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domenica 18 gennaio 2026

La Grazia – Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino torna ai film migliori, grazie anche, come sempre, a Toni Servillo.

il presidente della repubblica, a fine corsa, nel semestre bianco, deve decidere su una grande questione, il fine vita, e su due piccole, le grazie.

arriva, come pure la figlia, in una prigione, per parlare con i detenuti per una possibile grazia (e sembrano la prigione di Elisa, per chi l'ha visto).

il presidente ricorda il suo passato e il poco tempo che gli manca lo rende fragile e determinato insieme.

solo la figlia lo sopporta e lo supporta, anche se lui è sempre solo a decidere.

il presidente è naturalmente un personaggio di fantasia, a differenza de Il Divo, e Toni Servillo è semplicemente perfetto.

tutti i dettagli del film li apprezzerà chi andrà al cinema, e uscirà contento.

buona (nel dubbio) visione - Ismaele


 

 

 

 

…Sotto il profilo interpretativo, il legame tra Sorrentino e Servillo si sublima in quest’opera raggiungendo un’autorevolezza composta e dolente. Ne emerge un uomo scisso: diviso tra il rigore inappellabile del giurista e la vulnerabilità di un vedovo segnato da silenzi e rimpianti. La ricerca della verità si configura, in tale contesto, come una sorta di “tossicodipendenza” affettiva: imprescindibile e vitale, ma al contempo potenzialmente devastante. Rispetto al passato, il confronto con Coco segna una rottura: l’arguzia non riesce più a contenere il vissuto. Quando il linguaggio perde la sua armatura, la parola cede il passo a una verità interiore a lungo ibernata, che riaffiora in tutta la sua nudità. Non è più il linguaggio a dominare il sentimento; è il sentimento, nella sua prepotenza, a svuotare il linguaggio medesimo. Sorrentino rivendica, inoltre, una decisa autonomia rispetto alla critica e al giudizio immediato: una volta affidato al pubblico, il film diviene un oggetto autonomo, “gettato a mare” e sottoposto alle correnti interpretative. La grazia si delinea pertanto come il lento e paziente pedinamento di un uomo alla ricerca della propria grande bellezza, non più nell’estasi estetica o artistica, bensì in una clemenza autentica rivolta innanzitutto verso sé stesso. Al cuore dell’opera resta l’interrogativo devastante che muove l’intera pellicola: «Di chi sono i nostri giorni?», un’indagine profonda sull’autodeterminazione, intralciata da obblighi morali e vincoli familiari. In questo contesto, il vagabondare del Presidente nel Quirinale diventa il simbolo perfetto del cinema di Sorrentino: un’estetica che, pur accettando la sofferenza, riesce sempre a isolare un gesto di autonomia e amore.

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…Un qualcosa che vive, sottovoce, nelle immagini crude e ruvide avvolte di quella coltre onirica morbida tipica della cifra stilistica che ha reso grande Sorrentino, e che nel caso de La grazia dà forma a un'opera elegante di grande sensibilità, percorsa di umorismo e dolcezza essenziali, eppure manifestazione di una profonda crisi esistenziale: quella del Presidente Mariano di un Servillo carismatico ma fragile, affettuosamente soprannominato Cemento armato dai vicini, perché granitico e incapace di prendere posizione.

L'unica a spronarlo è la figlia Dorotea, interpretata dalla bravissima Anna Ferzetti, che se ne prende cura come fosse il suo angelo custode quando in fondo vorrebbe soltanto riavere il proprio padre, vero e vitale. Ed ecco, quindi, il suo pulsante cuore emotivo: La grazia è un film sull'immobilismo – d'azioni e di sentimenti – generato dal sentirsi rotti dentro. Quel tipo di rottura che genera distanza, dissipa ogni emozione e fa spegnere gli occhi; riflesso condizionato di quando l'amore è assente e vive soltanto nella memoria di ricordi malinconici…

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…In "La grazia" si squadernano le ossessioni tematiche formulate da Sorrentino nel corso della sua carriera, ossia la senilità, l'attesa dell'epifania decisiva, il potere e il suo fine/la sua fine, la contrapposizione tra levità e gravità, calate all'interno di una forma estetica altamente codificata in venticinque anni di pratica con la macchina da presa ma che qui aderisce al grigiore di De Santis. È dunque sì un film che ha come prologo una sequenza iperbolica commentata dalla musica elettronica, una teoria di dolly che staccano all'improvviso sulla figura di De Santis che, osservando il volo delle frecce tricolori dall'alto del Campidoglio, compie l'umano rituale di fumarsi l'unica sigaretta del giorno. Eppure, i movimenti della macchina da presa di Daria D'Antonio, in particolare le abituali carrellate, appaiono meno roboanti: Sorrentino lavora su uno spartito in minore e, ricorrendo a soluzioni di messa in scena più intime, indugia sulle vulnerabilità e le ferite di chi è soverchiato dagli oneri del potere…

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…La trama de La grazia ricalca, almeno in apparenza, la parabola tipica di un film di Sorrentino, in cui il protagonista è costretto da un evento esterno a fare i conti con il proprio passato e a modificare la propria postura rispetto al presente. Un percorso che lo mette in relazione con la sua sfera emotiva, piano in cui si celano i misteri che regolano il nostro modo di rapportarci con il tempo e con lo spazio. Stavolta, però, la direzione è ribaltata.

La figura di Mariano è infatti messa fin da subito e costantemente in crisi, preda di una spinta alla destrutturazione che si era già avvertita, per esempio, in Parthenope, pellicola in cui cominciava a emergere una certa autoironia, connaturata al desiderio di smentire le formule codificate della poetica del regista napoletano. Una tensione qui portata maggiormente a fuoco, soprattutto nella svolta profondamente umana che investe il protagonista, rappresentante simbolico – come accennato in apertura – del “Sorrentino pensiero”…

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mercoledì 27 novembre 2024

L’amore buio – Antonio Capuano

dice Paolo Sorrentino che Antonio Capuano è il suo maestro, guardando L’amore buio si capisce perchè.

storie di ragazzi, imprevedibili e alla fine poetiche.

non perdertelo.

buona (carceraria) visione - Ismaele


 

…"Lei è irraggiungibile" e tu lo sai, sai cosa le hai fatto ma non sai come spiegartelo, riesci solo a sentire la colpa, il dolore, l'insonnia notturna e quella cosa indescrivibile che tutti si ostinano a chiamare amore ma che tu quando mai hai potuto capire prima d'ora, c'è solo un cuore che batte, e due occhi che ti restano appiccicati addosso e li vedi anche quando fa buio e ti ritrovi a pensare a lei, che intanto prova a ricostruirsi il suo mondo borghese fatto di genitori ancor più ignoranti e incapaci di capire (anche se in buona fede), di fidanzatini che parlano di matrimonio e America, di un corpo acerbo e già violato che davanti allo specchio si denuda e nella sua disarmante pubertà rende colpevole anche chi lo osserva; c'è che ci provi in tutti i modi a spaccare quella barriera che vi divide (due mondi troppo distanti, troppo diversi, troppo chiusi) e che la quella fatidica notte hai solo scheggiato con un foro, sei penetrato in lei ma poi tutto ti si è inesorabilmente richiuso addosso, senza speranza.

E poi c'è uno sguardo.

La magica capacità dell'animo umano che solo una macchina da presa può rendere così visivamente efficace: chilometri di distanza, oceani e stati che vi dividono, e un solo semplice controcampo finale che vi ricongiunge, che vi riunisce, che vi rimette faccia a faccia in silenzio, per qualche istante, prima di riprendersi il suo dazio e spingervi, con la violenza dolce con la quale tutto era iniziato, nelle vostre nuove vite di adulti.

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…Il film racconta la contrapposizione tra due realtà che convivono nello stesso spazio, ma che sembrano non avere niente in comune: quella di Ciro e dei suoi amici, che a stento frequentano la scuola e girano Napoli in motorino tutto il giorno, con genitori che lavorano da mattina a sera per pochi soldi, vessati dalla camorra che controlla il territorio.

E, dall’altra parte, la città di Irene: quella alto-borghese, totalmente autoreferenziale, chiusa in sé stessa, fatta di case signorili, servitù, famiglie che offrono tutto il necessario al mantenimento materiale dei propri figli e alla loro formazione culturale. Due mondi opposti, che non dialogano, ma accomunati dalla stessa incapacità di gestire la relazione con gli altri, da un contesto affettivo carente.

È proprio in questo contesto che cresce quella percezione distorta per cui violenza e amore possono coesistere e, magari, coincidere, come pensano Ciro e i suoi amici. Come una percezione distorta è quella che porta Irene a scambiare per amore il rapporto col suo ragazzo, pieno di silenzi, distanze, incomprensioni, e in cui il corpo, anziché rispettato e amato, sembra usato per soddisfare bisogni. Capuano rintraccia le radici di questa aridità nei rapporti familiari: nella famiglia popolare, come in quella borghese, per motivi diversi, i genitori non sanno comunicare coi figli…

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…ìl film però lascia sullo sfondo l’episodio drammatico che dà origine al racconto, interessato com’è a mettere in risalto la condizione sociale dei giovani reclusi. E nel fare questo si rivela eccessivamente didascalico: contrappone la trasandatezza della psicologa del carcere (una Valeria Golino imbruttita) alla raffinatezza della psicologa che ha in cura Irene; l’imbruttimento e l’invecchiamento precoce della mamma di Ciro alla bellezza e alla cura della mamma incredibilmente giovane di Irene; la grossolanità delle attività culturali svolte in carcere (poesie, canzoni rap, posacenere informi) alla raffinatezza dei testi di Marguerite Duras recitati da Irene, dell’arredamento della sua stanza, degli strumenti tecnologici di cui si circonda; il disordine chiassoso e multietnico dei vicoli di Napoli all’ordine minimalista della casa di Irene a Posillipo.

E anche se il film pone delle questioni importanti sull’integrazione e sul riscatto sociale di un ceto che sembra condannato a un destino di delinquenza o di sopravvivenza, anche se il film sembra muovere una precisa accusa contro la borghesia napoletana che vive la città con sguardo distante, anche se il film denuncia l’assenza dello Stato nei vicoli e nelle periferie di Napoli, anche se il film mostra lo stato dell’Università italiana che spinge i giovani (che hanno i mezzi per farlo) a trasferirsi all’estero, esso non riesce ad essere pienamente un film di denuncia. Non solo perché molti dei temi che affronta rimangono solo sullo sfondo, ma soprattutto perché questi non sono una ragione sufficiente per cancellare la storia del corpo violato di Irene. È come se pure il film utilizzasse un corpo di donna per raggiungere uno scopo, per fare incontrare due ambienti che di fatto non possono incontrarsi (come la scena finale, un po’ retorica, comunque suggerisce); ma nessuno scopo, neanche il più nobile, può richiedere mai il degrado e il sacrifico di un corpo. Neanche di un corpo sullo schermo.

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Dispiace vedere un film come questo praticamente ignorato dal pubblico,dispiace vederlo in una sala quasi completamente  vuota.Lo spunto è un fatto di cronaca di quelli con cui si convive quotidianamente,purtroppo:a Napoli giovane studentessa,Irene, viene violentata da un branco di ragazzotti che forse non hanno capito neanche quello che hanno fatto.Uno di loro,Ciro, si autodenuncia e spalanca per sè e per gli altri le porte del carcere minorile di Nisida.Il film di Capuano segue le traiettorie sinuose che portano al percorso di maturazione definitiva di entrambi nei loro rispettivi mondi.Nisida è dominata dall'azzurro del cielo e del mare,dal calore della luce solare,dai colori delle magliette da calciatore taroccate dei detenuti e dal'ariosità delle loro stanze ,pur se delimitate da quattro sbarre metalliche.Il mondo di Irene,rampolla della Napoli bene è invece incarcerato in interni soffocanti,tetri,cromaticamente freddi. Sia Ciro che Irene cercano di uscire dalle loro momento di  empasse  amplificando il dolore autoinflitto dalla propria solitudine…

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…La cosa interessante di questo film, è che lo spettatore non legge mai una parola delle lettere che i due giovani si scambiano, eppure ne percepisce l'intensità e si sente subito che il legame tra i due è fortissimo e delicato nello stesso tempo.

Ciro si ciba delle risposte che gli arrivano da Irene, scrive in continuazione, lavora con la creta, tira fuori di sé tutta la creatività che non aveva mai sospettato di avere fuori dal carcere.

Irene inizia a conoscere una parte di lei sconosciuta, si scopre curiosa di conoscere le cose che le sono vicine ma che fino ad allora non aveva notato...e comprende come le persone che invece le stanno accanto le appaiono così lontane.

Un regalo che Ciro le fa giungere a casa (una ceneriera fatta di creta) pone fine al loro scambio epistolare, lo sguardo lunghissimo e inteso tra madre e figlia non lascia dubbi: Irene deve allontanarsi da Napoli, prima che la situazione si complichi ulteriormente...Così Irene andrà lontanissima, in America, con il fidanzato, ma ormai era già andata lontano da quella vita...La madre non potrà mai sapere quanto è rimasta vicina a quella Napoli che l'ha violentata, e che nessun chilometro potrà mai allontanare abbastanza.

Ciro finisce la sua condanna, esce, ci sono i suoi familiari ad attenderlo, il suo futuro è segnato, non sarà facile...Ma il finale del film è uno dei più poetici che abbia mai visto negli ultimi anni. L'incrocio degli sguardi dei due ragazzi, lontani, ma ormai fusi insieme, si sono riconosciuti, e non si potranno lasciare più, le loro vite si sono unite per sempre, le parole scritte scambiate rimangono come macigni, le immagini dei loro ricordi delle firme indelebili, il loro amore buio una certezza incrollabile.

Capuano, oltre ad una storia narrata in modo davvero convincente e originale, ci mostra sempre una Napoli inconsueta e molto personale, sotto una pioggia torrenziale, i muri di tufo appaiono come le arterie di un corpo sventrato e stanco, dove Irene vi trova un conforto insperato. Che dire? Da vedere assolutamente.

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lunedì 28 ottobre 2024

Parthenope – Paolo Sorrentino

Già dal titolo si capisce che la protagonista del film non poteva non essere Napoli, filmata in modo innamorato e indimenticabile da Sorrentino.

La storia viene raccontata da Parthenope (Celeste Della Porta da giovane, Stefania Sandrelli da anziana), una storia d'amore che ricorda a tratti Jules e Jim di François Truffaut. 

Nella seconda parte del film appaiono due interpreti (e interpretazioni) memorabili, il professore universitario Silvio Orlando e il vescovo Peppe Lanzetta.

Silvio Orlando è il maestro di Parthenope, il professore che la sceglie come successore, e ha un segreto, un figlio malato, e lo mostra a Parthenope (il figlio ha qualche somiglianza con Charlie, il professore super obeso di The Whale).

Peppe Lanzetta è perfetto per il suo ruolo, il vescovo alle prese con il sangue di san Gennaro.

Un film che è una gioia per gli occhi, tra l'altro.

Buona (partenopea) visione - Ismaele

 


 

 

 

Che Sorrentino ci abbia abituato alla dismisura, è un dato di fatto. Che Sorrentino abbia un universo intimo e che spesso questo universo resti aggrappato al suo interno pur illudendosi di darsi completamente al pubblico, è un altro incontestabile dato di fatto. Che poi Sorrentino abbia una qualità visiva eccezionale, che parte proprio da quell’universo intimo, da quella particolare propensione a vedere le cose attraverso un filtro tra il levigato e il mostruoso, tra luci iperrealistiche scintillanti e l’oscurità grottesca di Francisco Goya, è altrettanto incontestabile.

Parthenope è questo. È un distillato di Sorrentino, che torna ancora a Napoli e la omaggia attraverso la parabola esistenziale di una donna attraente, amata da tutti ma che poco si concede, pur dispensando a chiunque la sua attenzione. Parthenope, interpretata dalla pressoché esordiente Celeste Della Porta, è creatura immersa in sostanza metaforica, è la ovvia prosopopea (non la superba presunzione, la figura retorica) di una città che nasce dall’acqua per sedurre, per soffrire, per convivere con i fantasmi rimossi del passato e per allontanarsi inesorabilmente da se stessa, continuando a coltivare il proprio rifiuto affascinato e nostalgico…

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…Paolo Sorrentino non è nuovo all’utilizzo della metafora e del simbolismo. Con E’ stata la mano di Dio aveva già percorso le strade di Napoli, che però erano principalmente scenario alla vicenda personale di Fabietto, il protagonista, e poi si è scoperto alter ego del regista stesso. Con Parthenope, Sorrentino rimane a Napoli ma fa della città un personaggio nel corpo e nel viso splendido di Celeste Della Porta. La prima parte del film è più legata al classico viaggio di formazione, che si esaurisce e conclude (forse) di fronte al primo grande dolore di questa giovane donna. Da quel momento in poi che non specifichiamo ma che sarà chiaro a chiunque vedrà il film, Parthenope prende una strada accidentata, quella appunto metaforica e simbolica in cui la fanciulla si fa città e, man mano che procede nella sua ricerca di senso della vita, entra in contatto con ogni aspetto di Napoli stessa.

Parthenope entra in contatto con l’ambiente dell’arte, e si avvicina alla recitazione, arrivando a ricevere consigli da una grande attrice, una diva di origini napoletane che nel look e nei modi ricorda vagamente Sofia Loren. Si avvicina all’occultismo e alla magia della fede folkloristica tipica della città: il Miracolo e il Tesoro di San Gennaro, il Vescovo intermediario tra la città e il popolo, che vuole “fottere” la città per il suo tornaconto. Entra addirittura in contatto con le viscere mafiose del capoluogo campano, quando assiste a un “matrimonio” tra famiglie di camorra. Si immerge nell’ambito accademico, aspetto forse meno noto di Napoli, ma importante e significativo a livello internazionale, dopotutto è a Napoli l’Università più antica d’Europa, la Federico II. E’ lì che Parthenope “si ferma” e mette radici. Il riprendere canonico del racconto monografico di questa non più giovane donna la ritrova docente in via di pensionamento, mentre dice addio alla sua cattedra di Antropologia…

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venerdì 7 luglio 2023

Achille Tarallo – Antonio Capuano

nell'ultimo film, E' stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino confessa che uno dei suoi maestri, vivente, è Antonio Capuano.

su Raiplay si può vedere un film del 2018, Achille Tarallo, una commedia, divertente e divertita.

non è un documentario su Napoli e la napoletanità, piuttosto è un divertissement del quale entrare e farsi cullare, senza trovare grandi verità.

è uno di quei film ai quali abbandonarsi con fiducia, senza aspettersi di più di quello che ti offre, e non sarai deluso, promesso.

è un gioco, e alla fine ti resterà il sorriso.

buona (italo-napoletana) visione - Ismaele


 

 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

Stravagante commedia, demenziale-musicale. Buona la prova di attori e caratteristi.

Achille Tarallo, è un autista di autobus, che presta servizio nella caotica Napoli, ha una moglie, litigiosa e sguaiata, tre figli e un sogno nel cassetto: diventare un cantante famoso come Fred Bongusto. Abita nella popolaresca periferia nord della città. Insieme al partner dal nome d’arte “Cafè,” canta ai matrimoni, contrattualizzato dall’improbabile impresario Pennabic,un soggetto,  inconcludente e logorroico, per giunta ostaggio di maneggioni, in odore di camorra,” proponendo ai novelli sposi, un repertorio soprannominato “Tamarro Italiano “spesso sollevando il malumore degli ospiti e soprattutto dei genitori paganti, che gradirebbero gli intramontabili classici partenopei. È l’unico cantante napoletano che pretende di cantare in italiano. Odia i neomelodici. Detesta le tradizioni canore partenopee. È convinto che il dialetto abbia rovinato la sua città e le sue canzoni, si sente un incompreso, soprattutto in famiglia, dove riesce a parlare solo con il suo cane, in un esilarante siparietto chiede alla moglie “ma secondo te questo cane è normale?” E lei “ma perché tu sei normale?” però ha un’amante, cafona e gelosa, con la quale si trastulla in spericolati giochi erotici. Cantante quasi per hobby, Achille Tarallo sogna, cerca di sfuggire all'invasivo e rumoroso "calore" della sua città...

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…una piccola Armata Brancaleone canora, che in Achille Tarallo prova ad animare il versante più scanzonato e macchiettistico del pop napoletano: Biagio Izzo, Tony Tammaro e Ascanio Celestini. Il primo, per sua stessa ammissione, non era avvezzo finora ad esprimere la propria comicità cantando. E se è per questo non aveva neanche mai guidato un autobus, altra abilità prevista dal ruolo e imparata per l’occasione. Il secondo invece è noto in Campania (e non solo) per quei farseschi motivetti che irridono, con apprezzabile autoironia, abitudini e sfighe quotidiane della popolazione locale. Quanto al terzo, Ascanio Celestini, ha ovviamente lo status di romano in trasferta.
Ebbene, Antonio Capuano ha senz’altro il merito di aver usato questo scombinato trio per decostruire il linguaggio verbale, sfottere bonariamente la napoletanità più chiassosa, giocare sugli stereotipi musicali e non. Laddove il regista amplifica la chiave grottesca calcando la mano sul kitsch, su soluzioni di sceneggiatura sconfinanti nell’assurdo (per esempio, quando rappresenta le acrobazie sessuali del protagonista con l’amante ricorrendo a un’iperbole volutamente eccessiva, inattesa), la vena eccentrica del lungometraggio strappa un sorriso complice. Sorriso destinato ad affievolirsi, comunque, di fronte a qualche momento di stanca della narrazione o a quel gusto del trash che può risultare assai gustoso, quando viene messo in scena con un minimo di controllo; ma che si spinge un po’ troppo oltre nei frangenti in cui certi effetti digitali approssimativi e pacchiani fanno capolino, depauperando il coloratissimo impianto scenografico, invece di farlo deflagrare ulteriormente come le intenzioni iniziali lascerebbero presupporre.

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Achille Tarallo è un autista di autobus di Napoli che sogna il successo come cantante in lingua italiana invece che nel dialetto napoletano, come da lui ci si aspetta. È infelicemente sposato con un'arpia che gli ha dato tre figli, e dialoga con un cane di nome Fred come Bongusto, che appare ad Achille in sogno e in voce, attraverso la suoneria del cellulare. Il suo partner musicale è Cafè, cantautore e pian(ol)ista da matrimoni, mentre il sedicente impresario del duo è il romano Pennabic, impelagato con la camorra. I tre sono convinti che il talento li porterà lontano, ma per ora l'unico tragitto consentito è quello che fa Achille - con interminabili pause Cafè - sul suo autobus attraverso i quartieri popolari di Napoli.

Antonio Capuano è fin dagli anni Novanta autore di film drammatici come Vito e gli altri, Pianese Nunzio, Luna Rossa e La guerra di Mario, e anche i suoi titoli più recenti, come L'amore buio e Bagnoli Jungle, hanno trattato temi impegnati in toni dolorosi.

È dunque una sorpresa questa commedia farsesca che mette affettuosamente alla berlina la napoletanità in tutte le sue accezioni più folkloristiche: e la costruzione dei personaggi principali è strepitosa, perché generata da un'idea e una scrittura (entrambe dello stesso Capuano) precise ed esilaranti, e ottimamente servita da un cast che aderisce allo spirito dissacrante della storia...

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Una storiella sgargiante nei colori e nell'immaginario, che utilizza Napoli come sfondo per dipingere una serie di macchiette ed eccessi spinti all'estremo.
E' una commedia vicina ai musical un pò approssimativa, con troppe forzature in...tutto!
A livello estetico risulta fin troppo artigianale.
Biagio Izzo si impegna ed è volenteroso in un ruolo di primo piano che di rado in tempi recenti gli è stato concesso, ma non basta.
Però non è un film da bocciare del tutto perché ha delle buone intenzioni, ed è coraggioso nel spostarsi su un piano di irrealtà poco usuale.

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Un'occasione sprecata per il regista e per Napoli.

La rivoluzione deve partire dal basso nella Napoli neo-melodica non si può cantare in italiano. Il dialetto è la lingua della canzone napoletana che non può uscire dal suo gergo, dalla sua disperata vitalità e dal suo sentimentalismo estremo. La missione del nostro autista-artista è quella di invertire il percorso che porta gli artisti locali a partire dall’idioma partenopeo per arrivare alla lingua nazionale per affermarsi nel mercato musicale. Le radici pesano ma il nostro non vuole sfruttare il suo accento e insieme al suo impresario e al suo autore di liriche italiche prova la sua rivoluzione culturale. Il pubblico del terzetto è quello più difficile dei matrimoni che si vuole solo divertire ma è qui che bisogna coltivare e vedere come crescono le novità. Achille deve combattere con una famiglia che lo osteggia, con i condomini che non ne possono più del rumore che produce e un padre che non lo sente veramente napoletano…

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venerdì 10 febbraio 2023

Sei pezzi facili - testi di Mattia Torre, regia di Paolo Sorrentino

Mattia Torre è morto troppo presto, e questo sei pezzi facili sono un bellissimo omaggio alla sua opera, con un regista di serie A e attori perfetti per le loro parti.

i sei pezzi fanno ridere e pensare, fanno immedesimare gli spettatori, e di sicuro guardare i sei pezzi non è tempo perduto, anzi...

buona (speciale) visione - Ismaele

ps: su Raiplay è possibile vedere, di Mattia Torre, anche La linea verticale



QUI si possono vedere i sei pezzi facili, su Raiplay

 

 

 

REZIOSO

…Se volete conoscere un autore gigantesco come Mattia Torre gustatevi questo piccolo gioiello di perfidia e umanità. 6 pezzi facili è un regalo di cui godere a lungo, un'eredità che fortunatamente non ci verrà mai tolta.

da qui

 

Mattia Torre scriveva di noi, di quello che siamo, dell’essenza disinibita delle cose. I suoi spettacoli teatrali erano specchi: il pubblico li vedeva, e intanto si riconosceva. Parlava di cibo, politica e comunità. Di cosa vuol dire stare insieme, e di cosa, poi, significa vivere in solitudine. Torre sapeva, perché partiva dall’assunto di raccontare ciò che aveva visto e provato; e se esagerava, esagerava in modo lungimirante, contando le distanze, affidandosi agli attori, dando a ogni parola e ogni pausa un peso preciso. Non si limitava a scrivere: intesseva trame, le creava; si divertiva a tenerle insieme, a vederle intrecciate, ordinatamente confuse, e a rileggerle. Era preciso. Un fedele, prima che un esperto, di quello che faceva. Descriveva la commedia come una cosa seria, serissima, e sacra. Con le sue regole, i suoi accorgimenti, il suo modo d’essere. Torre usava la realtà come fonte d’ispirazione, e non si allontanava molto nelle sue opere: rimaneva lì, meditabondo, musicale, perfetto. E probabilmente, per raccogliere questa visione, non poteva esserci miglior regista di Paolo Sorrentino. Perché anche lui, come scrittore, è preciso. Anche lui usa l’immagine non per saltare, ma per unire. Da una parte c’è il teatro, con la sua elegante povertà e la sua fiera essenzialità; e dall’altra c’è il cinema da Oscar, che punta ad ammaliare con la sua bellezza e con la sua pienezza.

Eppure, in mezzo, c’è molto di più. C’è, appunto, un’idea precisa di scrittura e messa in scena, di ritmo e dialogo: io inizio, tu continui; tu rilanci, e io rilancio. Un botta e risposta costante, frenetico, che non annoia, non appesantisce, ma regge. Migliora. Supera qualunque tipo di aspettative: non siamo qui per vedere la vita e basta; siamo qui per riderne, per bearcene, per poter ascoltare attivamente, senza mai subire. In Sei pezzi facili, dal 19 novembre su Rai3 e in anteprima su Raiplay, Sorrentino dirige Torre ed è facile notare immediatamente il meglio di entrambi: la mano che guida la camera e che si mette al servizio della parola scritta, e la parola scritta che, grazie alla mano che guida la camera, può essere ancora più libera. «Questo lavoro è il tentativo di valorizzare e amplificare la cassa di risonanza sul teatro di Mattia Torre», ha detto Sorrentino. «Io ho fatto una regia con dei minimi appigli cinematografici, perché è l’unica cosa che so veramente fare. C’è una leggera ibridazione del teatro con il cinema. Però rispettando sempre e comunque quello che aveva in testa Mattia. Che, da quello che ho capito raccogliendo mezze frasi dei suoi attori, aveva delle idee molto, molto precise sui suoi spettacoli. Io ho cercato di intervenire senza alterare le sue decisioni. Anche se tutto questo deve andare in televisione, il teatro di Torre è totalmente compiuto, e quindi non aveva bisogno di interventi, se non di interventi di – appunto – ritmo cinematografico».

Tutto, insomma, sembra ridursi (o allargarsi?) a questo: al modo in cui la forma cerca il contenuto, e in cui il contenuto, in un’altra dimensione, può finalmente trovare spazio. Guardando “Gola” con Valerio Aprea, si vede subito la semplicità della scenografia, con il leggio, le luci, un solo uomo fermo sul palco. Poi intervengono i suoni, le inquadrature a tradimento di Sorrentino sul pubblico che ride, che si diverte, che – incredibilmente – partecipa. Ci sono due velocità, e sono due velocità che non vanno mai in contrasto: quella della sceneggiatura, e quindi dell’interpretazione, e quella della regia, e quindi delle immagini. Valerio Mastandrea, parlando di Sei pezzi facili, l’ha descritto come un «viaggio sentimentale»: «Voglio ringraziare Paolo perché ha portato la sua emozione vicino alla nostra, e non sopra di essa: non è stato invasivo, è stato rispettosissimo e ha avuto un approccio sano». Sorrentino ha, prima di tutto, osservato. E poi capito, appreso e, solo alla fine, agito. Nelle foto delle prove, scattate da Ago Panini, si riconoscono l’allegria trascinante dell’esercizio e la condivisione genuina con gli attori.

«Mattia era un regista molto rigoroso, perché era uno scrittore molto rigoroso, e dirigeva i suoi spettacoli come una prosecuzione della sua scrittura», ha detto Francesca Rocca. «Paolo è stato un’intuizione, e io ho avuto il privilegio di poter intuire e desiderare una persona come Paolo avendo al mio fianco un amico e un fratello come Lorenzo [Mieli, produttore e AD di The Apartment, ndr]. Perché Paolo? L’ho capito solamente ieri, lo ammetto. Quando abbiamo celebrato Mattia all’Ambra Jovinelli, l’apertura l’ha fatta Lorenzo e ha detto delle cose incredibili. Da lui, però, me lo aspettavo: Lorenzo era lo sposo lavorativo di Mattia. […] Paolo ha letto un pezzo che aveva scritto per Mattia, e ascoltandolo ho capito che Paolo aveva fotografato Mattia pur non conoscendolo da molto tempo. Ha mantenuto una distanza rispettosa, goliardica, raccontando il Mattia dei loro incontri lavorativi, delle cena; ed era esattamente quello che amo di Mattia».

Ora, in Sei pezzi facili, ritroviamo Torre, il suo genio, la sua penna onesta, magnetica, assoluta, e anche, come sguardo silenzioso, Sorrentino: i due, insieme, si muovono su due strade parallele; non c’è sfida, non c’è voglia di trasformare tutto in qualcos’altro; c’è – e ne abbiamo già parlato – il rispetto di un autore per un altro, e la centralità, conquistata così duramente, della parola scritta sul resto. Gli attori, le figure, le facce, sono la sostanza viva e vibrante, il ponte di carne ed espressioni che chiude, in modo piuttosto preciso, questo cerchio. Sei pezzi facili è qualcosa di cui essere felici: come spettatori, certo; ma pure come persone. Perché un gruppo d’amici s’è riunito, ha lavorato insieme, e ha ascoltato un altro regista, un altro direttore d’orchestra, per suonare la musica di chi non c’è più. E il merito, per una volta, è tutto loro. Non del fato, non di qualcosa più grande: da Francesca Rocca a Lorenzo Mieli, e da Paolo Sorrentino al cast di attori e attrici. Mattia Torre vive nella sua parola, e finalmente, anche se solo per pochi sabati, avrà il pubblico che ha sempre meritato.

Sei pezzi facili raccoglie alcune delle opere più famose e apprezzate di Mattia Torre. È una produzione di Fremantle in collaborazione con The Apartment, parte Fremantle, per Rai Cultura. La regia televisiva è curata da Paolo Sorrentino. Sei pezzi facili andrà in onda dal 19 novembre per cinque sabati conseguitivi, alle 22, su Rai3. Andranno in scena: “Migliore” con Valerio Mastandrea, “Perfetta” con Geppi Cucciari (26 novembre), “Qui e ora” con Valerio Aprea e Paolo Calabresi; “456” con Giordano Agrusta, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino e Carlo De Ruggieri (10 dicembre), “In mezzo al mare” e “Gola” con Valerio Aprea (17 dicembre).

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venerdì 3 dicembre 2021

È stata la mano di Dio - Paolo Sorrentino

Sorrentino torna a casa, con questo ritratto dal regista da cucciolo.

nella prima parte si ride molto, è un film classico, nella seconda parte, dopo la morte dei genitori, il film si intristisce, così è la vita, con Fabietto che cerca la sua strada, e lascia Napoli.

all'inizio e alla fine appare il Monaciello di Napoli (ne aveva scritto in un racconto Anna Maria Ortese), mica possono vederlo tutti, solo zia Patrizia e Fabietto riescono a vederlo.

alla grande bellezza di Roma si aggiunge adesso la grande bellezza di Napoli.

e poi c'è Maradona, la mano di Dio, un sogno, una consolazione, una speranza, una sicurezza, una stella polare.

un film da non perdere, nelle classifiche dei film non appare, anche se è il primo, Netflix può decidere che i suoi film siano hors categorie, come fantasmi, come il monaciello, e ci riesce.

buona visione (unita o disunita che sia) - Ismaele


 

 

…"Non ti disunire!!"

E cosa è stato il cinema del secondo Sorrentino, quello più famoso, se non un cinema disunito?

Ed ecco allora che, invece, per raccontare sè stesso, Sorrentino ascolta quel vecchio consiglio, "non ti disunire". E lui allora non si disunisce, racconta un anno della sua vita in modo "intero", senza parzialmente scremarsi, senza orpelli, senza rapsodie, senza parentesi che si aprono e chiudono, senza divagazioni, senza perdersi.

Un gesto di umiltà, un (apparente) passo indietro artistico che Sorrentino fa per non camuffare la realtà, per non rendere manipolata la verità, per non rendere sorrentiniana la sua vera vita.

Perchè è questo il paradosso de sto film, ovvero di come questo autore spesso odiato come uomo e artista quando poi fa un film in cui fonde le due cose tra loro, quando oltre a Sorrentino riesce a raccontare tanto anche del Paolo, si ritrova davanti l'amore sconfinato di tutti…

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…Si ride, tanto, in questa storia di discendenti del Regno di Napoli, insieme a questa galleria di personaggi a volte grotteschi ma mai meno che umani. E Maradona è il nume tutelare ricorrente che manda segni da lontano, che fa ballare sui balconi un'intera città, che salva la vita e l'onore, che riesce a non essere mai deludente, almeno in quegli anni lontani. È stata la mano di Dio non è "consolatorio" ma prova a ricomporre le parti "disunite" di un regista che voleva fare il filosofo e invece si è trovato a raccontare, ancora e ancora, il rimpianto.

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Il Sorrentino che parla da Napoli è il Sorrentino più convincente, sempre. Sin da L'uomo in più - esordio maiuscolo - il regista ha rivelato una sintonia sovrannaturale fra il suo sguardo e Napoli. È stata la mano di Dio conferma che quando Sorrentino asseconda il suo afflato popolare e lascia correre la sua affabulazione si offre come la versione più alta e convincente di un cinema popolare d'autore che ha sempre fatto la forza della nostra produzione nazionale. Non c'è nulla fuori posto in questo film autobiografico. Non un fotogramma di troppo. E la commozione è gestita con straordinaria sapienza antiretorica. Non sempre abbiamo seguito l'autore nelle sue esplorazioni formali. Ma qui il risultato è magistrale. Forse l'apice di una produzione che inevitabilmente sarà letta tutta alla luce di questo film incredibile

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…Fabio, infatti, che ha visto sì e no tre o quattro film, capisce che la sua aspirazione è quella di diventare un regista, di raccontare storie che rappresentano la realtà ma al tempo stesso la rendono meno amara. I detrattori di Sorrentino avranno da ridire sul manierismo furbo del regista che s’ispira anche questa volta a Fellini e strizza l’occhio alla commedia italiana. Personalmente, mi viene da dire: magari ce ne fossero altri che sanno ispirarsi tanto bene al grande maestro Fellini. Aggiungo che in questo film si sente che il regista si lascia  travolgere da un flusso continuo di emozioni e travolge anche noi spettatori. E mette da parte ogni lezione di stile. Stile, peraltro, apprezzato in tutto il mondo. È stata la mano di Dio ha ottenuto l’applauso più lungo del pubblico del Lido di Venezia. Molti sono usciti pensando “Peccato che sia finito”.

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…Sorrentino è superbamente insincero. Lo è come lo erano Fellini o Hitchcock. Trasforma le tranches de vie in tranches de gateau. Fette di torta visive, niente fette scadenti di vita. Bisogna reinventarlo, il mondo. E Sorrentino lo fa, trasformando in invenzioni visive la rievocazione del suo romanzo di formazione: dalle mirabilia dell’inizio (con un sedicente San Gennaro che porta la sensuale zia Patrizia in un palazzo diroccato, dove accanto a un gigantesco lampadario di cristallo appoggiato al pavimento fa la sua apparizione il fantasma del monaciello) via via alla figura fantasmatica della sorella che non si vede mai perché sta sempre chiusa in bagno fino all’iniziazione sessuale di Fabietto da parte della straordinaria baronessa Focale.

E poi Napoli: la Napoli dai mille colori cantata da Pino Daniele nei titoli di coda che Sorrentino rende anche nei suoi mille afrori e rumori, Napoli sguaiata, Napoli sfacciata, Napoli pezzente e sublime, Napoli sfuggente, Napoli acquosa e Napoli pietrosa, Napoli come la Roma di La grande bellezza, orrenda e bellissima, sfasciata e vitale, morente e sublime. È lì che nasce il cinema: Napoli è l’altro grande vero idolo del film, assieme a Maradona e a zia Patrizia…

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venerdì 11 maggio 2018

Loro (seconda parte) - Paolo Sorrentino



se la prima parte (se fosse stato un film erotico soft, come quelli che si giravano in Italia negli anni ’70) poteva avere come sottotitolo Tira più un pelo di f… che un carro di buoi, la seconda parte potrebbe avere come sottotitolo I dolori e i turbamenti dell’anziano delinquente.
Toni Servillo è straordinario, come sa esserlo un attore come lui, e riesce anche a moltiplicarsi, e potresti commuoverti per quel ricchissimo e incompreso genio (secondo lui, S.) della finanza e della politica, tra le altre cose.
niente di serio esiste per lui, al di fuori dei suoi interessi, e non riesce a trattenersi quando può (e deve) essere amato, un gioiello o una barzelletta, o una battuta per lui pari sono, vuole solo essere amato e riverito.
un tempo si diceva che il personale è politico, nel film si vede che è tutto il contrario (S. docet, e gli allievi non mancano).
tutti vogliono usarlo, quasi sempre non ci riescono, e il tradimento, nell’amore per lui, sarà vendicato.
se un poco quel vecchio con un alito da nonno ti ha intenerito, ritorna in te, guarda e ascolta qui
Sorrentino e Servillo sono una bella coppia, al cinema fanno sempre una bella figura (la seconda parte è meglio della prima, ça va sans dire).
buona visione - Ismaele



…Questo potente potentissimo che non accetta il declino, e proprio per questa ragione si perde (paradossalmente tornando però ai vertici), che non chiama Mike Bongiorno, l’amico di una vita, perché Mike ha solo ricordi dietro di sé e lui vuole invece avere un futuro davanti a sé, è un piccolo mostro dentro il quale Sorrentino e Contarello entrano come in Manhunter, con una totale immedesimazione con l’oggetto della caccia. I due capiscono così tanto Berlusconi da essere partecipi del suo desiderio di non morire dentro, di non essere vecchio, di continuare a piacere, continuare a essere il proprio mito, di esagerare con donne e feste per scacciare il declino. Nel loro Berlusconi c’è una pulsione così forte verso la vitalità che è impossibile non condividerla, la lotta umanissima per non tramontare personalmente in un uomo che identifica il personale con il pubblico. Questa lotta egoista distrugge senza remore e senza empatia tutto quello che è intorno a lui: Veronica, Mike, gli amici, i politici e tutta la corte di miracoli che con le feste sperava di svoltare nella vita.
E proprio qui c’è l’ultimo grande tentativo, quello più fallimentare, di un film che alterna (come troppo spesso capita a Sorrentino) il sublime con il raccogliticcio, l’elevato e riuscito con il posticcio e il puerile. Come già in Il Divo, Sorrentino ha l’ambizione di demistificare una figura gigante su cui esiste già una chiara mitologia. Di Andreotti voleva cancellare l’idea di uomo intelligentissimo e al suo posto fondare una mitologia vampiresca e ombrosa. Con Berlusconi vuole cancellare la sua narrazione, quella del grande imprenditore vincente, e creare quella del gaudente e vitale, del venditore ovvero “l’uomo più solo del mondo perché parla sempre, senza ascoltare” (come gli dice Ennio Doris, interpretato sempre da Servillo in un’idea geniale di moltiplicazione di Berlusconi nei suoi collaboratori) infelice anche se finalmente al governo.
Lo si capirà nello showdown finale con Veronica, il momento culminante del film che tuttavia è anche il più diretto e sfacciato di un’opera che invece in più punti sa essere sottile e realmente umana.

…Loro altro non è che uno stralcio iper-realistico dell’ultimo quarto di secolo della storia d’Italia, tratteggiato dal regista napoletano con la consueta cifra stilistica felliniano-grottesca. Magistralmente. Come magistralmente Berlusconi ha saputo incantare buona parte del Paese. Vendendo sogni impossibili. «Un torero», come lo ha definito Sorrentino parafrasando Hemingway. Un torero che, ancora oggi, ottantaduenne, si agita nell’arena.

…La visione d’insieme di Loro è deficitaria proprio perché la scrittura sembra perdersi nell’universo di un uomo (e suoi derivati) che è un calderone ribollente, una megalomane controversia così costante da diventare coerente.
Da qualche parte di questa galassia, anche le certezze di Sorrentino si smarriscono e chiedono informazioni ai passanti; persino le sue metafore, i suoi simboli e le sue esagerazioni divengono improvvisamente di imbarazzante innocuità.
Nel declino dell’iniziale vigore c’è spazio anche per una superflua parentesi sul terremoto a L’Aquila, pane raffermo e compassato per denti retorici, talmente poco sorrentiniano che sembra imposto.
Ripercorrendo a ritroso l’intero tragitto di Loro, la sensazione è quella di un viaggio suggestivo ma incompleto, più improvvisato che studiato, a cui sfugge la sintesi di tutte le sue riflessioni, conducendo ad un capolinea di gran lunga più estetico ed autocontemplativo che utile o analitico.

…Se hai messo in piedi un film di oltre tre ore sulle avventure di Tarantini e le sue 28 mignotte a Villa Certosa, in qualche modo devi portare a termine quel film che hai iniziato, non puoi partire da altre parti. O forse lo puoi fare, ma devi portarmi qualcosa di altrettanto forte. Invece Sorrentino liquida banalmente, con una battuta, la coppia Scamarcio-Axen, come due parvenu che sono stati giocati dai professionisti, e parte per un altro film, tutto fatto di dialoghetti, mostrandoci Veronica che vuole il divorzio perché ha letto troppi articoli di Travaglio, e non perché l’ha visto far lo scemo ai Telegatti, come nella celebre lettera a “Repubblica”.

LORO SORRENTINO BERLUSCONI SERVILLO VERONICA LARIO ELENA SOFIA RICCI
O mostrandoci il ritorno alla Presidenza e subito dopo il terremoto de l’Aquila. Tutte cose che ben conosciamo, è vero, ma che non servono a chiudere il film, perché il film è già chiuso da tempo. La commedia alla Dino Risi, diciamo, era quella che vedeva la scalata della coppia di parvenu a corte, ma i due personaggi vengono quasi dimenticati nella seconda parte.

LORO IL BUNGA BUNGA BY PAOLO SORRENTINO
Se Loro 1 poteva imbarazzarci per una prima ora troppo molestatrice, e sembrava irrisolta perché aspettavamo la seconda, la seconda, a sua volta, è irrisolta perché non rispetta nessuna costruzione narrativa e si sfalda in qua e là. Peccato.

LORO BERLUSCONI BY PAOLO SORRENTINO
Perché Loro 2 ha almeno tre scene magistrali, e offre a Toni Servillo grandi momenti. E abbiamo capito che più Sorrentino si allontana dalla realtà, dalla cronaca da docufiction, da quello che i lettori del Fatto e di Repubblica pensano sia la realtà, più il suo sguardo pop grottesco funziona. Detto questo, anche se non è un film compatto, rimane un grosso tentativo di capire quello che abbiamo in Italia in questi ultimi vent’anni. E in una stagione così disastrata, non è poco. Certo, contro Thanos e gli Avengers può fare poco.

…Vien quasi il dubbio che Sorrentino abbia come smarrito la via maestra che si era prefisso e abbia finito per essere sovrastato da una materia strabordante, che non riesce più a governare nemmeno in un film doppio. Se è giusto che certi personaggi restino senza spiegazione (il misterioso «dio» della prima parte o il valletto-segretario biancovestito con la calvizie di Dario Cantarelli), si fatica a capire l’uscita di scena sottotono della coppia Scamarcio/Axen, il frettoloso accenno al consumarsi della storia tra il ministro Recchia e la bella Tamara, lo spegnersi della luce di Kira (una Smutniak che in nome del suo ruolo da «ape regina» finisce per scavalcare con eccessiva facilità i limiti del buon gusto). E quando invece il film sembra trovare un respiro più disteso, ecco che torna a far capolino un moralismo ai limiti del didascalico, come nell’insistito dialogo tra Berlusconi e una Veronica decisa a divorziare. O in quello altrettanto superficiale con una ventenne, che sembra costruito solo per permettere una battuta a scoppio ritardato (quella sull’odore del detergente per dentiere). Per non parlare dell’insistita volgarità con cui sono riprese le «olgettine» mentre cantano «meno male che Silvio c’è».
È proprio l’effetto d’insieme che lascia insoddisfatti, il disequilibrio tra le scene, l’ambizione di voler dire tutto – privato, pubblico, politica, amicizie, ambizioni, fallimenti – senza cercare di trovare un filo che quel tutto lo leghi e lo interpreti. E che un finale con troppe ambizioni metaforiche – la statua di un Cristo dolente che viene salvata dalle macerie del terremoto dell’Aquila, tra la folla muta che osserva – finisce quasi per ricondurre a scherzo blasfemo. Non si capisce se monito a un mondo che sembrava insensibile alla sofferenza o sguaiato paragone alle macerie in cui si ritrova chi si credeva indistruttibile.