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sabato 22 marzo 2025

Daguerréotypes – Agnès Varda

cinema-verità per Agnès Varda.

la regista abitava in rue Daguerre e i suoi vicini, gli esercenti dei negozi della via, sono i protagonisti del film.

Agnès Varda dà loro la parola, quegli immigrati nella capitale, lavorano sodo e danno un contributo al benessere parigino, non quello della moda, ma quello dei cittadini semplici.

Noi li vediamo e li ascoltiamo, e ci affezioniamo sembrano i negozianti della nostra infanzia.

un film da non perdere, promesso.

buona (magica) visione - Ismaele



 

 

QUI il film completo con sottotitoli in italiano, su Raiplay

QUI il film completo, con sottotitoli in spagnolo

 

 

Daguerréotypes è il ritratto di una Parigi antieroica, dimessa e lontana da ogni celebrazione, priva di scorci di patinata bellezza. Ci ricorda quella di Edward Hopper, che per tre volte si è recato nella capitale francese per dipingere con assoluta libertà e solitudine, senza condizionamenti e senza entrare – al pari di altri giovani aspiranti artisti americani – in qualche atelier. Come dalle figure di Hopper, così dallo sguardo di Varda emerge una sottile inquietudine, immersa in un contesto urbano e familiare, dove emerge tutta la malinconia, il silenzio ostinato, la ricostruzione di una memoria indelebile ma nebbiosa.

da qui

 

Le concept est aussi simple que farfelu et attachant : Agnès Varda s'est mis en tête d'aller interroger les artisans et commerçants de son quartier, dans le 14ème arrondissement de Paris, dans un périmètre d'action défini par un cercle centré sur son appartement et de rayon égal à la longueur du câble électrique de sa caméra. En résulte une galerie de portraits terriblement attachants, en prise directe avec le Paris des années 70... qui ressemble à tout sauf à Paris. Avec ses cadrages en longue focale qui se concentrent presque exclusivement sur ses sujets, Varda élimine l'arrière-plan et constitue une mosaïque de têtes et d'accents colorés. Les Parisiens de la rue Daguerre sont des types (et des "typesses", comme Agnès) qui viennent d'Aquitaine, de Bretagne, de Normandie, d'Auvergne et de Tunisie. Sans éléments de contexte, impossible d'imaginer qu'on se trouve au centre de la capitale…

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sabato 17 dicembre 2022

Les glaneurs et la glaneuse (La vita è un raccolto) - Agnès Varda

due film (Les glaneurs et la glaneuse (La vita è un raccolto) - Agnès Varda Les glaneurs et la glaneuse... deux ans après - Agnès Varda) mostrano spigolatrici e spigolatori, raccoglitori degli avanzi dopo il raccolto e anche dopo la vendita.

molte perdone, per motivi ideologici, economici, etici, vivono, almeno in parte, degli "avanzi".

la grandezza di Agnès Varda  è di cercarle e farcele conoscere, queste persone, con una sincerità, sorriso e umanità invincibili.

provate a cercare quasti film, e conoscerete persone che non pensavare di poter conoscere, persone come noi, sorelle e fratelli, persone che non inquinano, non fanno del male, spesso umiliati e offesi.

grazie, Agnès Varda! 

buona (piena di speranza e fiducia) visione - Ismaele


 

 

…Pratica antica, la “spigolatura” è da tempo immemorabile il connotato di un consorzio umano che ha saputo dare dignità anche ai suoi lati peggiori.

E’ ciò che intende Varda, e per far questo si fa aiutare dalla pittura andando a “spigolare” nei musei le tele perdute di Jules Breton e Jean-François Millet, bellissimi dipinti di un ‘800 segnato dai colori caldi del crepuscolo, quando il lavoro termina, o dal sole vangoghiano di meriggi agresti quando la fatica ferve.

Quelle contadine intente alla “spigolatura” sono piccole dee di un mondo scomparso, ninfe dei boschi, Driadi e Amadriadi che completano il lavoro dei campi.

Quello che raccolgono non sa di rifiuto, spazzatura, miseria.

Eppure miseria c’era, e tanta, ma non si avverte l’assenza di un’etica solidale, c’è il calore di un’umanità in cui vivere insieme sembrava ancora cosa buona e giusta.

Non è possibile senza rabbia vedere intere pagnotte di semi pregiati finire in cassonetti da cui sarebbero state triturate nelle discariche senza gli “spigolatori”, o rosse e gialle mele che sarebbe stato meglio non sottrarre ai loro rami.

Le immagini di Les glaneurs et la glaneuse hanno un potenziale fortemente provocatorio, rivoluzionario, sono una denuncia forte, un atto d’amore, “ un grillo su un mucchio di spazzatura”.

Venti anni fa…

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…In "The Gleaners and I," she has a new tool--a modern digital camera. We sense her delight. She can hold it in her hand and take it anywhere. She is liberated from cumbersome equipment. "To film with one hand my other hand," she says, as she does so with delight. She shows how the new cameras make a personal essay possible for a filmmaker--how she can walk out into the world and without the risk of a huge budget simply start picking up images as a gleaner finds apples and potatoes.

"My hair and my hands keep telling me that the end is near," she confides at one point, speaking confidentially to us as the narrator. She told her friend Howie Movshovitz, the critic from Boulder, Colo., how she had to film and narrate some scenes while she was entirely alone because they were so personal. In 1993 she directed "Jacquot de Nantes," the story of her late husband, and now this is her story of herself, a woman whose life has consisted of moving through the world with the tools of her trade, finding what is worth treasuring.

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De todos los medios de comunicación que hoy en día nos rodean quizás ninguno como el cine documental para mostrarnos aquella parte de la realidad que más acusadamente lejana y ajena nos puede resultar. El medio televisivo, con su inmediatez y su dimensión de producto de consumo, nos puede llegar a inmunizar contra esa sensibilidad necesaria que se llega a requerir para conmovernos a la hora de enfrentarnos a esas situaciones de injusticia social que campan a nuestro alrededor, invocando un dejá vu en los noticiarios, donde el drama colectivo de millones de seres humanos parece frivolizarse al intercalarse estas tragedias entre los eternos bloques de información deportiva (perdón, futbolística). Sin embargo, este género cinematográfico que inmortaliza el presente nos deja muy frecuentemente pequeñas joyas, sublimes aportaciones que nos posibilitan reconocer el mundo que habitamos, reflexionando sobre él y tratando de dar respuestas a las inquietudes que nos abordan e incomodan. Suponemos que con esta filosofía nació en el año 2000 de la cabeza de la veterana realizadora francesa Agnès Varda el documental titulado Los espigadores y la espigadora (Les glaneurs et la glaneuse).


Ya desde los efímeros títulos de crédito, esas imágenes que nos introducen en la narración y que por el solo hecho de ser las primeras suelen tener una importancia primordial en todos aquellos “autores” que se precien de ser llamados como tales, observamos que estamos ante una obra que tiene pretensiones de parecer improvisada. Nos recibe la penetrante mirada de un gato, escrutadora, llena de inquietud por observar lo que le rodea y que, por tanto, parece quererla para sí la propia Agnès Varda, y su porte noble y distante (como lo será en cierta forma la actitud de la directora, que intentará retratar, y no juzgar ni hacer apologías ni proselitismos, dejando que el espectador saque sus propias conclusiones) se aposenta sobre una pantalla de ordenador en la que aparece el nombre de la productora: estamos ante el ensalzamiento de la economía de medios, de la utilización de todos aquellos elementos que están a nuestro alrededor, esperando a ser usados para alguna tarea (aunque no sea aquella para la que fueron concebidos), y esta idea parece imponerse como la filosofía sobre la cual se vertebrará el discurso capital del filme, aquel que nos habla sobre la reutilización, el aprovechamiento, la segunda vida de las cosas...

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By strict definition gleaners describes the practice of gathering crops left on the ground after the harvest, such as any grain. But that old-fashioned practice has all but given way to machines doing that job. Veteran seventysomething French New Wave filmmaker Agnes Varda (“Far From Vietnam”/”Vagabond”/”Cleo from 5 to 7”) shoots a moving humanist/social conscience documentary that gets its title from an 1867 painting by Jean-Francois Millet entitled that “Les Glaneuses” (“Women Gleaning”). It shows three peasant women in a wheat field, stooping to pick up what’s left behind after the harvest. Inspired by this painting Ms. Varda, with her digital video camera in her hand, tracks down modern-day gleaners across France and interviews them whenever possible…

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Fastosi relitti - J.Prevert

Un giorno

Kor Postma scriveva a un amico

uno di quelli che amano i suoi dipinti

giacché egli non dipinge che ciò che ama

Tu sai che la mia pittura non vuole niente di magistrale

d'importante e che cerco di dare una vita più reale a

cose insignificanti, povere, semplici, dimenticate e getta via...

Piume e piante

oggetti sperduti provati

canne secche legate slegate e spezzate

e farfalle sparpagliate

Vecchia trappola e nuova ciliegia

scarti di sughero vestiti come uccelli

Vestigia di terra e di mare di gioia e di miseria

di luce e di vento

Segnali di morte segni di vita

viventi e fragili rovine

figure di rebus teneri enigmi segreti pubblici

Fastosi relitti e favolosi avanzi

rifiuti del bello e cattivo tempo

nelle reti dell'Olandese Volante

a Sanary

dove il pittore affettuosamente li ha sorpresi

nella loro ardente ed incantevole inerzia

sorpresi e raccolti in piena realtà

vale a dire in pieno sogno in pieno desiderio in pieno mistero

in pieno oblio

Là dove la vita non cessa di sciogliersi in lacrime

che per scoppiare in singhiozzi

Là dove la terra dall'orizzonte funebre

sonnecchia sotto l'occhio solo del sole

e poi piangendo dal ridere si sveglia di soprassalto

suoi fiori i suoi mendicanti i suoi uccelli

e fa cantare

Non lontano da li

nelle Alpi Marittime

una bambinetta

come il pittore sulla sabbia

ritrova nel paesaggio della sua testa

cose venute non sa da dove

cose di tristezza e di festa

d'altrove e di dovunque

E queste cose la mia ragazza le dice cantando

Finite le belle barche d'un tempo

finite finite

sono rotte in piccoli pezzi

mai più mai più avranno

una goccia d'acqua

in vita loro

Sono ridotte in mille pezzi

in minuscole fascine

affinché brucino bene

E l'elefante fa un goccio di pipì

È la festa del Montone all'aglio

è ora d'andare a mangiare

dice Cortese il cane povero.

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lunedì 6 aprile 2020

Nausicaa – Agnès Varda

Il film è stato girato nel 1970 per la televisione francese, non fu mai mandato in onda per motivi politici (traduzione: censura), fu proiettato nel 1971 a Bruxelles e poi se ne sono perse le tracce, era sparito. Meno male che a Bruxelles ne avevano fatto una copia, e da pochi anni si può rivedere.
Finzione, documentario e inchiesta si confondono, in Francia arrivano esuli politici dalla Grecia, sotto la dittatura dei colonnelli. Gli esuli vengono ospitati nelle case dei francesi solidali e disponibili. Sembrano fatte ieri le interviste ai turisti a cui non importa quale sia il regime sanguinario che governa la Grecia, a loro non interessa la politica, interessa l’Acropoli e i resti delle città di duemila anni fa, in questi tempi la risposta dei turisti che visitano la Turchia non è diversa, a noi non interessa la politica.
E quindi il film è un film politico, diverso da tanti altri, ed è sorprendente riconoscerne l’attualità, cinquanta anni dopo.
Una curiosità, in una scena appare Gerard Depardieu, quando pesava cento chili di meno.
Fatevi un regalo, guardate Nausicaa – Ismaele



QUI il film completo, in francese con sottotitoli in inglese



Véritable rareté dans la filmo de Varda, Nausicaa nous parle de la Grèce et de ses problèmes non point financiers à l'époque mais purement politiques, mon Colonel. Varda varie comme elle sait si bien le faire interviews d'exilés, d'artistes grecs et de quidam français ayant visité la Grèce (un ciel absolument superbe... Pour le reste, vous savez, moi la politique...), mini sketches allégoriques (plus ou moins réussis) dont l'un notamment sur la démocratie bafouée par les colonels ass-ass-ins, ou encore mise en scène autobiographique de son propre passé et de celui de ses parents... Tout cela s'entremêle sans que la voix off de la miss Varda n'ait besoin de se faire trop entendre, la cinéaste ne prenant jamais son spectateur pour une tuile. On retrouve avec plaisir "en guest star" Depardieu en sauvageon hirsute (un épisode découvert dans Les Plages d'Agnès) voulant voler les livres d'art de la jeune Agnès (interprétée par la fraîche France Dougnac...) alors étudiante au Louvre ("les jeunes veulent la révolution mais dès qu'on s'attaque à leur petite possession"... Ah sacré Gégé), la réelle Agnès encore toute jeune (elle n'a jamais vieilli, soyons franc) interrogeant un Grec qu'elle avait logé chez elle par le passé ou encore Myriam Boyer, la collocataire d'Agnès, dans son tout premier rôle... Moins anecdotique, l'hommage protéiforme et sincère d'Agnès pour ce pays dont son père est originaire (et dont il a tenu sa fille éloignée)…

…Tourné pour la télévision française, ce long métrage moitié documentaire et moitié fiction, dans le plus pur style de Varda, est au cœur d’une histoire politico-rocambolesque qui mérite encore d’être tout à fait éclaircie. Ce qui semble sûr, et qu’annoncent les cartons du prégénérique aujourd’hui, c’est que le film disparut de la salle de montage où il était en train d’être terminé : sans tambour ni trompette, l’ORTF avait fait le ménage. Nausicaa ne fut jamais diffusé, ni même finalisé. Par miracle, une copie trouva refuge à la Cinémathèque de Belgique. Et voici donc que cette œuvre censurée refait surface. Mais qu’avait donc fait Varda pour mériter ça ?
Ecrit en 1967, Nausicaa tourne autour d’une date : le 21 avril de cette année-là. Le jour du putsch des colonels en Grèce, le début de la dictature. Quand le tournage commence, beaucoup d’intellectuels ont déjà dû fuir le pays. Les voici devant la caméra de Varda. Elle leur donne la parole et interroge aussi des gens dans la rue, leur demande « Ça vous gêne, ce qui se passe en Grèce ? — C’est de la politique », répondent beaucoup, sur l’air de « Ce n’est pas notre affaire : nous, nous voulons voir l’Acropole ! »…

Agnes Varda’s Nausicaa (1970) is one of the late great director’s lesser-known films. Not because it is a lesser Varda, but because it was commissioned by French public television, only to not get aired and even destroyed.
Varda was never told why, but her guess is that it was suppressed for political reasons, having to do with the subject of the film, Greek exiles in France and the Greek Regime of the Colonels, a military regime ruling the country from 1967 to 1974. Though why French public television or the French government would want to silence Nausicaa remains unclear.
Nausicaa’s only public screening occurred when a workprint was shown in Belgium. Luckily, this workprint was saved in the archives of the Cinémathèque Royale de Belgique, and eventually rediscovered earlier this decade and made into a DVD so we can now all discover this lovely documentary-fiction hybrid film in which Varda gives voice to disenfranchised, exiled Greeks who fled the military regime then in place, and explores her own connection to her Greek roots through a fictional plot in which a young girl named Agnes falls for a Greek exile…

domenica 18 marzo 2018

Visages, Villages - Agnès Varda, JR

è un viaggio di due persone speciali, Agnès Varda e JR, nella Francia dei paesi, per cercare persone e le loro facce, per trasformarle in arte, tutti sono arte, sembrano dire, basta essere se stessi, semplici, sinceri, genuini.
i due registi parlano con le persone, le conoscono, e dopo avviene la magia della foto, e della stampa gigante.
potrebbe essere il film più bello dell'anno, chissà, non sapete niente, non potete immaginare, sapete solo che è un documentario, ma è un documentario con tanto cinema dentro.
è un gioiellino prezioso, non perdetevelo - Ismaele




QUI una bella intervista con Agnès Varda

Visages villages– questo gioco di parole puramente godardiano – infatti mette in scena prima di tutto la curiosa amicizia tra l’anziana Varda e il giovane JR (è lui che ha cercato lei e che ha voluto incontrarla), e lo fa con grande ironia: JR prende spesso affettuosamente in giro la Varda, e lei – nel suo ruolo di saggia vecchia/bambina – lo lascia fare.
I due si confrontano costantemente su come procedere nel film, su dove andare a viaggiare, su quali luoghi, volti e foto ragionare, costruendo così un discorso meta-cinematografico allo stesso tempo stratificato e semplice, immediato e ‘abissale’. Una mise en abyme che viene citata dalla stessa Varda, per un discorso concettuale che per l’appunto non si nasconde in simbolismi oscuri ma si palesa nella sua auto-evidenza. E infatti il disvelamento della piena consapevolezza del discorso lo si ha in un momento che è anche il più commovente del film: la Varda insiste per mettere la foto di un suo amico scomparso sulla parete di una vecchia rovina nazista della Seconda Guerra Mondiale, fatta cadere da un promontorio e conficcatasi sulla spiaggia, come un meteorite, un ricordo incancellabile e ‘scomposto’ di un passato doloroso; è lì che chiede che venga fatta questa operazione di mise en abyme (la foto, risalente a cinquant’anni prima dell’amico, tra altre rovine), ed è lì che, amaramente, deve constatare come, soltanto il giorno dopo, l’opera sia sparita, cancellata dalla forza oscura del mare. Le immagini durano per poco, ci dicono Varda/JR, ma durano comunque sempre più dei corpi e della loro caducità. E se poi le immagini muoiono, è il cinema a restare…

Visages Villages, titolo giustamente non tradotto in italiano perché intraducibile, pena perderne l’assonanza e il gioco di parole – mentre in inglese si è trovata la soddisfacente soluzione di Faces Places -, si è alleata con il fotografo-artista JR, e il risultato è di una grazia, di un incanto diffcilmente rintracciabili nel cinema di oggi. Varda conferma il suo occhio nel riprendere-catturare persone, cose, paesaggi. Nel restituire la vita nel suo farsi. E però, anche, che forza e determinazione: dal film, che è un viaggio nella Francia chiamiamola minore, dai villaggi dal Sud al Nord dell’Exagone, emerge un’indomabile Varda decisa a esplorare il paese delle industrie e delle miniere dismesse, dei cantieri sopravvissuti alla concorrenza globale, dei contadini legati alla francesità profonda. Eccola con JR, un giovane uomo tra i trenta e i quaranta che godardianamente non si toglie mai gli occhiali scuri, battere le strade di Francia sul furgone (o camper?) di lui decorato come una grande macchina fotografica. Et pour cause, poiché JR si ferma come gli ambulanti o i nomadi o gli imbonitori o i giocolieri di un tempo nelle strade, nelle piazze, bivacca, fa salire sul suo furgono abitanti e passanti, li fotografa, sviluppa e stampa i ritratti in gigantografie in bianco e nero…
Visages Villages è puro cinema che sperimenta e si interroga, che va oltre se stesso mescolando documentarismo a tracce di fictionalizzazione e narratività, e all’arte. E che questo sia opera (anche) di una quasi novantenne lascia stupefatti per freschezza di sguardo e curiosità…

Le interazioni fra i due sono i momenti più spassosi di questo piccolo grande progetto. La vincitrice del Leone d'Oro (per "Senza tetto né legge" del 1985) e il Banksy francese costituiscono una coppia inattesa assolutamente spassosa. Lei con i capelli bicolore, lui con occhiali da sole e cappello cui non rinuncia mai; si prendono in giro, si provocano, ma si capisce che c'è una grandissima sintonia fra di loro. Sintonia che probabilmente viene anche dall'essere stati degli outsider nei rispettivi ambienti: lei unica donna in un gruppo di cineasti rivoluzionari ma dalle personalità fortissime, lui street artist che è arrivato a imporsi sulla scena non solo d'oltralpe. La Varda e JR appaiono come figure bonarie e sensibili ma si capisce bene che non sono degli sprovveduti

venerdì 19 ottobre 2012

Cléo de 5 à 7 - Agnès Varda

segui Cléo e non ti stacchi più.
c'è la Parigi più bella e una storia che è una gioia per gli occhi e non solo.
e l'incursione della guerra d'Algeria.
qui c'è il Cinema, non c'è dubbio, e grazie ad Agnès Varda - Ismaele


QUI
 si può vedere il film completo, su Raiplay



 Non si può non entrare subito in sintonia con la giovane cantante Florence, detta Cléo diminutivo di Cleopatre. Inizia con le uniche immagini a colori, facendosi leggere le carte da una cartomante. Segni che non promettono nulla di buono per lei, angustiata dall’attesa delle analisi mediche: teme di avere un tumore. Cerca di ingannare il tempo a passeggio per Montmartre, passa da un’amica, il giro per Parigi si allunga, passa da casa, ha l’ennesima conferma che il suo amante è un po’ freddo. Prova una canzone, si cambia dal vestito bianco a quello nero, si trasforma (si toglie pure la parrucca) ed esce di nuovo. Guarda Parigi come se la vedesse per la prima volta, si sofferma sull’ingoiatore di rane vive, si spaventa per l’uomo che si infila spuntoni nel braccio. Va con l’amica modella dall’amante di lui, che fa il proiezionista di un cinema e gli mostra quel corto delizioso che è un omaggio a cinema muto, a Buster Keaton, Chaplin e ai Lumière con Jean-Luc Godard e Anna Karina. Attraversando il parco di Montsouris incontra un giovane soldato che sta per ripartire per l’Algeria. Entrambi hanno paura per ciò che li aspetta, parlano di tutto e nulla, di vita, arte e cinema (“non leggo mai le critiche prima di vedere un film” dice Clèo). Mi accorgo che stasera la canzone “Sans toi” che Corinne Marchand canta in primo piano è ancora più ammaliante e straziante. Mi sorprendo ancora ad entusiasmarmi quando prova i cappellini, in apprensione quando nel bar seleziona la sua canzone nel juke-box, mi commuovono le vecchie per strada con baguette sotto il braccio. Mi accorgo che quel cameracar azzardato del finale è magnifico. Mi accorgo che questo film è di un’attualità sconvolgente. Ho la conferma che quella maga di Agnès riesce sempre a toccare i cuori delle persone, i suoi racconti sembrano non rispettare nessuna regola ma ha una capacità di affabulare speciale. Ho la conferma che mi fa sempre piacere quando nei film stranieri si parla bene dell’Italia, in questo caso di Botticelli e Firenze. Tra l’altro il film fu coprodotto da Carlo Ponti.
Scopro che anche stavolta mi viene da piangere in più momenti. Il finale del film è per me sempre liberatorio, anche se starei a vedere anche Cleo dalle 5 alle 5 del giorno dopo. Peccato solo che la visione mi sia stata disturbata dal pensiero che sarei dovuto essere altrove, a scrivere. Che vedersi un film così in un festival come Cannes sia concedersi un lusso troppo grande, fuori dal ritmo frenetico di proiezioni stampa, conferenze e articoli in serie. Chiedo anch’io una foto alla bella Cleo e la porto con me. La sala stampa non è l’Algeria, ma certe volte somiglia a una trincea.
“Cleo” è un film magnifico, un film che ti segna. Un film che non smetterà mai di palpitare…

There have been many films, from Alfred Hitchcock’s Rope (1948) to Alexander Sokurov’sRussian Ark (2002), devoted to the challenge of capturing or reconstituting the experience of “real time.” Agnès Varda’s 1961 Cléo from 5 to 7—an account of an hour and a half in the life of a normally carefree young woman who is gravely awaiting a medical diagnosis—is one of them, but it dispenses with the single-camera-take concept that Hitchcock cleverly faked (and that Sokurov would heroically maintain); it is as jazzily photographed and busily edited as any more conventional narrative film. Rather, Varda seizes the kind of immediacy and tension associated, at the start of the sixties, with the cinema verité documentary movement and uses it to create a new form of fiction. Unlike traditional story films, which skip everywhere in both time and space, Varda gives us a gauntlet: every second piling up, every step traced out. And she picked the best possible site for this gauntlet walk: the Left Bank of Paris is preserved for us in all its early sixties vibrancy and diversity. Indeed, Varda once described the film as “the portrait of a woman painted onto a documentary about Paris.”…

 Prerogativa della pellicola è quella d’immergersi pienamente nella veridicità del reale; come preannuncia il titolo –Cléo dalle 5 alle 7- la Varda fa coincidere il tempo vissuto da Cléo prima del responso del medico (in realtà un’ora e mezzo e non due ore come da titolo, poiché la diagnosi è anticipata grazie all’incontro con Antoine che le fa comprendere come non si debba aspettare quando si rischia di non avere più tempo) con quello che lo spettatore impiega a vedere il film.
La storia è mescolata al reale facendo sì che il percorso di Cléo verso il raggiungimento dell’autocoscienza non avvenga in una riflessione solitaria ma attraverso un continuo confronto con il mondo; la macchina da presa si muove nelle strade in soggettiva e in tempo reale, portando così allo stremo lo stilema proprio della Nouvelle Vague di voler captare la veridicità del momento attraverso la ripresa en plein air.
Cléo de 5 à 7 è un film molto interessante che indaga nell’animo di una donna in connessione con gli agenti esterni e un visibile sempre mutabile; servendosi del cinema come mezzo dualistico che allo stesso tempo è essere occhio sul reale (come lo è una foto) e sull’irreale (grazie alla possibilità di mettere insieme una storia non vera come invece lo fosse), e, insieme, rappresenta un’interessante riflessione sul senso del tempo, di come quello cinematografico possa coincidere, volendo, con quello reale.
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