molto. In realtà ha fatto un testo splendido, è la seconda anima del film.”

 

Proiettato in agosto alla Mostra del Cinema di Venezia, il successo è immediato e i commenti di Pasolini e Moravia riassumono il pensiero di tutti.

Il più bel documentario mai visto sul fascismo per forma, montaggio, una visione del mondo segnata dall’influenza del grande cinema russo degli anni Venti.”

Scorrono alcune immagini esemplari, si ricordano le vicissitudini che la censura e gli organi istituzionali imponevano, “una serie infinita di tagli – racconta il regista – in una trattativa defatigante con il ministro. Paradossalmente era in gioco più il ruolo del Vaticano nel Fascismo che non il Fascismo stesso, e dunque via i preti che sfilano sotto il balcone di Palazzo Venezia, via i preti dall’Altare della Patria che salutano romanamente, via i cardinali che insieme ai federali guidano i cortei di chi va a votare il Sì a Mussolini nel plebiscito del 1929.”

“Ci irrigidiamo – la voce è ora quella di Lino – non si deve toccare un solo fotogramma”.

La pellicola fu sbloccata e nel 1962 distribuita nei cineclub, il suo peso fu enorme, simbolico come mai un film prima di allora, nell’incontro delle forze politiche che misero insieme il primo centrosinistra. Messa in circolazione non ha mai finito di far rabbrividire, commuovere, indignare. La sinergia fra immagini e testo è totale, si resta attoniti, impietriti, e tornano le parole che Miccichè dice all’inizio della sua biografia: “Credo veramente che vedere un film sia vivere”.

Per vedere un film così straordinario bisogna allora avere un viatico fuori del comune, e sono le parole di Franco Fortini accompagnate dalla musica di Egisto Macchi che aprono la sezione dal titolo:

 

Fascismo, l’organizzazione armata della violenza capitalistica



Sulle piazze delle città, nelle vie dei vecchi borghi,

ecco gli importanti, i dignitari, i fiduciari,

i potenti, le eccellenze, gli eminenti,

gli autorevoli, gli onorevoli, i notabili,

le autorità, i curati, i podestà,

gli uomini dell’autorizzazione, dell’intimidazione,

dell’unzione e della raccomandazione;

ecco quelli che fanno il prezzo del grano e delle opinioni,

che hanno in pugno il mercato del lavoro e quello delle coscienze,

e ci sono quelli che aprono gli sportelli,

baciano la mano a “voscenza”, e ringraziano sempre

perché non sanno mai i propri diritti.

Eccoli dire di sì:

di sì

perché lo fanno tutti,

di sì

perché lo ha detto monsignor vescovo

e il commendatore che ha studiato,

di sì

perché hanno quattro creature,

di sì

perché bisogna far carriera,

di sì

perché non vogliamo più essere morti di fame,

di sì

perché ho un credito,

di sì

perché ho un debito,

di sì

perché ci credo,

di sì

perché non ci credo.

Perché tanto nulla conta.

Perché io non conto nulla…

di sì

perché non ho più compagni.

 

da qui

 

… “All’armi siam fascisti!” è un documentario completato nel 1962 di Cecilia Mangini, Lino del Fra e Lino Miccichè. La sua unicità è data dal recupero e montaggio di immagini inedite nell’istituto Luce, unite al testo e al commento di Franco Fortini che rende in alcuni tratti il commento una vera e propria poesia. Altra caratteristica di “All’armi siam fascisti!” è la censura a cui viene sottoposto.

Il testo e le immagini risulteranno a lungo scomode sia per il legame diretto tra Chiesa, industriali e fascismo da un lato, sia per la rivendicazione dell’antifascismo come vera e propria lotta di classe.

Come spiega Franco Fortini:

“nel testo ho accettata la definizione del fascismo come l’organizzazione armata della violenza capitalistica; e sempre accennando un aldilà della lotta antifascista, ho ripetuto la formula socialista della appropriazione collettiva degli strumenti di produzione. (…) Anche per questo il testo non poteva fare a meno di riflettere – soprattutto nell’ultima parte – la situazione reale delle forze di sinistra in Italia, che è di convivenza e magari di compromesso con il neocapitalismo. (…) Per andare oltre la «proposta di coscienza» con cui si chiude il film occorrerebbe che, di fatto, esistesse una prospettiva reale e italiana che andasse al di là dell’antifascismo: una prospettiva conseguentemente anticapitalistica. Un discorso politico serio non riformista né attendista, non settario né compromissorio e che faccia riferimento alla tradizione marxista e leninista, comincia forse nuovamente formularsi nel nostro paese ma proprio per questo non può diventare (né deve) motto, parola d’ordine, battuta, epigramma. Il tono del commento (…) è il tono di chi replica non tanto all’età del fascismo quanto alla lunga ipocrisia ufficiale che per almeno dodici anni aveva combattuto e respinto ai margini della società l’opposizione di sinistra (…) e anche all’altra ipocrisia, storiografica e politica, che cercava di attenuare il ricordo della istanza rivoluzionaria e antiborghese della maggior parte della lotta antifascista per farne un motivo di patriottismo nazional-popolare o un anticipo di “movimento per la pace”.

da qui

lunedì 27 gennaio 2020

Essere donne - Cecilia Mangini





scrive Cecilia Mangini:

Come accade sempre con i lavori che sono stati un’esperienza forte e una scoperta di valore esistenziale, sono molto legata a Essere donne. L’esperienza è stata la fabbrica, e nella fabbrica la catena di montaggio, la parcellizzazione, i tempi stretti, la verifica della lezione gramsciana sul fordismo. La scoperta è stato l’incontro con le donne ‘agite’ dalla fabbrica, dal lavoro contadino, dalla famiglia, dal rapporto con la loro condizione negata, nel momento iniziale del loro (e mio) confuso interrogarsi sulla necessità del cambiamento.
Negli anni Cinquanta e nei Sessanta la fabbrica è stata il tema caldo, a volte anche rovente, al centro dell’interesse, delle diagnosi e delle profezie della cultura di sinistra. Entrare in fabbrica con la beneamata Arryflex era il mio sogno che più sogno non si può, ma anche il più proibito. […] Finalmente, la svolta si verifica nella primavera del 1964: per le elezioni la Unitelefilm chiede ai registi della sinistra italiana non di ‘suonare il piffero’ della propaganda per il Partito Comunista, ma l’approfondimento di un problema sociale, collettivo. Per il tema del lavoro femminile, mi chiamano a Botteghe Oscure. […]
Dovunque, al Sud e al Nord incontro donne convinte che l’indipendenza economica da conquistare le salverà. Lo credo anch’io, anch’io mi cullo in questa convinzione, semplice, lineare, consolatoria, invece la realtà è complessa, contorta, avara di gratificazioni. Il mio “guardati intorno, ascolta, pensa” si incontra per la prima volta con il “guardati intorno, ascolta, pensa” delle altre.
Scopro che le donne sono inquiete, spesso apertamente insoddisfatte del peso esistenziale che le limita, e sottotraccia oscuramente motivate a capire che cosa non funziona, e come rifiutarsi di pagare le penali introiettate nell’infanzia, tutte a scadenza illimitata. Ancora manca la consapevolezza del sistema penalizzante nella sua interezza, nelle sue cause, nelle sue motivazioni. Le donne sono incon­sciamente in gestazione del loro essere interamente donne.
Questa situazione magmatica mi riguarda, riguarda tutte, riguarda anche chi si rifiuterà di crescere. Certo è per il senno di poi, e dipende da una lettura attuale di Essere donne se oggi penso che istintivamente sono stata spinta a identificarmi in tutte loro, in Puglia entrando nel filmato come raccoglitrice di olive, al Nord come operaia al controllo dei telai.


un articolo di Roberta Errico

Se le donne di oggi hanno la possibilità di respingere le imposizioni della società lo devono a tutte quelle donne del passato che hanno rifiutato di essere identificate esclusivamente per le loro qualità femminili. Nella più o meno recente storia italiana troviamo tante di queste protagoniste, ma una vera e propria pioniera nel nostro mondo culturale e politico è stata senz’altro Cecilia Mangini, la prima documentarista del cinema italiano.
Mangini nasce in Puglia nel 1927, ma cresce e studia a Firenze, dove si trasferisce con i genitori a cinque anni. Racconta di aver ancora impresso nella memoria il ricordo della società fascista: il primo approccio con la politica infatti per lei fu il giuramento di fedeltà al regime, il rituale che usava all’epoca, compiuto all’età di sei anni in occasione dell’inizio della prima elementare.
Ciò che fin da bambina, però, la liberò dal pensiero unico del regime fu il cinema neorealista. Il cinema infatti entrò presto e in modo salvifico nella sua vita. “Sono stati quei film di De Sica e di Rossellini a farci capire che cosa non funzionava nel fascismo”, ricorda in una recente intervista a La Repubblica. “Questa capacità di raccontare quello che avevamo passato noi [bambini] attraverso altre persone senza sensi di colpa, ma con la necessità di capire”.
Nel 1952, poco più che ventenne, la giovane Mangini con i soldi che la famiglia le regala per Natale acquista una macchina fotografica Zeiss, modello Super Ikonta, e capito ben presto che non avrebbe utilizzato quel prezioso strumento per fotografare le ricorrenze di famiglia, parte alla volta di Lipari e Panarea, insieme al compagno di vita, il regista e sceneggiatore Lino del Fra. Lì documenta il dramma delle condizioni dei minatori delle cave di pomice e delle loro mogli e in quel momento, come rivelò in seguito, acquisisce la consapevolezza di poter essere una fotografa di professione. Tramite la fotografia, Mangini coniuga il suo prorompente desiderio di indipendenza con la passione politica, una strada che la porta a Roma, dove si trasferisce e inizia a lavorare alla Federazione italiana dei circoli del cinema. Tra la fotografia e la regia il passaggio per lei fu naturale, anche se non lo era affatto per la bigotta società italiana: “Che le donne facessero cinema, praticamente, almeno in Italia, era impossibile”.
La vera svolta avvenne quando il produttore cinematografico Fulvio Lucisano, convinto del suo talento, le propose di girare un documentario. Così lei gli presentò il soggetto di Ignoti alla città, ispirato dal romanzo Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale “vessillo della libertà non democristiana”. Mangini contattò Pasolini per proporgli di scrivere il testo del documentario, cercandolo semplicemente sull’elenco telefonico e lui, con sua grande gioia, accettò, dando inizio al loro sodalizio artistico e a una grande amicizia. Insieme lavorano, infatti, ad altri due documentari: Stendalì – Suonano ancora nel 1960, e La canta delle marane nel 1962, opere incentrate sulla vita delle persone che vivevano ai margini della società consumistica degli anni Sessanta. Mentre il resto della società italiana – intellettuali compresi – si lasciava inebriare dal capitalismo, Cecilia Mangini e Pier Paolo Pasolini hanno raccontato le vite degli ultimi, tra cui le donne: figure invisibili che si ritrovano schiacciate tra vecchi retaggi di una società patriarcale e nuovi meccanismi culturali imposti dal boom economico. “La situazione delle donne era spaventosa anche se non ce ne rendevamo conto”, racconta Mangini, “le donne erano sottomesse […] destinate alla castità anche nel matrimonio”.
Nel 1965 la regista aderisce a un progetto promosso dal Partito Comunista Italiano che prevedeva la realizzazione di documentari che raccontassero la vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Mangini da qui realizza un reportage innovativo per l’epoca dal titolo chiaro: Essere donne. Il documentario risulta essere tra le prime indagini cinematografiche sulla condizione femminile in Italia, analizzata nei suoi diversi aspetti: economici, sociali, psicologici e culturali. Una testimone oculare dell’epoca, la giornalista Bruna Bellonzi, presente a una proiezione privata del documentario, scrisse su Noi Donne, il 22 maggio 1965, che il film mostrava “Il mondo della donna, le sue brucianti contraddizioni, il suo impossibile equilibrio fra un modo di essere vecchio di secoli e aspirazioni nuove”.
Cecilia Mangini voleva denunciare le contraddizioni e la violenza della sconcertante realtà lavorativa e familiare delle donne italiane, che non aveva niente a che vedere con l’immagine edulcorata proposta dall’industria culturale degli anni Sessanta. In questo modo creò un filone nel giornalismo d’inchiesta che ancora oggi fa scuola. Il linguaggio della sua narrazione documentaristica è sorprendentemente moderno, veloce, accattivante, contrapposto alle immagini patinate dei rotocalchi e delle riviste di moda. Il ritmo diventa frenetico, fino a risultare disturbante, quando Mangini mostra la vita reale delle donne italiane, scandita dal lavoro in fabbrica e da quello domestico.
Il documentario però subì un grave boicottaggio da parte delle autorità, nonostante la critica italiana e straniera lo avesse considerato un capolavoro. All’epoca della sua uscita, prima di ogni film proiettato al cinema doveva essere trasmesso per legge un documentario. Il mediometraggio però venne bocciato dai produttori e dai registi che facevano parte della Commissione ministeriale che decideva quali opere potessero accompagnare la programmazione dei film nelle sale, impedendogli di essere distribuito sul territorio. La Commissione camuffò la censura denunciando presunte carenze tecnico-artistiche, quando secondo più commentatori il reale motivo fu l’insopportabile sincerità del documentario. La regista fiorentina fu vittima della mancanza di rispetto della società maschilista italiana, che non tollerava la denuncia dei suoi consolidati usi e costumi, eppure ciononostante è riuscita a donare alle sue contemporanee e alle donne delle generazioni successive un’opera di inestimabile valore in cui potersi rispecchiare.
Mangini è stata tra le prime a descrivere “la realtà complessa, contorta, avara di gratificazioni” delle donne, come la definì in un’intervista del 2015. Le donne hanno sempre sopportato il peso della contraddizione tra le loro aspirazioni e le loro vite, uniformate nella maggior parte dei casi dal modello comportamentale imposto dalla società, fatto di condizionamenti culturali travestiti da valori condivisi e solo per questo ritenuti giusti o accettabili. Con le sue opere, ha contribuito a dare voce ai dimenticati, ha mostrato le contraddizioni dell’essere donna, ha rivelato la desolazione che si nascondeva dietro il boom economico e ha documentato l’avvento della civiltà industriale e dei consumi. È tra le donne italiane che hanno contribuito a comporre un nuovo tipo di consapevolezza e di sensibilità, che oggi accompagna le nuove generazioni.
“Le donne sono inconsciamente in gestazione del loro essere interamente donne,” ha recentemente dichiarato, “Questa situazione magmatica mi riguarda, riguarda tutte, riguarda anche chi si rifiuterà di crescere”, a dimostrazione della sua inarrestabile ricerca umana e artistica. Per questo va riscoperta, per arricchire la riflessione culturale e politica non solo sulla condizione della donna, ma sull’intera società.


“Essere donne” di Cecilia Mangini. Storia di un boicottaggio - Zoé Rogez

Il documentario Essere donne (1965), girato da Cecilia Mangini è stato all'epoca ingiustamente boicottato dagli stessi produttori e registi che facevano parte della Commissione ministeriale che decideva delle sorti dei medio e cortometraggi che accompagnavano la programmazione dei film nelle sale. Non ottenere l'appoggio degli esercenti e neppure il premio di qualità, significava negare  una vita sullo schermo al proprio film. Era un modo subdolo per censurare indirettamente quei documentari che affrontavano argomenti scomodi che il governo non desiderava far arrivare al pubblico. La documentazione conservata nell'Archivio di Cecilia Mangini e Lino Del Fra aiuta a capire le ragioni della sua 'bocciatura'.
Il nuovo restauro della Cineteca di Bologna, riporta finalmente in sala quest'opera alla quale il tempo non ha tolto la sua forza espressiva, il suo significato. L’obiettivo di Cecilia Mangini di documentare la realtà sconcertante della condizione lavorativa e familiare della donna a confronto con l’immagine femminile edulcorata proposta dall’industria culturale degli anni Sessanta, è una modalità d'inchiesta, ancora oggi valida.
Con il sostegno di Luciano Lusvardi, responsabile della sezione Stampa e Propaganda del PCI, Cecilia Mangini, prima documentarista femminile italiana, gira il paese, dai campi di uliveti pugliesi alle fabbriche milanesi, per incontrare le donne. La giornalista Bruna Bellonzi, presente alla proiezione privata del documentario, scrive su Noi Donne, il 22 maggio 1965 che il film mostra “il mondo della donna, le sue brucianti contraddizioni, il suo impossibile equilibrio fra un modo di essere vecchio di secoli e aspirazioni nuove”.
All’estero, Essere donne ottiene un grande successo. I maestri del documentario Joris Ivens, John Grierson e il polacco Jerzy Toeplitz, dedicano al film di Cecilia Mangini il premio speciale della giuria al Festival di Lipsia del 1965. Nello stesso anno, Essere donne verrà selezionato dal Festival Internazionale del cortometraggio e del documentario di Cracovia. Descritto come un'”inchiesta sincera e onesta” per la verità contenuta nelle immagini e per la “sobrietà della testimonianza”, la stampa italiana non tarda a esprimere l'indignazione di fronte all’esclusione di Essere donne dalla programmazione obbligatoria.
Felice Chilanti – che scrive il commento off del film con la collaborazione di Giuliana dal Pozzo – dichiara con fermezza la sua contrarietà in un telegramma a Cecilia Mangini che recita: “Ti esprimo mia solidale indignazione contro nuova offesa e violazione diritto dignità della cultura”. Paese Sera il 31 maggio 1965, pubblica un articolo dello stesso Chilanti dal titolo Essere donne o essere vampiri?, dove il documentario viene definito “nobile, fatto bene, ricco di valori poetici e morali”.
Perché un film così apprezzato sia all’estero che dalla critica nazionale non viene proiettato nelle sale italiane? La Bellonzi fa luce sul processo di selezione alla programmazione obbligatoria: “Dapprima li vede una commissione di censura che nega o meno il visto a seconda che vi riscontri o no elementi offensivi della moralità. Poi il documentario passa ad una seconda commissione, quella per la programmazione obbligatoria che deve accertare se l’opera presentata dispone dei requisiti minimi, artistici e tecnici (ossia se è bello, ben fotografato, ben commentato, ben musicato) per essere abbinato ad un film e venir così proiettato nei cinema normali”. In un anno, circa 200 documentari hanno la possibilità di concorrere al premio di qualità, ma non tutti lo ottengono. L’esclusione rappresenta un doppio danno; gli esercenti non li noleggiano e dunque non c'è alcun rientro economico per chi li ha realizzati e perdono l'occasione di concorrere al premio.
La Commissione ministeriale in questione – i cui membri sono stati scelti dal Ministero del Lavoro - era composta dal produttore Ermanno Donati, dal regista Piero Regnoli - tra l’altro ex-critico cinematografico di l’Osservatore Romano - dal musicista Franco Ferrara, dall’operatore Sandro d’Eva e infine dal critico Mario Gallo. La giuria ha espresso, a maggioranza, un giudizio negativo nei confronti di Essere donne, tanto che sempre la Bellonzi accusa la Commissione di aver interpretato questo documentario come un “sottoprodotto di infima qualità”; ponendo l'accento sulle vere ragioni della censura; “non è piaciuta la sua sincerità che è denuncia” e afferma inoltre che il giudizio non si è limitato agli aspetti tecnico-artistici, ma si è esteso al tema stesso, oggetto del documentario.
Essere Donne riceve il sostegno di Sandro d’Eva e del critico socialista Mario Gallo, ma la loro opinione non avrà voce in capitolo; la maggioranza pone un veto di carattere ideologico. I principali oppositori all’inserimento del film della Mangini nella programmazione, sarebbero stati il regista Piero Regnoli e il produttore Ermanno Donati, accomunati da una lunga collaborazione nella realizzazione di film cavallereschi e di film erotici d'ambientazione horror. Nell'articolo sopra citato, Felice Chilanti esprime il suo stupore di fronte alla loro presenza nella giuria: “Siamo convinti che produttori, registi e sceneggiatori di film sui vampiri non debbano, assolutamente, rappresentare lo Stato nel momento di decidere se un film come Essere donne meriti o non meriti di venire ammesso alla programmazione”.
Di fronte all'unanime dissenso, il Ministero dello Spettacolo diffonde un comunicato per smentire che nell’esclusione del film, siano intervenuti motivi di censura politico-ideologica, giustificando così la scelta della giuria: “Il comitato, il quale ha il compito di scegliere i cortometraggi da ammettere alla programmazione obbligatoria, è composto di rappresentanti delle diverse categorie della spettacolo, designati dalle rispettive associazioni”.
In relazione al comunicato, il periodico L’Unità scrive che è “evidente che qualsiasi comitato ministeriale, comunque composto, può essere soggetto per sua natura a condizionamenti e pressioni politico-ideologiche, ed agire di conseguenza” e denuncia la malafede del Ministero dello Spettacolo, notando che “tra i commissari hanno avuto peso determinante considerazioni di natura puramente politica”.
Cecilia Mangini non verrà ricompensata con la gioia di vedere il film sugli schermi italiani. Rimarrà “un pensiero lontano, irraggiungibile” - espressione usata dalla stessa regista nella sceneggiatura per definire il senso di frustrazione delle donne intervistate che sognano una vita diversa, fatta, invece, solo di “fatica e sacrificio e ancora sacrificio”.



domenica 21 giugno 2015

La torta in cielo - Lino Del Fra

è lo stesso Lino Del Fra che sette anni dopo girerà Antonio Gramsci: i giorni del carcere.
La torta in cielo è un film per bambini, e non solo, come tutte le storie di Rodari.
antimilitarista e antiautoritario e anti televisione e antipubblicità, fra le altre cose, dovrebbe essere proiettato nelle scuole, come compensazione a tutta la tv patriottica e militarista che i bambini sono obbligati a vedere.
Paolo Villaggio non è ancora Fantozzi e i bambini sono bravissimi, sembrano che facciano quello che vogliono, un po' meno gli attori.
cercatelo, se riuscite a trovarlo, ne vale la pena - Ismaele





Una gigantesca torta scende nei pressi della romana Borgata del Trullo e, visto che l'opinione pubblica suppone trattarsi di un disco volante, il generale Diomede organizza una complessa manovra militare contro l'invasore mentre sottopone la popolazione a stato di assedio. Per la ricerca di eventuali complici e traditori, il fanatico ufficiale si serve del popolare vigile Vincenzo Meletti, impiega il robot Eleuterio guidato dagli scienziati Terenzio e Varrone, costruisce false interviste televisive. Nel frattempo i piccoli Paolo e Rita, figli del Meletti, e diversi loro amichetti, avvicinano l'oggetto misterioso e prendono contatto con Thomas, il suo bizzarro abitante. Figlio di un mercante di cannoni, Thomas ha rubato un mirabolante razzo e, anziché bomba per la guerra totale, lo ha reso un enorme dolce semovente nei cieli. Luisa Lombardozzi, magnate della cioccolata, non essendo riuscita a piegare i bambini per una pubblicità a suo favore, fa pressioni su Diomede affinché usi delle forze repressive sui piccoli e sulla loro torta. Ha così inizio una guerra alla quale i fanciulli del Trullo si ribellano ridicolizzando il capo dello Stato, l'esercito e la polizia, nonché tutto il sistema imperialista.
da qui

...il film si ispira all'omonimo racconto che Gianni Rodari compose tra gli scolari della scuola elementare Collodi della Borgata del Trulllo e pubblicò per la prima volta a puntate sul "Corriere dei Piccoli" nel 1964. Diversi registi italiani, impegnati in una riflessione critica sulla cultura borghese e sul sistema capitalistico, hanno trovato stimolo nella commistione di tematiche sociologiche, fantapolitiche e fantascientifiche realizzando opere, spesso, interessanti e originali (tra le quali La decima vittima, Omicron, H2S, L'invenzione di Morel). Il film di Del Fra (qui all'esordio nel lungometraggio a soggetto) tenta la discutibile rilettura di una favola moderna pensata per i ragazzi ai tempi della guerra fredda, per riutilizzarla come adulta invettiva contro le tentazioni reazionarie e militaristiche della società degli anni '70. L'operazione appare strumentale e intellettualistica e mortifica la sincerità delle intenzioni. Privo dell'ironia sottile e del gioioso gusto della citazione che caratterizza la pagina di Rodari, il film si risolve in una traballante metafora ideologica animata da una galleria di caricature che neppure il mestiere degli interpreti solleva dalla banalità.
da qui




Io sono un sognatore,
ma non sogno solo per me:
sogno una torta in cielo
per darne un poco anche a te.

Una torta di cioccolato
grande come una città,
che arrivi dallo spazio
a piccola velocità.

Sembrerà dapprima una nuvola,
che si fermerà su una piazza,
le daremo un’occhiatina
curiosa dalla terrazza…

Ma quando scenderà
come una dolce cometa
ce ne sarà per tutti
da fare festa completa.

Ognuno ne avrà una fetta
più una ciliegia candita,
e chi non dirà”buona!”
certo dirà “squisita!”

Poi si verrà a sapere
(e la cosa sarà più comica)
che qualcuno s’era provato
a buttare una bomba atomica,

ma invece del solito fungo
l’esplosione ha provocato
(e per ora nel mio sogno)
una torta di cioccolato.