domenica 30 agosto 2026

Ulisse – Mario Camerini

anche in Italia sono stati girati dei kolossal, come il grande Ulisse di Mario Camerini.

Kirk Douglas (avversario del maccartismo e amico di Dalton Trumbo (leggi qui), è Ulisse, e la storia omerica viene interpretata in maniera indimenticabile.

ottimi tutti gli altri attori e attrici, SIlvana Mangano interpreta Penelope e anche Circe.

un film da non perdere, promesso.

buona (Kirk) visione - Ismaele

 

QUI, su Raiplay, e QUI si può vedere il film 

 

 

Viene rappresentato un Ulisse molto legato all’immaginario degli anni Cinquanta, tanto dal punto di vista fisico quanto da quello psicologico. Nonostante la rilettura cinematografica, la sua caratterizzazione rispecchia in molti aspetti la figura dell’Ulisse omerico. L’eroe appare infatti duro, categorico, superbo e segnato dalla hybris; non è soltanto astuto, ma anche arrogante.

Ed è proprio attraverso questa caratterizzazione che la componente umana diventa centrale. L’eroe non viene presentato come una figura perfetta e distante, ma come un uomo capace di errori, debolezze e contraddizioni. La fragilità emerge soprattutto nell’incontro con Circe, dove l’astuzia di Ulisse lascia spazio alla tentazione e alla vulnerabilità. Il film riduce inoltre notevolmente la presenza fisica e diretta delle divinità, rendendo il racconto più umano. Il conflitto diventa soprattutto terreno e psicologico.

Kirk Douglas è particolarmente efficace proprio in questo aspetto. La sua interpretazione mette in luce tanto i lati positivi quanto quelli negativi del personaggio, fino al culmine rappresentato dalla spietatezza della scena finale, quando Ulisse affronta i pretendenti nel palazzo di Itaca.

Questa forte concentrazione sul protagonista è allo stesso tempo uno dei punti di forza e uno dei limiti del filmUlisse domina quasi completamente la narrazione, mentre il senso dell’attesa, del ritorno e della separazione da Penelope rimane più marginale rispetto alla centralità dell’eroe.

Un classico da riscoprire

Ulisse è un film cult del cinema italiano degli anni Cinquanta e rimane un’opera di grande livello, capace di unire spettacolo, avventura e interpretazioni memorabili. Il principale limite è la semplificazione della storia omerica e il taglio di numerosi episodi, ma la qualità della messa in scena è tale che, una volta entrati nel suo mondo, si vorrebbe quasi che durasse molto più a lungo.

È uno di quei film che, nonostante gli oltre settant’anni trascorsi, riescono ancora a dimostrare quanto il cinema italiano sapesse costruire grandi spettacoli destinati al pubblico internazionale, e continua ancora oggi a contare molti affezionati.

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Sostanzialmente considerato il primo kolossal del dopoguerra Made in Italy (inteso prodotto da italiani e quindi non solo girato in Italia con soldi stranieri) l’Ulisse di Camerini è un bell’esempio di rappresentazione del capolavoro di Omero che, nonostante le necessarie semplificazioni imposte dallo strumento cinematografico, dimostra una grande sensibilità verso i propri personaggi. Precisiamo che rispetto ai magniloquenti prodotti d’oltreoceano, il budget a disposizione da De Laurentiis e Ponti è tutt’altra cosa: basta osservarne la durata, ben lontana da quelle dei kolossal coevi hollywoodiani, per constatare che la vicenda ha dovuto necessariamente comprimere o scartare interi episodi nonchè semplificarne altri, così come sono ben contenute le scene di massa. Ma questo non è assolutamente un difetto per un genere di film che a un certo momento sembrava fare gara a stordire lo spettatore con sequenze sempre più spettacolari; difatti si può constatare invece una volontà di dare spessore ai protagonisti e tutto sommato forse anche il ritmo della storia ne ha beneficio. Si possono apprezzare sia delle intrepretazioni accorate, ad esempio Kirk Douglas, in splendida forma fisica passa dall’esuberanza del suo personaggio (colpevole di momenti di alterigia verso Nettuno) a momenti di malinconia (l’incontro con Telemaco o con Argo) o ad altri di profonda riflessione con l’eroe che decide di rinunciare all’immortalità offertagli da Circe. Anche il resto del cast è eccellente: vediamo un prorompente Anthony Quinn in un ruolo arrogante e feroce e Silvana Mangano, all’epoca una star dopo le prove in film come Riso amaro, che qui assurge ad un ruolo nobile e orgoglioso. Le trovate registiche peraltro non mancano, l’idea stessa di far interpretare due ruoli, quello Penelope e Circe, a Silvana Mangano creando un perfetto bilanciamento tra le due figure femminili che attraggono il protagonista è uno spunto meraviglioso…

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sabato 29 agosto 2026

Gloria! – Margherita Vicario

un film sorprendente, che somiglia un po' a Primavera, una storia di orfanelle destinate a essere comprate da ricchi pedofili.

appare un pianoforte, e grazie a Teresa la musica cambia, a sorpresa.

un bel film, un'opera prima, con ottimi attrici (e attori).

buona (musicale) visione - Ismaele

 

QUI si può vedere il film completo, su Raiplay


 

Gloria! è un omaggio alla passione e al genio musicale femminile, un film che rende onore alle voci silenziose di quelle donne che, nonostante le barriere del loro tempo, hanno saputo trovare una via per esprimere il loro talento. È un canto di lode per le compositrici dimenticate che Margherita Vicario riesce a portare sullo schermo con grande abilità e delicatezza.

Gloria! si fa portavoce di un linguaggio cinematografico fresco e potente, fondendo una vicenda storica con la musica contemporanea, opera della stessa Vicario, tessendo così un dialogo tra passato e presente. Le musiche che vengono scritte e composte dalle allieve durante le prove segrete sono musiche sempre molto liturgiche, istituzionali, legate al segno del tempo, musiche che raccontano un’ideologia ben precisa di fede, scrittura, visione e tempo.

Mentre le musiche che compone Teresa sono diverse, hanno un sapore moderno, sono più avanti di qualsiasi cosa abiti quel collegio, e non vengono comprese, sono inascoltabili secondo le altre ragazze perché Teresa non è stata istruita in senso più strutturale e pedagogico alla musica ecclesiale, non ha cognizione della liturgia, non ha dalla sua la conoscenza degli strumenti e del suono, non sa leggere il pentagramma, suona a suo modo, segue il suo spartito, sente il ritmo, e il suo approccio alla musica per questo è diverso, incomprensibile…

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…Gloria! non è un film storico tout court così come non è un musical, bensì è un film musicale ad ampio raggio, sulla scia di Sister Act, ma con trama e intenti diversi. La musica è il cuore pulsante dell’intera opera, dove la colonna sonora (musiche e canzoni lavorate dalla stessa Vicario) dona un ritmo incalzante alle varie sequenze. È affidato alle protagoniste l’onere di scrivere quel canto ribelle che travalica la contemporaneità.

Seguendo involontariamente le orme di Barbie e C’è ancora domani, Vicario prosegue la traccia femminista donando un messaggio cinematografico diverso, offrendo un debutto dietro la macchina da presa di qualità, tra il pop ricercato e l’intellettuale. Gloria! è un’opera riuscita.

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loria! è rivoluzionario. Non tanto perché unisce il film in costume, la commedia, il backstage musicale, ma per come lo fa. Certo, non è compatto, se ci si impunta a trovarne i difetti, se ne trovano quanti se ne vogliono. Ma segue l’onda e l’energia della musica e soprattutto crea una frattura sensibile con la visione più classica, con la “bella forma”. Perché della ‘bella forma’ a Gloria! non gliene può fregare di meno. Tutti quegli incontri di notte in cantina davanti al pianoforte sono pura magia, conflitto, passione. Tempo. Ritmo. La clessidra si gira. Ancora stacco. Fuori ci sono gli echi della Rivoluzione Francese ma lì in quell’istituto il mondo sembra essersi fermato. C’è anche il piacere e l’inganno, componimenti promessi da Cristiano al Maestro Perlina che non sono all’altezza. “Cosa sente il mio orecchio?” dice il personaggio di Paolo Rossi. Ecco in Gloria! sentiamo prima di vedere. È pura percezione nella ricerca dell’armonia, del tempo, della passione e della bellezza. Dalle luci della candele si intravedono forse da lontano le fiamme del cinema di Céline Sciamma. Ma soprattutto Gloria! è il grande incrocio (im)possibile tra X-Factor e Sofia Coppola. Proprio come Marie Antoinette prende di petto la Storia e diventa pop. Per questo contagia e stravolge. Prima ti descrive, poi ti racconta, infine ti abbraccia. È un film che ha un cuore grande così e da un certo momento ti trascina dentro, a ballare e a cantare. Un’inaspettata e bellissima rivelazione.

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Conscia di dover travalicare il senso dell’accuratezza storica per potersi davvero garantire la riuscita della sfida che ha voluto affrontare – quella di ridare dignità e voce alle centinaia di musiciste che non vennero riconosciute come autrici e morirono nella più totale ignoranza storica nei loro confronti – l’esordiente cineasta costruisce Gloria! come una fiaba, dove dal suicidio ci si riprende grazie all’amorevole cura delle amiche, i cattivi non dormono in pace (e anzi magari passano anche a miglior vita), le mute tornano a parlare, e tutte le protagoniste possono vivere felici e contente, con un orizzonte che le gratifichi anche sotto il profilo strettamente professionale. Un’utopia, certo, ma che trova nel cinema e nell’immagine pittorica (notevole la fotografia lavorata da Gianluca Palma) il grimaldello per scardinare la prassi, anche quella produttiva concernente la famigerata “ricostruzione storica”. Le splendide protagoniste del film – ottime le interpretazioni di Galatéa Bellugi, Carlotta Gamba, Veronica Lucchesi in arte La rappresentante di lista, Maria Vittoria Dallasta, Sara Mafodda – parlano come ventenni di oggi, desiderano come ventenni di oggi, si ribellano al potere costituito senza tanti salamelecchi o inchini d’osservanza. Quello che potrebbe apparire come un “errore” storico rivela in profondità l’anima più dirompente di Gloria!, la volontà di negare ogni codice di rappresentazione per ribadire la necessità di ricostruire sempre tutto, di rileggere e rivedere ogni idea precostituita, sia essa data da un insieme di note in ordine sparso o dal ruolo sociale che è stato già deciso aprioristicamente. Con la stessa fiera libertà che agitava le notti rivoluzionarie dei collegiali raccontati da Jean Vigo in Zero in condotta le protagoniste di Gloria! si prendono il proscenio con la forza, e osano rovinare la festa in un crescendo finale che emoziona, coinvolge, e diverte. Opera prima tra le più rimarchevoli del cinema italiano degli ultimi anni, quella di Margherita Vicario è anche la sfida vinta a un’idea di cinema “impegnato” che deve sottolineare i propri motivi sociali nascondendosi dietro la trama: qui avviene l’esatto contrario, ed è dall’immagine che scaturisce l’ideologia, e non viceversa. Come dovrebbe sempre essere.

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venerdì 28 agosto 2026

Sacro Moderno – Lorenzo Pallotta

in uno dei tantissimi paesi che si stanno estinguendo gli adulti capiscono che la fine del paese è vicina, i giovani partono, tradizioni e saperi secolari spariranno.

due fratelli, per dimostrare di essere uomini, rubano una pecora a un piccolo allevatore che ama i suoi animali e va in crisi.

un film alla Frammartino (è un complimento), non ci sono i cittadini, e i loro turbamenti borghesi, Sacro Moderno è un'altra cosa, per nostra fortuna.

un film che merita molto.

buona (marginale) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film, su Raiplay

 

 

LA PAROLA AL REGISTA

"In un periodo storico dove i piccoli borghi stanno scomparendo e con essi le antiche tradizioni, nasce Sacro Moderno, un film documentario che racconta la storia e il destino di una comunità montana che in tutti i modi cerca di sopravvivere.

L’obiettivo è mostrare i diversi punti di vista dei protagonisti che in maniera differente prendono le distanze dal sistema gerarchico e di potere che si è formato negli anni all’interno di questi paesi.

Il film, che inizialmente si sviluppa intorno al concetto di responsabilità che Simone ha nei confronti della comunità, lentamente si sposta sul tema della violenza e di come essa influenzi il destino dei personaggi; una violenza silente che porta Simone ad agire senza avere tempo di pensare.

In questo duplice senso angoscioso si muovono lo spirito dei personaggi e l’anima del film. Una comunità che si mostra poco, ma che vigila e orchestra silenziosamente il destino di Simone e di coloro che entrano in contatto con lui. Il film vuole evocare nello spettatore un forte senso di oppressione e di solitudine, attraverso il disorientamento nell’animo di personaggi privi di punti di riferimento.

Il fine ultimo è quello di provare a creare un universo volutamente magico a metà tra fiaba nera e film di formazione, dove lo spettatore si perde nei ritmi dilatati di un silenzio apparente, cercando dentro sé il senso ultimo del film.

Una verità oscura e tragica che probabilmente non smetterà mai di esistere in un mondo così piccolo e nascosto, ma universalmente comprensibile".

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La distribuzione su RaiPlay rappresenta un’opportunità importante per un’opera indipendente che punta a valorizzare territori e realtà spesso poco rappresentati nel cinema italiano contemporaneo. Il film si inserisce inoltre in un contesto sempre più attento ai temi dello spopolamento dei borghi e della conservazione delle identità culturali locali.

Il racconto di Simone e Filippo al centro di un film sui borghi italiani che stanno scomparendo

Nel comune montano di Intermesoli sono rimaste poche persone e il film costruisce il proprio racconto attorno alle vite di Simone e Filippo. Simone si fa carico delle responsabilità del paese e delle sue tradizioni, mentre Filippo sceglie una vita isolata, distante dalla comunità. Attraverso i loro percorsi, Sacro Moderno affronta il rapporto tra identità, fede, memoria e appartenenza.

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Lorenzo Pallotta va alla ricerca ad Intermesoli nel Teramano (paese con una presenza di abitanti molto limitata) di quanto la modernità e gli antichi riti sacri possano convivere. Lo fa grazie alla presenza dei due unici ragazzini che ancora vi abitano.

Il primo lungometraggio di Pallotta richiede allo spettatore la disponibilità ad assumere dei tempi di narrazione che sono connaturati alla dimensione esistenziale dei soggetti ripresi.

In questa realtà, che percepisce la presenza della modernità vivendola però da una certa distanza, il tempo diviene sospeso. I due ragazzi protagonisti vivono in questa dimensione, da cui, come testimoniano gli anziani che ancora restano sul posto, i giovani fuggono, partecipando sia al rapporto diretto con la natura sia ai riti che affondano le loro radici in un lontano passato. Tra questi il rito della processione del Venerdì Santo che si distacca da tutto quanto possiamo avere visto o letto in materia per la sua rarefatta e al contempo drammatica potenza di rappresentazione…

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mercoledì 26 agosto 2026

Il ritorno - Stefano Chiantini

Teresa esce dalla galera dopo dieci anni, per aver accoltellato un delinquente che minacciava suo figlio, con l'istinto della mamma dei cinghialetti se vengono minacciati.

quando esce non è un bel vivere, il marito ha una nuova compagna, il figlio non la vuole, qualche lavoretto lo trova, schiava nelle serre o nel taglio delle cadaveri per il consumo umano, lavori in fondo alla piramide sociale umana.

il film si regge sulle spalle di Emma Morrone (che interpreta Teresa), bravissima e credibile nella disperazione di una donna che non vede vie d'uscita.

buona (senza speranza) visione - Ismaele



QUI si può vedere il film, su Raiplay

 

 

…Teresa vive alla periferia di una cittadina laziale insieme al compagno Pietro e al piccolo Antonio. La precarietà economica, le difficoltà quotidiane e l’inaffidabilità dell’uomo mettono continuamente alla prova il fragile equilibrio della famiglia. Quando Pietro arriva a rappresentare un pericolo per il figlio, Teresa compie un gesto estremo per proteggerlo, una scelta che le costa dieci anni di carcere. Una volta tornata in libertà, la donna trova un mondo profondamente cambiato. Antonio è ormai un ragazzo, Pietro ha ricostruito la propria esistenza e il tempo ha scavato una distanza che sembra impossibile colmare. Nel tentativo di riprendersi il proprio posto di madre, Teresa dovrà confrontarsi con il peso delle assenze, con i silenzi e con la consapevolezza che l’amore, da solo, non sempre basta a ricucire ciò che il tempo ha irrimediabilmente spezzato. Con uno stile rigoroso e asciutto, fatto di sguardi, silenzi e gesti più che di parole, Chiantini costruisce un racconto intimo sulla maternità, sul senso di colpa e sulla difficoltà di ricominciare.

Il regista Stefano Chiantini racconta il cuore del progetto: “Il ritorno a casa di una madre dopo una lunga assenza diventa il racconto di un viaggio che dovrebbe colmare il vuoto creato da quel distacco forzato ma che finisce invece per amplificarlo. Mi interessava analizzare le dinamiche psicologiche ed emotive di una persona che torna dopo una lunga separazione e misurarmi con il suo animo e con quello di chi le sta accanto. Ho scelto di raccontare tutto questo attraverso le atmosfere e il corpo, eliminando quasi completamente il dialogo dalla scena. Il silenzio e il non detto si caricano così dell’impotenza della protagonista, mentre il volto e il corpo dell’attrice diventano gli strumenti attraverso cui emergono emozioni e pulsioni interiori”…

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…Fin dalla scena iniziale, il film di Chiantini si presenta come un melodramma che introduce la discesa agli inferi senza ritorno della protagonista. Teresa esce dalla porta della casa della sua datrice di lavoro, licenziata da costei. Scorrono i titoli di testa e la camera segue la malinconica routine di Teresa, bambino piangente tra le braccia come una giovane mater dolorosa, costretta al taccheggio per procurarsi gli omogeneizzati per il pupo e ad attraversare la strada statale tra macchine veloci per raggiungere l’estrema periferia romana.

Il suo ritorno dopo la detenzione enfatizza l’impossibilità di ricreare un equilibrio malgrado il regista insista nel mostrare scene di pseudo normalità quali il desinare o il preparare i pasti.

Cupo come lo sguardo della protagonista, il film di Chiantini è una pellicola sincera che ha Emma come punta di diamante. Sicuramente da vedere.

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Il ritorno, che segna il ritorno al cinema di Emma Marrone dopo la convincente prova in Gli anni più belli di Muccino, sottolinea il dramma del quotidiano attraverso gesti ripetuti: le pause-pranzo in silenzio, il figlio attaccato a un gioco sul calcio, la carne rubata di nascosto al lavoro. Il film di Chiantini lavora sul loro accumulo per portarli a un punto-limite e, anche se a un certo punto della storia avviene un episodio decisivo, non riesce però a far avvertire come stiano consumando gradualmente la protagonista.

Tutte le vicissitudini sono già segnate a livello di scrittura: la sorte dell'amica che ha aiutato Teresa, il tentativo disperato e inutile di ritrovare la sintonia con il proprio partner. Il film non sembra muoversi mai e si vede anche dalla fissità delle espressioni di Fabrizio Rongione.

Teresa è la 'donna tutta sola' di Mazursky che forse potrebbe avere la disperazione di Gena Rowlands in Cassavetes. Ma sono solo sfocati dettagli di un cinema che è chiuso nella sua ripetitività in attesa che succeda qualcosa ma finisce per diventare solo monotono e che appare frenato nei dialoghi e nei conflitti tra la protagonista e il figlio…

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Il ritorno torna a mettere in scena una famiglia con le sue difficoltà, in cui è la figura femminile quella centrale; in Naufragi era Michela Ramazzotti, nel nuovo film Emma Marrone che, dopo la convincente prova ne Gli anni più belli, conferma anche questa volta il suo talento da attrice. Il cinema ha raccontato spesso storie di rinascite, riscatti e seconde possibilità. In fondo è quello che chiede Teresa, poter tornare ancora insieme a Pietro e soprattutto riconquistare l’affetto del figlio. La vita però non va sempre nella direzione dei nostri desideri e la dura realtà è quella con cui si scontra la protagonista; il carcere le ha tolto non solo la vita che faceva prima ma anche quelle che avrebbe potuto avere dopo. Il film si poggia tutto su Emma Marrone, sui suoi sguardi tra rabbia repressa e sofferenza, sul suo corpo e sui suoi silenzi. La sceneggiatura è secca, asciutta, i dialoghi sono pochissimi, sia con Pietro (Fabrizio Rongione) che con Antonio (Lorenzo Ciamei) che non riesce proprio più a stare con la madre e glielo dice chiaramente.  Il ritorno si caratterizza anche per le tante scene ripetitive che scandiscono la quotidianità di Teresa: i lunghi viaggi per arrivare sui posti di lavoro (nelle serre o in un macello), i ritoni a casa, le cene nel silenzio e senza dialogo con il figlio, la solitudine al momento di andare a dormire. In questo senso il film di Stefano Chiantini è un po’ “claustrofobico”, non respirano i personaggi e neanche gli spettatori, ma riesce a descrivere con discreta efficacia il mondo reale in cui si muove la protagonista.

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martedì 25 agosto 2026

Un'estate da giganti (Les géants) – Bouli Lanners

un film di ragazzini, gli adulti sono un pessimo esempio, a essere gentili.

due fratelli che tornano per le vacanze alla casa del nonno scoprono che è diventata o diventerà una centrale dello spaccio di droga.

i due ragazzini, con l'aiuto di un terzo, combattono la loro guerra contro i cattivi.

tutto è chiaro, ognuno decida per chi parteggiare.

un bel film, Bouli Lanners è una sicurezza.

buona (guerresca) visione - Ismaele

 

 

 

…Il bravo e corpulento attore e caratterista belga Bouli Lanners, tanto spesso sia serimente sia comicamente pulp quando recita, altrettanto delicato e profondo quando invece si occupa di dirigere un film, ci ha già sorpreso tempo addietro con un notevole esordio registico ai tempi di Eldorato Road, tre anni prima di questo suo secondo ritorno in regia.

Anche in questo caso de Un’estate da giganti, una sorta di piccolo “Stand by me” belga e senza omicidio, viene mantenuta, almeno nell’atmosfera, quello stile on the road che già illuminava il brillante, inventivo e gradevole esordio…

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Zaini in spalla, Zak e Seth, due ragazzini di Bruxelles, si avviano a trascorrere, come di consuetudine, l'estate nella casa di campagna che apparteneva al loro nonno, morto l'anno prima. Stavolta soli, si legano a un amico appena conosciuto, Dany, con cui passeranno momenti indimenticabili.
Uno dei ricordi d'infanzia che serbiamo fresco per tutta la nostra vita è quello che riguarda il momento in cui abbiamo appreso, da insegnanti, genitori o da eventi accaduti, della caducità della vita, la consapevolezza che la nostra esistenza un giorno avrà termine. È proprio il tema della chiacchierata notturna, davanti a un falò, che fanno i tre ragazzi protagonisti, sotto la pioggia, nei boschi vicino a un fiume. Ed è il fulcro di questa opera. I giganti del titolo sono i tre adolescenti, che hanno tutta la vita davanti, ma che cominciano a prendere coscienza dei suoi limiti, che si sentono onnipotenti non percependo, o reagendovi, la precarietà della loro situazione economica e famigliare. Sono come Hansel e Gretel che sconfiggono la strega, o come i tre porcellini che uccidono il lupo cattivo. Sono mossi da uno spirito libertario, anarchico, che li porta a saccheggiare le case altrui: sembra loro che tutto sia possibile. E sono spinti anche da quell'autentica curiosità giovanile, che li porta all'esplorazione del territorio rurale che sta attorno.
Gli adulti che incontrano nel loro percorso sono grotteschi, tipi bizzarri come i vicini dall'aria lobotomizzata che sniffano coca nella loro baracca, grassi e unti come quello che li butta fuori con la mazza da baseball. O comunque caricaturali come l'anziana signora borghese che li ospita, una Nonna Papera con la figlia down, che passa il tempo a fare biscotti e suonare il piano. Può suonare come una dissacrazione del carattere idilliaco che di solito si attribuisce alla campagna, sorta di mondo perduto dalla modernità. Può esserci anche questa visione, ma in realtà questo è il risultato di adottare il punto di vista dei ragazzi, come loro vedono il mondo degli adulti, come riescono a evitarne il confronto.
E tutto questo assume il valore di un'avventura nel contesto della natura, tra canneti e campi di mais, fiumi e capanni di pesca su palafitte, vecchi e marci, paesaggi agresti ripresi in campo lungo. Un'opera fresca, delicata e garbata, per l'eclettico filmmaker, e pittore, Bouli Lanners, valorizzata da una quanto mai azzeccata colonna sonora dal sapore country, opera del gruppo The Bony King of Nowhere.

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domenica 23 agosto 2026

Insomnia - Erik Skjoldbjærg

il film è del 1997, qualche anno dopo ne è stata girata una nuova versione, mutatis mutandis, da Christopher Nolan (con Al Pacino e Robin Williams), uno dei rari casi in cui il remake è all'altezza del film originale.

nel film norvegese Stellan Skarsgard è un poliziotto chiamato a risolvere un caso misterioso e complicato, niente è quello che sembra, e nonostante la luce insopprimibile dell'estate oltre il circolo polare artico il poliziotto riesce ad arrivare alla verità.

un film che non delude, promesso.

buona (luminosa) visione - Ismaele


QUI si può vedere il film completo con sottotitoli in inglese

 

 

Un thriller psicologico (che poi è stato rifatto da Hollywood qualche anno dopo) di discreto impatto e quasi totalmente sulle spalle del bravo Skarsgard che riesce a rendere visibile il disfacimento fisico e morale del superpoliziotto da lui interpretato. A differenza del remake americano in cui tutto si giocava sull'ambiguità nel confronto tra poliziotto e scrittore, qui il personaggio dello scrittore ha uno spessore e un ruolo contenuto nell'economia della storia. Il film in fondo non ha neanche troppo interesse per il risvolto giallo della vicenda, è interessato solo al dilemma morale del poliziotto che fa di tutto per nascondere le varie tracce...A differenza di tanti thriller in cui il buio e la notte sono essenziali nell'economia del racconto, qui sono proprio la mancanza di buio e di sonno(siamo vicini al Polo Nord, il paesino è costantemente illuminato dalla luce del sole) a scatenare il progressivo scivolamento nel baratro del protagonista....

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Giallo scandinavo, suggestivo e inquietante.Detective svedese viene chiamato in una sperduta località norvegese , per venire a capo di un caso di omicidio,sfortunatamente durante il servizio uccide involontariamente un collega e viene per questo ricattato dal vero assassino.Questo film ha avuto un remake americano, altrettanto brillante con Al Pacino e Robin Williams, negli insoliti panni del cattivo,tuttavia è questo primo lavoro che personalmente preferisco.L'insonnia del titolo è quella che prova sulla sua pelle il protagonista, non abituato a giorni lunghi mesi,la luce invade i suoi spazi,la sua vita, diventando il suo incubo e la sua maledizione.Sarà sempre più insonne "stroppicciato" e ciondolante,gli scenari incantevoli ma dal tratto quasi "onirico" che lo avvolgono, finiscono con il piegarlo, sul piano psicologico.Statistiche recenti riportano un alto tasso di suicidi nei paesi nordici,malgrado civiltà,infrastrutture e un walfare funzionante, certamente il clima è uno dei fattori scatenanti.

Bello il film,bello il remake.

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Insomnia is a complex drama, yet executed with great stylistic economy and simplicity, through which Skjoldbjærg and his collaborators—including cowriter Nikolaj Frobenius—develop a profound sense of enigma. The visual style, notably the use of whiteness, constantly evokes the unreadability of Engström’s psyche, reversing the convention of identifying the unconscious with darkness. Erling Thurmann-Andersen’s cinematography emphasizes the daylit mundanity of the urban location, downplaying the natural grandeur of Tromsø and its environs. The setting becomes a blank canvas for a study in white: Engström is frequently framed against windows that blaze with cold light, or placed in antiseptically clean, geometrically neat settings, notably Holt’s stark apartment, divided up into a Mondrian-like grid…

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venerdì 21 agosto 2026

Betrayed (Tradita) - Costa-Gavras

gli Usa sono il paese più terrorista del mondo, nel film c'è il caso del terrorismo interno, quello che scatenerà la prossima guerra civile.

ammazzano un conduttore radiofonico, l'FBI indaga fra i nazisti interni, un'agente sotto copertura  (Debra Winger) entra in quella comunità terroristica, purtroppo sarà emotivamente coinvolta.

un film solido, appassionante e appassionato, da non perdere.

buona (Debra Winger) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo

 

 

Lo si può definire uno dei film più complessi e meno immediati di Costa‑Gavras, capace di fondere thriller, dramma sentimentale e indagine politica senza mai scivolare nel didascalico. La forza del film sta nella sua capacità di mostrare il razzismo non come un fenomeno marginale, ma come una cultura che può attecchire nella normalità: famiglie affettuose, comunità solidali, rituali condivisi. Il regista osserva con lucidità come l’odio possa convivere con la tenerezza, e come la violenza ideologica possa essere tramandata con la stessa naturalezza di un valore familiare.

Debra Winger offre una prova intensa, costruita su esitazioni, conflitti interiori e una vulnerabilità che diventa parte integrante della tensione narrativa. Tom Berenger, nel suo periodo migliore, con il suo carisma ambiguo, incarna perfettamente la doppiezza del personaggio: padre amorevole e, allo stesso tempo, uomo capace di abbracciare ideologie estreme.

Il film non cerca il colpo di scena facile, ma lavora sulla progressiva immersione in un ambiente che seduce e inquieta. Ne emerge un racconto duro, che interroga lo spettatore e lo costringe a guardare da vicino ciò che spesso si preferisce ignorare: la banalità del male quando si annida nella quotidianità.

Era ancora l’88 ma oggi la Storia pare ripetersi in maniera inquietante.

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Tom Berenger eccede in un'interpretazione poco equilibrata e misurata facendo in modo che il suo personaggio risulti poco credibile, a volte ai limiti della macchietta, mentre spicca la prova convincente e preziosa di una Debra Winger intensa, determinata ma fragile, dubbiosa ed impaurita, sconvolta ma decisa, materna e dolce, delusa e tradita/betrayed dall'Fbi, per lei la sola famiglia, tanto più che il suo capo è anche il suo ex compagno, pronto però solo a sfruttarla pur di raggiungere il suo obiettivo e catturare il maggior numero possibile di esponenti di quel movimento fascista e violento che mina dalle fondamenta l'America ed i suoi valori ed ideali democratici ed è ramificato nella società in maniera impressionante. E interessante è la descrizione di un FBI che usa gli stessi metodi di chi cerca di arrestare per raggiungere il proprio scopo, uccidendo, se necessario, senza scrupoli morali come se fosse normale routine: "Uccidere è come togliersi la merda dalle scarpe". Strepitosa infine la battuta che pronuncia il dj nello scatenato incipit del film, nello stile di "Talk Radio" di Stone, di cui "Betrayed" potrebbe essere un ideale seguito (in fondo comincia là dove il film di Stone finisce): "Siamo in America: abbiamo sempre bisogno di un nemico per costruire altre armi". Ancora oggi verità sacrosanta ed indiscutibile!!!

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Un j'accuse nei confronti dell'odio razziale fatto da un regista scomodo, che qui ha il pregio di essere roccioso, determinato e introspettivo allo stesso tempo, senza perdersi in spiegazioni didascaliche. I personaggi sono ben costruiti e sfaccettati: se Debra Winger è un'interprete eccezionale e profonda, non le è da meno Tom Berenger, a cui è affidata la parte più difficile. Il suo ruolo doppio, di mezzadro onesto e aitante che nasconde un rancore radicato per i neri e facile preda degli altri soci del Ku Klux Clan è una scoperta. Molto bravo. Il film è notevole e sorprendente.

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giovedì 20 agosto 2026

Mere rosii (Mele Rosse) – Alexandru Tatos

nel 1976, nella Romania di Ceausescu, un piccolo dottore lotta per poter fare il medico, in un mondo corrotto, Ippocrate sarebbe orgoglioso di lui.

un gioiellino da non perdere, se lo trovate.

buona (ippocratica) visione- Ismaele



QUI il film completo, in romeno



a film who reflects his need to escape from the rules web of political command. a surprising film in the context of period. a splendid role by Mircea Diaconu. and a courageous pledge for the honesty and passion as the best manner to define yourself and to change the reality. a pamphlet, it is precise analysis of the social sins. the arguments of young doctor. the cold suspicion, selfish protective circles of the hospital director. the love stories. and the atmosphere who impress for a film from "70's. because it is more than social criticism. it represents a precise portrait of a sick system, not very different by the Romanian medical system from 2016. the importance of film - expose the credo of the director. in direct manner. reflecting the crisis of a cruel perception about the weakness who defines a community.

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courageous, honest, good acting, clever solutions against political command, direct irony against the social sins. and one of beautiful roles of Mircea Diaconu, a lovely performance by Carmen Galin. more than story, clear definition of Alexandru Tatos credo. a film about the duty and the moral victory, about the sacrifice and life as more than convention chain or show. the sensitivity, the touching pieces who defines the lead character are the pillars of it. and the delicate air of freedom. a courageous film for Romania of yesterday and tomorrow. because it remember, in a Balcanica society who believes all has its price than the real values are, always, the axis for define you and the other.

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mercoledì 19 agosto 2026

Nacktschnecken - Michael Glawogger

un gruppetto di ragazze e ragazzi, a corto di soldi, aderiscono alla proposta di girare un film porno in pochi giorni.

il film è divertente, non resterà nella storia del cinema, se lo trovi non ti deluderà.

buona (dildo) visione - Ismaele

 

martedì 18 agosto 2026

Komisario Palmun erehdys (Inspector Palmu's Mistake) - Matti Kassila

un film alla Agata Christie, meno serioso e molto più divertente.

un paio d'ore ben spese, umorismo finlandese, ecco da chi ha preso Kaurismaki:)

buona (sorprendente) visione - Ismaele



QUI si può trovare il film

 

 

Il migliore tra i film che hanno per protagonista il commissario Palmu, serie amatissima negli anni Sessanta. Classico delitto nella camera chiusa: un produttore cinematografico viene trovato morto nella vasca da bagno. «Un genere nuovo di detective-film ironico, dove la combinazione di scatenata parodia e vere indagini produce un effetto irresistibile - non ultimo per via dei brillanti attori» (von Bagh). Di grande atmosfera una Helsinki in bianco e nero, percorsa da brividi di musica jazz: una visione di città che Kaurismäki cita tra le proprie fonti.

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lunedì 17 agosto 2026

Lizzie (La donna delle tenebre) – Hugo Haas

tratto da un bel romanzo di Shirley Jackson, Lizzie è un film che merita molto.

qualche piccola variazione rispetto al libro (solo chi ha letto il libro lo saprà) ci sta bene, è funzionale all'econoia fel film.

una ragazza orfana, che vive con la zia, ha qualche problema nella sua testa, dovuti a traumi dell'infanzia, un bravo medico riesce a capire tutto.

buona (ipnotica) visione - Ismaele

 


Stroncato all'epoca ma oggi rivalutabile come b-movie sincero, uno psycho-noir asciutto sorretto dalla brava Parker e dalla magnetica Blondell. La rappresentazione del disturbo dissociativo è semplificata secondo i canoni del "cinema psichiatrico" anni Cinquanta. Tra thriller e melodramma senza mai osare davvero troppo, restando, comunque, un prodotto gradevole.

Risposta della MGM a la Donna dai tre volti (1957) realizzato dalla 20th Century Fox, uscito quattro mesi prima e vincitore di un Oscar, anche quello a raccontarci di una giovane donna dissociata e del medico che l’aiuta con l'ipnosi. Un’operazione sulla cresta dell’onda dell’interesse dei tempi per la psicanalisi e per fenomenologie della psiche sempre un po’ arcane e misticheggianti (la personalità multipla, l’ipnosi) che, tuttavia, né piacque alla scrittrice Shirley Jackson dal cui romanzo “Lizzie” (the Bird’s nest) il film venne tratto, né entusiasmò la critica: lo spietato Bosley Crowther del New York Times, nell'aprile ’67, liquidò il film come "sciocco e generalmente noioso", giudizio severo ma comprensibile nel contesto di un'epoca che preferiva il realismo sociale alle derive exploitation. Oggi, liberato sia dal confronto con la Donna dai tre volti, sia da peculiari correnti critiche, Lizzie emerge come un b-movie sincero e artigianalmente solido, sorretto da performance femminili di buono spessore e da una regia consapevole dei propri mezzi espressivi. Haas, regista boemo, operando con risorse limitate, costruisce un psycho-noir asciutto e nervoso attorno alla figura di Elizabeth, ben resa dalla Parker che evita le trappole del manierato e ci documenta, con la sua personalità "cattiva", seduttiva, moralmente ambigua, gli stereotipi sulla sessualità femminile degli anni Cinquanta. Le sequenze più memorabili - la scena dei tre specchi che moltiplicano il volto della protagonista, le lettere minatorie che Elizabeth scrive inconsapevolmente a se stessa, la ricostruzione della festa di compleanno che diventa teatro terapeutico - rivelano una sensibilità registica e narrativa non così dozzinale. Plus, la presenza di Joan Blondell che offre una valida presenza scenica nel ruolo della zia Morgan, alcolizzata perenne in vestaglia che abita gli spazi più sensibili del racconto. Il personaggio rimane enigmatico, forse poco sviluppato, ma Blondell impregna ogni battuta di una ironia malinconica e ricorda quel tipico modello della diva in disarmo (Bette Davis, Gloria Swanson, ...). Richard Boone, invece, interpreta lo psichiatra Neal Wright secondo i canoni dell'epoca: figura paternalistica che penetra - verbo non a caso - i misteri della psiche femminile attraverso l'ipnosi, sorta di soggetto umano a metà fra l’affidabilità scientifica positivista e il prete secolarizzato che ha a che fare con la psiche-anima. È, però, sul piano scientifico che il soggetto regge poco. La rappresentazione del disturbo dissociativo (già di suo tema sensibile in ambito clinico, si leggi nei trivia) rimane assai semplificata. La risoluzione terapeutica segue una logica narrativa rassicurante ma psicologicamente ingenua (scoprire il trauma basta per eliminare il sintomo) che però piaceva molto al “cinema psichiatrico” dell'epoca che trasformava la complessità della mente in percorsi lineari di causa-effetto, trauma e catarsi (cfr. Hitchcock di Io ti salverò, 1945; Marnie, 1964). Il vero limite, ad ogni modo, non è quello scientifico ma quello narrativo: il film manca di pepe, non accade mai nulla di davvero pericoloso, non si consuma violenza autentica o pericolosità; l'ombra del suicidio e dell'omicidio viene evocata ma mai materializzata. Questa castrazione drammatica indebolisce l'impatto complessivo, confinando Lizzie in un limbo tra thriller psicologico e melodramma sentimentale. Resta un film dei suoi anni non privo di grazia e intelligenza artigianale.

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…Per finire - mentre il cambiamento più marcato dal romanzo al film si può senz'altro individuare (ovviamente dal PdV del mero plot) nell'inserimento del vicino di casa della zia, un personaggio (interpretato dal regista Hugo Haas) creato e inventato da zero per normalizzare e rendere più comoda, elementare ed agevole l'implementazione di alcune svolte narrative, ma che non stona affatto nell'insieme – ecco ancor'altre più o meno importanti e significative divergenze: oltre alla statua d'ebano nigeriana, presenza fisico-fantasmatica nelle pagine scritte d'altrettanto nero inchiostro e solo suppellettile di contorno sulla superficie al nitrato d'argento della pellicola, e alla figura del custode-tuttofare messicano/italiano del museo dove è impiegata Elizabeth che prende il posto del giovane, gentile dottore incontrato da Beth/Bess a New York, ecco, in penultimo non ultimo: il fango, che dal frigorifero passa al vestito; e il ritorno più espressivo/espressionista dell'edificio museale: nel finale del romanzo il calpestare ancora quelle stanze e quelle aule, quei saloni e quei corridoi (che nelle prime pagine invece assurgono a vero e proprio personaggio, con una forza icastica e un'incisività pittorica indimenticabili) è reso più come una - comunque sottilmente disturbante - visita di cortesia, mentre nella pellicola quelle scenografie vengono ri-utilizzate come substrato, contesto ed argomentazione del dare alla memoria, dopo la suppurazione e l'epurazione del trauma, un proprio luogo in cui ricongiungersi con sé stessa, ristabilirsi e ristabilire un ordine condiviso tra le parti, confluent'in fine le une nelle altre a dare somma uno: Set This House in Order! L'eterno splendore della mente riasse-s/t-tata. 

Ottimi tutti gli interpreti…

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