Visualizzazione post con etichetta Dominik Moll. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dominik Moll. Mostra tutti i post

lunedì 20 aprile 2026

Il caso 137 – Dominik Moll

tutto il mondo è paese, anche dove in teoria, come in Francia, esistono anticorpi contro  gli "eccessi" della polizia il gioco è truccato, vince sempre la polizia, longa manus del Potere.

il film racconta la lotta di Sisifo della squadra di Stéphanie (interpretata benissimo da Léa Drucker, già vista in Close, testarda contro tutti, e rassegnata, alla fine), la poliziotta incaricata dell'indagine, fa tutto bene, ma non serve, contro i poliziotti violenti mascherati, la fine è nota.

anche la registrazione dell'esecuzione del ragazzo, filmata col cellulare da un'addetta delle pulizie di un albergo di lusso (Guslagie Malanda, già vista in Saint Omer) non serve a niente, il Banco (il Potere) vince sempre.

un film da non perdere, in non troppe sale, naturalmente.

buona (drammatica) visione - Ismaele

ps: come non pensare ai poliziotti, di ogni ordine e grado, a Genova 2011, condannati, con estreme difficoltà e omertà, nei tribunali?

e poi sono stati tutti promossi, il Potere premia gli esecutori fedeli.


 

 

Il film si permette, dopo aver lavorato sui toni trattenuti ma pieni di verità di una splendida Léa Drucker, di ragionare sul potenziale di verità e menzogna intrinseco a ogni immagine – sia una foto, un video, un materiale di repertorio, un contenuto social – con la forma che si modella quasi d’istinto sulle necessità della storia. Ora poliziesco standard, ora accenno di cinema della quotidianità, di una bella forza documentaria nella ricostruzione degli interrogatori (una messa in scena pazzesca), Il caso 137 trova un efficace punto di equilibrio tra fatti e rielaborazione drammaturgica, tra sostanza – la lotta per la verità in un mondo ostile e ingiusto – e forma, quest’ultima che mai scade in pretenziosa ricercatezza. Dominik Moll ha cura, con il suo cinema, di scegliere le domande giuste, lasciando piena libertà sullo spettatore circa le risposte. Rinfrescante, potente, vero, Il caso 137 può permettersi aggettivi interessanti.

da qui

 

I gattini svuotano la mente e un po’ alla volta svuoteranno la democrazia, come dice il padre di Stéphanie in una scena. Se tutti i personaggi sono scritti magnificamente, una menzione particolare va a quello della protagonista, carattere stratificato e, come Guillaume, infine simbolo di tanti di noi: cerchiamo di fare la nostra parte, ci mettiamo tanto impegno. È sufficiente così? Il cineasta francese lascia lo spettatore con un discreto magone per le sorti poco progressive di un mondo chiuso in se stesso, in cui le posizioni non cambieranno a meno di una rivoluzione che non pare affacciarsi all’orizzonte. Siamo soli, nella frammentazione dei nostri compiti individuali, sovrintesi da un sistema inattaccabile. La regia eccellente lavora con precisione sui materiali eterogenei della contemporaneità (cellulari, schermi di pc, reel) e si esprime pienamente con un naturalismo raffinato, che si accende in scene cariche di tensione (l’inseguimento in metropolitana di Stéhpanie) e deflagra in un senso sordo di ingiustizia. Siamo tutti Guillaume, potenzialmente, siamo tutti Stéphanie, bene che vada. Il resto è una pagina tutta da scrivere.

da qui

 

Dossier 137 mescola a mio avviso fiction e realtà con intelligenza.

Oltre al palese riferimento ai veri Gilet Gialli all’interno della narrazione vengono inseriti materiali d’archivio, video di reali manifestazioni girati con gli smartphone e immagini dalle telecamere di sorveglianza, una stratificazione mediatica che dà corpo e verità al racconto e che non risulta essere un mero espediente stilistico, quanto una precisa scelta politica: mostrare la carne viva della protesta e i volti dei giovani che sfilano pieni di speranza, prima che le manganellate inizino a piovere sulle loro teste.

Tra i momenti più forti penso di poter annoverare l’incontro tra Stéphanie e Alicia, una donna delle pulizie di un hotel che diventa fondamentale ai fini della risoluzione dell'indagine: il loro dialogo, pur leggermente sopra le righe, tocca le corde profonde della sfiducia, della rassegnazione e del giustificato timore di esporsi contro un sistema che punisce chi parla e difende chi sbaglia…

da qui

 

…Para el espectador argentino el asunto recuerda a las múltiples manifestaciones contra el gobierno del neonazi y hambreador de Javier Milei y concretamente el martirio de Pablo Grillo, un fotógrafo que fue herido en su cabeza de manera brutal con una granada de gas lacrimógeno de Gendarmería -disparada por el cabo Héctor Guerrero- durante una marcha de jubilados del 12 de marzo de 2025 en la zona del Congreso de la Nación, en la Ciudad de Buenos Aires, una de las muchas víctimas de la represión y la violencia institucional de Milei y su por entonces ministra de seguridad, la borracha y fascista Patricia Bullrich. El director, todo un especialista en thrillers como lo demuestra la excelente retahíla de Harry, un amigo que te quiere bien (Harry, un ami qui vous veut du bien, 2000), Lemming (2005), Sólo las Bestias (Seules les Bêtes, 2019) y La Noche del 12 (La Nuit du 12, 2022), insinúa la militarización mediante aviones volando en escuadrón, la estupidización masiva a través de la costumbre de ver muchos videítos de gatos, escapismo descerebrado que la madre de Bertrand (Geneviève Mnich) contagia a su hija, e incluso la paradigmática amnesia de la posmodernidad vía la destrucción con una pala mecánica, por parte del Estado y luego del frenesí inicial del movimiento, de los campamentos que habían construido al costado de las rutas los chalecos amarillos, adalides de la desobediencia civil contra el poder concentrado. La burocracia está representada en esas medidas de prueba leídas en off por el personaje de la extraordinaria Drucker, suerte de concesión republicana que cae en saco roto porque el propio armazón jurídico que posibilita el proceso termina frenándolo para no desmontar el discurso represivo contra la “insurgencia”, de allí que la propuesta enfatice la disparidad de fuerzas y desde ya la cobardía y el sadismo de siempre de los energúmenos de la policía y las fuerzas armadas en general, en este sentido la dimensión humana queda atrapada por la impunidad del capitalismo y toda su ofensiva contra cualquier voz opositora o alternativa…

da qui

 

Il caso 137 è potenzialmente una bomba a mano, in un momento storico in cui spesso è sul banco degli imputati l’esistenza stessa delle forze dell’ordine, i cui eccessi di violenza, abusi di potere ed episodi d corruzione vengono sempre più interpretati da voci critiche come questioni di sistema, il contrario della retorica della mela marcia e del caso isolato. Portandoci dentro il reparto dell’IGPN (Inspection Générale de la Police Nationale), la sezione che indaga gli abusi interni della polizia, Moll sembra pronto ad affrontare questo quesito esistenziale: se un agente, eroe della strage del Bataclan, commette una violenza contro un manifestante inerme, è un delinquente che ha commesso un crimine o un dipendente statale il cui mestiere prevede l’uso della forza e dal quale bisogna quindi “aspettarsi” l’abuso della stessa?

È una domanda che scorre sottotraccia da tempo nel cinema francese, almeno in quello che racconta la contemporaneità, riflesso delle inquietudini della società d’Oltralpe. Per ogni film che elogia l’operato delle forze dell’ordine nei suoi momenti di massimo eroismo, come November – I cinque giorni dopo il Bataclan di Cédric Jimenez, c’è un Athena di Romain Gavras, titolo che ne rilegge l’operato come sistematicamente, appunto, violento e coercitivo. In una pellicola dove si raccontano le lotte di potere tra gruppi dentro le infinite palazzine popolari delle periferie, la guerriglia fratricida tra i protagonisti si scatena proprio nel tentativo di decidere una risposta all’uso della forza impiegato dalla polizia, raccontando il punto di vista degli abitanti delle banlieue per cui gli agenti sono il vero, spietato nemico in una guerra di sopravvivenza urbana.

Sono due film intensi e ben realizzati che quasi si contrappongono per il modo in cui raccontano l’esistenza e il ruolo della polizia dentro la società francese. Athena e November sono arrivati entrambi nel 2022, ovvero nello stesso anno del successo di La notte del 12. Considerandoli i due estremi dello spettro delle posizioni ideologiche che si possono tenere nei confronti della polizia, si può dire che il film che ha lanciato Moll a livello internazionale si colloca più vicino al polo occupato da November, con la sua esaltazione del lavoro di polizia come vocazione professionale (simile a quella del medico o del prete) che a quello di Athena, con la sua critica esistenziale alla polizia. Sin dalla premessa della storia vera che sceglie come ispirazione, Il caso 137 si dimostra invece assai più critico, scegliendo di ambientare la sua storia nel contesto lavorativo di agenti il cui lavoro è controllare ogni giorno i controllori, tenendo gli occhi aperti sull’operato dei loro colleghi poliziotti…

da qui

 

Il caso 137 è cinema stilisticamente tesissimo e inappuntabile, dove non si cercano scorciatoie empatiche per attirare lo spettatore nella trappola di un generico sentimentalismo politico simbiotico (anche perché qualcuno, in Italia, in passato ha detto: “i gilets jaunes non sono Genova”). Il percorso percettivo imposto da Moll consiste nell’afferrare una verità che sembra sempre lì, a un passo — nitida e incontrovertibile — ma che un minuto dopo è di nuovo lontana, illeggibile, trasformata. L’iniziativa arbitraria e violenta degli agenti (arrivano perfino a girare bendati di nero, con caschi comprati all’Ikea, sparando ad altezza d’uomo come in un far west) è lampante, ma è soprattutto l’intrico filosofico che l’evidenza visiva costruisce tra liceità giuridica, ira sociale e prevaricazione impunita dell’ordine politico ad affascinare e interessare Moll (la sceneggiatura è sua e di Gilles Marchand).

Il monologo finale della Drucker, di fronte a una sua superiore (diverse le donne “cattive” rispetto a quelle “buone” nel film), è un momento vibrante — e apparentemente remissivo — di sintesi dell’intera opera: la democrazia come sintesi brutale di un permanente e incontestabile status quo.

da qui

 

 

lunedì 22 gennaio 2024

Harry un amico vero – Dominik Moll

un amico come Harry è impossibile da gestire, lo saluti una volta, gli dai un dito, si prende il braccio e tutto il resto.

il film inizia senza troppi colpi di scena, poi si parte, Harry è un amico, un diavolo, un pazzo, spinge tutti a fare quello che vuole lui, è gentile, lui offre, senza niente in cambio e diventa il deus ex machina della famiglia.

un film dell'orrore quotidiano, senza sconti, e con le immancabili, sorprendenti, vittime. 

un gioiellino da non perdere, promesso.

buona (amichevole) visione - Ismaele 



 

QUI il film completo, con sottotitoli in spagnolo

 

 

 

Fa sobbalzare questa storia di una strana amicizia ritrovata che diventa con il passare dei minuti un viaggio nella follia del protagonista che facendo leva sull'insicurezza e sull'assoluta ordinarieta' del tranquillo padre di famiglia non esita ad uccidere tutti quelli che si frappongono... Il finale è discretamente shock:il padre di famiglia diventa una belva ferita uccidendo il suo persecutore e nascondendone il cadavere,quindi mettendosi all'incirca sullo stesso piano:moralmente come lo giudichiamo? Meditate gente meditate..

da qui

 

In viaggio per le vacanze con la sua famiglia, Michel (Lucas) incontra fortuitamente Harry (Lopez), un suo compagno del liceo. Invadente, mefistofelico e inopportuno, Harry riesce a farsi invitare con la sua compagna Prune (Guillemin) da Michel. È nella residenza montana di Michel che iniziano ad accadere strane cose: i genitori di Michel muoiono in un incidente stradale, il fratello sparisce e la presenza di Harry si fa sempre più opprimente. Fino a quando a Michel non diventa tutto improvvisamente chiaro…
Dominik Moll è abilissimo nel tessere una trama avvincente sulla falsariga di film acquatici come Ore 10: calma piatta, Cape fear e Acque profonde, morbosa ed angosciante, salvo poi caricare eccessivamente di aspettative un film che trova un finale intrigante ma lascia in sospeso alcuni elementi. La scelta del cast non avrebbe potuto essere migliore; l'esordio di Moll sfiora il capolavoro di un soffio.

da qui

 

El encanto de Harry, un amigo que te quiere bien, epopeya detallista, elegante, onírica e implacable a lo Stanley Kubrick, Patricia Highsmith, Roman Polanski y hasta David Lynch, resulta realmente difícil de describir porque la realización en apariencia sigue el recorrido habitual de las faenas de humor negro aunque sin explicitar a lo yanquilandia el sentido hilarante de las truculencias, diálogos o situaciones de turno, sino más bien dejando en el público en cuestión la responsabilidad de deducir hasta qué punto lo que ocurre puede ser leído como un drama de pretensiones cuasi verídicas o, por el contrario, como una farsa que ridiculiza la claustrofobia del varón en familia y en esta ocasión sobre todo la falta de un modelo de hombre autosuficiente y enérgico con el cual medirse, pensemos en este sentido que el idiota de Michel está dominado no sólo por Claire y las tres mocosas, sus hijas, sino además por la sumisión y apatía risible de su padre dentista ante los dardos envenenados -o los constantes insultos- del personaje de Rovère, es por ello precisamente que Ballestero puede ejercer una influencia tan generosa sobre su persona porque constituye un ideal de lo que le gustaría que fuese su vida y su masculinidad si no tuviera que arrastrar a las bolsas de papas, las cuatro mujeres, y el rol varonil desdibujado de su progenitor, ese que no quiere reproducir pero al mismo tiempo imita a diario mediante un matrimonio exhausto y en profunda crisis por desacuerdos, frustraciones y contiendas de desgaste sin cesar. Por supuesto que la supuesta perfección de Harry, adinerado, seguro de sí mismo y cogiéndose a una descerebrada de corta edad que jamás se pone en su camino ni lo contradice, Prune, esconde un comportamiento maniático y claramente homoerótico que toma la forma de los homicidios de los padres de Pape y del estrafalario Eric, una criatura bizarra digna de El Gran Lebowski (The Big Lebowski, 1998), de los hermanos Joel y Ethan Coen, radicalidad hedonista y libertaria que llega en el desenlace a pretender extenderse hacia Claire y las niñas como últimos estorbos que de eliminarse dejarían allanada la senda hacia la ansiada autonomía que equipare a ambos varones, el prisionero del capitalismo y el independiente sin preocupaciones, en un sustrato vital en espejo que por fin los satisfaga y desencadene la concreción de esta utopía del bienestar homologado a la ausencia absoluta de compromisos

da qui

 

He's fairly bursting with confidences, reassurances, compliments, generosity. We realize that the most frightening outcome of the movie would be if it contained no surprises, no revelations, no quirky twist at the end. What would really be terrifying is if Harry is exactly as he seems, and the plot provides no escape for Michel and Claire, and they're stuck with their new friend. "With a Friend Like Harry" you don't need enemies.

da qui

 

sabato 16 dicembre 2023

La notte del 12 – Dominik Moll

qualcuno ricorderà La promessa, un romanzo eccezionale, come tutto quello che ha scritto Friedrich Dürrenmatt (diventato anche un bel film, di Sean Penn, con il grande Jack Nicholson nei panni del poliziotto protagonista).

La notte del 12 mi ha fatto ricordare moltissimo la storia di Dürrenmatt, nel film di Dominik Moll un poliziotto e la sua squadra non riescono a rendere giustizia a una ragazza, bruciata viva.

le indagini girano a vuoto, tutte le piste investigative non arrivano a un colpevole.

il protagonista, Yohan (Bastien Bouillon), non considera l'omicidio di Clara un omicidio come altri, diventa un ossessione, come ne La promessa.  

l'incapacità di trovare il colpevole a Yohan crea sofferenza, incontrare il Male e non vincerlo non è accettabile, lui assume su di sè, per la sua parte, il dolore di questo femminicidio, è una cosa che lo (ci) riguarda.

un film da non perdere, sicuro.

buona (sofferta e indimenticabile) visione - Ismaele

 

 

 

 

La notte del 12 non può quindi ridursi all’etichetta del film femminista, è certamente vero che gli uomini uccidono le donne, come attesta giustamente la giudice, ma c’è di più e altro: c’è il tentativo di mettere ordine nel caos della vita. Malgrado la piccola pacificazione offerta nel finale, si tratta di un tentativo fallito. Non c’è ordine nel caos. Un grande film senza risposte, solo con tormentate domande.

da qui

 

La notte del 12 è un film che nasce come un poliziesco e nel corso del racconto cambia poco alla volta forma. Il ritmo sostenuto della prima parte viene abbandonato per lasciare spazio a momenti di vita quotidiana inedita. In una trama che ruota attorno alla ricerca del colpevole per l’orribile omicidio di una ragazza, iniziano due indagini, che corrono parallele per tutta la durata del film. La prima è quella che riguarda il caso in sé, è la spina dorsale del film; la seconda, invece, nascosta nelle ambientazioni e nei silenzi, è quella che intraprende il regista, sondando l’animo dei suoi personaggi, facendone emergere le contraddizioni e i dubbi e dando poco alla volta al suo film le tinte di un noir atipico…

da qui

 

…A Dominik Moll non interessa soffermarsi in modo maniacale sull’indagine, sui dettagli nascosti e sugli indizi invisibili. Nonostante il film sia un susseguirsi di interrogatori mirati a capire, davvero, chi fosse Clara e per quale motivo sia stata uccisa in quel modo così barbaro, ciò che sembra interessare realmente al regista è l’indagine introspettiva che compie Yohan su sé stesso a mano a mano che il caso viene fagocitato dal nulla.

Qui l’intuizione vincente di Moll, la chiave di volta che eleva La notte del 12 a qualcosa di molto più profondo e complesso di un “semplice” thriller. La vera indagine non è da riscontrare nelle parole degli amici, dei conoscenti e dei ragazzi con cui andava Clara. Le loro testimonianze sono per lo più futili, inconcludenti, poco preziose. Nessuna testimonianza funge da reale gancio per quella successiva ed è proprio in questa inconsistenza delle informazioni che si può ravvisare il vero cuore pulsante del film…

da qui

 

…Come nella miglior tradizione del cinema noir, il detective protagonista invece non ha una vita privata. È un solitario per scelta, che vive per il suo lavoro. Quando non lavora si allena metodicamente con la sua bicicletta, ma non in strada: all’interno di un circuito, “come un criceto”. Che è proprio la situazione in cui si trova: continua a girare in tondo senza mai raggiungere la meta.

Bellissimi i personaggi femminili, dalla migliore amica di Clara, alla madre, alla nuova collega (una “mentore” in potenza) – unica donna del reparto – fino a una giudice che riaccende la speranza e non si arrende.

È un ottimo segnale che questo film sia diretto da un uomo, così come ad esempio il recente Man: forse finalmente anche gli uomini iniziano a rendersi conto della tossicità di cui sono circondati, e iniziano a puntare il dito contro i loro simili e non più a difenderli, giustificarli, addossare le colpe all’esterno. E un artista ha anche questo dovere: fornire scorci su mondi possibili e aprire la mente.

Alla fine del film però non c’è soluzione perché non c’è motivazione, non c’è spiegazione, non c’è un senso. Solo mistero, il mistero dell’altro, che è poi il nostro mistero, in cui siamo condannati a vivere finché non sarà la società a voler accendere la luce veramente.

da qui

 

in La notte del 12 il caso deflagra nelle vite dei poliziotti, ne mette a nudo le intime ferite: ognuno di essi prende un pezzo dell'assassinio di Clara - quello che lo tocca di più - e lo riferisce a sé. Moll, anche se si muove su un impianto iperrealistico (la quotidianità del lavoro investigativo, la scarsità di mezzi, il conseguente investimento personale – a ogni livello -) allude, come sempre fa, al genere – polar e mystery (gli onirismi, il gatto nero che attraversa idealmente la vicenda) -, ma senza indulgervi, come vago retrogusto, ché la trattazione della materia ha del clinico, una constatazione fredda e precisissima. Soprattutto mette in scena un mondo virile alle prese con l’ennesimo femminicidio senza colpevoli, una prospettiva e una visione dell’accaduto sclerotizzata in logiche patriarcali e ragionamenti declinati al maschile, un girare in tondo senza sosta (le corse nel velodromo del protagonista) che sa di ossessione e inconcludenza. Gioiello.

da qui

 

…La chiave di lettura è anche quella dell’indagine stessa. È possibile che siano principalmente gli uomini a commettere omicidi contro le donne e allo stesso tempo siano gli uomini ad indagare sulla loro morte? Risulta difficile per lo spettatore riuscire a risolvere il mistero e soddisfare la propria curiosità. Il messaggio malinconico che emerge è molto più potente: non tutto nella vita ha una spiegazione e non tutti i nodi possono sempre essere sciolti.

Il noir in questo caso del cinema francese viene declinato nella sua forma più dura del genere crime, che diventa uno specchio di sè stesso. Proprio per questo è caratterizzato da una trama intricata, personaggi tortuosi e un’atmosfera oscura e pessimistica. Gli stessi protagonisti sono visti come antieroi nella risoluzione del loro gravoso e complesso compito.

Questi casi di crimini non risolti, che spesso catturano l’immaginazione del pubblico, hanno fornito ispirazione per numerosi film che cercano di esplorare i misteri, le indagini e le conseguenze di tali crimini.

La non risoluzione di taluni casi spesso ha influenzato il cinema francese. Una trama intrigante, arricchita da tensione psicologica e spunti narrativi che non ci si aspetta, è questo La notte del 12. La natura enigmatica e inquietante della pellicola stessa offre un terreno fertile per esplorare tematiche come la colpa, l’innocenza, l’ingiustizia e la psicologia umana…

da qui

 

La notte del 12 è una corsa contro il vuoto, i genitori rimasti soli a piangere sulla tomba di un cadavere sfigurato dalle fiamme, privato di un’identità ancora in formazione. Un ispettore che sbatte continuamente sul niente ogni volta si trova ad avere una pista plausibile, e poi finisce nel buio che nasconde le nostre paure. L’idea di Dominik Moll sembra proprio quella di suggerire una nuova via di fuga, senza indicare una precisa direzione o una scelta obbligata. L’alternativa al niente consiste nel provare a rompere il guscio dell’indifferenza, colpendo innanzitutto quei pilastri che lo rendono tale, il pregiudizio, l’ignoranza, la fretta e la superficialità dello sguardo, prendendo coscienza, trovando il coraggio di affrontare la sconfitta…

da qui

 

La scelta di Moll di far seguire il caso solo ad un gruppo di uomini, nella prima parte della diegesi, non è un caso. L’ennesima violenza nei confronti di una donna è stata consumata e adesso, per risolvere l’omicidio, viene incaricato un uomo che deve indagare su altri uomini. Questo rende la storia e le scene pregne di significato, perché è qui che Yohan capisce cosa realmente un uomo sia in grado di fare senza avere il minimo scrupolo.

Clara, nello sceneggiato, è una ragazza innocente, vittima degli abusi maschili e senza alcuna arma per difendersi. È l’ennesima donna uccisa, bruciata viva senza alcuna pietà, in un mondo in cui ancora i femminicidi non riescono ad essere fermati. Clara è la sorella, l’amica, la compagna di tutti e rappresenta tutte le donne massacrate e tutti gli uomini che non hanno mai rimpianto il gesto.

E se nella seconda parte del film – dopo che il caso era rimasto irrisolto e quindi chiuso – è stata proprio una donna, la giudice istruttrice, a spingere Yohan a riaprilo, un motivo c’è: chi realmente può comprendere quel male non è un uomo, è solo una donna. Sono solo loro che combattono fino alla fine perché solo loro sanno realmente cosa voglia dire essere vittime.

In La notte del 12 Moll è stato magistrale. Ha permesso quell’identificazione necessaria al cinema, riuscendo a far immedesimare lo spettatore nei personaggi. Ed è forse proprio perché si opera un riconoscimento di sé attraverso l’immagine speculare di un altro, in questo caso di Yohan, che il regista riesce a far porre delle domande, utili e indispensabili, al fine di innescare in chi fruisce un processo di riflessione che inevitabilmente si porterà anche a casa.

da qui

 

 

venerdì 1 dicembre 2023

Only the animals - Storie di spiriti amanti (Seules les bêtes) - Dominik Moll

un puzzle che si completa man mano che la storia viene raccontata dalla parte di ciasun protagonista, e quello che sembrava inconoscibile continua a esserlo per la polizia, ma non per chi guarda il film.

nessuno è felice e quello che fa per raggiungerla porta alla disperazione, all'insuccesso, a un'infelicità ancora maggiore.

un gran bel film, che non annoia un attimo, e solo la parola fine mette termine a tante avventure apparentemente senza motivo.

ottimi attori nelle mani di un regista davvero bravo e di una sceneggiatura che cattura lo spettatore.

buona (infelice) visione - Ismaele



 

 Figure di provenienza geografica e di estrazione sociale diverse, ma accomunate dal desiderio di abbandonare il proprio grigiore esistenziale, di trovare qualcosa o qualcuno che possa illuminare e dare un senso alle loro vite. Eppure ciascuno rimane sempre irrimediabilmente concentrato su sé stesso: ogni punto di vista è parziale, ogni personaggio legge la realtà con i propri occhi, alla luce dei propri bisogni, dei propri desideri, e questo comporta tutta una serie di incomprensioni e di equivoci che finiranno per degenerare.

La verità, insomma, è preclusa ai nostri protagonisti, tutti vittime dei loro piccoli mondi; solo lo spettatore, al termine dell’ultimo capitolo, avrà una visione completa di quel che è accaduto.

Only the Animals riesce dunque a fondere sapientemente le sue due anime: avvincente racconto giallo, ma anche interessante spaccato sociale. Mai come oggi siamo tutti connessi, eppure mai come oggi siamo tutti soli

da qui

 

Una película llena de misterio y suspense, que crea un juego oscuro, donde las piezas van juntándose para impactar al espectador hasta el final. El guion nada en una estructura narrativa llena de matices, junto con un trabajo técnico es maravilloso. Ambos forman un combo extraordinario. El resultado global es fascinante. Un reparto coral con una calidad interpretativa excelente, con un uso de la expresividad y la presencia escénica soberbio. Un embrujo cautivador y atrayente, con una atmósfera sombría y compleja, que arrasa en su remolino de sensaciones.

da qui

 

 

La aclamada novela homónima del escritor francés e ingeniero agrónomo Colin Niel, Solo las Bestias (Seules les Bêtes), publicada en 2017 y reeditada en francés en 2019 debido al éxito de la adaptación cinematográfica, le sirve como punto de partida al realizador Dominik Moll para construir un film con una estructura multidimensional deudora de Rashomon (1950), la extraordinaria historia del escritor japonés Ryûnosuke Akutagawa llevada al cine por Akira Kurosawa, que analiza la vida en el campo, el amor en tiempos de Internet, las estafas cibernéticas y la asfixiante necesidad de cariño del ser humano.

 

¿Qué conecta a un joven en la capital económica de Costa de Marfil y una pareja de empresarios agropecuarios en la campiña francesa? En medio de una cruda tormenta de nieve una mujer oriunda de París (Valeria Bruni-Tedeschi) desaparece en el camino hacia su casa de invierno en un pueblo rural de montaña. Alice (Laure Calamy), una agente de seguros local, nota a su amante, Joseph (Damien Bonnard), un retraído hombre de campo, distraído cuando lo va a visitar a su granja para asesorarlo y tener sexo. El esposo de Alice, Michel (Denis Ménochet), también desaparece unos días después tras aparecer golpeado y comportarse extrañamente. Alice piensa que su marido tuvo un altercado con Joseph, pero no sospecha la conexión que se abre entre todos los personajes de esta caleidoscópica película que incluye a una bella camarera francesa, Marion (Nadia Tereszkiewicz), y a un joven estafador de Costa de Marfil, Armand (Guy Roger ‘Bibisse’ N’Drin), que intenta ganar dinero aprovechándose de incautos cibernautas para recuperar a su ex novia.

 

Estos seis personajes serán los protagonistas de una trama de misterio y crimen que parte del deseo de ser amado para adentrarse en las oscuras aguas de la shockeante desilusión que la vida le depara a los románticos soñadores. Cada uno de estos personajes vive en una desesperante soledad con la que lidia a su intrincada e íntima manera. Moll teje deliciosamente una tela de araña con flashbacks que revelan la equivocación que pesa sobre las incautas víctimas del destino en materia de lo que acontece a su alrededor. De esta forma el espectador descubre en este rompecabezas cómo su visión de la trama cambia y cómo el mundo de las apariencias corre la cortina de lo oculto para ofrecer nuevas perspectivas desde las cuales apreciar los acontecimientos…

da qui

 

Dominik Moll, director de estas cinco mini historias, adaptando la premiada novela de Colin Niel, con el mismo título, roza en ocasiones intenciones varias de los Hermanos Coen en ejemplos como Fargodonde las personas acaparan toda la atención y monta un rompecabezas en el que las piezas en un principio no parecen encajar unas en otras pero que al final muestran una forma definitiva demasiado regular y predecible. Todo lo que parece no tener sentido, en el fondo si lo tiene, todo lo que se vende en ocasiones como coincidencia para nada adolece de ese mal sino que se sustenta en un cuidado guion sin mancha ni trampa de cartón.

da qui

 


venerdì 31 marzo 2023

Lemming (Due volte lei) – Dominik Moll

un lemming casualmente è testimone di una grande crisi familiare, e non solo.

due ottime attrici si trovano a guidare il gioco con i rispettivi mariti, e non solo. 

un giallo senza pietà per nessuno, nessuno sembra innocente, le cose non sono quelle che sembrano, o forse sì.

buona (lemming-) visione - Ismaele

 

 

 

Ho avvicinato questo film con grande curiosita'visto che avevo parecchio apprezzato il precedente film di Moll, Harry un amico vero. Qui il linguaggio è assai diverso,criptico involuto, di difficile interpretazione e non nascondo le mie perplessita'alla fine della visione. E'un film sull'ossessione ,la pazzia come il precedente o Moll ci ha voluto dire qualcosa d'altroe non sono riuscito a coglierlo pienamente? E il lemming che cosa c'entra? E' il granello che blocca irrimediabilmente la perfezione dell'ingranaggio (il perfetto menage familiare della coppia giovane)? O visto che i lemming hanno l'usanza di andarsi ad affogare in mare volontariamente è un anticipo della volonta'di suicidio della donna del direttore? E questo suicidio è accaduto veramente o è lui che si è sognato tutto? Boh,a dir la verita'non ci ho capito molto ma la messa in scena raggelante ricorda abbastanza da vicino il miglior Haneke,gli attori sono bravi a far trasparire l'inquietudine (anche se la Rampling è molto sopra le righe) e il finale ricorda molto quei film di in cui appena usciti dal cinema ti stavi ad interrogare e confrontare con i compagni di visione su quello che avevi appena visto. Per riassumere sono rimasto interdetto,non pienamente convinto,col pensiero fisso che stavolta Moll abbia voluto un po'giocare con lo spettatore....

da qui

 

…El elenco principal hace un trabajo memorable, en la encarnación de dos aspectos de la institución matrimonial: una plena de esperanza y la otra siniestra, consumida por odios. Además, es claro desde un principio que, casi en su totalidad, la cinta pertenece a sus protagonistas femeninas, que se adentran en este laberinto tenebroso con paso seguro, distinción y valentía; así vemos, como es su estilo habitual, a la legendaria Charlotte Rampling hacer alarde elegante de su encanto amenazador y gracia salvaje (algo que ha cultivado desde Portero de noche, pasando por la excepcional Bajo la arena), donde la casi virginal Charlotte Gainsbourg lleva a su personaje por un viaje extraño e irreversible hasta una conclusión espeluznante: al final, ninguno de los personajes será como al principio y esto, en manos de un director talentoso como Moll, es un auténtico logro… aún si Lemming no es una película fácil de comprender, o de explicar, si bien una vez vista, es un recuerdo inquietante e imborrable.

da qui

 

Il regista stesso afferma che ha voluto raccontare la storia di un uomo che cerca di mantenere sempre il controllo su tutto perché è convinto che questo garantisca la felicità, ma poi è smentito dalle vicissitudini della vita. Moll ha centrato il suo obiettivo? Nella seconda parte del film, in cui si vorrebbe aumentare il mistero e virare quasi verso il racconto di fantasmi, ci sono dei salti nella sceneggiatura: l'irrazionale guida i personaggi in strade alquanto tortuose, fino ad una risoluzione conclusiva, che se non si vuole definire proprio scontata, è sicuramente prevedibile. Le scelte registiche rispettano un assunto di iperrealismo ma non supportano sufficientemente questi "salti" della sceneggiatura.
Probabilmente se il film avesse avuto meno velleità intellettuali e psicologistiche il risultato sarebbe stato di gran lunga migliore, perché il cast ha recitato brillantemente e l'idea di fondo prometteva bene. Ci troviamo di fronte ad una pellicola che vorrebbe essere d'autore, e che porta ad interrogarsi su quali siano le caratteristiche per definire tale un film.
Di sicuro c'è che "Due volte lei" non è destinato a chi vede il cinema come pura evasione.

da qui