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giovedì 13 marzo 2025

Mickey 17 - Bong Joon-ho

quando un regista non Usa va a girare negli Usa quasi sempre viene "addomesticato" dai produttori,

nel caso di Bong Joon-ho il produttore (Warner Bros) non è riuscito a imporsi sul regista (lo si spiega qui), che ha girato un altro filmone cinque anni dopo Parasite.

Mickey 17 è un film di fantascienza, ma non solo, è un film politico (qui lo spiega il regista), come in Snowpiercer un gruppo di varia umanità è costretto a vivere insieme.

un comandante/dittatore (Mark Ruffalo), che assomiglia in certe pose a Mussolini, insieme alla moglie (Toni Collette), che forse è quella che ha i pantaloni, governano senza pietà l'astronave che arriva sul pianeta ghiacciato.

Mickey 17 (interpretato da uno straordinario Robert Pattinson, che riesce anche a raddoppiarsi) è uno schiavo per debiti costretto a morire e a rinascere senza fine, potenza della dannata tecnologia.

in poco più di due ore si riesce a vedere un film pieno di grandi cose, film politico, d'avventura, animalista, fantascientifico, d'amore, ricco di avventure, sarebbe un peccato mortale non andare al cinema a godere di uno dei film più belli dell'anno. 

buona (straordinaria) visione - Ismaele 




 

Quando un regista ha successo, il mondo sembra aspettare con ansia la sua caduta, l’opera “non all’altezza”. Bong Joon-ho ci serve su un piatto d’argento, con gusto anarchico, la “grande delusione”: un film-caos che è simultaneamente omaggio a Nausicaa di Miyazaki, cinema slapstick che guarda al muto, viaggio avventuroso dell'(anti)eroe, metafora sci-fi alla Verhoeven, il tutto rielaborato in uno stile personale e riconoscibile. Per quanto mi riguarda ho amato molto Mickey 17. Vi ritrovo un autore innamorato del cinema e fedele a se stesso e alle proprie ossessioni (la lotta di classe, la rapacità che dilania l’animo umano, la struggente debolezza degli ultimi, l’ambientalismo). E come dimenticare l’assoluta indifferenza che circonda Mickey e le sue “insignificanti” morti? Il tono ludico cela immagini nerissime, una riflessione sulla natura del potere e sulla spettacolarizzazione della morte.
Ma c’è anche lo smagliante piacere visivo, quell’occhio formidabile per la dissezione degli spazi e la stratificazione dell’inquadratura. A mio parere un film imperfetto e meraviglioso, fieramente “multiplo e sacrificabile” come il suo protagonista.

da qui

 

Bong è più interessato a rompere il sistema che ad ammirarlo in funzione, e i suoi temi abituali di ambientalismo, bene comune e ribellione di fronte alle ingiustizie richiedono esplosività sovversiva.

La capacità del regista di creare momenti di cinema, complici gli impeccabili valori produttivi degli effetti speciali e della fotografia di Darius Khondji, continua ad avere pochi eguali. Lo stesso può dirsi del suo gusto peculiare a livello di tono, sospeso tra il grottesco, la commedia e il drammatico in quella che è ormai una sorta di firma personale: mai troppo assurdo da minare il pathos, né pienamente addentro al linguaggio convenzionale del genere sci-fi declinato all'hollywoodiana.
Il problema casomai è Bong stesso e il suo universo già esistente, così ricco e vivido, che dopo Snowpiercer è sempre sembrato un po' asfittico al di fuori del fenomeno Parasite. Chissà che la strada giusta non sia quella di un ritorno sulla Terra per uno dei registi sinonimi con l'epoca dorata del cinema coreano.

da qui

 

Mickey 17 non scombinerà nessuna classifica di preferenza nella filmografia del nostro e magari i fan più incalliti potranno rimpiangere quando Bong picchiava più duro, ma il suo discorso, il suo riuscire a parlare degli ultimi, dei reietti, prendendo in giro il potere (fattosi tristemente realistico dopo le riprese) con toni sì caricaturali, forse di grana grossa, ma espliciti nei riferimenti, è qualcosa che ci meritiamo anche dall'arte più popolare a cui questo film fieramente appartiene, con tutti i se e i ma del caso. Arte popolare poi realizzata al proprio meglio, perché regia e montaggio rimangono sempre di altissimo livello.

Soprattutto, è la prova definitiva di quanto Pattinson sia un bravo attore.

Non gli è bastato The rover (o High life, per stare nel genere) per farvi dimenticare Twilight. Lontano però da robe come The Batman ha la possibilità di destreggiarsi nella commedia brillante che ancora gli mancava, riuscendo a padroneggiare molteplici registri in un film dove farla fuori dal vaso era un attimo.

Se proprio vogliamo, il vero vincitore è lui.

Oltre che il buon cinema, ovviamente. Riuscirci a queste condizioni era un'ulteriore difficoltà.

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Bong è noto per lasciare ampio margine di libertà ai suoi attori, e questo è particolarmente evidente con Ruffalo, che sembra imitare il tono rauco di Trump, e con Collette, che invece riesce a dosare meglio la sua espressività (in altre parole, non arriva agli eccessi di Swinton in Snowpiercer). Forse le interpretazioni in Parasite o Mother sembrano più contenute e impassibili semplicemente perché non parlo la lingua in cui sono recitate. Ma è anche vero che molti dei film non hollywoodiani di Bong si concentrano su dinamiche familiari: The Host e Parasite mostrano famiglie in crisi che si uniscono e si distruggono, mentre Mother racconta la storia di una donna che cerca di scagionare il figlio mentalmente disabile da un’accusa di omicidio. Esiste già un legame emotivo di base su cui il film può costruire e approfondire.

Da americano poco raffinato, la differenza tra questi film e le sue opere in lingua inglese mi ricorda un po’ le attuali stagioni de I Simpson rispetto agli episodi migliori dei primi dieci anni: è sempre lo stesso show, ma lo sforzo e le cuciture sono più visibili. Il più fantascientifico Mickey 17, come Okja e Snowpiercer, ha molte più spiegazioni da fornire prima ancora di poter cominciare davvero, e poi si muove freneticamente tra personaggi che cercano di uccidersi a vicenda. Probabilmente è inevitabile per film che si confrontano più direttamente con la cultura americana; il fatto che Mickey 17 non abbia abbastanza tempo per sviluppare a fondo tutte le sue relazioni (nonostante i suoi 137 minuti, più lunghi della media) perché è troppo occupato a lavorare, potrebbe essere proprio il punto centrale. Se non lo è, beh, di certo calza a pennello. Mickey 17 potrà anche essere un caos, ma non sembra mai una resa.

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Come il suo protagonista, il film stesso è scisso, un blockbuster con meno azione del solito, un film d’autore più didascalico del previsto, un film d’azione caratterizzato da un tono mesto, malinconico e ridicolo. È la complessità, questa, di un autore con la capacità (rara) di lavorare dentro e fuori i generi, rimodellando i confini a suo uso e consumo, riuscendo a far emergere anche in una pantomima fantascientifica un’umanità inaspettata. La sfida della satira ormai è riuscire a interpretare la realtà superandola, perché è la realtà ad aver scavallato il muro dell’impensabile, quasi impossibile inventarsi politici più ridicoli dei nostri, dittatori più avventati di quelli in carica.

Mickey 17 sembra volerci suggerire un antidoto all’alienazione dell’individuo postmoderno, immerso in un flusso incessante di avatar e identità digitali, che riducono l’essere umano a un’involontaria proiezione di se stesso. In un mondo dove le connessioni si fanno sempre più superficiali e liquide, l’incontro tra le due versioni di Mickey appare come un disperato tentativo di ricostruire una forma di autenticità, sottratta alla frammentazione dell’io nell’infinito riflesso delle realtà virtuali. Perché alla fine, gli alieni siamo noi.

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giovedì 25 agosto 2022

The Staircase - Una morte sospetta – Antonio Campos

una serie con (almeno) tre grandi attori/attrici, un caso giudiziario senza troppe prove, una morte "accidentale" che diventa omicidio, il tentativo di Michael per salvarsi, e la verità non è poi una cosa oggettiva.

si va avanti e indietro nel tempo, e alla fine la verità è un concetto difficile da credere, da provare, da capire.

merita, anche per i grandi attori, e un regista che evidentemente sa come si fa.

buona (ingarbugliata) visione - Ismaele

 

 

Digressioni temporali. Sembra essere questo l’ingrediente speciale che riesce ad accendere la narrazione di The Staircase. Similare alle atmosfere miniseriali di The Undoing nel raccontare della crisi di valori dell’upper-class statunitense, l’opera di Campos e Cohn parte da eventi conclamati nell’immaginario criminale per rielaborarne il contenuto in forma romanzata su di un doppio piano temporale tra passato e presente. L’espediente è efficace. E ci gioca tantissimo la narrazione di The Staircase, specie nel mostrarci il prima e il dopo nella vita dei Peterson. Nel riavvolgere il nastro dai giorni nostri sino ai giorni antecedenti/successivi all’evento luttuoso, The Staircase vede come dischiudersi segreti scabrosi e solitudini dell’anima, sino al graduale disfacimento di un’unità familiare tenuta in piedi per puro miracolo…

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…The Staircase es más fascinante de lo que pensaba. Sus capítulos duran una hora y te los pondrías en una maratón. Tiene ritmo, tiene gracia, tiene suspense y tiene buenas interpretaciones. Es suficientemente inteligente para saber cuándo pegar giros a lo "true crime" pero no deja de ser una serie ficcionada. En serio digo que engancha mucho. Si fuera una serie de Netflix sería de esas series que la gente ve de una o dos sentadas sin ningún tipo de culpabilidad. Una de las obligatorias del año.

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Miniserie crime in otto episodi basata sul vero caso di cronaca giudiziaria dello scrittore Michael Peterson, che ha appassionato gli Stati Uniti per circa un ventennio e continua ad esercitare un profondo fascino mediatico nel tempo, attraverso una narrazione sublime tra dubbi, sguardi ed espressioni ed interpretazioni magistrali dei suoi protagonisti The Staircase sfida l’indicibile, sotto le pressioni dell’esistenza e fino al momento della rivelazione finale.

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sabato 28 luglio 2018

Hereditary - Le Radici del Male - Ari Aster

il film inizia con un funerale, e poi succede di tutto, quello che vedono i personaggi neanche loro sanno se è vero, e noi neppure.
una famiglia normale, madre, padre, e i due figli, è appena morta la nonna.
tutti hanno un destino, molti non lo sanno, questa è l'ereditarietà del titolo, solo pochi sanno, o lo sapranno, che dovranno fare delle cose.
il ritmo del film, delle domande, e delle risposte, quando possibili, crescono di minuto in minuto, e quello che sembrava impossibile è vero.
tutti bravissimi, Toni Collette di più.
il cinema avrà anche l'aria climatizzata compresa nel prezzo del biglietto, non perdetevelo, è più bello di quello che vi immaginate (tra l'altro è un'opera prima) - Ismaele









El legado del diablo es una joya del cine artesanal que conjuga el terror con el drama; maneja elementos propios del cine más clásico para introducirnos dentro de una historia que no es lo que parece. Aquellos que acepten el desafío pueden descubrir la posibilidad de un nuevo clásico instantáneo del género.

No soy muy fan del cine de terror, pero de vez en cuando me encuentro con una película que me convence y salgo muy contento de su proyección, y eso no quiere decir que me provoque terror o miedo, ya que no me asusto viendo una película desde hace muchos años. Una de esas películas que considero notables dentro del género es la ópera prima de Ari Aster, con guion escrito por el cineasta neoyorkino, que te mantiene en tensión hasta el final y no s hace pesada pese a durar más de 2 horas…
La película sabe mantener un enigma hasta el final gracias a su decente guion, pero sobre todo la propuesta destaca a nivel artístico y técnico. El montaje 
Lucian Johnston y Jennifer Lame dota de agilidad al proyecto y sabe jugar bien con las escenas del presente y algunas elipsis. La fotografía de Pawel Pogorzelski es magnífica, tanto en las escenas de exteriores, en las que suceden por la noche. El sonido está presente en varias escenas para provocar el susto, pero en menor medida que en las cintas más convencionales del género que llenan las multisalas de todo el mundo. 
No me quería olvidar de esas escenas con las casas en miniatura que cuida minuciosamente la protagonista, y que tienen relación con algunos elementos centrales de la trama.
La película puede gustar a los aficionados al cine de terror, pero aviso que no es la típica película de género, y que puede ser más asequible al público medio que disfruta con un terror diferente.

La tensione s’incrementa graduale lungo lo svolgimento di Hereditary. E’ un climax, il cui principio è lento, di tono fortemente drammatico e in cui sono solo forniti alcuni vaghi elementi, lasciando lo spettatore stranito e confuso davanti a un Kammerspiel post-contemporaneo con una nota in nero. Poi, in una caduta libera che aumenta la propria velocità di minuto in minuto, fatti sempre più foschi e inquietanti travolgono chi guarda, in un’inevitabile deriva verso la tenebra che sfocia in un finale tanto imprevisto quanto agghiacciante. Il senso d’angoscia e di terrore sono poi acuiti dall’abile performance di due interpreti femminili fondamentali e complementari. Da una parte, la giovane Milly Shapiro dà forma a un personaggio silenzioso, ambiguo e caratterizzato da sguardi e gesti evocativi, in un sapiente minimalismo espressivo. Dall’altra Toni Collette porta sullo schermo una psicologia controversa, una donna eccentrica ed emotiva, con scatti di collera e dilanianti sensi di colpa, rendendola con felice e marcato manierismo. Gli altri due ruoli principali sono altrettanto ben interpretati e funzionali alle due suddette: Gabriel Byrne è controparte posata e sarcastica della moglie isterica, Alex Wolff il figlio vessato e perfetto capro espiatorio sotto molteplici punti di vista. A completare il tutto vi sono geniali escamotage nella regia e nel montaggio, nei movimenti di macchina, con stacchi repentini tra due sequenze in cui il medesimo soggetto, Peter, è seduto sul letto immerso nel buio e subito dopo è in classe, di giorno, nella stessa posizione, oppure nell’overture in cui la replica della stanza in miniatura si anima per divenire quella reale.
Eccezionale debutto che tradisce una notevole cultura cinematografica e letteraria, accompagnata da un’inventiva non indifferente, Hereditary è un horror che non si ferma al banale spavento, come molti prodotti che approdano nei nostri cinema da troppo tempo ormai, ma scava a fondo nelle radici stesse del male suggestionando lo spettatore sottopelle.

…Rara avis en el género de terror Hereditary es una de las mejores películas de género visto en mucho tiempo. Películas de horror nos llegan muy a menudo pero pocas tan estimulantes como la que ha creado el novel Ari Aster con un guion milimétrico en la que  las piezas van encajando cual puzle donde al principio uno no tiene claro que se pueda resolver pero según avanza la trama todo queda perfectamente ensamblado. Si a ese guion le acompañas un montaje modélico pocas cosas pueden fallar en una película cuya trama tiene muchas lecturas y es propicia a crear debate una vez salidos de la sala.
Casas malditas, rituales y demás trivialidades en el mundo del terror son aquí tratados, por muy raro que parezca, con una originalidad que sorprende gracias a la manera de narrarlo y la estupenda ambientación creada  hace temblar al espectador acompañada de unas escenas perfectamente rodadas. Terror en estado puro que atemoriza e intriga por igual a un espectador que va descubriendo con cuentagotas el desenlace de una historia que bebe de grandes clásicos del horror.
Hereditary no llega a ser perfecta, tampoco hace falta, debido a su parte final que acaba por ser algo convencional pero que no molesta gracias a lo "mal" que nos ha hecho pasar el director durante toda la película. Una película para disfrutar y que se tendrá en la memoria durante mucho tiempo, si deseas ver una película de género fuera de lo habitual esta es tu película , si por la contra solo quieres ver otra película más de terror olvídate, aquí nada se parece a esos films anodinos donde conoces hasta el orden de muertes de los protagonistas. Hereditary nos lleva al horror familiar en una película inquietante como pocas veces palpamos.

Ari Aster architetta una messa in scena elegante, che non ha timore di apparire snervante e gioca in maniera diretta con il riferimento cinefilo più evidente, l’inarrivabile Rosemary’s Baby di Roman Polanski, che proprio nel 2018 ha compiuto cinquant’anni. Lo fa muovendosi su un duplice registro: da un lato il dramma borghese e l’elaborazione del lutto – che in film dell’orrore diventa inevitabilmente l’elaborazione di più lutti, in un processo quasi impossibile da interrompere – e dall’altro l’horror demoniaco, con tanto di pentacoli, insospettabili seguaci e paranoie visionarie. Da questo punto di vista l’ultima parte di Hereditary, che sceglie in modo netto su quale lato della barricata (tra delirio schizoide e verità occulta) prendere posizione, potrebbe creare qualche malumore soprattutto in quella parte di pubblico meno avvezza al genere: si tratta in realtà della dimostrazione di un potere incubale non comune, e non semplice da rintracciare in un panorama contemporaneo – lui sì – affascinato da un nuovo puritanesimo, dove nulla deve essere mostrato, e nulla deve arrivare a perturbare lo spettatore. Ari Aster ha il coraggio di farsi beffe di questa discutibile prassi odierna e firma un’opera altera, non sempre equilibrata nella gestione dei tempi ma carica di fascino e in grado di angosciare lo spettatore, costringerlo a uno sguardo disallineato, mai prono, che riporta il concetto di “demone” alla sua etimologia greca: essere divino, estraneo alle miniature immobili e perfette solo all’apparenza che sono gli esseri umani.

Il regista gioca con le nostre percezioni, spingendoci a mettere in dubbio le stesse immagini che i nostri occhi vedono – o credono di avere visto. Cosa c’è nell’angolo della stanza? Un cappotto piegato su una sedia, oppure qualcosa di peggio, che non osiamo nemmeno immaginare? Tutto questo prolunga la sensazione di terrore, la enfatizza.
Perché “Hereditary – Le radici del male” non è soltanto un horror, ma un film sul trauma,  su quel fardello che molto spesso la famiglia ci lascia sulle spalle. E che, come agli sfortunati protagonisti, ci tocca portare anche senza avere nessuna colpa.

lunedì 17 luglio 2017

Glassland - Gerard Barrett

due attori straordinari come Toni Collette e Jack Reynor (già visti in altri film, lei qui e lui qui,  per esempio) sono mamma e figlio, e tocca a John farsi carico di Jean, la madre.
sceneggiatura perfetta, niente melensaggini, né prediche, le cose vanno davvero male, senza finte, con difficoltà enormi, come è la vita per quelli sfortunati.
solo se sei già morto questo film ti lascerà indifferente.
è piccolo grande film da non perdere - Ismaele







La presentación del protagonista es de un pragmatismo ejemplar. Con tan sólo una escena somos capaces de conocer las rutinas generales por las que discurre la vida de este taxista que, tras llegar a su casa después de un largo turno de noche, se encuentra a su madre, con quien comparte casa, inconsciente en su propio vómito. La precisión de cada movimiento y la relativa calma con la que asume la penosa situación nos dan a entender que éste es un escenario conocido para el personaje principal. No ha sido la primera vez que ha tenido que llevar, con una mezcla de preocupación y vergüenza, a su madre al hospital; sin embargo, a deducir por las palabras del médico, sí que podría ser la última. El doctor ofrece pocas esperanzas a John. Su madre debe dejar el alcohol inmediatamente o morirá, incluso si decidiera dejarlo es posible que no sobreviva si no encuentra el tratamiento adecuado a tiempo…
Glassland se hace eco de toda esa violencia hegemónica para componer su canto a la depresión y a la dramática situación de cientos de familias desestructuradas. Pero ante todo, Glassland es una historia de amor incondicional. Ese vínculo inquebrantable y único que se crea entre una madre y un hijo. 

Irish writer-director Gerard Barrett’s second film, the sensitive and heartbreaking Glassland, premiered at Sundance last year. Jack Reynor stars as the almost grown boy John who is dealing with the daily stress of being forced to become his parent’s (Toni Collette) parent. His mother is an alcoholic and taking care of her is a frequent source of frustration and anger. But you really see the love shared between them even though she’s not able to take care of herself, let alone her son. Most of the film is shot from John’s perspective, capturing the loneliness of taking care of an adult who should be taking care of him — exacerbated by the fact that his best friend (Will Poulter) is about to move away…

Movies alone don't have the power to discourage people from drinking or encourage them to stop; but if they did, "Glassland," about the relationship between an alcoholic mother and her grown son, might not be a bad candidate to show on Intervention Movie Night. Written and directed by Gerard Barrett, this intimate Irish drama travels a road that'll be familiar to anyone who's ever seen a film about addiction, or known an addict, but the fact that all stories of addiction are essentially the same doesn't blunt its impact…

giovedì 13 luglio 2017

Non dico altro - Nicole Holofcener

è il primo film con James Gandolfini che vedo,è davvero bravo, purtroppo non c'è più.
il film poteva essere una scemenza come tante, ma i protagonisti sono davvero vivi, potrebbe essere un documentario, per quanto la finzione è ben nascosta.
si resta senza parole, ed Eva e Albert li vorresti come amici, davvero.
non privatevene, buona visione - Ismaele





Nicole Holofcener si accolla una sfida non banale: realizzare una commedia romantica con tutti i crismi (corteggiamento, incertezze, coro di comprimari chiacchieroni, scene madri) scegliendo due protagonisti che non hanno (quasi) nulla di seducente. Due persone normali: entrambi hanno passato i 40 da un po', entrambi hanno un divorzio e una figlia da gestire, lui tende all'obesità e lei tende ad avvizzire. Hanno lavori poco cinematografici e carriere tutt'altro che rampanti: lui fa l'archivista di vecchi e dimenticati programmi televisivi americani, lei la massaggiatrice a domicilio. Non hanno voglia di strafare, non sono interessati al gioco estenuante della seduzione, non vogliono piangersi addosso ma nemmeno spacciarsi per quello che non sono: cinematograficamente, una bella sfida, soprattutto a livello di scrittura…
… E poi c'è James Gandolfini, cui il film è dedicato, in un'interpretazione postuma che fa rimpiangere tutto ciò che non ha avuto il tempo di dare al cinema. Principe azzurro fuori formato e fuori tempo, gli occhi due pozze di malinconia, il sorriso dolente e una vulnerabilità esibita con misura e pacatezza, Gandolfini scolpisce con perizia il proprio personaggio sullo schermo

Un’ipotesi: diretto da un uomo Non dico altro sarebbe stata l’ennesima farsa degli equivoci, con corollario di stantie amenità sessuali. Il tocco delicato dell’abile Nicole Holofcener, invece, riesce a fare dell’inconsistenza uno spettacolo gradevole, partendo da un soggetto che non è che un’ideina...

Qui la storia è quella di una relazione matura e di un intrigo nato da un equivoco, in cui la protagonista, la piacente Eva, si innamora del goffo Albert. Ma Albert è James Gandolfini, al quale il film è dedicato, che forse ha chiuso la sua vita d’attore su questo set e la sua presenza valorizza il film. Ma Non dico altro riesce a funzionare, anche per merito della schiera d’attrici di consumata esperienza, Julia Lous-Dreyfuss, Catherine Keener, Toni Collette che fanno da contorno al già citato Gandolfini, grazie ad una scrittura incalzante, ad una struttura collaudata, in altre parole è uno di quei film per cui alla fine ci si domanda cosa abbia trattenuto in sala, tanti spettatori così attenti, accorgendoti di essere stato uno di loro, condividendo la leggerezza della sua regista nel disegnare la vita di quei personaggi, depurata dai momenti noiosi dell’esistenza, che, come diceva qualcuno, pare sia uno dei compiti del cinema. Nicole Holofcener e la sua equipe hanno imparato da tempo questa semplice, ma non semplicistica lezione.

la fisicità dei due attori protagonisti è il punto di forza della narrazione: Julia Louis-Dreyfus, che molti ricordano soprattutto come la Elaine della sitcom Seinfeld, è una piccoletta il cui corpo infantile fa il paio con l'immaturità sentimentale di Eva; James Gandolfini, qui alla sua ultima interpretazione, è un orso dallo sguardo buono, il cui primo istinto è quello di abbracciare e accogliere chiunque abbia di fronte. Non dico altro meriterebbe di essere visto anche solo per come sa mostrare l'altra faccia di un attore noto per i suoi ruoli di mafioso e di killer, e invece capace di infinita tenerezza espressa in delicatissime sfumature di emozione.
Eva e Albert (basterebbe poco a trasformare i loro nomi in quelli della prima donna e del primo uomo) sono lo specchio della solitudine e dello smarrimento contemporaneo, dei tanti single"stanchi di guerra" e spaventati dalla propria ombra, tanto fragili e insicuri quanto terrorizzati dalle debolezze altrui e dagli altrui fallimenti. La loro paura di invecchiare da soli, ora che le figlie stanno prendendo il volo, li spinge a tenere lo sguardo abbassato verso il baratro invece che sollevato verso l'orizzonte. Ed è soprattutto la donna a cercare compulsivamente i punti deboli dell'uomo privandolo del suo diritto alla fallibilità, che è proprio quello che lo rende "sexy" e amabile. Eva sconta decenni di modelli plastificati, cerca con il lanternino i segnali d'allarme di un disastro imminente, e maschera con la propria intolleranza il disagio che prova verso se stessa e verso le proprie inadempienze…


lunedì 3 agosto 2015

Japanese Story - Sue Brooks

inizi a vederlo, ti sembra una commedia sulle incomprensioni, le gaffes, un'avventura nel deserto, a scelta.
poi il film inizia a volare, una piccola grande storia d'amore, gentile, delicata, bella, sincera, sorridente.
poi di cade nel dramma e nel lutto, e anche questa è una parte della storia d'amore.
un film come pochi, un capolavoro di amore che raramente si vede al cinema.
non perdetevelo, soffrirete, ma conoscerete l'amore - Ismaele







"Japanese Story" never steps wrong in its crucial closing passages, especially in the precise and exact way that Sandy and the widow have a limited but bottomless communication. The mundane details of the undertaker, the coroner, the police and the funeral are like a series of events that are -- wrong. Wrong, all wrong, because Tachibana should not be dead. There is no sense in it. He lost his life in a senseless instant, and brought a horrible finality to a relationship not real enough to support it; it should have ended with a kiss and some tears and a rueful smile at an airport. It imposed enormous significance on their time together, which did not deserve and cannot support such significance. What she feels at the end, I think, is not love for him or sorrow, but a great pity that his whole life should have been wiped away and lost for no reason at all, just like that, carelessly, thoughtlessly, in the middle of things.
The movie wants to record how such things happen, and how they present the survivor with an insoluble challenge: What does Sandy think, how does she behave, what should she feel, what should she do now? Patiently, observantly, it takes her through all of these questions and shows her clumsy but honest attempt to answer them. And gradually the full arc of Toni Collette's performance reveals itself, and we see that the end was there even in the beginning. This is that rare sort of film that is not about what happens, but about what happens then.

Without taking anything away from Gotaro Tsunashima, who is solid, there are times when he exists in Toni Collette's shadow. Her work is riveting, especially during the final half-hour. After supporting roles in major motion pictures like The Sixth Sense and About a Boy, she has returned to her Australian roots for this outing, which features arguably the most compelling performance of her career. It's a difficult role because it requires Collette to peel back so many layers, and hit a wide range of notes. The character begins the film cold and distant, but, by the end, we have connected with her inner struggle.
One could argue that the third act slows things down too much. However, considering what the filmmakers are attempting, this is inevitable. The tone is of necessity at variance with that of everything that comes before it. During the final 30 minutes, it's the details that matter. They represent the path that leads to genuine acceptance and understanding of what Sandy is experiencing. The journey of Japanese Story is not complete until the final slow, agonizing steps have been taken.

Ce petit film australien, présenté cette année à Un certain regard, après un bref passage côté ennui, vous prend aux tripes, en vous faisant partager la douleur de son héroïne principale, Toni Collette (Sixième Sens, Muriel), touchante et juste. Clairement scindé en deux parties, il nous emmène tout d'abord dans le désert australien, dépaysant et peu inquiétant à la fois, familiers des images de dunes et autres garrigues que nous sommes. Jouant à fond la carte de la différence culturel, barrière linguistique oblige, la réalisatrice nous convie à partager les inimitiés entre deux personnages que tout oppose. La rigidité apparente et les codes de bonne conduite d'un côté, la légèreté, la volonté de communiquer et la bonhomie de l'autre, valent rapidement à ce duo, une sympathie assez importante…