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mercoledì 31 marzo 2021

I giovani uccidono (The blue lamp) – Basil Dearden

un giovane Dirk Bogarde nel ruolo di un delinquente, in un film che sembra quasi una pubblicità per Scotland Yard, almeno all'inizio.

la seconda parte è davvero splendida, con le scene dell'inseguimento e alle corse da film di serie A.

cercatelo e godetene tutti, gran bel film - Ismaele



 

Realizzato con la collaborazione di Scotland Yard, film campione di incassi in Gran Bretagna che riprende il taglio documentaristico dei coevi noir americani (sempre interessante la Londra postbellica). Sottolinea l'anacronismo di una polizia disarmata a fronte di una delinquenza sempre più sfrontata, ma la prima parte si dilunga troppo sul cameratismo degli agenti, mentre la seconda è molto più tesa e coinvolgente. Nel cast, manco a dirlo, spicca Bogarde nel ruolo, per lui non inusuale a inizio carriera, di un giovane criminale nevrotico.

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Dramma a tinte noir-poliziesche, connotato da "inserti" quasi documentaristici (in questo caso sulla polizia ed il suo lavoro) com'era di moda a quell'epoca. La cosa più interessante del film è l'ambientazione nella Londra post bellica, di cui si vedono scorsi inediti e molto interessanti. La storia è poca cosa: prevedibile negli assunti, negli sviluppi e nell'ovvio (visto il periodo in cui fu girato) epilogo. Ma non ci si annoia di certo e per l'epoca doveva anche essere meno banale di quanto appaia oggi. Bogarde mostrava già sprazzi del suo talento.

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It’s a fast-moving, dynamic and enjoyable crime thriller. After all these years it is still both exciting and involving, while significantly taking time to paint a valuable portrait of a now long-vanished world of post-war austerity London working-class society. It established firmly in the British national consciousness the cosy ‘evening all’ idea of the trustworthy, fair London bobby of the Fifties, an image eroded then finally smashed by 60s, 70s and 80s TV and cinema thrillers (Z-Cars, The Sweeney) as the post-war age of friendly innocence was destroyed  for ever by the swinging sixties and cynical seventies…

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sabato 12 settembre 2020

Darling - John Schlesinger

la swinging London degli anni '60, quando ancora gli omosessuali finivano in galera.

Diana è una (bellissima) donna libera, che non sa bene il suo posto nel mondo (o forse sì), indecisa spesso, una farfalla in un'eterna primavera, che crede che tutto le sia dovuto.

nel film soffia lo spirito dei tempi, vince tanti premi, anche se non è il miglior Schlesinger.

buona visione, comunque la pensiate - Ismaele


 

 

 

La solitudine e l'insoddisfazione emergono anche da Darling (1965), con Julie Christie borghese irrequieta e amorale, e sex symbol della swinging London. Il film, raccontato come un flashback ottenuto attraverso l'espediente di un documentario sulla vita della modella, sembra, in effetti, un documentario dell'epoca.

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«Darling» scruta nell’ambizione e nell’insoddisfazione, nelle apparenze e nel vuoto interiore. Per «Blow Up», Antonioni deve averlo studiato a memoria. Diana Scott emerge con la forza del caso e della necessità: di irresistibile fotogenia, viene scoperta nel corso di un’intervista fatta sulla strada. Diventa modella, poi attrice, diva, principessa, e a ogni gradino lascia qualche vittima. Sono anni cruciali per l’emancipazione della donna, Diana non ha problemi a usare il proprio corpo, la liberazione sessuale può avvenire anche strumentalizzando varie forme del potere maschile. C’è pure la scelta dell’aborto, con le lacrime di circostanza.

Amo il Free Cinema inglese per tanti motivi. Su tutti, le facce degli attori e il particolare uso del bianco e nero: è un’estetica che sembra sottolineare la natura fittizia della rappresentazione, nel quadro di un crudo realismo. Spesso Julie Christie appare spettinata, Diana non è molto istruita, ma possiede il fiuto “pop” per sfruttare ogni meccanismo di ascesa sociale.

Nessuna ribellione, anzi. Andare in sposa al vecchio erede di una vecchissima casata – dopo essersi concessa un’ultima notte con un giovane marinaio – è quanto di più conformista si possa immaginare: consapevole di essere una bambola da esporre, Diana si gode il primo piano che campeggia su enormi manifesti, ispirando invidia in chissà quante donne.

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Diana has lived an empty dream. She has been selected the "Happiness Girl", and subsequently has married an Italian prince, and she is the stepmother of seven children. But at the end of the film, she is totally alone. It is not clear how we are to take her; the film's ironies are both too neat and too uncertain. But at least the ending does not play upon sentimentality. Instead of an emotional parting between Robert and Diana, the film focuses on an old woman, with a half-belligerent, half-vacant stare, singing "Santa Lucia" in Piccadilly Circus. It is typical of Schlesinger's fondness for the social cameo; it has a detached, brittle effect, rather than a maudlin one, and it is effective.

There are many good things in Darling, even some brilliant moments. The scene where Diana is sunbathing with several men, and the timer buzzes, and they all turn over leaving her alone on her back, is a comment on several levels. Also, the stop-action modeling sequence is a stunning one.

But although it is cleverly conceived, the danger of Schlesinger's approach is that everything is so contrived that the film becomes essentially a tour de force. The characters become types. Everyone in the party scenes and street scenes is bizarre; and it all becomes incredible. The viewer begins to stop caring. There is witty line after witty line, clever shift after clever shift. Every bitter line draws a guffaw; yet the laughter is unwholesome, because it is excessive. Such wit, Darling proves, can become tiresome.

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Por su brillante actuación, que va más allá de la superficie de un personaje por naturaleza superficial y banal, la magnífica Julie ganó el Oscar de 1965 a la mejor actriz y demostró, con creces, que era mucho más que una cara celestial. Pronto seguirían algunas cintas que la coronaron como uno de los íconos más importantes de la cinematografía de los 60 y 70.
No se dejen engañar por el título. Esta no es una historia de amor y está claro desde las primeras escenas. Más bien se trata de un estudio frío y brutal, de la "gente bonita", la que se esfuerza por que todo sea perfecto y de buen gusto, pero que está atascada en la mengambrea de la hipocrecía y su propia vanidad. El que la heroína sea una mujer fatua, manipuladora y finalmente patética, da un cariz totalmente distinto a lo que uno esperaría fuera una película ordinaria de su momento histórico.

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lunedì 24 agosto 2020

Victim – Basil Dearden

fino al 1967 essere omosessuale e avere rapporti omosessuali era un reato che apriva le porte della galera, nella civilissima Inghilterra, quella dei Beatles.

fare questo film nel 1961 fu un macigno nello stagno del perbenismo e delle leggi terribili del tempo.

anche questo film può aver contribuito alla cancellazione di quelle leggi vergogna? io credo di sì.

il film ha per protagonista un immensamente bravo Dirk Bogarde, regista Basil Dearden, uno a cui non mancava il coraggio.

il film è bellissimo non solo per quello che ha significato, ma è un gioiello in sé.

non perdetevelo, se vi volete bene - Ismaele


QUI il film completo in inglese, con sottotitoli in inglese

 

 

Film cruciale, a suo modo storico. Il primo – siamo nel 1961, in Gran Bretagna – a infrangere davvero al cinema il muro del pregiudizio antiomosessuale. Fino a Victim il gay su grande schermo era imprigionato nel reticolo dei cliché, nei vari ma tutti ferrei e non scalfibili cliché: il vizioso, il borghese o aristocratico raffinato e decadente, il losco figuro dedito alle peggio infamie morali, il povero malato incolpevole della sua malattia da guarire e recuperare alla normalità, la sfolgorante checca tutta lazzi, mosse e lustrini, ecc. Con Victim si racconta di gay che, per il solo vivere la propria condizione e il proprio desiderio, sono dei reietti sociali perennemente a rischio di incappare nella rete della giustizia (val la pena ricordare che, quando viene girato il film, nel Regno Unito l’omosessualità è ancora un reato, esattamente come ai tempi di Oscar Wilde)…

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…Nello schema di un noir d’alto bordo che risente delle atmosfere del Free Cinema e del suo spirito anarcoide pur in una forma elegante e raffinata, Victim è un audace e temerario caposaldo che non solo rompe un tabù ma fa anche collimare l’avvincente tensione del giallo con l’impianto di un racconto civile che vuole mettere in mostra soprattutto la normalità di coloro ancora considerate pericolosi o perversi trasgressori della morale.

Può sembrare oggi banale – oppure no – ma il cuore dell’operazione sta nel far passare il massaggio che l’essere omosessuali non rende né migliori né peggiori: il linguaggio colloquiale e familiare non immune al romanticismo, le recitazioni sì tormentate ma mai affettate come macchiettismo impone, la storia nera da thriller sottolineano la pericolosità di un film che ribaltava coraggiosamente il modulo dell’epoca, scegliendo un approccio così esplicito da accrescerne il valore politico. La censura, infatti, fu spietata e impose il divieto di visione ai minorenni…

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Se il film è potente ancora oggi, la storia che c’è dietro alla sua costruzione è meritevole di citazione. L’attore che interpreta l’avvocato Farr era anch’egli segretamente omosessuale, proprio come il protagonista di questo torbido ed intrigante noir. Dopo aver letto la sceneggiatura fece di tutto per esserne il futuro protagonista, proprio come Farr, di abbattere un muro di omertà e pregiudizio inglese nei confronti degli omosessuali, chiamati più volte deviati o ‘queer’ nella pellicola. Infatti ben sei anni più il reato di omosessualità venne depenalizzato nel Regno Unito.
Per quanto concerne il film, e l’evoluzione della storia rappresentata, siamo su livelli altissimi. Forte di un depistaggio ossessivo sulla reale identità dei ricattatori, sull’analisi del ‘problema’ da parte degli stessi poliziotti, e soprattutto il conflitto interiore e di coscienza di Farr, desiderosi di abbattere un muro omertoso nei confronti degli omosessuali, costretti fino ad allora a vivere nell’ombra e pagare per non essere scoperti e trascinati in galera per ‘atti omosessuali’.
Niente lagne strazianti o stereotipi del cinema moderno sull’argomento, bensì un intreccio misterioso e tagliente che porterà alla luce un odio senza fine da parte di un’insospettabile soggetto ricattatore, armato di rancore, ripugnanza ed intolleranza. Finale superlativo per un capolavoro vero del cinema. Considerato l’anno d’uscita, quasi sessant’anni fa, l’atmosfera noir resa perfetta da personaggi stereotipati del genere alternati ad altri decisamente innovatovi, le tematiche trattate (avanti anni luce per l’epoca) e l’intreccio da thriller ansiogeno, ed infine le interpretazioni da manuale del cinema, VICTIM entra di diritto nella classifica dei noir/thriller migliori della storia del cinema! Opera totale!

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…Di fronte ad una pellicola come Victim non si può che rimanere affascinati dal coraggio con cui il regista, Basil Dearden – conosciuto poco anche in Gran Bretagna – l’attore protagonista, Dirk Bogarde (lo ricordiamo in Morte a Venezia e La caduta degli dei di Luchino Visconti, nonché ne Il portiere di notte di Liliana Cavani) e l’intera produzione, hanno condotto a termine il progetto.

Siamo nel 1961, cioè sette anni dopo il suicidio di Turing, in una nazione che sta cambiando ma che soffre ancora del puritanesimo che ha tratteggiato l’epoca vittoriana. L’importanza del film non poteva sfuggire a Vito Russo, che nel suo libro Lo schermo velato, dedicato alla rappresentazione cinematografica dell’omosessualità, ne rivendica la portata rivoluzionaria, sottolineando come sia il primo lungometraggio della storia del cinema ad usare la proposizione «Io sono omosessuale».

Nel testo di Russo è presente un’intervista a Dirk Bogarde, in cui l’attore così si esprime: «Era il primo film in cui un uomo diceva “ti amo” ad un altro uomo. Sono stato io a scrivere quella scena. Ho detto: “le mezze misure non hanno senso. O si fa un film sui froci o non lo si fa”. […] Io credo che il film abbia cambiato la vita di tante persone” (cfr. V. Russo, Lo schermo velato, Costa § Nolan, 1984, pp. 160-161).

La cosa diventa ancora più evidente se si pensa che, proprio nello stesso anno in cui è uscito Victim, nelle sale era arrivata un’altra pellicola inglese dedicata alla vita di una persona omosessuale. Si tratta di Sapore di miele, del regista Tony Richardson, un’opera ancora appesantita da tutti i luoghi comuni che, in quegli anni, alimentavano l’immaginario collettivo sull’omosessualità.

È utile ricordare che il film di Dearden fu sottoposto a censura, con il taglio di alcuni minuti che facevano parte del montaggio originale. Nonostante ciò, a distanza di quasi sessantanni, la sceneggiatura e la regia risultano ancora fresche, attuali e penetranti, a dimostrazione della buona riuscita dell’opera.

Molti sostengono che l’attore Dirk Bogarde fosse omosessuale, sebbene lui stesso sconfessò più volte questa diceria. Resta il fatto che ebbe una lunghissima convivenza con il suo manager Tony Forwood, al quale Dirk, dopo la diagnosi di Parkinson, dedicò tutto il suo tempo.

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Recent critics find "Victim" timid in its treatment of homosexuality, but viewed in the context of Great Britain in 1961, it's a film of courage. How much courage can be gauged by the fact that it was originally banned from American screens simply because it used the word "homosexual." To be gay was a crime in the United States and the U.K., and the movie used the devices of film noir and thriller to make its argument, labeling laws against homosexuality "the blackmailer's charter." Indeed, 90 percent of all British blackmail cases had homosexuals as victims.

The defense of homosexuality was not a popular topic at the box office when the film was made, and director Basil Dearden tried to broaden the film's appeal by making it into a thriller and a police procedural. There is no sex on (or anywhere near) the screen, and while the hero is homosexual by nature, there is doubt that he has ever experienced gay sex. The plot hinges on anonymous blackmailers who collect regular payments from wealthy and famous gays, and on the decision of a prominent barrister to stand up to them…

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lunedì 24 dicembre 2018

L'incidente – Joseph Losey

Anna fa perdere la testa a due amici, Stephen (Dirk Bogarde) e Charley.
è la fidanzata di un ex studente che va a salutare il vecchio professore.
Stephen e Charley sono due insoddisfatti, Charley si è separato, Stephen ha un amante (Delphine Seyrig).
Anna fa impazzire tutti.
la sceneggiature è di Harold Pinter, futuro premio Nobel  per la Letteratura.
il film è un gioiellino, con la forza di un thriller.
non trascuratelo - Ismaele







Il prorompere delle pulsioni e dei sensi di colpa, segnalati dalla flessuosità dei suoni del sassofono sulle carni di Anna (per altro senza davvero scadere nello stereotipo), è faticosamente incastrato nei riti sociali, scaricato in giochi (il rugby nella hall di Robert Adam a Syon House) e dialoghi dai nervi a fior di pelle, squarciato dalle lamiere di un incidente perversamente liberatorio (anzi, più di uno).

The film is put together as carefully as a Hitchcock. The plot depends on coincidences, timing and the resources available in the limited Oxford world. But it is also recognizably a work of Pinter in the way the story is revealed backwards, in scenes that are jigsawed together to make an emotional continuity instead of a straightforward story line.

The drama is painstakingly underplayed, brilliantly acted (except for Sassard's wooden performance), its stylistic realism is smashing and its dialogue is spitefully provocative. The humor is in its morbid satirical view of how snobbish and pretentious academia can be and how foolish older men can get over a younger pretty woman. It's a dark film, with a jaundiced view of love that might not appeal to everyone. But its unbridled view of the stifling world of academia is brilliantly realized and shot, and it holds one's interest throughout because of its wit, its multilayered complexity and how absorbing it all is…