un gruppo di amici si ritrova dopo molti anni, ma non sono più quelli di allora.
si illudono che il tempo non sia passato, sono sposati, ma ognuno ha una vita della quale non è soddisfatto.
il film inizia come una commedia, ma presto diventa tragico, il boom economico è un'illusione, come la loro amicizia.
Walter Chiari è straordinario, in una piccolissima parte Gastone Moschin eccelle, e tutti sono bravissimi.
un gioiellino da non perdere, promesso.
buona (amichevole, ma non troppo) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film completo
…Non è dato sapere se questo film abbia in qualche modo
influenzato, come il già citato Amici miei, ma sicuramente sembra anticipare delle tematiche
che sarebbero state ulteriormente esplorate persino nel decennio successivo con
il bellissimo Regalo di Natale, con il quale ha in comune sostanziale tradimento
del sentimento dell’amicizia, così come Compagni di scuola di cui sembra anticipare la constatazione della
solitudine del protagonista. Notevole prova di Walter Chiari che sviluppa
coraggiosamente questo personaggio dallo sguardo da eterno ragazzo, privo di
malizia. Purtroppo Chiari, nonostante un talento indiscutibile non riuscì ad
affermarsi al cinema rispetto a quando fece in teatro o in tv, difatti l’anno
successivo fu protagonista de Il giovedì di Dino Risi, in cui il protagonista ha
diversi aspetti in comune con Cesarino e che fu uno dei film più amati dello
stesso regista (ma anche di Monicelli) ma che non ebbe riscontro significativo
tra il pubblico, forse proprio per la scelta di Chiari. Tra gli aspetti più
sorprendenti del film, si osserva una libertà di linguaggio e di contenuti
inusitata per l'epoca, che appunto sembra aver procurato qualche noia con la
censura.
… Tutta la storia mostrerà il divario che separa
Cesarino dai suoi vecchi amici, sia nel successo sociale che in
una nobiltà di carattere mai sbiadita. Quando il gruppo decide di intraprendere
una escursione in ricordo dei bei tempi andati, la differenza sarà più
marchiata, anche a causa di un certo malessere che vive in quegli uomini e che
ha l’ombra della misoginia. Infatti, l’accento polemico del regista, che
influisce in un cambio di tono del film, trasforma la commedia ridanciana in
una critica sociale molto amara. Ed in questo, se c’era un attore capace di
esprimere malinconia, Walter Chiari era insuperabile e che il cinema non abbia sfruttato le
sue grandi qualità è stato sempre un rammarico per tutti. Famoso come grande
affabulatore, era potenzialmente anche un attore superlativo. Che morì in
solitudine. E attorno a Cesarino, irresponsabile ma illuso e innocente, ruota una serie
di personaggi più o meno consapevoli, ipocriti e volgari che pensano a una cosa
sola. Quella lì…
…Emerge su tutti il personaggio di Cesarino, bigamo
conclamato ma non pago, tirato in mezzo dagli amici per un'ultima notte di
follie, e tuttavia privo di quella cattiveria che ognuno degli altri
protagonisti sembra portare indelebilmente con sè. Il film, in alcuni punti
abbastanza esplicito per il periodo (cosa che gli procurò anche qualche grana
con la censura) oltre ad essere una delle più efficaci pellicole sullo
spaesamento generazionale nell'ingresso nell'età adulta, è anche un'ottima
occasione per rivedere Walter Chiari, attore forse un pò troppo facilmente
dimenticato rispetto ad altri contemporanei, ma non privo di un suo indubbio
talento.
Il boom economico è stato un’illusione, così come lo è
l’amicizia eterna a cui si crede da giovani. Sono entrambe illusioni di gioventù,
a ben vedere. L’Italia del dopoguerra è un paese di freschi natali, che vede la
luce sull’onda entusiastica della ricostruzione postbellica e della democrazia
repubblicana. È un Paese dal viso giovane, fin dal sorriso di Anna Iberti che
sfonda la prima pagina del Corriere della Sera annunciando la vittoria della
Repubblica al referendum del 2 giugno 1946. Nell’arco di un quindicennio
l’Italia assiste a una strabiliante crescita economica, che cambia
letteralmente volto architettonico e geo-antropologico all’intero paese. La
trasformazione da paese agricolo a industriale è rapida e feroce. Prodotto
dalla gloriosa 22 dicembre di Ermanno Olmi e Tullio Kezich, realtà purtroppo
di vita breve, La rimpatriata (Damiano Damiani, 1963) si apre esattamente su
questa suggestione. L’Alberto che ritorna a Milano dopo qualche anno si aggira
sui titoli di testa in mezzo a enormi palazzi in costruzione. «Lì una volta
c’era la mia scuola» dice malinconicamente. Si è cambiati anche dentro, ed è un
cambiamento insieme individuale e sociale. Il mutare dell’età comporta
inevitabili mutamenti esistenziali, ma c’è anche qualcos’altro, intimamente
legato alle trasformazioni antropologiche in corso. Con finissima nota, Alberto
vede da lontano un caro amico di un tempo, e sul momento finge di non vederlo.
È già subentrato un senso di estraneità in luogo della spontanea complicità che
anni prima li teneva uniti. Crescere dà vita a inediti imbarazzi. Nonostante
l’iniziale tentativo di sottrarsi all’incontro, Alberto e Sandro poi si
salutano e convocano altri amici storici per passare una serata insieme come ai
vecchi tempi. Si ricostituisce un quartetto di maschi più o meno affermati, che
sul momento non hanno intenzione di coinvolgere un quinto componente del gruppo
dal destino decisamente diverso. È Cesarino, tanto entusiasta e vincente con le
donne quanto immaturo e trasognato, protagonista di una vita privata quanto mai
aggrovigliata. Fra una chiacchiera maschilista e l’altra sempre intorno a donne
e sesso, alla fine i quattro decidono di ritrovare anche Cesarino per vedere se
riesce ancora a procurare loro facili conquiste femminili. Nella lunga notte
che li vede protagonisti emerge un’apparente solidità di rapporti che in realtà
non nasconde neanche troppo una reciproca indifferenza. Trascorrere un’intera
nottata a rievocare le gesta del passato in mezzo alle risate è abbastanza
facile. Ma la sorprendente generosità di Cesarino, che sembra mettere al primo
posto la felicità altrui, non è più commovente come una volta. Adesso è accolta
dagli altri amici con uno sguardo cinico e pietistico, e al fondo si agita una
malcelata invidia di indecifrabile natura…
…Disincantata e quasi sconosciuta opera di Damiano
Damiani, che propone un argomento ripreso con alterni risultati da vari autori:
l’incontro – a distanza d’anni – tra alcuni amici di gioventù come triste occasione
per constatare i propri fallimenti e le proprie meschinità, che il divertimento
e l’allegria forzata, patetici tentativi di nascondersi che l’età verde è
finita per sempre, non riescono a nascondere. Il regista friulano mette in
risalto la complessità e le contraddizioni dei personaggi, soprattutto il
“puro” Cesarino, il melanconico Alberto (esaltati dalle interpretazioni di
Chiari e Rabal) e le donne, che dimostrano più maturità degli uomini. Ad acuire
l’amarezza che si percepisce per tutto il film contribuisce la canzone di
Sergio Endrigo che lo introduce e lo conclude: La rosa bianca, un malinconico inno all’amicizia tratto da una poesia del
cubano Josè Martì. Film da riscoprire anche come sguardo disincantato
sull’Italia del boom economico, che proprio attorno al 1963 cominciò a
rallentare e a mostrare le sue ombre.
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