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sabato 18 aprile 2026

Miss violence – Alexandros Avranas

in una famiglia (felice?), tutti sorridono, un padre, la moglie, due figlie, e due bambine e un bambino, dei tre piccoli chi è il padre non si sa.

per iniziare una delle due bambine (gemelle) si ammazza buttandosi da una finestra.

tutto quello che succede nel film e inenarrabile, solo che succede, quando si viene a sapere, in diverse parti del mondo.

chi ha visto i primi film di Lanthimos intuisce cosa lo aspetta.

un film che merita molto, e fa soffrire di più.

buona (lasciate ogni speranza voi che guardate questo film) visione - Ismaele


QUI si può vedere il film completo, con sottotitoli in spagnolo


…Gli attori sono incredibili con, su tutti, lui, Coppa Volpi, ed Eleni con quello sguardo che dice sempre ogni cosa e quel suo modo di sedersi sul divano composta, impaurita ed indifesa.

E quello che rimane è una sensazione fortissima, uno schifo che farà fatica a togliersi.
E la tensione della madre che pulisce i coltelli è intensissima.
Ma è anche un'altra la sensazione che rimane.
Quella del volo di quell'angelo dalla finestra, quell'incipit così drammatico nasconde anche un'altra cosa.
Sarà paradossale ma quel salto verso la fine è l'unica vera azione, l'unico vero momento nel quale, a posteriori, troviamo qualcosa di giusto e vitale, quel volo verso la morte è la cosa con dentro più vita di tutto il film.

da qui


«Il dio greco della violenza» (“il Fatto Quotidiano”): è l’espressione che più ha soddisfatto Alexandros Avranas nella trasferta veneziana che gli ha procurato un Leone d’argento e la Coppa Volpi. Sigilla un film che si apre con la piccola Angelica che si butta giù dal balcone, il giorno del suo undicesimo compleanno, di fronte alla famiglia. La figlia maggiore, che ha due bimbi senza padre, è sotto psicofarmaci; quella più giovane, come la mamma, vive segregata; il capofamiglia, lo strepitoso Themis Panou, abita ogni angolo della casa con uno sguardo o un cenno: indaffarato nel procurare cibo, assolvere faccende, impartire istruzioni. E perché in quella casa non si possono aprire porte, frequentare amici, scambiarsi confidenze? La tv parla in tedesco (è ispirato a un fatto di cronaca accaduto in Germania e inoltre, come ha detto il regista, «prima o poi la Germania ci imporrà pure questo»). Lo stato sociale è tanto efficiente quanto cieco e una delle scene più inquietanti ha in sottofondo L’italiano di Cutugno («la canzone preferita da quelli che avrebbero rovinato la Grecia»). Ma è la coreografia di rituali, serrature, sguardi congelati e silenzi assordanti a parlarci di un autore che sembra conoscere bene Haneke e Fassbinder (forse anche Petrolio di Pasolini), insieme alla perfezione del movimento del film che rovescia sullo spettatore l’orrore del suo segreto nella mezz’ora finale, dopo aver alimentato con la reticenza il suo minaccioso mistero. Forse è l’opera più sconvolgente dell’anno.

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…Miss Violence di primo acchito può sembrare un film assolutamente giusto e giustificato in questo suo nobile intento di voler richiamare lo spettatore ad una riflessione profonda su ciò che troppo spesso si rivela essere una nuda e cruda realtà anche piuttosto vicina, non più tanto una lontana notizia trasmessa alla radio o distrattamente letta sul giornale. Ma Miss Violence per me non è questo. Personalmente sono molte le cose che mi disturbano di questo film, soprattutto perché si prende la briga di affrontare un tema come la violenza, ma la tratta, da un punto di vista registico, piuttosto superficialmente. Il ben noto incipit, la scena del suicidio della ragazzina durante i festeggiamenti in famiglia per il suo undicesimo compleanno, non dovrebbe lasciare dubbi: Avranas intende stupirci e lasciarci l’amaro in bocca con un film che probabilmente, si pensa, sceglierà di installare l’orrore del sopruso al centro della scena cercando di rispondere alla naturale domanda che ne consegue: Perché Angeliki ha deciso di suicidarsi e per di più con uno strano ghigno stampato sulle labbra?...

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…Girato in una maniera fintamente distaccata, Miss violence è magistrale nel muovere vissuti negativi che vanno dalla noia alla rabbia, con un senso di schifo e disagio durevole ben oltre il tempo della visione. D’altra parte, queste sobrietà narrative fatte di lentezze e silenzi sono ormai un linguaggio poco originale nel panorama dei drammi familiari di carattere estremo. Un esercizio di sofferenza che pochi potrebbero sopportare e che io, pur con una discreta esperienza di visioni al limite, credo non avrò il desiderio di ripetere.

da qui

 

…Scultore e pittore di buona fama, Alexandros Avranas è passato al cinema nel 2008 con Whitout, esperimento no-budget pluripremiato al Festival internazionale di Salonicco e mai distribuito nelle sale né uscito dai confini della sua terra. Di lui non si conosce molto, ma quello che i due lungometraggi raccontano non lascia indifferenti.
Miss Violence è un film crudele, di quella particolare forma di crudeltà che si annida dove non s’immagina e tenerezze di facciata coprono verità oscene.
Paesaggio famigliare che trasfigura in paesaggio sociale, propone quel rispecchiamento prismatico della vita dell’uomo che fu già del mito arcaico.
Il padre che concepisce e ingoia i suoi figli, la Gran Madre che li salva e il figlio della luce, Zeus, che evira il padre feroce e fa rinascere la bellezza di Afrodite nel mondo.

Manca la terza fase nel film, al tramonto della civiltà la bellezza è fuggita per sempre.

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Miss Violence riesce ad essere sia noioso che irritante, forse per questo piccolo miracolo ha ottenuto il Leone d’Argento a Venezia per la regia. Paradossalmente l’angosciante e soporifero loop di disperazione si interrompe per un’unica odiosa sequenza: l’abuso triplo ai danni della ragazzina. Insostenibile. Estraneo. Posticcio. Come uno spot pubblicitario inguardabile. Aggravato dal fatto che la ragazzina è sostituita da una controfigura. Si tratta quindi dell’unico sussulto, e fa molto male.

Poi si torna subito ai rituali dell’orrore. Fino alla inevitabile catarsi finale, che comunque non deflagra: trattasi di catarsi mesta, stanca, in pratica trasformata nell’ennesimo rituale.

Avranas avrebbe voluto mettere in scena la putrefazione dei rapporti sociali, ma qui è il cinema ad uscirne putrefatto.

E ora datemi un kolossal Hollywoodiano.

Ci ho messo dodici ore a scrollarmi di dosso questo film. 

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Film sofisticatissimo. Tanto bello quanto disturbante. Una regia perfetta, attori bravissimi, tutti al servizio di un film difficilissimo da mettere in scena. Il regista greco, invece, riesce a ricostruire un dramma, quasi impossibile solo da immaginare, con una tecnica di precisione impressionante. Coreografie, silenzi, sguardi in un contesto claustrofobico per un'angoscia che cresce fino a divorare lo spettatore.

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…Fenomenale thriller, non un inseguimento, non un cervello aperto nella solita brutalità, opera di stile, angosciosamente fine. Gli attori fanno tutto e la telecamera fa il resto nel proseguirsi dello scoperchiamento di verità su verità, ci vengono presentati episodi che però sono tasselli dell’orrore di una quotidianità la cui consapevolezza fa forse più male di qualsiasi squartamento.

Ah, per la cronaca, gli episodi sono reali, non però tutti sulla stessa famiglia, una cronaca romanzata sulla brutalità peggiore di tutte: quella della famiglia.

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lunedì 29 gennaio 2024

Poor Things (Povere creature) - Yorgos Lanthimos

la storia è semplice, forse troppo.

uno scienziato, Godwin (interpretato da Willem Dafoe), crea la donna nuova, Bella (interpretata da Emma Stone), corpo da adulta, cervello di bambino, come Candido (di Voltaire) scopre il mondo con la sua ingenuità, decisa a ottenere tanto piacere (perché farsi del male?)

e la donna nuova parte con lo spasimante Duncan (interpretato da Mark Ruffalo) alla conquista del mondo, o almeno alla conquista di una vita degna di essere vissuta.

lei è una macchina da sesso per gli uomini, lavora anche in un bordello, quasi tutti gli uomini sono dei deficienti e delle merde, quasi tutte le donne sono persone in gamba, in una storia semplice semplice.

la magia di Lanthimos è quella di fare un film che sembra un manifesto del positivismo, una storia di non amore, con sfondi e scene che sembrano uscire da un cartone animato, o qualcosa di simile, ne esce un film lungo e denso di avvenimenti, con Emma Stone (bravissima) sempre al centro della scena, ingenua,  compassionevole, e poi vendicativa, diventa una persona normale.

in fondo abbiamo visto una storia che è fiaba, ma di quelle con molti fuochi d'artificio, Bella vince sempre, tutti si arrendono a lei.

se non fosse per le scene di sesso, sarebbe un film per bambini, senza troppe complicazioni.

buona (e Bella) visione - Ismaele



...Torniamo così a Poor Things. Che è l’adattamento – o meglio la semplificazione – sul grande schermo dell’omonimo romanzo dello scozzese Alasdair Gray del 1992. L’originale è costruito sull’espediente canonico del manuscrit trouvé, alimentato e ulteriormente complicato, con gusto postmoderno, da un palinsesto di punti di vista intrecciati che si contraddicono l’un l’altro in una sorta di elevazione a potenza del meccanismo del narratore inaffidabile. 

Così, il resoconto di Wedderburn viene corretto dal diario di Bella Baxter, riportato però all’interno del racconto di McCandless, che è infine smentito dalla lettera di sua moglie Bella/Victoria. E tutto questo si regge sulla mise en abyme della ricostruzione storica da parte dell’autore Alasdair Gray (o meglio il suo alter ego), il quale, nella cornice metanarrativa, ritiene veritiera la versione fantastica di McCandless a scapito di quella realistica di Bella/Victoria, pur specificando, in apertura, che un suo amico, il “vero” artefice del ritrovamento dei “documenti” trascritti, nega la sua veridicità. L’architettura a scatole cinesi del palinsesto è l’unico vero pregio di un romanzo che troppo spesso si arrabatta per dimostrare le sue tesi politiche. 

Ma di quest’architettura nel film non c’è traccia. La sceneggiatura estrapola solo la storia di McCandless – quella secondo cui una donna riportata in vita con un altro cervello ha trovato se stessa e sposato il narratore –, facendone però la versione della stessa Bella. Nel romanzo, invece, Bella (ossia Victoria) risponde polemicamente agli uomini che hanno preteso di raccontare la sua storia al posto suo, denunciando le fantasticherie romanzesche proiettate su di lei secondo il trito schema per cui la donna è l’immagine e l’uomo il depositario dell’immaginario. La sua vicenda, nelle sue parole, non avrebbe nulla di sovrannaturale, ma sarebbe “solo” la storia di una suffragetta fuggita dalle costrizioni vittoriane e divenuta una delle prime laureate in medicina in Gran Bretagna – cosa che per gli uomini è già “fantastica” abbastanza, commenta risentita. Ma non è tutto qui, perché Gray, riprendendo la parola nel finale, lascia al lettore il dubbio se Victoria (ovvero Bella) non abbia in realtà un motivo per voler nascondere le proprie origini miracolose, a meno che lo stesso scetticismo di Gray non confermi ciò che Victoria ha detto sugli uomini, e così ad infinitum.

L’eroina del romanzo diventa un’attivista politica che, tramite le sue idee di sanità pubblica, per quanto estreme, tenta di realizzare un’utopia emancipatrice; nel film, invece, perde ingenuamente tutti i soldi dell’amante pensando di destinarli agli indigenti. Il punto sta che nel romanzo, a differenza del film, Bella non si fa soltanto consapevole di sofferenze e povertà, ma risale alle loro cause economiche e politiche. Anche la rimozione di Glasgow come ambientazione, così importante nel libro per stabilire il discorso su un tono estremamente caustico verso l’imperialismo inglese, è funzionale all’appiattimento delle rivendicazioni politiche del romanzo sulla fiaba sessuale tutto sommato rassicurante che è il film, senza accenno alle denunce anticoloniali e anticapitaliste che costituiscono le pur didascaliche tesi del romanzo. 

Oltretutto, per dipingere Bella come una Candide, vengono semplificati non solo l’intreccio e il suo personaggio, ma – ovviamente – tutti gli uomini che le stanno intorno. Nel suo creatore non c’è più l’ombra del Pigmalione satiresco immaginato da Gray e, allo stesso modo, il suo promesso sposo è solo un “alleato della causa” mansueto e comprensivo, non il fosco lettore dei romanzi che si perde in fantasie e neppure il plebeo di belle speranze, che anche una volta ottenuto il prestigio non riesce a celare il risentimento antiborghese. Nel film, l’amante libertino rapisce Bella per gelosia, portandola sulla nave da crociera per allontanarla da altri uomini, mentre nel romanzo è lei a trascinare lui in crociera per salvarlo dal tavolo da gioco, come sarà lei, più tardi, a donargli generosamente i suoi soldi perché ritorni a casa (nel film lui glieli strappa dalle mani). Per non parlare di Blessington (Christopher Abbott), scialba caricatura del nobile malvagio degna di un deteriore romanzetto d’appendice che ha poco a che vedere con il personaggio corrispondente nel romanzo. Si dirà: legittime libertà creative per il libero adattamento di una storia, e questo è indubbio. Ma sono operazioni che tradiscono una volontà precisa di eliminare clamorosamente complicazioni e ambiguità per fare una favola banale e manichea. 

In molti, sia anche per la vicinanza temporale, hanno evocato Barbie parlando di Poor Things: ebbene, in Barbie, per quanto scriverlo sia paradossale, c’è molta più complessità. Se in quest’ultimo molto si fonda sulla dialettica tra il mondo reale e un mondo di finzione e le loro compenetrazioni, in Poor Things (film) il world-building massimalista è tale da farne un universo a sé, orgogliosamente altro dal nostro. Scegliendo il registro del meraviglioso a scapito di quello del fantastico (inteso come rottura del paradigma di realtà che provoca dubbio e inquietudine, come nel romanzo) e riempiendo il mondo di Bella di animali chimerici, macchine mirabolanti e un cielo dai colori iridescenti e ultraterreni, Lanthimos apre allo stupore, non al mistero, che è ben altro.

La metafora presa alla lettera in Poor Things è quella – piuttosto problematica di per sé, sia detto per inciso – del change of mind, il cambio di mente ossia di mentalità compiuto da Bella per emanciparsi, cosa che avviene tramite lo scambio di cervelli e che, nel romanzo, la donna che si firma Victoria mette in ridicolo nella sua lettera. Anche l’idea che basti fare tabula rasa della cultura e della società per poter godere il sesso – come se esistesse un sesso assoluto al di fuori della comprensione culturale – sembra ingenua, o quantomeno in contraddizione con ciò che il regista aveva esplorato nei film precedenti. Bella, che ignora la vergogna e il senso di colpa, vive una sessualità infantile, libera e immediata, quasi l’infanzia fosse immacolata, priva di complicazioni o mŷthos

Certamente non lo era in Kynodontas, dove la sessualità rientrava nell’orizzonte extramorale dei giochi dei fratelli, adulti-bambini “idioti” a loro volta, al punto da non percepire l’inammissibilità dell’incesto: mancandogli, nel sesso, le nozioni di norma e tabù, sembravano però ignorare anche il desiderio. In Alps, il sesso faceva parte della recita, una scena tra le tante da ripetere, un’immagine mentale in cerca di simulacri sempre inadeguati. In Kinetta, il regista dava ordini meticolosi persino alle sue amanti, nel quadro di una squallida vita sessuale, come se cercasse di continuo di avvicinarsi, simulandola, a una scena madre di cui conosciamo solo imitazioni. E Steven Murphy si eccitava se sua moglie si fingeva una paziente in anestesia generale. In Poor Things è lampante la semplificazione estrema, anche su questo fronte, rispetto al percorso precedente. 

Si badi bene: non è un brutto film. La recitazione di Emma Stone, per esempio, è notevole. È però un film banale, riduzionistico, ipercinematografico in tutti i sensi, frutto di un’operazione industriale che, nella più ampia filmografia di Lanthimos, lascia perplessi. Si potrebbe essere tentati di ipotizzare un filone “essoterico”, adatto al grande pubblico, a cui fa da controcanto la linea “esoterica”: quella, per restare in tempi recenti, di Bleat (2022), cortometraggio, sempre con Emma Stone, ambientato sull’isola di Tino, nelle Cicladi, che riporta l’enfasi sul senso originario greco (e dionisiaco) della tragedia nel luttuoso “canto dei capri”. Per volontà del regista, è da vedersi solo con musica orchestrale di accompagnamento dal vivo: è quindi irriproducibile, non inquadrabile all’interno di logiche commerciali, decisamente per pochi.

Due tendenze che si devono leggere anche chiamando in causa gli sceneggiatori. I lavori esoterici (eccetto Kinetta) sono quelli scritti a quattro mani col connazionale Efthymis Filippou. Basta prendere un film da lui sceneggiato come Miserere (2018, diretto da Babis Makridis) per accorgersi di quanto fondamentale sia stato il suo apporto. Dall’altro lato, La favorita e Poor Things sono stati scritti non da Lanthimos ma da Tony McNamara (con Deborah Davis, nel primo). La favorita, dramma in costume su un triangolo di intrighi e gelosie alla corte della regina Anna di Gran Bretagna, segna l’ingresso nel mainstream e il passaggio dal perturbante al bizzarro, dal mito greco all’eccentricità britannica, dal metacinema alla cinematograficità estrema, dalla critica alla società dello spettacolo allo spettacolo visionario. Di nuovo, niente affatto un brutto film, ma un film irrimediabilmente altro rispetto alla linea qui descritta. Un prodotto industriale.

Di Lanthimos è già stato annunciato il prossimo film, Kinds of Kindness, sempre con Stone e Dafoe come interpreti principali, ma con il ritorno alla sceneggiatura del sodale Filippou. Se la recente consacrazione e l’acquisito successo internazionale vanificheranno la tendenza esoterica, o se invece Lanthimos saprà intrecciare e magari confondere e congiungere alchemicamente le due linee in un contrappunto degno del Bach che tanto ama e utilizza, come ci sarebbe da aspettarsi da un auteur che della trasgressione dei confini ha fatto il proprio tratto distintivo, è questione per ora rimandata al futuro.

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...Povere creature! ne aggiunge o consacra un'altra: la libertà. Una dimensione rischiosa, sempre sfuggente, perché, nella scienza come nell'esistenza, "è così finché non si trova un altro modo" e ancora e ancora. Una trasformazione antropologica e sociale è dunque possibile? Una reale libertà del femminile? O è solo una favola di fanta-scienza? Per rispondere, il regista greco lancia la sua Eva in un viaggio senza tempo (non è cambiato molto, nei secoli, in materia di relazioni uomo-donna), liberando contemporaneamente un'energia visiva esplosiva, che frulla suggestioni pittoriche e organiche, impressionismo ed espressionismo, esalta il racconto vittoriano dello scozzese Alisdair Grey alla base del film, la fantasia interpretativa della Stone e il lavoro immaginifico di scenografi e costumisti.

Più simile al Candido voltairiano che al mostro di Frankenstein, la creatura di Yorgos Lanthimos fa esperienza dell'abbondanza cromatica del mondo e della scarsità di empatia dei suoi abitanti, passando in rassegna un campionario maschile tragicomico (il buono, il geloso, il padre, il cinico, il crudele) che ha in comune la tendenza a volerla rinchiudere nel proprio universo, con la scusa di offrirle protezione. E si ride, con Povere creature!, della comicità più acuta: quella che non nasconde il suo lato oscuro.

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…Dunque niente di nuovo sul fronte occidentale, e ora, con Povere creature, siamo a Sofocle passando per il teatro dell’assurdo e Mary Shelley ma finendo a piè pari nel Grand Guignol.

Dispiace dirlo, ma il confronto a ritroso con La favorita, Il sacrificio del cervo sacro Alps e Kynodontas  è perdente, povere creature siamo noi spettatori che, per due ore e venti, ce lo sorbiamo in silenzio, non essendo possibile sfondare la tela del cinema e dire basta.

Con tutto il rispetto per chi lo ha apprezzato diciamo no.

Abbiamo fatto emergere questioni radicate nella cultura occidentale fin dalle sue origini.

Infatti, con la differenza che gli scienziati pazzi sono arrivati dopo, almeno dagli alchimisti, Cagliostro e compagnia, e di esperimenti chirurgici nei teatri anatomici ne abbiamo visti che basta e applicarci un tema come quello della liberazione della donna suona falso come una moneta falsa…

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…Che barba. Che noia!

Libera dai pregiudizi del suo tempo, ma prigioniera di altri stereotipi, Bella tenta goffamente di difendere un'inesistente emancipazione.

O millantata uguaglianza/ parità di genere.

Purtroppo l'emancipazione non passa attraverso un bordello parigino, dove una donna può scopare dalla mattina alla sera.

Forse la protagonista si sarebbe evoluta meglio alla Sorbonne, imparando le lingue o con un corso di fisica quantistica. 

Ma questo se mi trapianti il cervello di un feto, presumibilmente maschio, cioè grande 5 cm, forse non è contemplato dall'uomo che che lo fa! O forse lei impara le prerogative primarie di un uomo medio: calcio, calcio, calcio; al mattino sesso, sesso, sesso al pomeriggio.

Il film seppur visionario, spiazzante come è sempre Lanthimos, ricco di fotografia iridescente e luoghi iconici, in questo caso delude.

Purtroppo per noi e lui, l'emancipazione di una donna non coincide con lo sfruttamento del suo corpo!!! 

E ormai siamo anche stanchi di ribadirlo.

L'energia femminile, potente, creativa che dona la vita, ridotta al solo corpo, un mezzo, la priva degli intenti fenomenali per cui è progettata e concepita.

Ed è cosa, nel 2024, fuori moda, obsoleta e anti evoluzionista…

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Mi avvicino sempre con  circospezione e anche con un po' di timore ai film di Yorgos Lanthimos, al quale ho sempre riconosciuto la capacità di "osare" ma non sempre quella di fermarsi al momento giusto, ovvero un attimo prima di oltrepassare i limiti del buon gusto (cosa che in verità, almeno per il sottoscritto, è accaduta solo una volta con Il sacrificio del cervo sacro). Questa volta però c'è solo da applaudire, commuoversi e emozionarsi, specie se si ha avuto la fortuna di vedere Povere Creature! nel contesto della Mostra di Venezia, dove ha vinto il Leone d'oro a furor di popolo: presentato appena il terzo giorno del festival, quindi con ancora quasi tutta la rassegna davanti, è entrato fin da subito nel cuore di pubblico e critica tanto da pronosticarlo sicuro vincitore quasi "al buio".


Questo perchè Povere Creature! è una bellissima, rutilante, liberatoria favola dark per adulti, che attraverso la storia di Bella Baxter, giovane donna e novella Frankenstein, passata dalla morte alla rinascita grazie alla lucida follia di uno scienziato ripudiato dalla società (e che si fa chiamare "God", cioè Creatore), ci regala una pellicola sorprendentemente vitale, femminista e progressista. Sorprendente perchè, a dirla tutta, finora Lanthimos nel corso della sua carriera non ci era mai sembrato granchè disposto nei riguardi dell'altro sesso: nei suoi film la donna assumeva sempre (finora) le sembianze di puro oggetto carnale (come in Dogtooth, ma anche in The Lobster) oppure di spietata opportunista (come ne La Favorita). Invece in Povere Creature! il ruolo di Bella assurge a simbolo di emancipazione e liberazione (non solo sessuale ma anche patriarcale), quasi un'icona di autodeterminazione e risolutezza. E certo fa specie che nell'anno di Barbie e C'è ancora domani il film più femminista e inclusivo dell'anno lo abbia diretto un uomo, per giunta "insospettabile"...

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Se in “Barbie” la regista ha reso esplicito il tema del patriarcato e della condizione della donna, nel film di Lanthimos si giunge a trattare gli stessi argomenti senza mai nominare la parola “patriarcato” avendone comunque la presenza, in varie forme, in diverse scene. Si tratta di uomini che Bella incontra e che, in qualche modo, cercano di ingabbiarla in convenzioni, tradizioni, persino come oggetto da custodire sotto chiave.

Bella si ribella a tutto ciò scoprendo e riscoprendo i veri affetti, le relazioni che aggiungono valore e utilità alla sua vita. Vita che, da povera di cose, diventa ricca di esperienze senza alcun limite come dovrebbe essere per ogni persona.

La regia di Lanthimos è ottima e fa uso di inquadrature particolari, grandangolari, stroboscopiche e distorte proprio come il regista ha abituato i suoi numerosi estimatori. La sceneggiatura è solida, con battute e dialoghi frizzanti. L’interpretazione di Emma Stone è sensazionale e offre tutti i livelli di crescita del personaggio. Anche il cast si comporta molto bene soprattutto l’ìstrionico Willem Dafoe.

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Pobres Criaturas es un derroche de fantasía y provocación. Su director, Yorgos Lanthimos, deja patente su enorme talento y su genialidad, desmontando los estereotipos de la mujer. Brillante el trabajo de Emma Stone, quien interpreta un complejo personaje, Bella Baxter, resultando totalmente magistral. Las escenas de sexo son tan naturales, e incluso ingenuas, que para nada escandalizan, más bien al contrario, divierten y enternecen.

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“Decepción” es la palabra que mejor define a una película correcta y no mucho más como Pobres Criaturas (Poor Things, 2023), la flamante propuesta del cineasta griego Yorgos Lanthimos, uno de los pocos directores originales, inconformistas y/ o con algo para decir del insistentemente mediocre Siglo XXI. El film, el cuarto en inglés del señor luego del drama de horror El Sacrificio del Ciervo Sagrado (The Killing of a Sacred Deer, 2017) y aquellas comedias Langosta (The Lobster, 2015) y La Favorita (The Favourite, 2018), la primera de impronta absurda y la segunda palaciega/ de época, un trío en verdad magistral, se ubica en una hipotética zona cualitativa intermedia entre por un lado las dos películas minimalistas con las que se hizo famoso en el ámbito cinematográfico internacional de los festivales, Canino (Kynodontas, 2009) y Alpes (Alpeis, 2011), díptico interesante que por cierto inauguró la mejor versión de su fetiche temático para con mundos claustrofóbicos ficticios en función de los cuales los protagonistas de turno pretenden salir o entrar, y por el otro lado las faenas iniciáticas también correspondientes a su período profesional griego, Mi Mejor Amigo (O Kalyteros mou Filos, 2001) y Kinetta (2005), obras fallidas y muy poco vistas -la primera de ellas codirigida por el también protagonista Lakis Lazopoulos- que asimismo plantaron las semillas de las otras obsesiones de siempre del cineasta, sobre todo el surrealismo, la experimentación formal, el sexo delirante, la traición, los problemas identitarios, el mimetismo, el enclave hogareño como sede de batallas y ese gustito por lo macabro o lúgubre retratado desde una perspectiva arty que jamás se decide del todo entre la frialdad quirúrgica y la calidez del sarcasmo o la sátira. Pobres Criaturas retoma todas estas premisas y recursos pero sin lograr articularlas como en el pasado en un relato en verdad glorioso y dejándolas flotar en un vacío que se vuelve bastante mecánico y que sólo llamará la atención del espectador conservador y muy poco formado del nuevo milenio, ese que se sorprende con cualquier mínima anomalía y cae en un éxtasis digno de un mocoso…

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domenica 6 settembre 2020

Dogtooth - Yorgos Lanthimos

dopo 11 anni arriva in sala Dogtoothla storia è quella di una famiglia che cresce i suoi figli nell'inganno, in una reclusione dorata, senza contatti con l'esterno, che non è altro che minaccia.

libertà e sicurezza sono i due incognite da risolvere, in quella famiglia si sceglie, senza mezze misure, l'assenza di libertà in cambio della totale sicurezza, che a pensarci bene sono le due istanze del discorso, anche, politico dei nostri tempi, libertà e sicurezza, grandezze inversamente proporzionali nei discorsi politici; maggiore sicurezza in cambio di minore libertà è la promessa/minaccia dei politici di tutto il mondo.

ottimi attori, per un film ormai di culto, attori che poi hanno girato pochissimi film.

è un film politico?, si chiede qualche spettatore. 

ognuno risponda come crede, dopo aver visto il film, è in sala, per poter vedere nel posto giusto un film che sarebbe un peccato perdersi.

buona (imperdibile) visione - Ismaele


ps: mi associo al rimprovero/ironia di Arturo Ripstein, autore de El castillo de la pureza, per  non essere mai stato citato da Lanthimos, fra le fonti d'ispirazione di Dogtooth


 

 

 

A più di dieci anni dalla presentazione a Cannes è difficile non vedere (per qualcuno rivedere) Dogtooth alla luce di ciò che ha rappresentato. All’epoca, dopo Kinetta dello stesso Lanthimos e prima di Attenberg di Athina Rachel Tsangari (qui produttrice), fu l’espressione più chiara - e poi copiata, celebrata, odiata, normalizzata - del nuovo cinema greco, del suo rigore estetico e del suo ancora più sbandierato cinismo disumanizzante. Dogtooth, storia di tre giovani adulti - un ragazzo e due ragazze - tenuti prigionieri dai genitori nella loro villa con piscina, ignari del mondo oltre il giardino e cresciuti a forza di bugie su ogni pericolo in agguato all’esterno, è già in qualche modo la summa di se stesso, l’esposizione compiaciuta di un’idea di cinema e di realtà. Lanthimos dimostrava di sentirsi un Haneke più giocherellone, ostentava le geometricità delle inquadrature (fisse, immobili, calibrate) e l’uniformità delle luci monocrome solo per sabotarne la precisione (corpi tagliati, riprese notturne sgranate, scoppi improvvisi di violenza); vedeva nella famiglia repressiva lo spazio ideale per mettere in scena la crisi greca, salvo ricondurre al singolo soggetto e al suo corpo desensibilizzato l’origine di un vuoto prima di tutto di immagini e d’immaginario (Lo squalo o Flashdance come unici modelli per comprendere l’alterità, la figura letteraria dello straniero redentore e devastatore…). Più che un cult, Dogtooth è un classico contemporaneo: un film fondamentale, con cui da tempo è impossibile non fare i conti, che conteneva gli elementi del fallimento, dell’autoparodia. Soffocante, certo, e prima ancora soffocato da se stesso.

da qui

 

Gabriel Lima, padre austero e bipolare, è determinato a salvare la propria famiglia dai mali del mondo nell’unico modo che gli sembra plausibile: rinchiudendoli fra le quattro mura della magione di sua proprietà. Lui è l’unico a poter uscire, mentre i tre figli e la moglie possono muoversi solo da una stanza all’altra del “castello”, all’occorrenza puniti per un tempo deciso dal loro dio/aguzzino.

Se vi sembra di aver già sentito questa trama… bé, è così: El castillo de la pureza ha ispirato i titoli più rappresentativi della New Weird Wave greca, Dogtooth di Yorgos Lanthimos e Miss Violence di Alexandros Avranas. Un’informazione che ha iniziato a diffondersi sotterranea dal 2011, anno della candidatura all’Oscar come Miglior Film Straniero di Dogtooth,  nel momento in cui il cineasta Arturo Ripstein ha fatto pervenire a Lanthimos il polemico messaggio “I hope we’ll win” (“Spero che vinceremo”). Questo perché la Grecia non ha mai ammesso di essersi ispirata al film di Ripstein, negando persino ogni possibile influenza. Eppure El castillo de la pureza ha fatto la storia recente del cinema messicano, scuotendo all’epoca l’opinione pubblica in virtù della sua aderenza a fatti realmente accaduti. Nonostante ciò – e nonostante il regista sia stato uno dei più brillanti collaboratori di Buñuel – di questo classico del New Mexican Cinema si sono poi curiosamente perse le tracce…

"Dogtooth" è una pellicola perversa: sedendo sulla cattedra hanekiana, con diversi passaggi grotteschi e surreali, il regista greco ci presenta la vita di questo gruppo familiare in un interno come un dato di fatto, senza possibile dialettica con una realtà alternativa. La luce di Bakatatakis illumina e acceca, mentre l'occhio geometrico di Lanthimos incombe entomologico tanto sui figli quanto sui genitori, vittime del loro stesso gioco. Gioco che si perpetua fra loro e usato come sfida tra i fratelli: metafora nella metafora è l'immagine dei ragazzi bendati che cercano a tentoni di raggiungere la madre, al centro del giardino. Togliersi la benda dagli occhi è più difficile di quanto si possa pensare e, alla fine, il film va a porre degli interrogativi che percorrono da più di duemila anni la cultura occidentale. Come nel mito platonico della caverna, Lanthimos illustra il buio dell'ignoranza in una società coercitiva e autoritaria e l'orrore di scoprire una verità che rimette in discussione un intero sistema di valori e la percezione del proprio sé in relazione al mondo.

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Dogtooth è una pellicola dal sapore buñueliano, surreale nel senso più inquietante del termine: il suo satirico affondo alle mutazioni genetiche di una società che vorrebbe ritrovare le origini cancellando ogni traccia di progresso (anche linguistico) colpisce nel segno, terrorizzando con la sua violenza sorda e improvvisa, fatta di schizzi di sangue e budella esposte nella cornice rasserenante di un giardino perennemente baciato dal sole (e che la limpida fotografia di Thimios Bakatakis rende spaventosamente irreale).

In linea con l’immobilità delle esistenze che racconta, Lanthimos parla una lingua cinematografica essenziale, depurata e ridotta ai suoi elementi essenziali: macchina da presa fissa, inquadrature tagliate, personaggi collocati in fuori campo come minacciose presenze di un mondo altro, l’obiettivo puntato sui corpi dei tre giovani protagonisti, dove si concretizzano i tormenti di un’adolescenza anormale, congelata in un infantilismo perenne.Caldamente sconsigliato a soggetti impressionabili e amanti degli animali

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Yorgos Lanthimos non ha mai ammesso di aver preso più di uno spunto da questa pellicola per realizzare il suo incredibile “Dogtooth” (2009), una bugia andata di traverso proprio ad Arturo Ripstein, il quale non si è risparmiato qualche frecciatina sarcastica nei confronti del regista greco (“I hope we’ll win” fu la dichiarazione polemica del messicano quando “Dogtooth” ricevette la candidatura agli Oscar come miglior film straniero). Logico che Lanthimos abbia stravolto molte cose rispetto all’opera originaria, ma è lampante il legame concettuale tra il suo lavoro e questo “El Castillo De La Pureza”, film ispirato per giunta a una storia vera.

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…C’è uno slittamento di senso che sta al cuore di Dogtooth e dona al film profondità e grazia. Un invidiabile gioco d’equilibrismo tra i generi (formazione, black comedy, horror) e i toni (allucinato, umoristico), cinema d’atmosfera dall’immagine ricercata e l’angolazione alienante. Per proteggersi da un mondo che si fatica a capire, un uomo e una donna tagliano i ponti con la realtà e la sostituiscono con una gigantesca nevrosi. Nutrono i figli di equivoci e ogni azione che ne risulterà è una conseguenza diretta del fraintendimento iniziale. Yorgos Lanthimos estremizza con intento palesemente provocatorio e un gran gusto per il paradosso un discorso che, volente o nolente, fa parte del bagaglio di vita di ciascuno di noi. Il suo bisturi è glaciale, implacabile e perversamente divertito, e con sottigliezza riesce a produrre lo scivolamento di senso di cui sopra.

Perché se, con un po’ d’immaginazione, si sostituisce alla Famiglia (non sottovalutate la maiuscola) una qualsiasi altra delle sante istituzioni che regolano la nostra vita, lo Stato, la Religione o quello che vi pare, oltre il gruppo di famiglia in un interno ci accorgiamo che sì, Dogtooth accenna anche a qualcos’altro. Satira sferzante sulla vita di società, amara e impietosa perché smaschera le manipolazioni e le dannate idiozie che condizionano la vita dell’uomo e regolano il suo rapporto con il mondo. Se e come sarà possibile liberarsi da queste prigioni, dipenderà in parte da ciò che siamo, in parte da ciò che crediamo di essere perché così ci è stato insegnato. Il risultato finale è volutamente ambiguo. Francamente, sembra suggerire Yorgos Lanthimos, è un po’ tutto un incubo. Ma ridiamoci sopra comunque.

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È curioso notare come l’evento chiave, la svolta eversiva di una delle figlie, passi attraverso la visione di due videocassette dei film Rocky e Lo squalo che portano prepotentemente la realtà esterna, chissà quante volte immaginata, all’interno della casa. È bello pensare che proprio il Cinema permetta alla ragazza di scoprire che esiste un mondo diverso da quello che conosce, sicuramente più pericoloso ma infinitamente più interessante. Ed è forse la stessa sensazione che provarono gli ingenui spettatori dei primi spettacoli offerti dal mirabolante Cinematografo. Di fatto da qui in poi cambia tutto, da quella visione è impossibile tornare indietro, fino ad adottare il nome dello Squalo, Bruce, a differenza degli altri due figli che restano senza un nome proprio, ignorandone la funzione, poiché il grado di parentela rispetto agli altri è l’unica cosa che abbia senso conoscere per riconoscersi; per loro oltre la famiglia non esiste altro.

Visivamente Kynodontas è l’esatto contrario del clima cupo e opprimente che si respira idealmente nella casa/famiglia; per sua stessa ammissione, Lanthimos ha voluto in tal modo creare un contrasto tra i due piani e così ci troviamo di fronte a protagonisti belli esteticamente, ad una bella casa con un giardino curato, verde e rigoglioso e a giornate di sole da passare nella tonificante piscina.

Lanthimos, a dispetto del tempo e di spettatori ormai smaliziati, riesce ancora a produrre un Cinema puro, che sorprende, che crea un mondo e lo espone al pubblico, che non può far a meno di guardarlo con curiosità e sorpresa.
Ormai è chiaro, esauriti i posti esotici da esplorare, filmare e mostrare, fino a quando non saremo in grado di portare una troupe cinematografica su Marte, occorre che chi fa Cinema s’impegni a creare mondi e realtà in grado di sorprendere e affascinare il pubblico. Il Cinema muore quando non riesce ad aprire una finestra su un altro mondo.

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No podemos hablar de intriga, ni de exotismo. Canino no juega ninguna de esas bazas. Hablemos mejor de extrañeza, de personalidad. En algún chalet de un suburbio griego vive una familia. Nunca aprendemos sus nombres: Padre, Madre, Hermana Mayor, Hijo y Hermana Menor. Mientras Padre tiene un trabajo fuera de casa, el resto no puede abandonar el domicilio. Nunca. Los niños han vivido confinados durante toda su existencia, por eso siguen siendo niños aunque tengan más de veinte años. Les han enseñado a temer el mundo exterior. Amaestrados como perros por un padre sociópata, han desarrollado sus propios patrones emocionales, su propio lenguaje.

La poética del absurdo sistematiza la cotidianidad, un sutil humor negro empapa el desconcierto, algunos estallidos de seca violencia nos previenen de sentirnos cómodos. La lectura más sólida de esta fábula cruel nos lleva a al film-tesis en torno a los totalitarismos y sus herramientas de control social. Todo está expuesto con meridiana claridad en el film de Yorgos Lanthimos (censura y distorsión del lenguaje, secuestro de la libertad individual, invención del enemigo, aniquilación del intruso, etc.), quien también se preocupa por mostrar sin timidez los efectos del sistema –alienación y animalización, depravación moral...– en el extravagante comportamiento de sus personajes…

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mercoledì 4 luglio 2018

Il sacrificio del cervo sacro - Yorgos Lanthimos

non mi convince questo film, Lanthimos è bravo, gli attori sono bravi, la storia è forte, ma ancora non mi convince.
magari sarà per la totale mancanza d'ironia, tutto è troppo geometrico, senza vie d'uscita, senza imprevisti.
siamo nel 21^ secolo, ma il mito, implacabile, vince sempre.
sensi di colpa, passività, rassegnazione, impotenza vincono a mani basse, senza nessuna reazione, Steven aspetta l'ineluttabile.
il film è da vedere, e ognuno capirà se e quanto il film gli è piaciuto - Ismaele



ps1: la scelta dell'attore che impersona Martin (Barry Keoghan, bravissimo e inquietante), già universalmente conosciuto per Dunkirk e per '71 è un po' così, come fa uno di 25 anni a fingere di averne solo 17 anni?

ps2: Yorgos Lanthimos, perché non rispondi ad Arturo Ripstein (ecco il suo El castillo de la pureza)?

(Yorgos Lanthimos non ha mai ammesso di aver preso più di uno spunto da questa pellicola per realizzare il suo incredibile “Dogtooth” (2009), una bugia andata di traverso proprio ad Arturo Ripstein, il quale non si è risparmiato qualche frecciatina sarcastica nei confronti del regista greco (“I hope we’ll win” fu la dichiarazione polemica del messicano quando “Dogtooth”ricevette la candidatura agli Oscar come miglior film straniero). Logico che Lanthimos abbia stravolto molte cose rispetto all’opera originaria, ma è lampante il legame concettuale tra il suo lavoro e questo “El Castillo De La Pureza”... da qui)



…Lanthimos si dimostra ancora una volta cineasta capace di grandi intuizioni di regìa (la sequenza del primo malore del figlio, ripresa dall'alto, è magistrale per tecnica e resa scenica) ma costruisce un film pesante, ripetitivo e vuoto, che punta a sconvolgere gratuitamente lo spettatore senza curarsi di dosare bene gli ingredienti, e dove la genialità della trama (che avevamo apprezzato in The Lobster e nei film precedenti) stavolta è del tutto assente, lasciando il posto a una morbosità di fondo che finisce per stancare più che indignare, esagerando in tutti i sensi. Non ultimo, quello del buon gusto.

…non dovrebbe essere una colpa imputabile a Lanthimos quella di proporre, anche con una rispettabile coerenza, un metodo artistico figlio di uno stile riconoscibile, in fondo ogni grande maestro è passato ai libri di storia per marchi di fabbrica identificabili nella massa cinematografica, ma non sarà mica che l’impostazione autoriale dell’ateniese al di là del primo impatto sia meno solida di quel che appare? Risposta: mi assumo ogni responsabilità nel dire di sì. Prendiamo The Killing of a Sacred Deer, pur non negando un mero coinvolgimento spettatoriale dato da un livello professionale oramai altissimo unito al mantenimento di tic personali (la recitazione alienata; l’ attenzione estetica degli interni), la piena soddisfazione non è raggiunta poiché capiamo di trovarci al cospetto di quello che è più un prodotto da filiera che un manufatto autentico, ovvio, si tratta di un lavoro dalla pregiata confezione e sviante dalle frequenti banalità, ma non intacca più di tanto la nostra coscienza pur essendo estremamente caustico, sopratutto in termini di risoluzione sceneggiaturiale, sicché il problema, a mio modo di sentire, è, appunto, che non si va più in là della sceneggiatura, e non mi riferisco alle scelte che portano all’atto brutale del medico né all’atto in sé, discutibile (dal punto di vista filmico è la chiusura maggiormente fragile dell’intera filmografia) finanche iconicamente derivativo (dài, un bambino incapucciato nel salotto di casa: Haneke, mi ritorni in mente), gli scricchiolii generali provengono a monte, dalla necessità per Lanthimos di affidare il suo pensiero totalmente ed esclusivamente ad una scrittura che sappiamo avere il pilota automatico, se è vero che è meno importante il cosa del come, adesso che conosciamo a menadito il come dell’ellenico non ci divertiamo come una volta a stare al suo gioco…

…Ciò per cui il film delude, tuttavia, almeno parzialmente, è la sostanza di fondo. Le premesse sono assai interessanti; a non convincere è il punto d'arrivo. Si tratta di una pecca in cui Lanthimos incorre non per la prima volta: già "The Lobster" era, a parere di chi scrive, un film dal potenziale considerevole, tradito dall'esito involuto della conclusione cui approdava. Nel caso di questa nuova prova, il problema si avverte con fastidio ancora maggiore. Ed è proprio la pochezza delle conclusioni a gettare un'ombra retrospettiva su tutta l'operazione, che presta il fianco agli strali di chi è pronto a condannare Lanthimos per supponenza e velleità. Noi ci limitiamo a restare perplessi di fronte a quello che appare un ennesimo tentativo di épater le bourgeois, non sostenuto da una persuasiva visione morale. La "morale della storia" che si racconta in questo film - dove un chirurgo subisce la vendetta feroce del figlio di un paziente morto colpevolmente durante un suo intervento - gira attorno alla carenza di senso di responsabilità del protagonista, che per esteso vorrebbe allargarsi all'intera classe sociale di appartenenza.
Abbiamo menzionato Von Trier. Un altro nome che viene subito in mente di fronte a "Il sacrificio del cervo sacro" è quello di Haneke, e forti sono in particolare le analogie con "Funny Games". Con entrambi questi autori, Lanthimos condivide la propensione a provocare lo spettatore. Von Trier, a differenza di Haneke, ha sempre diviso molto perché il regista danese - a differenza del collega austriaco - è spesso e volentieri barocco, rischiando di eccedere e di sconfinare nel cattivo gusto. Haneke tutto il contrario: lavora di sottrazione, il suo cinema è ellittico e asciutto. Ma, quantomeno nelle loro prove migliori (non poche nel caso di Haneke), i due autori hanno da tempo dimostrato lo spessore e la complessità della visione sottesa alle loro "aggressioni al pubblico". Invece, il regista ellenico ci pare non abbia ancora convinto nel dimostrare che la cattiveria e l'acredine del proprio sguardo sia bilanciata da una prospettiva critica altrettanto intensa nei confronti del consesso umano, sociale e familiare che prende di mira.

A stupire se mai è la sontuosità registica di cui dà prova Lanthimos, se solo si pensa ai suoi primi, poveristici film. Qui la macchina da presa si muove vertiginosamente tra canyon urbani, lunghi corridoi, ampi spazi aperti (sarà per questo che tutti, anche molti stranieri, citano a mio parere a sproposito Stanley Kubrick? Ma che c’entra Kubrick con Lanthimos?), e la perizia della messinscena è sbalorditiva. Si pensi alla scena del malore del figlio ripresa dall’alto. Aggiungete un uso della musica come pieno elemento drammaturgico, con il fracasso di un treno che diventa il leitmotiv delle scene più allarmanti. Come tutti quelli che molto osano, anche Lanthimos sfiora il ridicolo e l’imbarazzante. Ma importa il risultato, che è di una potenza inaudita e squassante per il pallido cinema di oggi, e per il mondo anestetizzato in cui viviamo. Lanthimos osa dirci che non siamo al sicuro, non dalle minacce esterne, ma da quello che sta in noi, e che ogni colpa, o peccato, va pagata. Come volete che possa piacere uno così, un film così, nel tempo del narcisismo di massa e della prevalenza dell’Io e della sofferenza narcotizzata?

giovedì 23 febbraio 2017

Alps - Yorgos Lanthimos

c'è una società di gente già con problemi per conto loro (e chi non ce ne ha, direbbe qualcuno), offrono servizi personali, fingono di essere un morto, fino a che il committente non elabora il lutto, pagando s'intende.
l'aspetto inquietante è un altro, i lavoratori dell'impresa non solo si sostituiscono, rappresentano, fingono di essere qualcun'altro, ma si immedesimano, diventano quelle persone, carne, sangue e testa, al punto di non sapere più chi sono, se l'attore/attrice o il personaggio, come degli eteronimi che prendono possesso dell'attore/attrice, combattendosi per prevalere, e soffrendo.
manca il sole della Grecia, e manca qualsiasi sorriso, siete avvisati.
premetto che l'ho visto due volte, una volta sola non mi è bastata, confermo che è un film che merita - Ismaele




QUI il film completo in greco, con sottotitoli in francese


…le persone non hanno nomi propri, il gruppo Alpeis (un po’ come i figli che si ritrovavano nei personaggi dei film americani ) decide di identificarsi con i nomi dei rilievi che costituiscono la catena montuosa, questo è il primo segnale di un’allarmante disidentificazione che ovviamente si mostra spettrale e funerea con l’attività della “società” laddove la sostituzione fisica con i deceduti porta i componenti della squadra, e in particolare l’infermiera, ad forse (e chi una frantumazione irreparabile del sé, una disgregazione identitaria generata da una multi-proiezione personale che li rende tutti e al contempo nessuno, perdizione in un dedalo a-cosciente dove il fine ultimo non è il denaro ma una sorta di feticismo mosso da quella che altro non è che un’ostinata ricerca di essere qualcuno.

Un pò ho capito cosa mi affascina di Lanthimos. E' il suo tratto saramaghiano, quello di costruire vicende al limite dell'assurdo (o che lo oltrepassano) vendendocele per dati di fatto, verosimili, accettabili.
Ma quello che è davvero portentoso in questo cinema (tutto questo greco) è la capacità di emozionarti senza toccarti il cuore. C'è uno stranissimo sentimento puramente intellettivo, un disturbo che ti colpisce alla testa molto prima che allo stomaco. La freddezza con la quale i fatti vengono narrati, questa incredibile glacialità sono qualcosa di portentoso. E Lanthimnos in più riesce a creare dei soggetti del tutto nuovi, geniali.
Qua si parla di una "società" di sole 4 persone che dietro compenso "interpreta" il ruolo di persone morte, per far vivere alla famiglia più gradualmente e senza stacchi netti l'elaborazione del lutto. Il ruolo dell'"attore" è predominante…

el autor conforma un film que puede recordar un teatro, en el que los actores ensayan y reproducen una y otra vez diálogos muchas veces bizarros, por lo absurdo del momento en el que se están produciendo, pero totalmente eficaces dentro del contexto. Alps es un compendio de escenas en las que los actores (reales y ficticios) deben disfrazarse para parecer otras personas (no se nos escapa que la ropa de la enfermera es siempre la misma… su vida se ha convertido en un papel tal que incluso nos hace pensar si su padre es, realmente, su padre). Primero, observamos ese teatro desde la distancia, como los espectadores que somos de una realidad inusual, que no estamos comprendiendo. Más tarde, inconscientemente, nos vemos envueltos en esa repetición, que nos atrapa. Finalmente, sufrimos junto a la enfermera su propio y desesperado destino, en contraposición al de la gimnasta….

Lanthimos, che lo si ami o no (è tra i registi che suscitano più rigetti e repulsioni), è autore dal segno forte, riconoscibile, con il suo andare ossessivamente in cerca di distorsioni e pervertimenti dell’apparente normalità, del suo sfaldarsi nell’ignominia e nello squallore, del suo nascondere istericamente malesseri, patologie della mente, derive nella follia. Un Buñuel riadattato ai disgraziati tempi nostri, alle nostre mediocrità e medietà, del quale condivide un certo senso del grottesco e del paradosso, ma non la grazia, non la levità, non il surrealismo beffardo, e nemmeno l’anarchica distruttività. Tutto è pesante, lercio, caliginoso, irrimediabilmente condannato alla caduta in Lanthimos, in un guardare al mondo di nichilistica disperazione. Con il  sovrappiù del racconto di una normalità che scivola nel suo esatto opposto senza che quasi ce ne rendiamo conto, perché Lanthimos (con il suo fedele sceneggiatore Efthymis Filippou) mette in scena minuziosamente e ossessivamente microcosmi altri ma assolutamente coerenti e compatti, mondi a parte in cui lo scostamento rispetto alla medietà fonda a sua volta un’altra e altrettanto compatta medietà. Impassibile, il signore delle tenebre del cinema greco, altera appena le coordinate in cui tutti ci troviamo a vivere creando distopie però qui e ora, nostre contemporanee, come dietro la porta chiusa del nostro tinello, piccoli universi paralleli dominati da (il)logiche ferree e regole a loro modo coerenti benché spostate e sconnesse rispetto alle nostre. A ricordarci come ci voglia poco, anzi niente, a far deragliare i comportamenti e le relazioni tra singoli in una palude melmosa e letale…
…Il sospetto è che ci sia un compiacimento di troppo, una pulsione che in altri tempi si sarebbe detta morbosa da parte del regista-narratore-osservatore-testimone a affiondare lui stesso e pure noi spettatori nella melma, ed è questo a prenderci alla gola, non diversamente da quanto succede con la scuola viennese degli Haneke e Seidl, parenti solo più nordici di questa nuova (ex nuova ormai) onda ellenica plumbea e nera da esposizione a troppo sole. Eppure Lanthimos ci ipnotizza, tascinandoci nel gorgo dei suoi disgraziati e sgradevoli personaggi. Chi mai potrà provare un minimo di partecipazione per lo sciagurato quartetto di Alps? Due uomini e due donne, in rigorosa simmetria di genere…

Lanthimos takes another abstract aspect of society to absurd extremes after he explored separationism in Dogtooth. In this case, he is exploring the roles that people play for others, and whether people, when they die, can be replaced by actors. A group of people naming themselves after mountains in the Alps, provide such a service, replacing dead people by acting out a collection of quirks and mannerisms combined with specific phrases by which they are remembered. A nurse replaces a dead teenage girl and acts out a scene where her parents catch her with her boyfriend, or she replaces a wife and has to say something very cheesy during cunnilingus. A gymnast submits to a cruel coach and praises him even though he does nothing but threaten her, and they all pretend to be celebrities in their spare time. Except it is all delivered cold, deadpan and without emotion, making the whole thing even more absurd. Eventually though, a woman starts falling apart and matters break down when she fails to deliver her lines or does something 'wrong', whatever wong is in this context. Until the goals of the movie click you may wonder if you got the right subtitles seeing as they all talk in non-sequiturs. Then it is interesting for a while, but fails to develop or deliver anything beyond the initial idea, making it a rather cold and unrewarding, stretched-out, intellectual experiment (like a minor Haneke movie)