Visualizzazione post con etichetta Imogen Poots. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Imogen Poots. Mostra tutti i post

lunedì 15 giugno 2026

La Cronologia dell’acqua - Kristen Stewart

Kristen Stewart ha fatto l'attrice con registi molto bravi, e allora avrà pensato di fare un film anche lei.

ed è stata una scommessa riuscita, a partire da un romanzo autobiografico di Lidia Yuknavitch.

Imogen Potts, attrice sempre più brava, è Lidia, non solo la interpreta.

il film è diviso in capitoli, frammenti della vita di Linda che non è facile, a partire dal padre stupratore, e dalla madre, che sta zitta, per fortuna una sorella riesce a fuggire dalle grinfie del padre, e l'aiuterà. 

la letteratura salverà la vita a Linda, grazie anche al grande maestro e scrittore Ken Kesey* (interpretato da Jim Belushi, che un po' gli assomiglia).

un'opera prima da non perdere, secondo me (purtroppo solo in meno di trenta sale).

buona (tormentata) visione - Ismaele



…Un film fuori dall'ordinario che osa portare in scena una storia "scandalosa", raccontata nell'omonimo romanzo autobiografico di Lidia Yuknavitch, un coacervo di tematiche complesse mescolate tra loro difficile da trasporre sullo schermo. Le violenze e gli abusi in famiglia, l'incesto, i traumi infantili, la sorellanza, la sindrome di Stoccolma e quella dell'abbandono, le dipendenze, la salute mentale, il desiderio e l'indipendenza, il lutto e la sua elaborazione, la scrittura come terapia e molto altro ancora.

Sarebbero bastate poche pagine a farne un film denso, il merito di Stewart è aver voluto trasporlo tutto nella sua forma frammentaria originaria, divisa in capitoli in modo tutt'altro che tradizionale. Sin dalle prime immagini rifugge infatti ogni intento didascalico, procede per flash piuttosto: un tuffo sott'acqua, del sangue, occhi in lacrime in primissimo piano. La storia da raccontare è uno specchio rotto i cui frammenti pulsano di ricordi, e «i ricordi sono storie». Storie non sempre facili, da vivere prima ancora che da trattenere nella memoria.

Trattenere è proprio il verbo che rifugge Stewart: non trattiene nulla, mostra tutto, il suo film è un flusso inarrestabile di immagini ed emozioni. Un flusso amniotico di immagini ed emozioni che non teme l'indicibile e il conturbante. Un film drammatico coerente con il titolo: non segue alcun ordine e alcuna cronologia, se non quella dell'acqua appunto, perché è un film strabordante di liquidi: dall'acqua della piscina a quella della doccia, e poi l'alcol, la saliva, il sangue, le secrezioni femminili, il sudore, il vomito.
Un amnios liquido - che è anche narrativo - attraverso cui naviga la protagonista, un'intensa Imogen Poots che dà voce e corpo a scene emotivamente complesse, facendo sfoggio di un'ampia gamma espressiva nella sua performance…

da qui

 

…Attraverso uno stile volutamente ‘indisciplinato’, The Chronology of Water smembra le forme classiche del biopic che stavolta è pima di tutto un viaggio mentale. Suddiviso in cinque capitoli (Holding Breath, Under Blue, The Wet, Resuscitations, The Other Side of Drowning), il film è allucinato e disturbante, ma trova molteplici punti di contatto con la sua protagonista con cui condivide questa ansia di scoperta. Lo sguardo della regia diventa coincidente con quello di Lidia, un ruolo che sarebbe andato benissimo per la stessa Stewart e che invece lei affida a Imogen Potts, quasi un suo doppio che convive con l’ombra angelica della sorella interpretata da Thora Birch. In più trova una sua bellezza interiore che si manifesta anche in alcune scene che sembrano come ‘incantate’, dalla sua prima lezione al momento in cui è distesa con il compagno vicino le rotaie del treno, un paesaggio dal taglio impressionista.

Stewart ha l’impeto di un pittore. Il suo film è come composto da tanti schizzi di colore gettati sulla tela. Non cerca un proprio stile e neanche un equilibrio. Nel suo caos, anche nella sua confusione, galleggia però in quella dimensione tra la vita e la morte, la memoria e l’aldilà di Il giardino delle vergini suicide. Fa sentire il sangue nella bocca come Flaubert faceva con l’arsenico in Madame Bovary. Per questo è impetuoso, irruento, sgraziato ma brucia di passione, quella in cui c’è una fame di cinema.

da qui

 

…La película afirma el dolor como única y aislada emoción posible y da vueltas alrededor de dicha afirmación sin ser capaz de mirar más allá. Así, ante la incertidumbre que le produce el manejo de tanta agonía, Stewart introduce un tópico más en la narración y propone el “éxito” artístico —según su visión: vender muchos libros— como método de salvación (una vez más, la figura del artista recibiendo “el sentido positivo del mito”: es decir, elitismo puro escondido dentro de una narrativa pretendidamente humanista). La cronología del agua se convierte entonces en un manual para el buen escritor: sus escenas dejan de girar alrededor del dolor y comienzan a hacerlo alrededor de los problemas de Lidia para “imaginar” una estética literaria rupturista y original que condense sus emociones. De nuevo, la visión de Stewart y la de su personaje se encuentran: ambas buscan expresar formas que remitan al yo. El arte como ajustada expresión de una idea, como herramienta de indagación y conocimiento del mundo, del exterior que define el interior, es una realidad que Stewart no contempla. Y es ahí, en su incapacidad para alejarse un poco de su protagonista, en su negativa a observar la realidad histórica en la que sucede su relato, donde surge la principal insuficiencia de la película.

da qui

 

The Chronology of Water no es una historia de sanación, más bien todo lo contrario, de hecho Lidia es la principal crítica y saboteadora de sí misma. Se podría decir que la película funciona como una semblanza de autodestrucción que gracias a la sensibilidad de Ken Kesey, con su capacidad para darle confianza a la protagonista y animarla a narrar su vida, logra que los traumas se transformen en historias con las que se puede vivir, algo a lo que contribuye uno de los maridos de la mujer. Esta exploración de la memoria como laberinto subconsciente en el que se cuecen las habas del relato que nos contamos a nosotros mismos y a los demás, ya sea para mantenernos a flote o nadar, es la materia de la que está hecho este film ensayo a medio camino entre la experimentación y la improvisación que confronta agresivamente contra la complacencia y la autoindulgencia.

da qui

 

…dopo un incipit che incuriosisce e stordisce dispiace notare come il film tenda a sedersi in una posizione magari non abituale per lo spettatore medio ma comunque comoda, abituale, in grado di generare automatismi dello sguardo che passo dopo passo si fanno sempre più dichiarati. Ed ecco dunque che non si sfugge a una lunga serie di cliché, vivificati solo da questa posa riottosa che è l’anima più profonda di Stewart ma che la giovane regista deve imparare ancora a dominare. Il film procede ininterrotto come una slavina, accumulando molto, probabilmente troppo, e non riuscendo a non annaspare di quando in quando. Dispiace soprattutto che nella frammentazione ideologica della narrazione a venire soffocata sia propria la psicologia della protagonista, che può reggersi solo sulla performance di Poots ma non ha la forza per elevarsi a scavo di un trauma – che è poi come spesso accade puramente domestico. A tratti sembra quasi che la regista non provi reale empatia per questa giovane donna in grado di trovare, contro tutte le correnti, la sua via nella vita, e questo è sorprendente. Riscattano questa “freddezza” le interpretazioni di Kim Gordon – e qui si torna a ragionare sulle velleità (post)punk – e Jim Belushi, generosi e veri.

da qui





*Qual è il compito dello scrittore nell'America contemporanea? Non ne sono sicuro, ma faccio un esempio.
Uno di questi giorni starai camminando per strada e, all'improvviso, vedrai una luce. Guarderai dall'altra parte della strada e, in piedi all'angolo, vedrai Dio. Saprai che è Dio perché avrà una chioma gonfia e ricciuta contornata da un'aureola, come Gesù, avrà occhietti a mandorla come Buddha, e un sacco di spade appese al cinturone, come Maometto.
E ti dirà: - Vieni a me. Attraversa la strada e vieni a me. Oh, vieni a me, manderò le Muse a sussurrarti all'orecchio che sei il più grande scrittore di sempre, meglio di Shakespeare. Vieni a me, avranno tette come angurie e capezzoli come mirtilli. Vieni a me. Non devi fare altro che cantare le mie lodi.
Il tuo compito è rispondere: - Vaffanculo, Dio. Vaffanculo. Vaffanculo. Vaffanculo.
E' compito tuo, perché nessun altro lo farà. I nostri politici non lo faranno. Nessuno, a parte lo scrittore, lo farà. Nella storia vi sono tempi in cui vanno cantate le lodi del Signore, ma non adesso.
Adesso è tempo di dire: - Vaffanculo. Non m'importa chi era tuo padre. Vaffanculo.
E poi, tornare a scrivere.

martedì 13 settembre 2022

Tutto può accadere a Broadway - Peter Bogdanovich

un film divertente, tutto di corsa, giochi degli equivoci senza fine.

il regista è il grande Peter Bogdanovich, che sa come si fa, con attori che nelle sue mani sono bravissimi.

non sarà un capolavoro, ma che importa, un paio d'ore sulle montagne russe di un maestro.

buona (divertita) visione - Ismaele


 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

…Farsa irresistibile e travolgente fatta di un susseguirsi irrefrenabile di scambi di persona, porte di camere d’albergo che si aprono e si chiudono, amanti nascoste nel bagno e dialoghi brillanti in perfetto stile screwball, Tutto può accadere a Broadway non è solo un tenero e appassionato omaggio da parte di Bogdanovich nei confronti di quelli che riconosce come indiscussi maestri della commedia (Ernst Lubitsch, ma anche Blake Edwards), ma la riprova stessa del potere di quel cinema, un potere che il tempo non è in grado di scalfire. La dimostrazione è presto fatta: il ritmo vertiginoso, l’ingente quantitativo di risate e quel surplus di piacere che deriva dal riconoscere all’interno del film i riferimenti alla gloriosa Hollywood del bel tempo che fu, non hanno eguali in nessuna commedia statunitense contemporanea.

Non siamo però affatto dalle parti di un cinema citazionista pronto a fagocitare e rigurgitare quanto di buono è stato fatto in passato; quello realizzato da Bogdanovich con Tutto può accadere a Broadway è un atto d’amore per la settima arte e mira a celebrarne la gloria imperitura, senza rimpianti né giochi di prestigio. Se pensiamo poi che il film è stato prodotto da Wes Anderson e Noah Baumbach, fautori di questo ritorno alla regia di Bogdanovich, possiamo ben dire che Tutto può accadere a Broadway è il frutto di una cinefilia elevata alla terza potenza.
D’altronde, come ben spiegato dall’autore proprio all’interno di questa pellicola, c’è un’enorme differenza tra coloro che copiano il cinema che amano e l’amare il cinema così profondamente da spanderne tutt’intorno la magia. E che ci piaccia o no, Bogdanovich ci mette di fronte, questa volta, ad una verità non facile da digerire: non è soltanto vero, come diceva Truffaut che “i film sono più armoniosi della vita”, di fatto i film sono superiori alla vita.

da qui

 

She’s Funny that way è delirante, scanzonato, scorretto ma sempre vivo, dove la relatività delle relazioni e la possibilità che tutto nella vita possa prendere una piega inaspettata accoglie lo spettatore in un mondo interiore fatto su misura come quello della sala cinematografica. E se il mito, la leggenda, il racconto che cancella il confine tra menzogna e verità sembra il carburante che fornisce energia al linguaggio affabulatorio di Isabella, questo diventa credibile proprio quando amplifica eventi e situazioni,  perchè legittimato da quell’allucinazione consensuale che ogni volta ci salva la vita.

da qui

 

 

martedì 1 dicembre 2020

Vivarium - Lorcan Finnegan

girato tra l'Irlanda e il Belgio (quel Belgio delle nuvole di Magritte), Vivarium è un incubo senza fine.

bravissimi attori, sopra tutti Imogen Poots (già splendida attrice di Green room), in un film che per certi versi ricorda Truman Show, solo che quel film qualche sorriso te lo strappava, invece il film di Finnegan è una discesa agli inferi, senza speranza.

come i migliori horror, si inizia ridendo e scherzando, ma ci vuole poco a restare intrappolati, e noi a soffrire con e per loro due, i fidanzati che entrano in un buco nero (nessuno ha mai raccontato, per esperienza diretta, cosa c'è in un buco nero). 

"lasciate ogni speranza" potrebbe essere il sottotitolo del film, e se pensate che non potrà essere tanto terribile, alla fine cambierete idea, è sicuro.

un gran bel film da non perdere, promesso - Ismaele


 

 

…“Vivarium” è un film su tutto quello che di più osceno si cela nel sogno borghese, e non lascia alcuna speranza. Una visione consigliatissima, grazie anche alla straordinaria fotografia di MacGregor; ma con un’avvertenza: è un viaggio disperato, che vi lascerà in premio l’immagine di un’umanità vuota di vita.

da qui

 

Un film che farà riflettere su molti aspetti della nostra vita attraverso le sensazioni di questa coppia intrappolata, con la quale non sarà difficile identificarsi, soprattutto in questi tempi in cui tutti viviamo una situazione di forzato isolamento nelle nostre case.
Il terrore non arriva sotto forma di fiotti di sangue ma attraverso una corposa dose di oppressione psicologica, l’atmosfera soffocante ed esasperante è il punto di forza che sapientemente trova il suo climax alla fine, in cui lo spettatore diventa partecipe dell’angoscia vissuta dai protagonisti.

L’atmosfera è kafkiana, la scenografia ricorda Magritte con le sue strutture calde ma disumanizzate e le sue nuvole formalmente perfette, ed Hopper in alcune pose e nei colori pastello. Tutto concorre a rendere lo spettatore nudo, l’osservatore di un meccanismo di cui non si rivela lo scopo.

Vivarium non fornisce risposte – cosa che nel cinema non è richiesto né necessario – ma sicuramente fa sorgere interrogativi che appartengono all’esistenza di ognuno di noi.

da qui

 

nonostante gli sforzi e gli impeti di compassione, quello strambo bambino, diventato ormai a tutti gli effetti loro figlio, non sarà mai davvero amato.

Si direbbe che l'analisi del concetto della famiglia tradizionale e borghese sia ormai abusata nel Cinema di critica sociale e, d'altro canto, non si può ritenere Vivarium un film interamente riuscito, a causa dell'ormai inteso ripetersi dello stesso meccanismo nel secondo atto, e di un linguaggio metaforico forse fin troppo esplicito e dunque privo di qualsiasi ambiguità.

Tuttavia, il film riesce comunque a sorprendere grazie alla sua originalità, ai toni paradossali e al delineamento di un personaggio - quello del “ragazzino” - in grado di suscitare situazioni comiche e, al contempo, agghiaccianti.  

Ulteriore punto di forza è l'aspetto visivo: dalle inquadrature - volutamente - comparabili a dipinti all'ottimo uso dei colori, fino ad arrivare alla scena visivamente più interessante, dove le geometrie simmetriche si deformano e i colori si accendono nella discesa di un'Alice terrorizzata in un inferno allucinato alla Gaspar Noé, che punta a turbare lo spettatore non solo attraverso lo shock visivo, ma anche ponendolo di fronte alla realtà crudele che si cela dietro le pareti del ridente e colorato sobborgo di Yonder.

L'idea del quartiere - benché, come anzidetto, porti alla mente le numerose influenze cinematografiche - nasce prima di tutto dalla voglia di Finnegan e Shanley di fondere nel loro lavoro le molteplici fonti di ispirazione provenienti dall'ambiente che li circonda.

Come dichiarato dallo stesso Finnegan in un'intervista rilasciata alla rivista Rue Morgue, infatti, Yonder è stata modellata sulla base di un complesso edilizio irlandese abbandonato in seguito alla recessione del 2008, che li aveva particolarmente affascinati in quanto emblema dell'avidità capitalista e che era già stato al centro di Foxes, un loro precedente cortometraggio…

da qui

 

Vivarium ha un’atmosfera terrificante. La disperazione che lo pervade è nefasta, puramente horror nel senso più cupo possibile. In apparenza si presenta come una metafora della famiglia cis-etero del ceto medio composta da madre, padre e prole a carico; tant’è che si potrebbe dire che rappresenta la visione fin troppo “edgy” con cui chi ha scelto di non avere figli a volte dipinge chi invece si riproduce. E vista la situazione che presenta, è legittimo credere che Vivarium risuoni diversamente a chi ha dei bambini.

È doveroso sottolineare che Vivarium non è un raffinato trattato di sociologia ed è meglio non guardarlo aspettandosi una sottigliezza acuminata. È vero che la storia è modellata su uno stereotipo verosimile, ma il vero punto del film però non è lì, quanto nella rappresentazione di un senso di disagio e disgusto verso la vita. Il modo migliore di fruirne non è esaminare le tracce della sua eventuale metafora, ma viversi il malessere evocato dal suo surrealismo…

da qui

 

Suspense, ciencia ficción, terror, Vivarium entra en muchas categorías, en todas ellas con potencia, porque es imposible no sentir nada cuando la ves. Definida como un capítulo de Black Mirror desde su presentación en Cannes, es el tipo de película que te gusta o desearías no haber visto nunca. De cualquier forma, no podrás olvidarla.

da qui

 

…eccoci in una versione allucinata/allucinogena dei documentari Discovery/BBC/Netflix di Alastair Fothergill (the Blue Planet, Deep Blue, Planet Earth, Frozen Planet. Our Planet), narrato però da una via di mezzo fra Christopher Lee/Vincent Price e un Werner Herzog che ha appena ammazzato Klaus Kinski o viceversa e girato all'interno di un set/diorama (formicaio/alverare & terrario/acquario) costruito all'uopo, che racconta e descrive la storia di questo topos/must della Sf, lo "ZooAlieno", in cui ad essere rinchiusi nelle gabbie non sono gli animali, ma le specie senzienti dell'universo, tra cui quella umana [due esempi tra i tanti, il mit(opoiet)ico "the Cage", ovvero il pilot/n.0 di "Star Trek" (mai regolarmente trasmesso, e che sarà poi fagocitato per intero in undoppio ep. della 1a stag., con una minima e sostanziale variazione sul finale, "the Menagerie"), e il 17° ep. della 7a stag. di "Futurama": "Fry and Leela's Big Fling"], qui in un'ambientazione limitata al pianeta Terra (con incursione nel multiverso) e ad una xeno-antropomorfa non-aliena specie mimetica anuro-umanoide andro-partenogenica che sopravvive cleptoparassitando Homo s. sapiens. Un episodio di the Twilight Zone / Amazing Stories dilatato sui 90'…

da qui

 

Mezclando en un mismo combo chispazos de Spike Jonze, Michel Gondry, Richard Kelly, Terry Gilliam y David Lynch, la película ofrece una primera mitad de comedia kafkiana sutilmente lírica que luego muta en horror existencialista con un fuerte dejo de nihilismo y angustia, en especial porque la convivencia de la pareja se cae a pedazos cuando el hombre pretende castigar al mocoso encerrándolo en el auto sin comida y ella se lo impide con ahínco desde el vamos, generando un rápido distanciamiento que también parece provocar un deterioro en la salud del jardinero que va en consonancia con la aparición de un extraño libro, con el cual el purrete un día se presenta luego de ausentarse un buen rato, y con el descubrimiento por parte de ella de que el niño -como el propio Yonder en su conjunto- carece por completo de imaginación, algo que queda de relieve en su incapacidad de identificar alguna forma reconocible en las tristes e idénticas nubes que pueblan el cielo del desértico lugar: así como el primer acto coquetea con una comicidad tan cáustica como mundana que satiriza la farsa de la “familia nuclear” urbana perfecta gracias a la presencia disruptiva de un jovencito que exacerba todas las características típicas de los insoportables seres humanos a esa edad, la segunda parte del relato en cambio opta por oscurecer el tono con vistas a homologar a la enfermedad de Tom a la vejez, el cansancio, la locura y la clásica claustrofobia de un periplo burgués que pasa de idílico en los papeles a pesadillesco en la praxis, cortesía de un ciclo de explotación de nunca acabar en el que nadie se siente “realizado” a escala individual ni espiritual ni familiar ni barrial ni mucho menos social…

da qui

 

…El irlandés Lorcan Finnegan nos introduce en un mundo surrealista y distópico en una previsible  búsqueda de la felicidad que parece estamos obligados a encontrarla y no tiene que ser en todos igual. Vivarium en poco mas de hora y media consigue atrapar al espectador que empatiza con unos protagonistas donde el agobio se mezcla con la inquietud y el horror. Una película altamente adictiva que cobra aun mas interés en los tiempos que estamos viviendo.

da qui

 

Vivarium è un film dove la disperazione si fa strada poco a poco strisciando: dall’iniziale incredulità si passa allo sconforto, alla rabbia, infine a una rassegnazione desolata per cui ogni gesto diventa un automatismo privo di spinta vitale. Persino il tentativo di Tom di scavare un tunnel è soltanto l’ossessione di un uomo a cui non resta niente altro. È duro da digerire, Vivarium, perché trasmette sensazioni di angoscia molto concrete e molto attuali, e perché i due protagonisti sono personaggi molto ben scritti nella loro normalità. Viene facile affezionarsi a loro e seguire con sgomento crescente la vicenda paradossale in cui vengono coinvolti, non si sa da chi e non si sa perché.
Ecco, se siete tra quelli che pretendono una spiegazione a ogni costo, Vivarium vi lascerà con un fastidioso senso di insoddisfazione, dato che non offre spiegazioni. Ma, lo dicevamo prima, è un’allegoria, e il fatto di essere capitati in una sequenza infinita di giorni tutti uguali non ha bisogno di molte spiegazioni…

da qui

 

lunedì 27 luglio 2020

Green room - Jeremy Saulnier

una piccolo gruppo musicale cerca di fare qualche concerto, per pagarsi almeno la benzina.
un loro amico propone loro una serata, li manda dal cugino, che organizza.
accordo fatto, si parte.
nessuno dei musicisti (e di noi) ha la minima idea di cosa potrà succedere.
Jeremy Saulnier è uno che non ti fa annoiare un secondo, e la tensione non cala mai.
è un film violento, certo, ma niente di gratuito, è un lungo incubo che bisogna attraversare, non si può scegliere.
un gioiellino che poi non ti stancherai di consigliare, promesso - Ismaele









Pocas veces vivirás en una sala de cine la desesperación de sus personajes con tanta intensidad y por eso Green Room es una auténtica joya que se tiene que ver, disfrutar, sufrir y recomendar…

Green Room è un ottimo thriller che fa della semplicità il suo punto di forza, tessendo onestamente la tela di quella che risulta essere una pellicola cupa e violenta. Stilisticamente a mio avviso ineccepibile e intelligentemente di genere, è un film che appassiona e diverte, lasciando piacevolmente sorpreso e appagato chi, come me, sentiva il bisogno di poter gridare ancora una volta, come faceva da ragazzino “Nazi Punks fuck off!” sulle note dei Dead Kennedys.

Suite à l’excellent thriller burlesque "Blue Ruin", Jeremy Saulnier revient avec un nouveau film dans la lignée du précédent. Présenté à la Quinzaine des Réalisateurs, puis au festival de Deauville 2015, "Green Room" suit un groupe de punk rock qui, suite à un concert dans un camp de néo-nazis, sont confrontés à une scène dont ils n’auraient pas dû être témoins. Dès lors, Jeremy Saulnier distille une tension qui ne faiblit jamais, et ce, pendant près d’une heure.
Il faut dire que le réalisateur avait déjà fait montre d'un talent certain pour tenir son audience en haleine et, qui plus est, sans fioriture. Même si "Green Room" est un peu moins convaincant que "Blue Ruin", notamment à cause de certaines décisions des personnages allant à l’encontre du bon sens (cf. la machette contre le fusil à pompe), l’ensemble reste cohérent et maîtrisé…

Sobre todo con tres nombres, Anton Yelchin, Imogen Poots y Patrick Stewart, cuya presencia impone a todos los niveles y que tiene momentos que son sublimes, como cuando intenta calmar al grupo para que abandone la sala… Sólo con su voz ya deja claro que aquí quien manda es él. Mención especial para Macon Blair, en un secundario excelente. Y gran trabajo del guión a la hora de presentar a este grupo de “iluminados” superados por las circunstancias. Son majos, son buenos amigos, pero cuando las cosas se complican no tienen ni idea de cómo lidiar con el problema. No son capaces, esto no es una película de acción imposible en la que los protagonistas de repente se convierten en héroes. Esto es un grupo de amiguetes que se ven muy superados por las circunstancias. Y eso le aporta más verosimilitud a la historia…
…En ningún momento el director pretende darnos moralinas de ideologías mas allá del cover "Nazis Punk Fuck Off" de los Dead Kennedys que se marca el grupo punk en un concierto lleno de publico de ideología nazi. Esta escena  tiene varias lecturas, primero el amor que sentía el director por el grupo californiano y segundo y mas importante la provocación, a partir de ahí sabes que todo puede pasar y te preparas para lo que va a venir.
Fuera de ideas y pensamientos políticos la película nos cuenta una realidad en la sociedad americana, la desconfianza hacia lo desconocido y todo lo que está fuera de su entorno. El ser humano genera un odio como pocas veces podemos imaginar y eso lo vemos a través de Darcy el líder neonazi perfectamente interpretado por Patrick Stewart donde descubrimos un ser aterrador que sabe lo que quiere y como tenerlo, sus actos es un reflejo del odio hacia lo que desconoce, Darcy desgraciadamente es un monstruo muy real..