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domenica 4 maggio 2025

In the Electric Mist - L'occhio del ciclone – Bertrand Tavernier

sembra una storia già vista, ma non lo è.

un poliziotto con problemi personali (Tommy Lee Jones) si trova, contro tutti, a combattere un delinquente produttore di cinema (John Goodman) ammanigliato col potere.

ci sono omicidi di prostitute e un assassinio di un nero di 40 anni prima, che ha legame con le storie dell'oggi.

nella Louisiana, dove conta solo il potere del denaro, un poliziotto, con il sostegno della moglie (Mary Steenburgen), cerca la verità.

un film che merita, promesso, Bertrand Tavernier è come sempre un regista di serie A.

buona (poliziesca) visione - Ismaele

 

  

QUI si può vedere il film completo, in italiano

 

 

 

Stile classicheggiante e robusto (numerosi i carrelli e i dolly a salire, con movimenti di steadycam per le sequenze più fisiche), Tavernier privilegia una messa in scena basata su riprese lunghe quando si tratta di rappresentare gli improvvisi scoppi di violenza di Robicheaux (la scazzottata nel ristorante, il pestaggio nella stazione dei bus) e su inquadrature larghe quando l'essenziale della situazione va colto nell'insieme (il dialogo scritto da Tommy Lee Jones tra Robicheaux e Bootsie sul molo). Scelte di regia che si sono rivelate tra i principali motivi di disaccordo col montatore Roberto Silvi, il quale avrebbe preferito una maggiore frammentazione visiva e una maggiore sottolineatura drammatica (con più primi piani in funzione esplicativa). E scelte che, unite alla tensione crescente tra regista e produzione, hanno portato alla rottura: Tavernier è tornato in Francia e, aggiungendo 400000 euro di tasca propria, ha finito il 'suo' film col montatore Thierry Derocles. Risultato: due film diversi ottenuti dal medesimo tournage. Il primo, In the Electric Mist, è quello che ho visto e recensito; il secondo, Dans la brume électrique, è quello che in Italia non è stato distribuito (lo sarà mai?) e che, verosimilmente, dovrebbe essere un film più profondamente burkiano ed esteticamente omogeneo di questo. Al netto di 15 minuti.

da qui

 

"In the Electric Mist" è un film duro, di quelli senza troppe speranze, e meno che mai possibilità di redenzione. I personaggi sono ambigui e sgradevoli. Dave ha come unica risorsa un carattere tenace, ma la sua dipendenza dall'alcool e l'intrinseca volontà di incastrare i colpevoli, anche passando sopra le regole, lo portano assai lontano dallo stereotipo del poliziotto integerrimo in uniforme immacolata e dal cuore puro, archetipo del genere e mito americano dei tempi passati.

La storia parla di assassini, prostitute, razzismo e corruzione. Un piccolo centro del sud è sicuramente pieno di storie passate imbevute di razzismo, ma di accadimenti recenti a base di corruzione, omicidi di giovani donne e rapimenti di bambine incolpevoli, si farebbe volentieri a meno. Ma tant'è, eccoci di fronte ad un'altra delle mille storie americane, raccontata ancora una volta con mano ferma e volontà di fotografare un momento, che potrebbe esser al di là da venire, con la stessa facilità con cui è appena passato.

Tavernier opta per una narrazione asciutta, scevra da qualunque sottolineatura, lasciando solo lo spettatore davanti al duro compito di digerire una storia nera, senza che mai essa venga, anche solo per un istante, alleggerita da un qualsiasi raggio di luce.
Tommy Lee Jones è ormai da tempo l'archetipo dello sceriffo di frontiera. E la sua maschera, stanca e disillusa, si accorda bene col dolore di un personaggio che, non solo ne ha viste di tutti i colori, ma ne ha anche fatte altrettante, senza che mai lo sfiori il dubbio di esser rimasto vittima del marciume che aveva giurato di combattere. Certo il fatto che sia tratto da un romanzo di successo crea l'inevitabile confronto col lavoro originale, la cui complessità in verità, appare assai difficile da rendere sullo schermo, e non soltanto perchè parte di una serie di romanzi incentrati sulla figura del detective Robicheaux.

Ma la mano sicura del regista, e la buona scelta del cast, che funziona in sé assai meglio della storia stessa, rendono interessate un lavoro il cui contenuto non si può certo definire particolarmente originale.

da qui

 

Thriller dall'ambientazione affascinante, tutto calato nell'atmosfera nebbiosa e paludosa della Louisiana. L'intreccio è spesso intricato (con un numero di personaggi coinvolti eccessivo) e il ritmo lento, ma si lascia seguire, grazie al sapore piacevolmente retrò dell'operazione. Tommy Lee Jones offre un'interpretazione di primo livello, nella parte (a lui congeniale) del detective rude e sbrigativo; ma è bravo anche Goodman nel suo sgradevole ruolo. Musiche blues azzeccate, finale un po' sbrigativo.

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domenica 8 agosto 2021

The Homesman - Tommy Lee Jones

ennesimo western che ha una sua ragione d'essere, Tommy Lee Jones è bravo a mettere insieme tante stelle in piccole parti, e lui e Hilary Swank sono bravissimi.

una storia con poche sparatorie, ma con dosi di infelicità e violenza immancabili, e una vendette implacabile, contro brutta gente affarista e capitalista.

una storia diversa, di donne pazze e che impazziscono non si  parla mai, o quasi, nei film western, qui sono le protagoniste.

buona (triste) visione - Ismaele


 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

 

In The Homesman Hilary Swank è una donna anomala, per gli standard del west e del western: proveniente dalla civile New York, vive sola negli aspri Territori del Nebraska, ha 31 anni ed è già una zitella; perfino il suo vicino non vuole sposarla, preferendo partire per l'est in cerca di moglie.
Eppure Mary Bee Cuddy è forte e determinata, ma anche gentile e premurosa: sarà lei, a sostituire i maschi riluttanti alla guida della difficile missione di portare via, presso una chiesa in Iowa, altre tre donne meno fortunate di lei; tre donne che hanno perso il senno dopo aver perso i propri figli, o di fronte alla violenza della terra come a quella degli uomini.
E proprio a un uomo - incontrato per caso, un cinico lupo solitario senza (vero) nome, interpretato dallo stesso regista - Mary chiederà aiuto e supporto in questa impresa.

Il viaggio di The Homesman, allora, è quello del femminile che invita il maschile a partire con lei, a condividere e avere esperienza del male che ha generato, a comprendere un mondo e un modo che non ha mai incontrato realmente prima. E proprio perché il femminile, nel film di Jones, riconosce la necessità e le caratteristiche del maschile, quest'ultimo ne sarà inevitabilmente contagiato. Il viaggio di The Homesman allora (semplicemente, eppure con conseguenze enormemente complesse) è quello di un uomo che riesce a imparare da una donna.

Nel costruire il rapporto tra i suoi due protagonisti, nel raccontare una mutazione che non è solo figlia della comprensione e dell'empatia, ma che deve passare per un trauma e con lo specchio di ciò che era per farsi completa, Tommy Lee Jones è così lineare ed essenziale da arrivare diritto al cuore del racconto e degli spettatori. E allo stesso modo, quasi spietato, lo è nel raccontare il dolore e la follia delle tre donne che viaggiano verso est, le loro cause, l'origine di ferite tremende che non potranno mai cicatrizzarsi…

da qui

 

…Le ambiguità, le cose non dette, le figure marginali ma sempre presenti delle tre pazze. Sembra quasi che "The Homesman" lavori di sottrazione non solo sul piano visivo e formale ma anche nella capacità di dipanare completamente il suo potenziale. Il minimalismo della messa in scena e il suo essere per lunghi tratti un "on the road" nel West, lascia sopite le contraddizioni dei vari personaggi, che rimangono come incompleti. La fase centrale della pellicola è quella che soffre maggiormente della reiterazione di situazioni che si ripetono senza particolare forza: scene tendenzialmente monotone e solo qua e là qualche sequenza da ricordare (lo scontro di Briggs con il cowboy che cerca di portare via una delle pazze). Emerge anche una sorta di razzismo nei confronti degli indiani, menzionati solo quando rubano loro un cavallo o additati di rubare gli indumenti dei morti (cosa che in realtà fa anche il nostro Briggs nei confronti di un indiano). Queste potenziali situazioni "di contorno" vengono appena accennate perchè lo sguardo rimane sul viaggio verso l'Iowa, che però finisce per essere un freno che tiene bloccate delle potenzialità che rimangono inespresse. Diciamo che "The Homesman" è uno di quei film che non piaceranno a coloro che cercano ritmo e varietà.

L'opera di Tommy Lee Jones regista torna sul tema del viaggio come scoperta di se e si riallaccia al precedente "Le tre sepolture" di cui ricalca lo schema, senza riuscire a raggiungere quella carica drammatica ed emotiva. "The Homesman" è un condensato di varianti, tra humor nerissimo alla fratelli Coen, tempi mutuati da Hawks, western classico e moderna ricerca visiva. Non ci sono eroi e non c'è salvezza. E' il West. Tommy Lee Jones lo racconta con un cinema stratificato, chiuso in se stesso, antispettacolare.

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L’unica cosa sicura è che Tommy Lee Jones, nonostante l’apparenza scanzonata del suo ghigno, consegna un film di una cupezza assoluta. Uno dei più cupi degli ultimi anni. Dove non c’è più neanche spazio per una tomba, una sepoltura, una “pietra angolare”. Figuriamoci una casa, una baracca, un albergo. E il sorriso disincantato del suo George Briggs assomiglia a una confessione di estraneità irriducibile al mondo e al cinema “civilizzati”, intelligenti, dominati dai farisei senza cuore che pregano per la salvezza delle nostre anime. Ma non è detto che si debba cedere alla disperazione. Bastano un paio di scarpe nuove e una frontiera da immaginare. Sparare e ballare, nonostante tutto. Maledetto west.

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The Homesman rimane notevole finché la macchina da presa viene puntata sulla Swank. Poi si limita a intrattenere buttandosi a capofitto nei grandi temi del genere: onore e vendetta. Magnifica una sequenza di venti minuti in cui il protagonista entra in un albergo per affittare un paio di camere e sfamare le tre donne che sta scortando. L'accesso all'hotel gli viene negato. E lui scatena letteralmente l'inferno.

Punto vincente del film è il cast pieno di attori eccellenti: onore dunque al direttore di casting che ha messo insieme Meryl Streep, James Spader, il grande John LithgowTim Blake Nelson e William Fitchner. Il grande problema sta invece nella confezione visiva: se è vero che la bellezza dei paesaggi deve essere tenuta in conto quando si ha a che fare con il Western, è anche vero che la fotografia di Rodrigo Prieto è troppo pulita. Una cartolina perfetta. Talmente lucida che si percepisce la presenza della troupe dall'altra parte di ogni singola inquadratura. 

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L'attore Tommy Lee Jones torna dietro la macchina da presa (la sua prima volta era stata con Le tre sepolture, del 2005) per dirigere un film ambientato in un'atmosfera western (siamo nel Nebraska del 1855) coniugata al femminile, in cui al centro della storia c'è una pioniera, una donna forte e determinata, non disposta a scendere a compromessi con il predominio maschile e che per questo sarà condannata a una difficile vita in solitaria. Nella polverosa ambientazione western, Lee Jones muove la sua storia giocando con i suoi protagonisti e infliggendo all'uomo (per contrappasso) il frutto del male inflitto di principio alla donna. Seguendo questo acuto schema sarà infatti proprio la figura del ‘miscredente' (inteso qui come persona priva di qualsivoglia valore) a portare avanti - suo malgrado - un gesto di aiuto in grado di mettere a rischio perfino la vita. Il fuoco del film è tutto sulla figura di una donna vittima di una società maschile che la vorrebbe umile e servile (e allora sì che andrebbe facilmente in sposa) mentre la presenza di un carattere forte e di un cervello pensante la estrometteranno facilmente dallo schema societario. A rafforzare questo quadro sociale tutto a scapito del sesso femminile vi sono poi anche le tre donne impazzite, divenute bambole o streghe da esiliare, che non hanno sopportato la perdita del bestiame (Theoline), la perdita dei figli (Arabella) o le continue violenze inflitte dal marito (Gro). Lo stoicismo di Mary Bee diverrà dunque parte integrante della voglia di difendersi salvaguardando la dignità della donna, troppo facilmente abbandonata e messa da parte. D'altro canto anche la brutalità e il menefreghismo dell'uomo saranno (in parte) riabilitati dall'incontro con la donna, che nel suo estremo sacrificio compirà il suo ultimo atto di altruismo, dando alle tre donne la possibilità di trovare la propria strada e all'uomo di essere quell'Homesman che altrimenti non sarebbe mai stato. Sembra un film d'epoca eppure non lo è, perché racconta l'incipit di una battaglia al femminile lunga migliaia e migliaia di anni/miglia e che va avanti ancora oggi (pur se con termini e tempistiche assai diversi).

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Jones gira la prima ora di film divinamente, con inquadrature da pelle d’oca e una cura per ogni dettaglio in scena quasi maniacale, per poi perdersi sul finale per dare più spazio alla storia rispetto all’aspetto tecnico.
Storia che per due ore procede lenta e inesorabile verso il suo finale, trasportando lo spettatore in un viaggio nel pericoloso west con una compagnia non proprio “nella norma”, ma a cui inesorabilmente ci si affeziona e si diventa amici. Lo spettatore cresce insieme ai due protagonisti, cresce con loro e ne comprende i problemi e le ansie. Mary Bee è una donna all’apparenza forte, ma che porta dentro di se un disagio immenso, nascosto per anni agli occhi del mondo, ma che questo viaggio in compagnia del vecchio burbero porterà alla luce. George Briggs, all’apparenza un uomo privo di valori, non può più evitare di nascondere il lato più tenero e amorevole di se stesso e lo fa emergere nella maniera più controversa e vendicativa di sempre.
Jones, dunque, gira un film che, anche se a tratti può risultare imperfetto, racchiude la semplice storia di due persone comuni che si trovano a dover vivere un’avventura insieme che li trasformerà, a volte tragicamente, in persone nuove.
Un film che vi farà commuovere anche grazie alla bellissima colonna sonora di Marco Edward Beltrami.

Per concludere, “The Homesman” è un gioiellino da guardare un’infinità di volte, con gli occhi sempre lucidi, e cuore aperto verso le immense praterie del west.

da qui

 

Un western stanco, inesorabilmente lento, ma non di quella lentezza magniloquente e ieratica alla Sergio Leone. Lento per consunzione interna, insufficienza di energie creatrici. Che poi oggi il western è genere impraticabile, ormai zombizzato, replica mortuaria del proprio glorioso passato. Al massino, come han fatto i furbi Coen con Il grinta, puoi tentare la strada del citazionismo e del cinema virgolettato e occhieggiante. Tommy Lee Jones invece al western sembra crederci ancora, purtroppo. Forse si era illuso che questa fosse una storia anomala, una storia che usa i codici e le convenzioni del genere per parlar d’altro, ad esempio di uomini versus donne con la solita guerra dei sessi, per esempio di follia. Ma non è bastato. Una dura e tosta farmer di una qualche parte del West neo colonizzato, senza marito e però ansiosa di trovarlo tanto da offrirsi in moglie a un vicino non proprio sveglissimo, si incarica per conto della comunità di riportare all’Est tre donne variamente colpite dalla follia, variamente impazzite, compresa una madre che ha ucciso il proprio figlio…

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mercoledì 15 agosto 2012

The Sunset Limited - Tommy Lee Jones

film per la tv, con due interpreti d'eccezione.
tratto dal libro (qui) di Cormac Mc Carthy, che ha bisogno di più letture.
profondo, intenso, senza scampo.
da vedere e rivedere - Ismaele


Un linguaggio estremamente moderno esprime due opposti punti di vista a confronto, che si interrogano sulle grandi questioni: la vita, la morte, la fede, il futuro dell’umanità. E il duello verbale tra i due uomini prosegue, serrato e veloce, tra picchi di comicità e abissi di disperazione, spinto dall'incalzare sanguigno del Nero e dall’equilibrismo a occhi chiusi sui precipizi del nulla del Bianco. Strategica, inoltre, è la porta del piccolo appartamento, cui il Bianco si appoggia, sfiancato. Forse, è un simbolo, ma certamente è un elemento fisico. E ciò che rivela è che è chiusa, probabilmente con varie mandate. La porta sta a significare che non c’è via d’uscita. Ed è inutile anche cercare approdi, o risposte, nel confronto esistenziale di McCarthy, portato godibilmente sullo schermo da Tommy Lee Jones, affiancato eccellentemente da Samuel L. Jackson…

Una regia asciutta ed intelligente che si limita a staccare dai continui primi piani intervallando inquadrature di oggetti, mani o di un paio di finestre senza vista. Musiche quasi del tutto assenti, le poche sopravvissute vanno a sottolineare le fasi salienti del confronto fra i due protagonisti così come gli effetti sonori fuori campo. Due monumentali prove d'attore: Samuel L. Jackson, ipercinetico e trascinatore, Tommy Lee Jones sornione in costante procinto d'esplodere. Entrambi danno vita a personaggi complessi che raramente compaiono sul piccolo schermo e riescono a renderne anche le più piccole sfaccettature tramite impercettibili sguardi e movimenti che spesso al cinema non abbiamo modo di vedere. Parlando di televisione, in definitiva, siamo dalle parti del capolavoro. Va detto che alla fine non esistono vincitori o vinti; sia il bianco che il nero, nonostante qualche titubanza, rimangono arroccati nelle loro convinzioni. "Va bene, va tutto bene." Continua a ripetersi l'uomo di colore. Ma va tutto fuorché bene. Un altro giorno sta sorgendo.

Nero, un ex galeotto poi salvato e illuminato dalla Fede cristiana, salva Bianco, un intellettuale, dal suicidio: stava per gettarsi sotto il Sunset Limited, treno passeggeri. Nero porta Bianco a casa sua, ma Bianco non è contento di essere stato salvato: voleva e vuole morire. La conversazione si svolge intorno a un tavolo, i cui lati sono come i due lati dell'Universo. Il bianco ed il nero.
Nero sembra uscirne vincitore, fino a quando la partita non si spinge oltre, in quella zona del crepuscolo dove tutto puo' essere il contrario di tutto.
Attori "mostruosamente" bravi per un film concettuale e impegnativo, che lascia il segno nella coscienza e obbliga alle riflessioni piu' profonde ed esistenziali.
Non per tutti.