mercoledì 14 ottobre 2026

La rimpatriata - Damiano Damiani

un gruppo di amici si ritrova dopo molti anni, ma non sono più quelli di allora.

si illudono che il tempo non sia passato, sono sposati, ma ognuno ha una vita della quale non è soddisfatto. 

il film inizia come una commedia, ma presto diventa tragico, il boom economico è un'illusione, come la loro amicizia.

Walter Chiari è straordinario, in una piccolissima parte Gastone Moschin eccelle, e tutti sono bravissimi.

un gioiellino da non perdere, promesso.

buona (amichevole, ma non troppo) visione - Ismaele


 

QUI si può vedere il film completo

 

 

…Non è dato sapere se questo film abbia in qualche modo influenzato, come il già citato Amici miei, ma sicuramente sembra anticipare delle tematiche che sarebbero state ulteriormente esplorate persino nel decennio successivo con il bellissimo Regalo di Natale, con il quale ha in comune sostanziale tradimento del sentimento dell’amicizia, così come Compagni di scuola di cui sembra anticipare la constatazione della solitudine del protagonista. Notevole prova di Walter Chiari che sviluppa coraggiosamente questo personaggio dallo sguardo da eterno ragazzo, privo di malizia. Purtroppo Chiari, nonostante un talento indiscutibile non riuscì ad affermarsi al cinema rispetto a quando fece in teatro o in tv, difatti l’anno successivo fu protagonista de Il giovedì di Dino Risi, in cui il protagonista ha diversi aspetti in comune con Cesarino e che fu uno dei film più amati dello stesso regista (ma anche di Monicelli) ma che non ebbe riscontro significativo tra il pubblico, forse proprio per la scelta di Chiari. Tra gli aspetti più sorprendenti del film, si osserva una libertà di linguaggio e di contenuti inusitata per l'epoca, che appunto sembra aver procurato qualche noia con la censura.

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… Tutta la storia mostrerà il divario che separa Cesarino dai suoi vecchi amici, sia nel successo sociale che in una nobiltà di carattere mai sbiadita. Quando il gruppo decide di intraprendere una escursione in ricordo dei bei tempi andati, la differenza sarà più marchiata, anche a causa di un certo malessere che vive in quegli uomini e che ha l’ombra della misoginia. Infatti, l’accento polemico del regista, che influisce in un cambio di tono del film, trasforma la commedia ridanciana in una critica sociale molto amara. Ed in questo, se c’era un attore capace di esprimere malinconia, Walter Chiari era insuperabile e che il cinema non abbia sfruttato le sue grandi qualità è stato sempre un rammarico per tutti. Famoso come grande affabulatore, era potenzialmente anche un attore superlativo. Che morì in solitudine. E attorno a Cesarino, irresponsabile ma illuso e innocente, ruota una serie di personaggi più o meno consapevoli, ipocriti e volgari che pensano a una cosa sola. Quella lì…

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…Emerge su tutti il personaggio di Cesarino, bigamo conclamato ma non pago, tirato in mezzo dagli amici per un'ultima notte di follie, e tuttavia privo di quella cattiveria che ognuno degli altri protagonisti sembra portare indelebilmente con sè. Il film, in alcuni punti abbastanza esplicito per il periodo (cosa che gli procurò anche qualche grana con la censura) oltre ad essere una delle più efficaci pellicole sullo spaesamento generazionale nell'ingresso nell'età adulta, è anche un'ottima occasione per rivedere Walter Chiari, attore forse un pò troppo facilmente dimenticato rispetto ad altri contemporanei, ma non privo di un suo indubbio talento.

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Il boom economico è stato un’illusione, così come lo è l’amicizia eterna a cui si crede da giovani. Sono entrambe illusioni di gioventù, a ben vedere. L’Italia del dopoguerra è un paese di freschi natali, che vede la luce sull’onda entusiastica della ricostruzione postbellica e della democrazia repubblicana. È un Paese dal viso giovane, fin dal sorriso di Anna Iberti che sfonda la prima pagina del Corriere della Sera annunciando la vittoria della Repubblica al referendum del 2 giugno 1946. Nell’arco di un quindicennio l’Italia assiste a una strabiliante crescita economica, che cambia letteralmente volto architettonico e geo-antropologico all’intero paese. La trasformazione da paese agricolo a industriale è rapida e feroce. Prodotto dalla gloriosa 22 dicembre di Ermanno Olmi e Tullio Kezich, realtà purtroppo di vita breve, La rimpatriata (Damiano Damiani, 1963) si apre esattamente su questa suggestione. L’Alberto che ritorna a Milano dopo qualche anno si aggira sui titoli di testa in mezzo a enormi palazzi in costruzione. «Lì una volta c’era la mia scuola» dice malinconicamente. Si è cambiati anche dentro, ed è un cambiamento insieme individuale e sociale. Il mutare dell’età comporta inevitabili mutamenti esistenziali, ma c’è anche qualcos’altro, intimamente legato alle trasformazioni antropologiche in corso. Con finissima nota, Alberto vede da lontano un caro amico di un tempo, e sul momento finge di non vederlo. È già subentrato un senso di estraneità in luogo della spontanea complicità che anni prima li teneva uniti. Crescere dà vita a inediti imbarazzi. Nonostante l’iniziale tentativo di sottrarsi all’incontro, Alberto e Sandro poi si salutano e convocano altri amici storici per passare una serata insieme come ai vecchi tempi. Si ricostituisce un quartetto di maschi più o meno affermati, che sul momento non hanno intenzione di coinvolgere un quinto componente del gruppo dal destino decisamente diverso. È Cesarino, tanto entusiasta e vincente con le donne quanto immaturo e trasognato, protagonista di una vita privata quanto mai aggrovigliata. Fra una chiacchiera maschilista e l’altra sempre intorno a donne e sesso, alla fine i quattro decidono di ritrovare anche Cesarino per vedere se riesce ancora a procurare loro facili conquiste femminili. Nella lunga notte che li vede protagonisti emerge un’apparente solidità di rapporti che in realtà non nasconde neanche troppo una reciproca indifferenza. Trascorrere un’intera nottata a rievocare le gesta del passato in mezzo alle risate è abbastanza facile. Ma la sorprendente generosità di Cesarino, che sembra mettere al primo posto la felicità altrui, non è più commovente come una volta. Adesso è accolta dagli altri amici con uno sguardo cinico e pietistico, e al fondo si agita una malcelata invidia di indecifrabile natura…

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…Disincantata e quasi sconosciuta opera di Damiano Damiani, che propone un argomento ripreso con alterni risultati da vari autori: l’incontro – a distanza d’anni – tra alcuni amici di gioventù come triste occasione per constatare i propri fallimenti e le proprie meschinità, che il divertimento e l’allegria forzata, patetici tentativi di nascondersi che l’età verde è finita per sempre, non riescono a nascondere. Il regista friulano mette in risalto la complessità e le contraddizioni dei personaggi, soprattutto il “puro” Cesarino, il melanconico Alberto (esaltati dalle interpretazioni di Chiari e Rabal) e le donne, che dimostrano più maturità degli uomini. Ad acuire l’amarezza che si percepisce per tutto il film contribuisce la canzone di Sergio Endrigo che lo introduce e lo conclude: La rosa bianca, un malinconico inno all’amicizia tratto da una poesia del cubano Josè Martì. Film da riscoprire anche come sguardo disincantato sull’Italia del boom economico, che proprio attorno al 1963 cominciò a rallentare e a mostrare le sue ombre.

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