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domenica 7 settembre 2025

Un Film Fatto per Bene - Franco Maresco

come fa bene al Cinema (come arte) un film che non ti aspetti, ma il Cinema (quello dei grandi produttori e distributori) preferisce i film prevedibili e incasellabili e manovrabili.

Franco Maresco si inventa una storia fatta di tanti pezzi e citazioni di film memorabili, quasi impossibile elencarle tutte, ma il frate innamorato dell'asino e la partita a scacchi fra le rovine sono indimenticabili.

le facce degli attori sono perfette per il film, come sempre.

andate a guardare Un Film Fatto per Bene e godetene tutti, finchè è possibile.

buona (speciale) visione - Ismaele

 

 

Maresco è letteralmente irrefrenabile. Fa scivolare di continuo il bandolo della matassa narrativa, lo calcia ogni volta qualche metro più avanti, si balocca sornione tra significato e significante, dissacra ogni segno possibile del sacro, deflagra in una sequenza pardon tombale dove seppellisce con una lunga carrellata su delle lapidi il cinema italiano e le ruffianerie digitali: “La tecnologia è il regno dei mediocri” e “un film di questi tempi non si nega a nessuno”. Se Bene differenziava capzioso tra talento e genio, talvolta sembra che Maresco paradossalmente ne possieda i geni di entrambi. Un film fatto per Bene è spasso impietoso e travolgente, è follia destrutturata e libera, è cinema oltre ogni stupidaggine impegnata. Dio è morto, ma Maresco ogni tanto si sente anche molto Bene.

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Maresco non ha mai temuto il conflitto, anzi lo ricerca. La tensione tra produzione e creazione, tra controllo e abbandono, diventa il cuore pulsante del suo cinema. Il suo rapporto con chi lavora accanto a lui è totale, totale come l’impegno di chi sa che la grande arte nasce solo da una forma di sacrificio e di sofferenza. E forse è proprio in questo, nel dolore creativo, che risiede il suo stile unico, dove la realtà e l’allucinazione si fondono in un’unica, feroce visione.

Un film fatto per Bene non si limita a raccontare Carmelo Bene. Quest’opera diventa il pretesto per radunare momenti parossistici e singolari del suo passato da regista, la sublimazione di tutti i tormenti di Maresco: il tempo che diventa memoria e rovina, la bellezza che nasce dall’orrore, il cinema che si fa estremo e necessario. In fondo, Maresco ci ricorda che il cinema non è mai neutrale: è un rito, una prova di resistenza, un gesto che richiede tutto di chi lo crea. E forse è proprio questo che rende il suo lavoro indimenticabile: la sua ferocia, la sua lucidità e il coraggio di non risparmiarsi mai.

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Un film fatto per Bene certifica di aver compreso fino in fondo il teatro post-artaudiano di Bene, e si pone come atto di resistenza dell’immagine contro un immateriale sempre più vacuo, ectoplasmatico, deturpante. Non è certo casuale che Maresco oltre a muoversi su/per/attorno a Carmelo Bene, citi in scena Franco Scaldati – riproponendo il lacerto di un dialogo illuminante e straziato –, assuma un altro residuo della controcultura degli anni Novanta come Antonio Rezza per replicare/negare/reinterpretare la sequenza celeberrima della disfida a scacchi tra la Morte e il protagonista di bergmaniana memoria, e si contorni di quel microcosmo palermitano che non è (come troppo stesso ipotizzato) la sua personale corte dei miracoli bensì l’enucleazione in atto umano di un concetto, di un’idea, dell’ideologia di non appartenenza a un mondo che non va sfiorato, ma rigettato con forza. In questo senso il racconto si fa eloquente, con la magniloquenza dell’en plein air che si riduce dapprima a un teatro di posa e poi perfino a uno spazietto miserrimo e angusto nella sede della succitata Tvm: un ritorno a casa che non è un ripiegarsi, ma un riscoprirsi eternamente controcorrente. Così controcorrente che nemmanco una confessione può provare a fare il miracolo – che dopotutto parrebbe non esistere, l’imbracatura del santo in levitazione si rompe e il povero Bernardo crolla al suolo da un’altezza considerevole: eppure, il finale… – di ricondurre Maresco su un’ipotetica “retta via”. Di un’intelligenza sconfinata, Un film fatto per Bene è un’istantanea tragica sull’Italia culturizzata, ma anche un film comico che trascina alle lacrime per quanto si può ridere di fronte a sequenze indimenticabili, tra le quali appare impossibile non citare il lungo passaggio che vede in scena come vittima/complice del regista/carnefice Francesco Puma, alle prese con un problema gastrointestinale e interprete perfetto nel racchiudere in sé l’incrocio all’apparenza impossibile tra patetico, sublime, artistico, scatologico e comico. Franco Maresco volteggia a levature troppo alte probabilmente per l’asfittico panorama nazionale, ma la sua testimonianza di coerenza è così radicale e ghignante da trascinar via con sé l’intero palinsesto di Venezia 2025.

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Grottesco fino al sublime – Francesco, giullare di Dio (1950) flirta con Effetto notte (1973) – e consapevolmente autolesionista, usando Carmelo Bene come provocatore acustico e metacinematografico, Maresco dirige il suo film-testamento (dedicato a Goffredo Fofi, recentemente scomparso), che è anche uno spietato atto d’accusa in primis verso sé stesso, gli altri, la società, i suoi tempi e l’osceno e ripugnante mondo, eseguito con iunctura acris e una veemenza degna di Paolo di Tarso dopo la conversione sulla via di Damasco (menzione speciale per l’invettiva contro il cinema odierno su una sfilata di tombe al Cimitero di Santa Maria ai Rotoli di Palermo).

La misantropia degna di Timone l’Ateniese e il conclamato pessimismo esistenziale che lo caratterizzano, sprofondando in auto-deprecazione, alla fine però trovano un’inaspettata soluzione mistica, feroce e parodica palinodia con cui chiudere i conti coi fantasmi del passato e tirare le somme di una vita, frutto dell’inconveniente di essere nati.

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…Il meglio, allora, va cercato nel coraggio di Maresco, che anche stavolta non fa sconti a nessuno, come quando - turlupinando il minus habens Francesco Puma, assurto a critico cinematografico in una delle trasmissioni di Marzullo - di quest'ultimo dice che "in un paese normale, uno come lui potrebbe al massimo vendere popcorn in un circo". E questo basta a giustificare l'acquisto del biglietto, anche se, alla fine, resta il dubbio se il film sia un'agiografia strampalata o un funerale grottesco del cinema italiano.

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Maresco fa tutto ciò restituendoci descrizioni di forme di follia che regredisce a stadi primitivi misti a manifestazione candida tenerezza in un mondo-discarica che trova eguali stilistici solo in poche altre occasioni autoriali, come nel caso del cinema ormai purtroppo un po' perso per strada degli altrettanto geniali Jeunet e Caro in quei medesimi stilisticamente assai fertili anni '90.

Maresco invece, grazie a questo film che surclassa la maggior parte degli altri spesso ben più pompati film scelti nel Concorso di Venezia 82, torna in scena con una ritrovata vitalità d' altri tempi, che non rinnega affatto il passato, anzi lo cita apertamente, lo ripropone trovando un modo geniale per conferirgli una sua ragion d'essere in un nuovo millennio ove la vera mostruosità si cela non tanto tra l'emarginazione ed il degrado, ma ben più addentro alla vita sociale di chi appare integrato ed in lizza per proclamarsi vincente ed arrivato.

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sabato 23 agosto 2025

Mare nero – Roberta Torre

bravi tutti, ma il film non convince troppo, non riesce a coinvolgere chi guarda, resta un film freddo, ottima la fotografia, come la musica, ma...

buona (fredda ) visione - Ismaele

 

 

QUI o QUI si può vedere il film completo su Raiplay

 

  

Contro il cinema italiano della buonanotte Roberta Torre regala un’ossessione sincera sottoforma di incubo dai colori del buio, con la cupa sospensione di Twin Peaks e la stringente lucidità di Luci nella notte (un altro percorso, concreto e/o immaginario, alla cui meta è arduo ritrovarsi), e la critica ha sparato su questo film: sarà perché ignora il cappio dell’intreccio, non ha inizio né fine, consegna durrenmattianamente l’omicida a metà e si concede totalmente al dato onirico, in un finale d’antologia a tanti livelli, che rigira tra l’altro la sciabola nell’eterno, doloroso conflitto uomo/donna con paurosa efficacia. Interpreti maiuscoli, da Lo Cascio stravolto alla sfuggente Mouglalis, fotografia da camera oscura di Daniele Ciprì e infallibile base ipnotica di Shigeru Umebayashi. Una perla nera, più sfrontata e splendente dei sorrisi contraffatti che siamo condannati ad ingoiare.

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La Torre non è una regista "facile" e lo dimostra con questo film; criticabilissimo quanto volete (i punti deboli sono molti: da Lo Cascio alle ambientazioni, dalla sceneggiatura abbastanza sfilacciata alla regia un po' pretenziosa) eppure affascinante: la fotografia specialmente, con quel blu quasi irreale, è magica e le inquadrature, i giochi di sguardi ed alcune scene sono davvero registicamente memorabili (il parcheggio, il locale di scambisti). Resta il disappunto per un prodotto potenzialmente bellissimo ma reso involuto e male sviluppato.

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dove Mare nero compromette quasi del tutto la propria credibilità è sul versante drammaturgico: il trattamento ellittico e misurato della materia narrativa è clamorosamente contraddetto da dialoghi fastidiosamente forzati (la maggior parte delle conversazioni tra Luca e Veronica sono da antologia dell’improbabile) e da una recitazione spaventosamente artificiosa. La Mouglalis e Lo Cascio non soltanto non sembrano in parte, ma risultano tremendamente impostati perfino quando si lavano i denti o si rotolano sul letto accapigliandosi. Il problema purtroppo non si limita a loro: chiunque entri in una qualsiasi delle inquadrature assume automaticamente posture rigide e affettate, adeguando la recitazione all’innaturalezza dell’atteggiamento corporeo. Il culmine dell’artificiosità si raggiunge nelle sequenze ambientate nella centrale di polizia, dove gli attori ripresi frontalmente ostentano una teatralità che, anche se fosse voluta, risulta francamente irricevibile, finendo per disintegrare la credibilità residua della pellicola. È un autentico peccato, ché, a tratti, Roberta Torre mostra di saper dipingere squarci di inquietante enigmaticità a colpi di cinepresa. Restano frammenti di cinema prezioso e la sensazione di un film ferocemente irrisolto.

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Mare nero si apre sul Satiro danzate, un’antica statua sinuosa ritrovata tempo fa nel mare della Sicilia. Roberta Torre la vide poco dopo che era stata ripescata, immersa in una vasca di acido che la ripuliva, e ne rimase affascinata: «È stata un’attrazione forte, irresistibile… Ti perdi quando la guardi… Mi piaceva iniziare il film da un ritrovamento che arriva dal fondo del mare… È il ”dionisiaco“ in cui si immerge il protagonista, l’inizio del suo viaggio». Incipit suggestivo, non c’è che dire. Senonché, subito dopo, veniamo sbalzati in un’asettica realtà metropolitana, dove il protagonista, un ispettore di polizia, si immerge in un ”dionisiaco“ molto particolare, oscuro, ritroso, sadomasochistico, nel quale mescola le immagini della ragazza uccisa sulla quale sta indagando con quelle della fidanzata francese con la quale ha appena cominciato a convivere. Ambizioso e irrisolto, Mare nero non colpisce il bersaglio, non affonda nelle patologie del protagonista e del mondo che lo circonda, non riesce a renderci partecipi dei suoi dilemmi. Le sceneggiatrici (la Torre e Heidrun Schleef) osservano la psicologia maschile dall’alto e semplificano quella femminile, servite male anche dai due protagonisti, improbabili. Troppo cristallo, troppo minimalismo, troppa patinatura alla Helmut Newton (ma di seconda scelta, basti pensare alla scena, piuttosto ridicola, del partouze con la coppia borghese). Pochissima autentica ossessione.

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Film controverso e poco riuscito. Nel tentativo di firmare un noir con pretese autoriali il regista costruisce una trama dai toni cupi, artificiosamente malati, ma poco coinvolgenti. Il viaggio che il protagonista intraprende, alla scoperta della depravazione sommersa, sembra voler citare altri illustri (ma riusciti) predecessori di celluloide. Quì però tutto scade nalla banalità, nel ridicolo, nella noia. Sprecato e imbarazzato Lo Cascio.

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sabato 3 agosto 2024

Spaccaossa - Vincenzo Pirrotta

in un film del 1962, I giorni contati, di Elio Petri, si descrivono le truffe con i finti incidenti, come in Spaccaossa.

la fotografia è di Daniele Ciprì, alla sceneggiatura hanno lavorato anche Ficarra e Picone, insieme a Vincenzo Pirrotta, nel film il Vincenzo procacciatore di vittime.

un film nel quale non c'è niente da ridere, c'è una rassegnazione al male senza limiti.

un film che colpisce.

buona (assicurativa) visione - Ismaele



QUI il film completo, su Raiplay


Un macigno sempre presente sulla coscienza dello spettatore che Pirrotta segue nella sua caduta, lineare come la forza di gravità. Non c'è una profonda elaborazione, né una ricerca sofisticata; c'è l'urgenza di testimoniare di una storia presentata in modo corale, attraverso prospettive molteplici. Qui aiutano gli ottimi attori: Luigi Lo Cascio nel ruolo di un invalido cocciuto che si rifiuta di pagare, la sempre memorabile Aurora Quattrocchi nei panni di una madre "anima nera" di Munziana memoria, e poi volti affidabili come Ninni Bruschetta e lo stesso Pirrotta che si sobbarca il ruolo di protagonista.
Loro, come altri ancora, accumulano micro-storie che si sommano in un ritratto atmosferico di una città e di un sistema sociale. Disperati che si mangiano l'un l'altro, nella desolante scala di grigi di un direttore della fotografia d'eccezione come Daniele Ciprì. Mentre le porte si chiudono di fronte a valigie in procinto di cadere, l'occhio di Pirrotta rimane ben aperto sull'orrore umano, soprattutto quello che si insinua con una certa sorpresa nel rapporto tra Vincenzo e la madre: la conferma di quanto, per chi arriva farsi spaccare le ossa, non ci sia mai stato scampo.

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Nei volti delle protagoniste di Spaccaossa si dipingono tutte le possibilità dell’essere donna in una società annientata dal maschilismo e dalla sete di potere. C’è Maria, la rassegnata moglie di
Francesco, a cui Simona Malato dona tutta la compassione umana che il suo personaggio prova per quelle anime dannate, segregate nella sua dimora fino al riscatto del premio assicurativo; lei è la fortezza umana, ma fragile, costretta a obbedire agli ordini e a stare al gioco. Tanto Maria, moglie del carnefice, quanto la Patrizia di Rossella Leone, la moglie della vittima (Mimmo), restano a penzoloni nel bilancio matrimoniale e, seppur trattate in modo differente, a entrambe non resta che assistere alla tragedia, unendosi inesorabilmente a quel coro disperato e rimanendo, di fatto, come ai margini della narrazione.

Altro ruolo tocca invece alla talentuosa Selene Caramazza, che si veste di fragilità per interpretare Luisa, una ragazza tossicodipendente nei cui occhi si scorge, a un certo punto, una palese voglia di riscatto. Legata sentimentalmente a Vincenzo, sarà lei stessa vittima della “spaccatura”, invischiata in una decisione lacerante e dolorosa che la lascerà annegare verso l’irreparabile. Se Luisa è apparentemente forte e ribelle, nelle sue vene scorre la solitudine più assoluta e ogni suo passo, ogni sua scelta, sembra confermarle che non ha speranza di voltare pagina. È figlia dispersa, sorella respinta, utente (del centro di disintossicazione) derisa e, come in un triangolo perfettamente bilanciato, Luisa rappresenta nella vita di Vincenzo un ipotetico passo avanti verso la vita, l’amore, il bene che si è in grado di fare. Peccato però che a falciarlo sia proprio l’altro punto focale della sua vita, quella madre anziana incarnata da Aurora Quattrocchi che, sotto l’aura della debolezza fisica, cela un’astuta perfidia assumendo le caratteristiche umane di una madre matrigna, che prima accoglie in casa una povera sventurata e poi spinge il figlio affinché la sacrifichi.

Le donne, in Spaccaossa, è come se chiudessero un immaginario cerchio dei vinti, vomitando sulla stoffa del fato azioni che potrebbero rivoluzionare, se non il mondo, la loro condizione. Ma non c’è nessun lieto fine, in questa terra lontana dai riflettori in cui Dio resta solo imbrattato di preghiere, senza elargire miracoli. A tutti spetta di morire, realmente o in senso figurato, crocifissi a un destino che spacca parimenti le illusioni…

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…A Pirrotta se non altro va dato il merito di non aver edulcorato il mondo che vuol descrivere, la Sicilia di Spaccaossa è per certi versi fin troppo realistica, non c’è spazio per la fantasia. Non avrebbe avuto senso dipingere i protagonisti di questa tragedia come dei personaggi usciti da qualche cartone animato sopra le righe.
Spaccaossa è un film lucido, ma che non riesce fino in fondo ad essere coerente con quello che voleva descrivere, incespica nel momento in cui la narrazione non sa che scelte compiere. A chi è rivolto questo lungometraggio? Al circuito popolare o a quello d’essai? Difficile saperlo.

Purtroppo, Spaccaossa è un esordio che non suscita scalpore in quanto tratta un argomento importante, ma in modo superficiale e caotico. Gran peccato considerando il buon punto di partenza. L’augurio è che questa storia possa essere nuovamente trasposta, perché ha senza alcuna ombra di dubbio più di un elemento accattivante.

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lunedì 14 novembre 2016

Fai bei sogni – Marco Bellocchio

Belfagor me lo ricordo, faceva paura davvero.
Massimo se lo ricorda bene, la mamma lo proteggeva.
il film è sull'assenza, al protagonista manca qualcosa più della madre, gli manca un perché, e solo la dottoressa Elisa riesce a dargli una spinta decisiva a diventare un altro, non a dimenticare la madre, ma ad affrancarsi.
ci sono cose inutili nel film, le scene a Sarajevo (uno cattivo, molto cattivo, direbbe che è per dare una piccola parte a Piergiorgio, figlio di Marco Bellocchio), per esempio, ma c'è anche Roberto Herlitzka, per pochi minuti preziosi.
Massimo bambino è molto bravo, e anche da grande Massimo non delude, solo che vedere Valerio Mastandrea fuori dalla Roma popolare fa uno strano effetto. 
non è un film indimenticabile, ma nel complesso è un bel film.
Marco Bellocchio fa un film onesto, da una sceneggiatura non originale, e con interpreti che sanno il fatto loro, e un direttore della fotografia che è Daniele Ciprì.
al cinema le luci e i colori di Daniele Ciprì rendono più che a casa, secondo me.
buona visione - Ismaele






…Intendiamoci, l’argomento in sé è potente e significativo ma per poterlo narrare di nuovo (oggi) in modo veramente convincente e personale forse sarebbe servita un’impostazione meno scontata, e anche una sceneggiatura più attenta alla costruzione umana del personaggio che, ad esempio, vediamo improvvisamente giornalista sportivo e poi, altrettanto repentinamente, inviato in zona di guerra. A ciò, si aggiunge il fatto che Valerio Mastandrea, pur all’altezza (professionalmente) del compito che gli è stato assegnato (il ruolo del protagonista da adulto), non sembra proprio plausibile nei panni di un medio borghese nato e cresciuto nella Torino degli anni Sessanta e Settanta.
Fai bei sogni è, dunque, un’opera cinematografica che riesce a tenersi in piedi soprattutto grazie alla sua solidità registica, alla costruzione di alcune scene in cui l’emozione viene comunicata in modo trattenuto, alla mano di un cineasta che è in grado anche solo con alcune intense inquadrature di tenere accesa l’attenzione dello spettatore. Queste ultime sono vere, autentiche, apparizioni estetiche di un cinema di estrema importanza, quello di Marco Bellocchio, che ha dato tantissimo alla cultura visuale del Novecento (In Italia, e non solo) ma che, a nostro avviso, non sembra più possedere una tangibile spinta propulsiva.

…è potente e rivelante la scena di lui Massimo - di nuovo restio - accetta l’incarico offertogli dal direttore del giornale di rispondere ad una lettera in cui si afferma l’odio verso le madri - e in generale l’ordine costituito. Nella rubrica del giornale Massimo scrive in maniera viscerale, racconta la sua esperienza sofferta, di figlio senza madre e con desiderio di abbracci. Cosicché tutti i lettori conoscono il suo modo di esprimersi, fuori dalla sezione sportiva o di cronaca cui aveva finora lavorato. Ma ciò sigla la fine della purezza di Massimo. In questo caso ha usato la madre - e la sua morte - per ottenere un successo mediatico, seppellendola definitivamente: è ciò che infatti un altro giornalista gli fa notare, tanto che Massimo innervosito attacca il telefono in faccia.
È forse questo l’aspetto più innovativo che Bellocchio riesce ad offrire. Ovvero la capacità di denudare una propria sofferenza, per far immedesimare sì i lettori, ma aumentare anche il proprio business. È giusto usare l’esperienza intima per ottenere successo? La madre di Massimo sarebbe stata d’accordo nel sentirsi raccontata in un articolo di giornale? Se dal punto di vista giornalistico la riposta è no, lo è da quello letterario. È un omaggio ad una donna che non c’è più, ma dall'altra parte la si è usata per uno scopo anche economico - pur se attraverso la trasfigurazione letteraria.
Sono gli stessi pensieri intimi che il protagonista Massimo prova, e che Bellocchio amplifica a dismisura fino a farla diventare un’ossessione. I film che Massimo vede con la madre nutrono questo timore, da “Il bacio della pantera” a “Il gabinetto del dottor Caligari”, e ogni visione si schiudeva con un abbraccio. Fino al timore di essere catturato dalla figura demoniaca di Belfagor.
Alla domanda sulle liceità di usare il dolore privato per scopi mediatici Bellocchio non risponde, la semina. Una chiosa la offre la dottoressa Elisa mentre abbraccia Massimo: “Lasciala andare”.

Ora, si fa abbastanza fatica a capire cosa ci abbia trovato Bellocchio in questo melodramma familiare ipersentimentalista e gonfio di retorica con un protagonista orfano certo sofferente, ma pure qua e là insopportabilmente narciso e autoriferito (vogliam parlare delle scene finali quando il nostro non ha la minima parola di comprensione per la povera madre accusandola, ancora!, di averlo abbandonato?). Una storia oltretutto trasposta nel film con dialoghi al limite dell’inudibile, e con sequenze intere di cui faremmo a meno, come l’escursione nei Balcani o quella sulla collina torinese nella casa dell’amico ricco e stronzo. Per fortuna che Bellocchio c’è, ed è in grado di cavare visioni e cinema vero anche da un feuilleton tra Carolina Invernizio e Senza famiglia, per quanto aggiornato agli usi e agli psicologismi della contemporaneità italiana. Specialista nel cinematografare l’inconscio, appronta scene di un (sur)realismo più onirico che magico, dalla bara della madre che sovrasta e schiaccia il bambino al megapresepe in cui par di precipitare in un mondo parallelo. E le lezioni del sacerdote-mentore, e i percorsi misteriosi nelle vecchie case colme di libri e carte e ogni possibile soffocante arredo. E incubi e fantasmi e fantasticherie, molto giocando sul Belfagor televisivo anni Sessanta culto di mamma e figliolo. La claustrofobia familiare, così bellocchiana da sempre, trova in questo film un’altra occasione per imprigionare i personaggi e, per contagio, pure noi spettatori. Bellocchio dissemina il suo racconto di prefigurazioni, anticipazioni psichiche, premonizioni, come l’ossessione da parte di Massimo bambino, ragazzo e adulto della caduta, del precipitare, una spia di quello che sa ma non vuole ammettere di sapere. E via allora con la statuetta di Napoleone lanciata dalla finestra, con Belfagor che precipita, con il tuffo dal trampolino più alto della donna-salvatrice (una Bérénice Bejo bellissima). Come in quel romanzo psicanalitico anni Ottanta, L’albergo bianco, dove la protagonista attraverso visioni inconsce pre-vedeva e pre-sentiva quanto le sarebbe successo. Se solo Bellocchio avesse seguito con più radicalità e convinzione questa traccia di connessioni, concantenazioni inconsce, avremmo avuto un altro (e migliore) film…

Bellocchio, capace di vertiginose astrazioni e di altissimi afflati filosofici, racconta la storia di un salto nel vuoto attraverso i tuffi di Cagnotto e la caduta dell'aereo del Grande Torino sopra la collina di Superga, non mettendosi mai al di sopra di quelle "ovvietà che sconvolgono" e che sono la forza primordiale del romanzo di Gramellini perché parlano a tutti accantonando il comune senso del pudore (ma anche la spocchia da intellettuale) come si fa quando ci si scioglie nel ballo, rendendosi ridicoli e irresistibili nello stesso magico e imbarazzante istante. Le raffinate musiche di Carlo Crivelli sottolineano invece la presenza costante di un battito nascosto che viaggia in direzione contraria rispetto alla melodia di facciata, irrazionale e ingestibile come un attacco di panico, rivelatore di una verità che nessuna glassa superficiale può tenere nascosta…
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La trasposizione in pellicola di Fai bei sogni ad opera del nostro Marco Bellocchio però ha rovinato tutto come peggio non poteva. Non c’è nulla degli slanci e dello sguardo a tratti ironico riconosciuti al romanzo. Della luce che nonostante tutto, sorge. Il film procede stentato e tedioso, la sceneggiatura spezzata in lacci che non si annodano mai; nonostante la lunghezza niente e nessuno nel film “sta” nelle situazioni per il tempo sufficiente a entrarci in empatia, il montaggio passa da un decennio all'altro come a caso…

mercoledì 19 settembre 2012

È stato il figlio – Daniele Ciprì

almeno due motivi per vederlo, le facce e Toni Servillo.
tratto da un romanzo, molto bello, di Roberto Alajmo, racconta una storia, come dice Busu, un tale, che per un graffio alla macchina uccise suo padre...
da non perdere - Ismaele



Ci sono andato con parecchi pregiudizi. Mai stato un entusiasta di Cinico tv e relativo duo registico Ciprì-Maresco, magari un estimatore sì, però la passione mai. Lo spettacolo del turpe, anche se messo in scena con rigore e alto senso dello stile e della forma, mi ha sempre suscitato un qualche rigetto, che volete farci. Però. Però questo È stato il figlio m’è parso una gran riuscita, un film importante soprattutto nel non ben messo panorama del cinema italiano. Storia siciliana, di sicilianitudine assoluta per visceralità, cupi estremismi, umori, amori e disamori. Fors’anche una rischiosa galleria di cliché sulla Sicilia e sul suo degrado fisico, ambientale, morale, che se non l’avesse messa in piedi un palermitano le anime belle del politicamente correttissimo si sarebbero già scatenate. Una Sicilia torva, naturalmente criminogena, postaccio brutto, sporco e cattivo (l’allusione al film di Scola non è per niente casuale, avendo parecchi punti di contatto con questo, a partire dal familismo più darwinianamente amorale) dove ogni pietà è morta, la sporcizia si accumula ovunque, i picciotti più o meno immafiositi imperversano, la burocrazia è sadica, e dove conta solo la pura, animale possibilità di sopravvivere in un universo di sberluccicanti consumi…

Forse meno estremo da un punto di vista di impatto visivo rispetto ai precedenti lavori in coppia con Maresco, E’ stato il figlio conserva comunque una poetica disperata ma anche romantica, un tono caustico, graffiante sebbene mai gratuito o scandalistico. Un film italiano bello e importante, che non pecca né di populismo né di snobismo intellettualoide, ma che può essere preso come termine di paragone per un cinema finalmente inventivo, antiretorico e ruspante.

Busu (Alfredo Castro) è seduto in un ufficio postale, dove paga bollette altrui in cambio di un compenso. E' lui il narratore, la versione cipriana di Forrest Gump, che in attesa del suo turno racconta storie a metà tra la cronaca e la fantasia, senza curarsi della gente che si ferma, lo ascolta e se ne va. Nessuna piuma gli si posa sulle ginocchia. Piuttosto un incidente mortale, oltre la vetrata alle sue spalle. Imperturbabile come in "Post Mortem" di Pablo Larrain(in concorso due anni fa a Venezia) Castro/Busu si rivolge alla sala: "Conoscevo un tale, che per un graffio alla macchina uccise suo padre…