dal Cile arriva un film (sotto forma di serie tv, alla produzione anche Pablo Larraín) con due ottimi protagonisti, Alfredo Castro (già protagonista di Tony Manero) e Paulina Garcìa (la protagonista di Gloria), in una storia che ricorda La promessa di Dürrenmatt (da cui è stato tratto un gran film con Jack Nicholson).
il detective Montero e la sua squadra indagano per molto tempo sulla sparizione di un ragazzo, senza riuscire a dimostrare quello che è successo, con la complicazione di un prete che sa, ma non può/vuole parlare.
ambientata a Concepción, al sud di Santiago, è una serie che merita.
buona (misteriosa) visione - Ismaele
…los episodios de Alguien tiene que saber van mostrando una
sociedad chilena marcada por las apariencias y los silencios, donde todos
parecen saber algo que no cuentan, por temor a lo que se pueda decir de ellos.
La serie habla de la solidaridad performativa, de la crueldad online y de las
miserias que surgen ante casos y situaciones como este, que involucra la
desaparición de un adolescente en apariencia impoluta. Quizás las cosas sean un
poco más complicadas de lo que se ve a primera vista. Quizás lo «performativo»
no solo sea para los que lo miran de afuera. Desde adentro también muchas veces
se vive así.
Con muy buenas actuaciones de García y
Castro –los dos actores chilenos más internacionales de la actualidad si no
tomamos en cuenta a Pedro Pascal–, Alguien tiene que saber husmea
en cuestiones éticas, morales, religiosas, en la violencia social, en los
rituales y tensiones entre los jóvenes y en esa diferencia generacional que, de
a poco, va permitiendo entender que quizás no sepamos tanto de las vidas de
nuestros hijos como creemos.
…Alguien tiene que saber se distancia de las
estructuras más convencionales del género y apuesta por una ambigüedad
sostenida. La tensión no depende de giros, sino de la persistencia de lo no
dicho. Al mismo tiempo, esa
elección exige un tipo de atención que puede resultar incómoda, ya que desplaza
el interés del desenlace hacia el proceso. No hay respuestas cerradas ni
conclusiones definitivas, sino una acumulación de indicios que, lejos de
ordenar el relato, lo mantienen abierto.
prima Jackie Kennedy (e Onassis), poi Diana Spencer, adesso Maria Callas (e Onassis), vite complicate e tormentate.
Maria è morta giovane, e già era una leggenda, Pablo Larraín la segue negli ultimi anni della vita, quando viveva a Parigi, con i fidi Ferruccio (Pierfrancesco Favino) e Bruna (Alba Rohrwacher), più che perfetti, come sempre.
la vera sorpresa è Angelina Jolie, che interpreta una tormentata e addolorata Maria Callas al meglio, Pablo Larraín non sbaglia.
Ferruccio e Bruna assecondano i capricci di Maria, sono fedeli e affidabili.
appare anche Onassis, marito-padrone di Maria Callas.
un'altra protagonista della storia, che non appare tra gli interpreti, è la Morte, che apre e chiude il film.
commovente l'uscita di scena dei due "servitori" di Maria.
la sceneggiatura è di Steven Knight, bravo come sempre (sue sono le sceneggiature di Piccoli affari sporchi, di Stephen Frears, di Locke, di cui è anche regista, e di Spencer, regia di Pablo Larraín).
un film che non convince tutti, ma non importa, è sempre un gran film, da non perdere.
buona (sofferta) visione - Ismaele
…La cura delle immagini (rigorosamente girate in pellicola) è
la prima cosa che salta all’occhio durante la visione di questo preziosissimo e
raffinato Maria. I primi piani sul volto della cantante
(ulteriormente valorizzati dall’ottima performance di un’Angelina Jolie in
stato di grazia), le numerose dissolvenze, le strade di Parigi a volte troppo
assolate per poter mantenere una necessaria lucidità e teatri vuoti in cui
potersi esercitare, in compagnia di un pianista, al fine di ritrovare la voce
perduta rendono alla perfezione ciò che è (stata) la vita della Divina. Le
immortali musiche dei grandi maestri hanno fatto il resto, contribuendo a
rendere questo ultimo lungometraggio di Larraín uno dei prodotti più
soddisfacenti di questi primi giorni di festival. Un film imponente, maestoso,
che altro non può fare che lasciarci a bocca aperta davanti allo schermo
cinematografico. Ma, d’altronde, potrebbe mai un film su Maria Callas essere
altrimenti?
…A interpretare Maria, il regista
ha voluto Angelina Jolie. Una dei personaggi pubblici più facilmente accostabili
al concetto di Diva, l’attrice studia, imita, ripete, si cala completamente nel
ruolo e riesce a portare sullo schermo uno strano ibrido in cui Angelina non
scompare mai dietro alla maschera di Maria e allo stesso tempo Callas fa
continuamente capolino attraverso gesti e tono di voce di Jolie.
Un’interpretazione importante nella carriera dell’attrice che però deve per
forza scendere a patti con la sua riconoscibilità: da una parte quindi lo
spettatore è restio ad accettare che proprio quella lì debba essere Maria
Callas, dall’altra offre il dono prezioso, nei biopic, di aggirare la mera imitazione e
di dare spazio all’interpretazione. Dopotutto se avessimo voluto vedere la vera
Callas, avremmo guardato un documentario! Per quanto riguarda i primi piani in
playback, è un dazio da pagare per un biopic sulla voce più grande di sempre.
Larraìn è il “solito” direttore d’orchestra impeccabile,
conduce le danze con la solita grazia, scompare dietro ai suoi protagonisti
quando è il momento di ascoltarli ma prende le redini del racconto non appena
il racconto si sposta sulle immagini, i paesaggi, la Parigi degli anni ’70, ma
anche i ricordi in bianco e nero di Maria, che ripercorre a poco a poco la sua
vita, sempre a testa alta, con eleganza e quella consapevolezza che fanno di
lei un personaggio moderno e trascinante.
Era complicato raccontare la divinità di Maria
Callas, Pablo Larraìn ne ha offerto una
versione moderna, elegante, convincente, un altro gioiello nella sua splendente
filmografia.
...Larrain prende molto sul serio il melodramma in tutte le sue convenzioni e eccessi e se ne serve come utensile per la sua messinscena. Sarà anche per questo, per l’eccesso melodrammatico, per il furore immaginifico, per il turgore registico, che il film non è piaciuto, salvo qualche rara eccezione, ai giovani critici, lontani per formazione e sensibilità da quell’estetica. Da quella lingua. Cinema vecchio, dal sentore di muffa, ho sentito dire in giro, magari dagli stessi che l’altro ieri avevano urlato al quasi-capolavoro, sempre qui a Venezia, per quello che forse è il più brutto Larrain di sempre, Ema. Brutto però furbescamente giovanottesco. Mentre qui, confermandosi cineasta tra i più dotati in circolazione e tra i più eclettici (e colti), in grado com’è di svariare tra plurimi registri espressivi, si cimenta, riuscendoci, nel film-opera trasformando quello che poteva essere un anodino biopic nella suprema performance callasiana. Con sequenze di cinema puro che non si dimenticano, cori operistici (dalla Butterfly, dal Trovatore) che prendono corpo e si materializzano per le strade e le piazze di Parigi proiettando verso il fuori il teatro mentale che occupa e devasta la testa di Maria. Impressionanti la perizia tecnica e la precisione delle ricostruzioni dei filmati d’epoca (ambienti, costumi, scenografie, grana della pellicola, posture della Callas). Ci si commuove e, in una delle scene più belle e certo la più straziante, l’incontro con la sorella (una Valeria Golino mai così brava), si piange. Angelina Jolie? Si fatica all’inizio a sovrapporla all’immagine che abbiamo sempre avuto della Callas, ma la sua dedizione alla causa del film e al personaggio alla fine prevale su ogni perplessità. Grande prova. Peccato che Maria sia parlato – per evidenti ragioni di produzione e distribuzione – sempre e solo in inglese, una miscela linguistica di inglese, italiano, francese, greco sarebbe stata di sicuro più adeguata.
dopo i film "stranieri" Pablo Larraín torna in patria, e gira un film sul boia Pinochet, ma non solo.
in un bianco e nero davvero livido e convincente vediamo che Pinochet sta per crepare, e la sua eredità va definita con chiarezza.
Pinochet non è solo il boia che nasce dal niente, lui è un vampiro che arriva dall'Europa, e bisogna decidere se il vampiro finirà con lui, o proseguirà la sue esistenza in altri corpi.
é una lotta senza quartiere che sappiamo come sa a finire, fino all'ultimo.
se qualcuno ha nostalgia di Margaret Thatcher la ritroverà, buon per lui.
un film da non perdere (si può vedere su Netflix).
buona (vampiresca) visione - Ismaele
Si può dire che sia un peccato che il regista e Calderón
non si spingano un po’ più in là nell’assurdo; il materiale sullo schermo
avrebbe infatti occasionalmente bisogno di un’ulteriore scossa di comicità
stravagante per aiutare a ‘vendere’ l’idea principale – e, in qualche misura,
esile – che ci sta dietro.
Tuttavia, l’accusatoria durezza generale funge
essa stessa come forma di amaro umorismo, mai come quando Carmencita
intervista i figli di Pinochet cresciuti e ne elogia le atroci malefatte (tra
cui i profitti dal terrorismo) con un sarcasmo che a loro, pieni di orgoglio e
di diritti, sfugge completamente.
El Conde è allo stesso tempo il tentativo più diretto e
fantasioso di Pablo Larraín di affrontare di petto l’eredità di Augusto
Pinochet e i disastri che ha provocato il suo operato, aiutato dalle eccellenti
interpretazioni dell’87enne Jaime Vadell nel ruolo del senile e banalmente
malvagio dittatore e di Paula Luchsinger Escobar in quello della sua avversaria
agli antipodi (che, in un ultimo primo piano, assomiglia in modo impressionante
alla Giovanna d’Arco incarnata nel 1928 da Renée Falconetti).
In definitiva, El Conde trasmette poco che non sia già
stato trattato nei precedenti film del regista sul regno di terrore del
dittatore, eppure rimane un ritratto elegantemente pessimista
della malvagità di un uomo e, in modo altrettanto pungente, del
modo in cui ha contagiato tutti quelli che ha toccato (o, sarebbe meglio dire,
morso).
Ho trascorso anni immaginando Pinochet nelle
vesti di un vampiro, come un essere che non smette di imperversare nella
storia, sia nella nostra immaginazione che nei nostri incubi. I vampiri non
muoiono, non scompaiono, e nemmeno i crimini e le ruberie di un dittatore che
non ha mai affrontato la giustizia. Io e i miei collaboratori volevamo mettere
in evidenza la brutale impunità che Pinochet rappresenta. Mostrandolo per la
prima volta apertamente, in modo che il mondo potesse cogliere la sua vera
natura: vedere il suo volto, respirare il suo odore. Per questo, abbiamo
utilizzato il linguaggio della satira e della farsa politica, in cui il
Generale soffre di una crisi esistenziale e deve decidere se vale la pena
continuare la sua vita come vampiro, bere il sangue delle sue vittime e punire
il mondo con il suo male eterno. Un monito allegorico del perché la storia
debba necessariamente ripetersi, per ricordarci quanto le cose possono
diventare pericolose.
…I toni sono subito chiari: dalla farsa
sulle maschere del potere alla dark comedy familiare,
dal fantasy realista all’horror splatter, chiamando più volte in appello umori
e setting del più ambizioso cinema d’autore europeo (Dreyer, Tarkovskij, Murnau,
per citare i più evidenti). In una villa decandente e spettrale su un’isola nel
sud del Cile (non) vive segretamente il generale Pinochet. Un anziano vampiro
in crisi esistenziale che ha deciso di morire ma è travolto dalla sua famiglia
che brama di dividere l’eredità e da una misteriora (e religiosissima)
contabile che lo deve aiutare a trovare un “finale”. Una voce fuori campo ci
racconta questa storia in perfetto inglese (sarà forse Margaret Thatcher?)
intavolando un discorso molto consapevole sulle ambiguità dei rapporti di
potete tra democrazie, istituzioni religiose e totalitarismi nel Novecento come
fossimo in un romanzo gotico con venature pulp. Il vampirismo diventa quindi
una metafora sin troppo ovvia degli istinti ferini/autoritari che non riescono
a morire e si alimentano nelle ambiguità del capitalismo contemporaneo creando
mostri grotteschi pronti a riattivare la loro sete in maniera virale. Il bianco
e nero plumbeo e le silhouette dei vampiri che si librano sul Cile del XXI
secolo diventano il correlativo oggettivo di tutto questo…
il film è ambientato a Valparaiso, ed è una storia cilena di Pablo Larraín diversa dalle precedenti.
è una storia di amore/non amore, di danza, di sesso, di famiglie e di bambini adottati.
protagonista assoluta è la straordinaria Mariana Di Girolamo, debole e fortissima, con le idee chiare.
al suo confronto tutti gli altri sembrano comparse.
è un film strano, all'inizio, poco lineare, estremo, poi comincia a capirsi tutto e il film cresce e diventa un gran film, da non perdere.
buona (bruciante) visione - Ismaele
…Pablo Larraín, Alejandro Moreno e Guillermo
Calderón. Sono tre uomini gli autori della sceneggiatura di Ema,
tre rivoluzionari che, sbalordendo per la loro comprensione a tratti
sopraffina, descrivono con la sincerità dell’ascolto il grido di emancipazione
della loro protagonista. Sconcertante è infatti scoprire la matrice dietro il
diritto alla libertà di Ema. Un orgasmo tutto femminile stimolato
in verità dalla mente – e dall’altrettanto messa a nudo – di tre uomini, pronti
alla sollevazione non di ciò che rappresenta essere una donna, ma cosa
significa essere una donna.
Dal sesso alle confidenze private, allo spirito comune
fino al rifiuto di dover abdicare forzatamente dal ruolo di genitore. La Ema di
Pablo Larraín è la sfrontatezza che rivendica il proprio stato di persona
auto-determinata, una moltitudine di personalità che non devono
obbligatoriamente sottostare ai doveri di una società che vuole contenere. La
lotta per il riappropriarsi del proprio corpo e per reclamare la propria natura
autonoma, passa per lo scontro di genere più aggressivo e provocatorio, per lo
spaesamento dell’uomo di oggi che non sa come gestire la propria controparte
tanto furiosa, tanto diversa, tanto arrabbiata.
Ema – Sesso, libertà, danza,
maternità
La presa di coscienza fisica ed emotiva di cui Ema si
fa raggio catalizzatore, irradia la sua essenza per elevarsi a una vivisezione
intima e brutalmente schietta del femminino contemporaneo, riflessa nella danza
indisciplinata di Mariana Di Girolamo che è non la voglia,
nemmeno il bisogno, ma la rivendicazione assodata di una libertà che le
appartiene. Che appartiene a tutte le donne. E, nell’orgia carnale e
identitaria della protagonista – e di tutte le sue dame di contorno -, la
bellezza di Ema è il ritornare a quella fonte di vita che è la
madre, con tutti i suoi vezzi, le responsabilità sviate, insieme in quell’unica
individualità che non ne esclude la parte torbida, inalienabile, che ne
comprende l’amorevolezza, la cattiveria e quella incedibile sensualità.
Nella sua pellicola più sfrontata, Pablo Larraín non
dimentica la poesia per un film sfacciatissimo, artefatto all’inverosimile pur
inquadrando una situazione radicata nell’attualità. L’eleganza selvaggia del
regista cileno che si tramuta in trasgressione e ballo verso la sua opera più
contemporanea. Verso le donne di oggi. Perché alla fine si vuole
solo ridere, ballare, scopare. E si vuole semplicemente essere delle madri.
… La corporeità di Ema è uno
degli aspetti chiave del film del regista cileno. Larraín ribalta le dinamiche
rappresentative che veicolano il male gaze attuando
un vero e proprio slittamento prospettico: Ema resiste alla sottomissione dello
sguardo maschile, piegandolo a suo piacimento. Il ballo, così come il sesso,
sono gli strumenti coercitivi che Ema utilizza nei confronti dello spettatore.
Il film di Larraín è un manifesto della femminilità, ma è una femminilità che
non sottostà alle pulsioni scopofile e voyeuristiche dell’uomo, preferendo
muoversi invece sui binari dell’emancipazione e dell’indipendenza, rinunciando
ad ormai arcaici diktat della morale.
Di pari passo si muove anche
uno dei sottotesti principali presenti nella pellicola di Pablo Larraín,
riguardante sempre l’aspetto musicale affrontato però in ottica di metafora generazionale.
Ema, di diversi anni più giovane rispetto a Gastón, si autodetermina nei
confronti dell’alterità a partire proprio dai suoi gusti musicali. L’appeal per il reggaeton, ad
esempio, è figlio delle passioni delle nuove generazioni e ben lontano dall’universo
di Gastón e da quello dello stesso regista. La questione in ogni caso non si
limita solamente al gusto, ma trascina con sé un retroterra culturale che, tra
le altre cose, funge da ente separatore tra la ragazza e l’ex marito. Il reggaeton, infatti, si inserisce a capofitto
all’interno del discorso emancipatorio. Spesso tacciato di essere un “ballo
misogino” in virtù della grande centralità del corpo femminile, per Ema diventa
in realtà una fonte di espressione massima: nessuno può imporre ad una donna
come può ballare o meno, chiunque può utilizzare la corporeità senza vincoli
per affermare la propria libertà.
Lo scontro tra passato e
presente è totale. Il lavoro di Gastón in qualità di ballerino moderno non
riflette ciò che accade nella realtà: ormai si danza in strada e non più su un
palco, «perché è sulla strada dove le cose accadono», e saranno le stesse
strade a bruciare – metaforicamente ma anche letteralmente – perché le nuove
generazioni vogliono lasciare una traccia sensibile ed evidente del loro
passaggio (cfr.). Ema è un film straordinario, capace di passare
dall’analisi sociale al mondo soggettivo della sua protagonista da un momento
all’altro e senza soluzione di continuità, muovendosi dall’introspezione di
alcuni passaggi sino ad arrivare a splendide sequenze simil-videoclip, rendendo l’esperienza cinematografica
complessiva dell’opera di Larraín un unicum originale
ed esemplare.
… Ema è davvero un
personaggio di illogica e purissima sensorialità. Desidera genuinamente gli
altri, ma non se ne innamora. Li usa come pedine per ottenere i suoi scopi, ma
anche per sovvertire un ordine sociale che non basta più.
Certo non è semplice
empatizzare con i personaggi di un film in cui sembrano tutti vivere, muoversi
e parlare come fossero nel bel mezzo di un processo di ipnosi e di
assuefazione. Un film ambiguo, quindi. Innegabilmente “brutto”. Come lo vedi o
scomponi non sembra funzionare mai. Eppure non possiamo non riconoscergli un
fascino malato. Larraìn si infila in un percorso espressivo privo di
“precauzioni”, che a modo suo mette in crisi i seguaci del cineasta
sudamericano. È infatti un’opera dolente, fragilissima, in cui per la prima
volta il regista sembra ammettere una percezione di inadeguatezza, uno scarto
profondo nei confronti delle nuove generazioni millennials –
nel monologo di Bernàl sul reggaeton si
nasconde forse lo smarrito punto di vista dello stesso autore. Se fino a oggi
la sua opera rifletteva la rabbia dei figli verso la dittatura dei padri,
in Ema gli equilibri si ribaltano e viene fuori il
film di un adulto che prova a fatica a intercettare questi figli alienanti,
poligami e sordi, che vogliono ottenere tutto e bruciare ogni cosa. Ma è
proprio questo il punto: se solo una rivoluzione potrà salvarci… proviamo
almeno a capire chi riuscirà a farla!
…Dal punto di vista formale il film acquisisce
un’ulteriore serie di punti deboli che vanno da una scrittura farraginosa, con
dialoghi eccessivamente sbandierati nel dover significare tanto, troppo e in
continuazione, fino a un virtuosismo registico che, in un film già tanto
debordante, fa da inutile o addirittura dannoso raddoppio di senso. Ema vuole con tutte le proprie forze essere
sorprendente e vitale, con un inizio su di un semaforo che brucia e le prime
scene drammatiche che sfociano in un montaggio alternato con momenti di danza
selvaggia. Che proseguono sempre più, col reggaeton in luoghi fatiscenti,
incendi appiccati, tute fluorescenti in bar squallidi, inquadrature di
specchietti retrovisori da cui si vedono accoppiamenti, fino al montaggione dei
coiti e a un vago senso di esagerazione (a un certo punto il film fa pensare a
Harmony Korine) architettata. Ema vuole
essere frammentato, spezzettato, rapido, cool. Rifugge linearità e racconto
piano per consegnarci a una messa in scena calcolata e ricercatissima e a una
narrazione ellittica in cui dobbiamo capire le cose lentamente, poco a poco.
Forse perché non possiamo e non dobbiamo mai penetrare nella vera natura della
protagonista, che deve restare un po’ un mistero altrimenti crollerebbe tutto.
Forse perché il regista è onnisciente più che mai e più che mai delibera circa
lo sguardo del suo spettatore. La visione di Ema lascia abbastanza sconcertati, ma non è
una sensazione positiva perché, per la prima volta in Larraín, si ha
l’impressione di trovarsi di fronte a un’opera volutamente stravagante e trendy, reticente nel mettere a fuoco le ragioni
psichiche dei disagi e dei dolori. Dunque a un film che, per la prima volta in
Larraín, non affonda lo sguardo nell’umano ma prende una strada più furba,
meccanica, insincera.
…Sulla
posizione di Larraín nella storia del cinema è troppo presto per esprimersi.
Sicura è invece la capacità di questo personaggio – chiamiamolo Ema – di incarnare, in modo
estremamente astratto e concreto, una serie di contraddizioni psicologiche e
sociali che riguardano il tempo presente: ciò che ci tiene insieme e ciò che
separa, ciò che fa “individuo” e ciò che è possibile chiamare “famiglia” o
altro ancora.
Ema: di che cosa è, dunque, il nome? Per quanto
riconoscibile sia la sua silhouette, mentre si agita nel lungomare di
Valparaiso imbracciando il lanciafiamme, il senso della sua figura resta
ancora in buona parte oscuro. Che cosa ci dicono i suoi ripetuti
sguardi in macchina? E che cosa annunciano, di già presente o di imminente, le
sue posture, i suoi comportamenti tremendamente in bilico tra cinismo e
ingenuità assoluta. Uscendo dalla sala, ci sentiamo un po’ come suo marito
Gastón, in una delle ultime inquadrature del film, all’interno della nuova
casa, insieme alla nuova comunità affettiva e genitoriale: l’espressione è
quella di chi ha assistito a qualcosa di straordinario eppure resta ancora,
giusto il tempo di guardare il film ancora una volta, un poco confuso.
…Si
bien cierto es que el final de Ema resulta un tanto
descafeinado en contraste con el nivel de locura en el que se suceden la trama,
sirve como broche final a este drama familiar envuelto en libertad y sexualidad
y totalmente desprovisto de moralidad.
Por otra parte, cabe destacar la impecable fotografía
y estética aunada a una banda sonora parcialmente actualizada que resulta
gratificante en multitud de escenas, así como las exquisitas interpretaciones
que se suceden durante el filme. Estas brillan por la fuerza con la que los
personajes se abren paso en el relato y la manera en que están logrados, que
casi que parecen necesarios para que Ema se desenvuelva de una manera u otra.
Una arriesgada y provocadora narrativa audiovisual de
toda una generación sobre la liberación que presenta un toque feminista, donde
habrá que expandir los propios horizontes para adentrarse de lleno en ella.
…Pablo Larraín si conferma un regista dalla grande sensibilità e
sensualità, non solo perché mostra, ma perché trasmette la passione e le
pulsioni dei corpi, dei colori, mai così tanti e vivaci in un suo film, della
musica al altissimo volume che trascina lo spettatore in quel vortice di
cui Ema è il centro.
Il regista ci porta per mano per vicoli
e tetti di una città che sembra non esistere nel nostro tempo, lo fa
smarrendosi lui stesso nelle pieghe di una storia che non è perfettamente
compiuta perché estranea ai canoni sociali universalmente riconosciuti, ma che
trova, nel finale, un’ordine insolito, a misura della sua protagonista.
Ema è la donna che porta vita e amore,
l’alieno arrivato sulla Terra a mostrarci una via alternativa per la
condivisione, un elemento naturale magnifico e terribile, un terremoto di
energia e bellezza. Ema è l’istinto allo stato puro, che
agisce sempre secondo l’amore.
…A nivel interpretativo la película cuenta
con unos buenos trabajos, en especial el de Mariana Di Girolamo, que interpreta
a la protagonista de la película, y que está soberbia alternando momentos de
intensidad dramática con otros en donde su mirada refleja el dolor y otros en
donde es más alegre y divertida. La joven actriz chilena es una desconocida y
Larraín la ha dado la oportunidad de estar al frente de su nuevo proyecto,
cuando había participado principalmente en series de televisión. Entre los
secundarios de lujo destacan Gael García Bernal en el papel de Gastón, el
coreógrafo de Ema, con la que tiene un pasado en común y una relación de
amor-odio. Las jóvenes actrices que interpretan a las amigas de la protagonista
tienen unas actuaciones bastante decentes, y el que no me termina de convencer
es Santiago Cabrera, que interpreta al bombero de día y camarero de noche, cuyo
personaje será fundamental en el desarrollo de la trama durante la segunda
mitad, y que no me transmite como lo hacen el resto de intérpretes. Casi todas
las subtramas giran en torno a Polo, un niño al que citan muchas veces, pero
que es un desconocido para el espectador, salvo una escena en la parte final, y
que es clave en el modo de comportarse y en las inquietudes de Ema y los que la
rodean. Una película que es un soplo de aire fresco y
diferente a la cartelera actual y que, sin ser fácil de recomendar porque
aborda temas nada sencillos para el espectador y por la manera contar la
historia, creo que es una oportunidad perfecta para acercarse a ver una
propuesta original de uno de los mejores cineastas del panorama latino actual.da qui
…L’ultima opera di Pablo Larraín è un film talmente
seducente nelle sue immagini che la trama può risultare irrilevante agli occhi
di chi guarda, e il finale non richiesto. Le scenografie, ipnotiche
nella loro seduttività (sono firmate da Estefania Larraín),
sono capaci di distogliere lo spettatore dall’urgenza morale della vicenda che
dà la nota iniziale a Ema. Con la “non necessarietà” del finale non si intende
che esso sia privo di logica o di completezza narrativa, anzi. Negli ultimi
fotogrammi della pellicola ogni dubbio trova una sua composizione e il film la
sua compiutezza, mentre il comportamento della protagonista non appare più come
quello di una ragazzina capricciosa che non sa quel che vuole.
L’assortimento visivo dell’opera è un caleidoscopio di bellezza
filmica che evita di essere stucchevolmente estetizzante. Nella sua
depurazione dal formalismo estetico, l’impatto cromatico e registico di certe
sequenze sembra richiamare la poetica del regista franco argentino Gaspar
Noé (Irreversible, Climax, Love), ma in
maniera meno scomposta e tragica: qui non c’è spazio per il nichilismo. La
guerriera Ema si muove per le strade, i cieli, le camere da letto, le palestre
e le scuole della cittadina cilena di Valparaíso come un animale dal
fiuto infallibile, al ritmo del reggaeton. Con il procedere
delle immagini, il pubblico comprende che la ragazza usa il suo corpo come
duttile strumento per sanare lo sbaglio commesso. E quelli che allo spettatore
possono sembrare atti di auto stordimento per arrivare a una sorta di oblio
degli errori compiuti, sono invece pezzi di una strategia unitaria e lucida…
tre giorni nella vita di Diana Spencer, ostaggio della famiglia reale (che, come tutte le famiglie reali, speriamo che si estingua in fretta).
Diana è prigioniera di rituali, pranzi, appuntamenti, senza nessuna libertà.
è un film dell'orrore, spesso e (mal)volentieri, ottimi Kristen Stewart, Timothy Spall,Maggie (Sally Hawkins) e i due bambini, William e Henry, solo loro, vogliono bene a Diana.
ottima sceneggiatura di Steven Knight e ottima regia di Pablo Larraín, uno dei più grandi registi del pianeta.
buona (non regale) visione - Ismaele
…Larraín dunque non cerca l'horror della Famiglia Reale («Non sono cattivi»,
si dice), l'horror del contesto, dei quadri, della realtà. Sarebbe fin troppo
facile. Cerca invece e trova il materiale per un horror che sia
horror cinematografico. Un film non dell'orrore, quindi, ma un film
che è horror. Perché è inquadrato come un horror, è musicato (dallo stile e
dalle note di Jonny Greenwood) come un horror, ha le
cadenze di un horror. L'idea allora di replicare, rifare, ripensare lo Shiningkubrickiano,
talvolta alla lettera come neanche lo Spielberg di Ready Player One,
non è meno che geniale, in quanto Spencer sembra
andare alla matrice dell'horror: una preda, una casa (maledetta), il passato
che ritorna, la serenità sempre più distante e sempre più irraggiungibile, la
pazzia che respira accanto, l'insopportabilità e la sconnessione.
E come in buona parte degli horror della storia del
cinema, la protagonista di questo horror probabilmente non spaventoso ma senza
dubbio inquieto finisce per salvarsi. Salva sé e salva noi, gli spettatori.
Sapete perché? Semplice, perché evadendo dalla casa maledetta, dai suoi fantasmi
e dalle sue ricorrenze, dove tutto è già previsto (come in un film horror,
appunto), Lady D. riconduce il suo essere-cinema,
essere-(un e in-un)film, nella vita di tutti i giorni, su una panchina vicino
al Tamigi. È qui, nella banalità che è anche la nostra, che ciò che è cinema
può rincontrare una sostanza, la verità. Spencer diventa
così uno straordinario e vertiginoso film di cinema e sul cinema; un film che
si fa genere (horror) e che crede in modo deciso che a guarirci, guarire noi e
loro, i film, debba essere prima di ogni cosa un semplice gesto di fede
personalistica. Via dalla pazza folla. La fede che il cinema (ossia la
fantasia, la favola, l'immaginazione) possa avere la meglio.
…Kristen Stewartè
protagonista assoluta ed espressiva di un ritratto che ha la misura di una
collana di perle, le vesti di una principessa delle fiabe spogliata di libertà
che le spettano, in un castello spettrale dove ogni colore acceso è un segnale
di un decadimento psichico crescente. E’ la soundtrack a cura di Jonny
Greenwood che parla per conto di Lady D,
vuole incedere senza conoscere limiti in un crescendo di note furiose, che
smontano una monarchia condotta da aguzzini e guardie giurate. I figli e la
casa-rifugio di un passato roseo sono l’ancora di salvezza di una personalità
diventata icona, ma resa un filo d’erba che tende spesso a spezzarsi; Kristen Stewart non
si trattiene, non si sottrae alla cinepresa di Larraìn,
e decide di occupare la scena con una compostezza e un controllo totale dello
spazio che la circonda ammirabili.
E’ un ritratto di Lady D che
assume valore nell’effetto che ha sullo spettatore, che non la vede più come un
mito, ma come una donna che ha dovuto affrontare le sue paure più reali. Si
elimina la necessità di essere all’altezza della sua importanza sociale e
culturale, per entrare in un vortice emotivo e fragile di ciò che ha
significato per questa donna confrontarsi con la stessa famiglia reale
britannica. Per questo motivo, il peso drammatico del film è sostenuto quasi
interamente da Stewart, che trionfa totalmente all’interno della cornice
filmica ma, allo stesso tempo, il lavoro di Timothy Spall e Sally
Hawkins, che bilanciano la squisita passione di Stewart con performance più razionali, è da lodare. Mentre
Spall fa un lavoro impeccabile con la sua espressività, la Hawkins sfrutta al
massimo tutta la naturalezza e la luminosità che contraddistingue il suo lavoro
sullo schermo.
Il grande lavoro di artigianato dell’immagine, che ha
caratterizzato le precedenti opere di Larraìn, fa
splendere Spencer ancora di più: in questo caso,
sfrutta le idiosincrasie legate alla regalità per mettere a punto una perfetta
metafora della gabbia dorata. La fotografia non risparmia alcun dettaglio, con
attenzione alla posizione, all’illuminazione e all’impatto che la figura
di Diana ha sullo spettatore…
…Spencer diventa
allora un dramma angosciante che sfiora a tratti il thriller psicologico, dove
la grandiosa (c’era da stupirsi?) regia di Pablo Larraín costruisce
sequenze asfissianti, inseguendo costantemente Diana in claustrofobici corridoi
per poi soffermarsi spesso sul volto algido di un'anima che sta lentamente
morendo; funzionale a tal proposito è la fotografia tutta giocata sui toni
freddi.
Il viso, il fisico e l’immagine di Lady D. sono, all’interno del film,
posti a un’attenzione mediatica senza pari - simbolico il non potersi cambiare
con le tende aperte - da cui scaturisce la distruzione della sofferenza in
ambito privato, deturpando anche di questo aspetto la madre di William e Henry.
Tutto ciò non sarebbe possibile ovviamente se come attrice protagonista ci
fosse stata un'interprete senza la fisicità e la bravura adatta.
Per fortuna Kristen Stewart ci regala quella che è
probabilmente la miglior prova della sua carriera.
Grazie a una presenza scenica strabordante e alla capacità di creare
malinconia solo attraverso uno sguardo, l’interpretazione della Stewart - che
lavora benissimo per sottrazione - si adatta perfettamente al racconto, in un
ballo con la morte, sulle note della colonna sonora ammaliante di JonnyGreenwood,
che può rivelarsi liberatorio o tombale a seconda di come si è vissuto Spencer.
A Larraín non è mai interessato creare un biopic, anche se la storia segue
la realtà, quanto creare un’opera in grado di far vivere allo spettatore
tutta l’angoscia di una vita sulla carta da favola, dove i pochi sprazzi di
luce all’interno del film - vedasi quasi tutti i momenti con William e Henry -
commuovono istantaneamente.
…Man mano che ci si addentra nella profonda intimità
delle lacerazioni e dei rimossi dell’universo personale di Diana, tra ricordi
infantili, sogni e desideri, Spencer diventa infatti un’allegorica
fiaba nera su un corpo sacrificale vittima di un
potere assoluto, misterico e insondabile. Che cerca di fuggire al di là del
bosco nella notte, verso la casa d’infanzia come fonte di regressione
salvifica, culla di una purezza dimenticata nel tempo, ma anche cripta foriera
di ombre oscure. Un corpo rapito in un’inquietante ghost story di
apparizioni fantasmatiche e venature horror in cui tutti
parlano sussurrando a bassa voce, ammantando l’atmosfera di suggestioni
oniriche. Dove il ritiro a Sandringham più che una riunione di famiglia si
trasforma presto in una spiritica seduta di sonnambulismo, un
consesso di spettri radunato all’ora di cena da servi sussiegosi (ancora Shining),
e che nel silenzio più penetrante si concedono alla vista sotto i pastosi
bagliori della luce delle candele: straordinario l’apporto della
DOP Claire Mathon (Ritratto della giovane in fiamme),
che con esasperanti grandangoli e un uso raffinato del 16
mm richiama il lavoro pittorico e plastico di Barry Lyndon (1975).
In un ritratto avvolgente, al tempo stesso austero ed esangue, di un’umanità di
manichini imbellettati sottratti allo scorrere del tempo, su cui si staglia
la mobilità nervosa, disarmonica e non conforme di Diana. In un
impianto scenico in cui dominano la distorsione percettiva e
gli spiazzanti scarti dal reale, l’interpretazione di Kristen Stewart rifugge
dal calco mimetico da museo delle cere, dalla perfetta replica somatica e
fisiognomica di Diana (non è ciò che conta). Puntando a restituirne la fragile
vulnerabilità e il coraggio ribelle con le
espressioni tremolanti e stirate, le pose sghembe e scomposte di una figura
minuta e reclinata (un certo modo di piegare la testa sul collo, un lieve
incurvamento delle spalle), esposta alle intemperie umane e sociali della sua
corte ostile. Lavorando soprattutto sui toni bassi della voce e sull’accento
(più che mai indispensabile la visione in versione originale)…
…E c’è la musica,
tanta musica. Larraín non sbaglia un colpo e, dopo aver chiamato Mica Levi
per Jackie, stavolta si è affidato a Jonny Greenwood (Radiohead),
che lo ha ripagato della fiducia firmando probabilmente la sua miglior colonna
sonora a oggi. Le partiture di Greenwood – eseguite dalla London Contemporary
Orchestra, da un quartetto d’archi e da una band alla quale contribuiscono
Byron Wallen alla tromba, Alexander Hawkins ai tasti e Tom Skinner dei Sons Of
Kemet alla batteria – coadiuvano orchestrazioni classiche e free jazz prossimo
all’improvvisazione, aderendo come un guanto al setting quando maestoso quando
terrorizzante nonché agli sbalzi di mood di Diana. Inoltre, è la musica ad
accompagnare idealmente Diana nei flash di danza che ne sprigionano l’essenza.
Diana si eleva, trascende, corre altrove, torna a casa e torna a sperare.
Tutti abbiamo
bisogno di un miracolo, per collegarsi alla conclusiva, spiazzante All
I Need Is a Miracle dei Mike + The Mechanics.
Qui il miracolo è sia la bellezza straordinaria del film, sia la via d’uscita
che Diana si meritava e che ora le viene finalmente concessa.
un film strano, questo di Pablo Larraín. per la prima volta gioca in trasferta, come qualche tempo prima è capitato a Denis Villeneuve, e Pablo sceglie una storia che non è laterale, ma entra subito nel vivo di quel paese. i giorni dopo l'omicidio di JFK, ma senza parlare di John, è ormai morto, è Jackie, la first lady a parlare di lui, parlando di lei. tutto parte da un'intervista, che diventa il film. immagini straordinarie, epiche, casalinghe, pubbliche, tutte inestricabili. il film resta freddo, e bellissimo, ma forse partendo dal Cile Pablo ha perso qualcosa, ma tutto, forse, dipende dalle aspettative. un ruolo importante hanno le musiche di Mica Levi, quando all'inizio del film la macchina corre subito dopo lo sparo ho pensato alla Cavalcata delle Valchirie di Apocalypse now. un film che merita molto, di livello davvero di un altro pianeta, ma preferisco il Pablo Larraín cileno - Ismaele
Ecco
qui
l’articolo di Theodore H. White,
apparso su Life il 6 dicembre 1963 ed ecco le immagini vere:
…La
protagonista è infatti segnata su più livelli dal dramma della perdita e quindi
dalla ricerca di simulacri materiali del possesso: per ciò il film dedica
particolare attenzione agli oggetti, agli abiti, ai gioielli e alla spoliazione
progressiva della Casa Bianca che avviene con il trasloco di ciò che resta dei
Kennedy per lasciare posto alla nuova coppia presidenziale.
Larraín sceglie dunque di costruire il personaggio di
Jackie a partire dal suo desiderio di autodeterminazione, inquadrandone il
conflitto con le norme e i protocolli di stato (il rapporto con Bobby incarna
questo dissidio) per ricavarsi uno spazio entro cui costruire un simbolico
nuovo e decisamente molto contemporaneo, caratterizzato dalla
spettacolarizzazione della tragedia.
Nel film si respira un’atmosfera inquietante intonata
all’accordo che, a schermo nero, apre il film dandogli il “la”. La colonna
sonora è stratificata, talvolta più intima, talvolta sontuosa e ingombrante
come in un classico biopic di fattura hollywoodiana. Fondamentale è infine la
canzonetta Camelot, utilizzata quale sintesi di quell’idealismo a stelle e
strisce fortemente anticomunista che, tra immaginario “cavalleresco” e teoria
della Nuova frontiera, la coppia Kennedy desiderava portare nel mondo.
…Parvenant
à nous faire vivre comme jamais l’assassinat de Kennedy, le réalisateur nous
immerge auparavant au coeur de l’agitation « ordinaire » d’une visite
officielle pour la Première Dame (l’arrivée du couple à Dallas apparaît être un
documentaire). Il ancrera ensuite ses vertiges et devient l’étonnant témoin de
ses prises de décision comme ne pas changer ses vêtements tachés de sang.
Revenant sans cesse au dialogue premier, le montage laisse interrogatif tant il
semble mettre en exergue les vertiges de la protagoniste sans jamais parvenir à
les transcender – cela permet de sympathiques scènes de garde-robe dont les
occurrences miroirs ne servent guère à grand chose. La musique jouera ce rôle,
ancrant à son tour un dialogue, quelques fois contrastant, avec les images.
Si
le scénario se veut intelligible au point d’être didactique, quelques lignes
demeurent obscures comme un échange entre Jackie Kennedy et un prêtre. Mais
l’écriture n’est qu’un prétexte à la performance. Et force est de constater que
Pablo Larraín est un virtuose qui, sous les atours d’un biopic, questionne
« la manipulation des images » (jusqu’à celles que nous avons de
J.F.K. et de « Jackie ») dont on ne peut, heureusement, pas
l’accuser.
…Non c’è alcuna traccia di revisionismo e
critica alla presidenza Kennedy (Baia dei Porci, Vietnam), non si accenna mai
ai tradimenti privati, alle molte storie di sesso e alle collusioni mafiose. A
Larrain e Oppenheim evidentemente non interessa riconsiderare
storiograficamente né John Kennedy né quel periodo (e va bene così), il loro
focus restano Jackie e la costruzione da parte sua del mito Kennedy. Perché, ci
viene suggerito, in fondo (anche) questo deve fare una moglie e una first lady,
offrire alla storia l’immagine migliore e migliorata di se stessa e della
propria famiglia. Anche al di là della verità. C’è un che di primitivo, di
animale nella feroce forza di Jackie, nella sua determinazione, qualcosa di
leonino, di tigresco, anche questo molto à la Larrain. Anche questo segno della
radicale diversità del film. Larrain sbarca in America ma rimane se stesso,
portandosi dietro il suo senso della Storia come tragedia ma anche come
messinscena (esattamente come inNo). Il film fa fatica a ritrovarsi nel finale,
arranca lungo qualche minuto di troppo. Ma quando Jackie mette sul piatto la
canzone del musical Camelot l’opera si è compiuta e ci è finalmente chiara. La
corte di Artù si è reincarnata nella stagione kennediana alla Casa Bianca, il
mito è costruito, la missione di Jackie compiuta. Da quel momento tutti
crederanno al ritorno di Camelot e a lei come nuova Ginevra. (E basta questo
finale per farci capire il bello e la potenza del musical più delle due ore e
passa diLa La Land).
intanto è
da tenere d'occhio lo sceneggiatore Guillermo Calderón, ha lavorato a pochi
film, ma tutti di altissimo livello.
El club dicono che sia un film di denuncia contro i preti pedofili, ma molto aldilà di questo.
con una sceneggiatura formidabile Pablo Larraín ci regala un film che è una sorpresa continua, imprevedibile, preti che muoiono all'improvviso, preti che si appassionano alle corse dei cani e ne allevano uno, una suora che fa da madre superiora a uno stano appartamento-convento di reietti, mandati laggiù, in una villetta davanti all'oceano, in un villaggio anonimo, dimenticati dal mondo e da Dio, ma non dai rappresentanti di Dio in terra.
i preti devono espiare una colpa, niente galera, solo l'esilio.
finché non appare Sandokan. e tutto il tran tran quotidiano viene sconvolto.
come affrontare il problema nessuno lo sa, ma l'inviato gesuita ha un'idea incredibile, geniale e (de)stabilizzante, che crea un equilibrio diverso, non sapremo fino a quando, magari per sempre.
attori in stato di grazia, fotografia livida e grigia, dialoghi necessari, e non di più, per un film bello e terribile, di quelli che resteranno nella storia del Cinema.
impossibile raccontarlo, cercatelo e soffritene/godetene tutti - Ismaele
…Película dura, durísima, explícita
en el relato verbal de las perversiones de que son autores los curas y sobre
el «cambalache» que se ha montado para sacar de la circulación a ese
puñado de criminales. Pablo Larraín, el excelente director de Tony
Manero (2008) y No (2012), crea una atmósfera
realmente tenebrosa. Un cartel, al inicio, del film cita textualmente al
Génesis: «Dios separó al principio la luz de la oscuridad». Pues bien, en
transcurso del film no saldremos del reino de las tinieblas. La mortecina lumbre
del sol austral apenas alcanza a esclarecer unas vidas en sombras, unos rostros
que fluctúan entre la memoria de sus vicios y la culpa latente de sus desvaríos
cuando no dan lugar a torticeras justificaciones de sus brutalidades.
Impresiona la excelente fotografía de esa luminosidad difusa. Es una atmósfera
lúgubre que tiñe todos los diálogos y escenas de este terrible pero magistral
film, tonalidades que nos recuerdan obras del cine nórdico y que también son
frías cuando no heladoras en sus historias.
…Larraín
ci regala il suggello geniale, perché, usando un particolare obiettivo russo
già utilizzato a suo tempo da Tarkovskij, fa debordare l’immagine dal suo
contorno, riprendendo in controluce e facendo scontrare luce e buio in un
orizzonte indistinto, dove non è mai davvero giorno e mai davvero notte e si
fatica a mettere a fuoco l’oggetto della visione. E chi ragiona sulla natura
stessa del mezzo e lo deforma e trasforma per farlo rivivere in prospettive
inusitate – lo sguardo con cui si assiste a Il Club è simile al
concetto di “voler vedere le cose per la prima volta” di cui parlava un tempo
Wenders – merita davvero di rientrare tra i grandi della storia del cinema.
…El club è
un lavoro di grande bellezza e solidità, che oltre a reggersi su una
sceneggiatura e su una regia eleganti, può contare su un gruppo di attori la
cui forza si esprime sia nella chimica d’insieme sia nelle singole
interpretazioni. Anche questa volta, il regista cileno affida al suo attore di
punta Alfredo Castro la parte di un uomo complicato, dalla storia e dalla
psiche labirintiche. Insieme a lui ritroviamo anche Antonia Zegers, anch’essa
presente in tutti i lavori precedenti di Larraín e Roberto Farías, già apprezzato
inNo – I giorni
dell’arcobaleno, nel ruolo di Sandokan, un vagabondo che scompagina gli
equilibri del club destabilizzando allo stesso tempo anche le coordinate
interpretative con cui lo spettatore si aspetterebbe di poter interpretare il
suo personaggio di vittima di abusi.
…da
Santiago verrà mandato un ispettore, un giovane prete, un gesuita aspro,
disincantato, affilato, e bello, con l’incarico di indagare sul quel covo di
serpi e, se necessario, di bonificarlo e chiuderlo. Di eliminare quella cellula
impazzita dal corpo della Chiesa. Sottoponendo tutti a un interrogatorio, molto
apprenderà, ma molto gli resterà oscuro. Il gruppo cercherà di difendersi, di
depistare. Ci saranno sviluppi da vero noir, in un crescendo che sfocerà in un
finale spiazzante. Tutto nel clima livido e malato cui Larrain ci ha abituato
con Tony Manero e Post Mortem (No è un’altra cosa). Confermando di essere un
autore unico, assai personale, capace di prendere i materiali bruti dalla
cronaca e dalla storia per trasformarli – ed è soprattutto il caso di El Club – in storie infernali e claustrofobiche,
in cupi rituali controriformistici. Ballate barocche e insieme glaciali di
morte. Danze di spettri. Con in El Club (almeno)
una sequenza che ci lascia tramortiti, la confessione dell’uomo violentato da
bambino dai preti il quale descrive quello che la sua mente infantile aveva
elaborato. Un delirio in cui sesso e sacro, violenza e estasi si mescolano in
un groviglio inestricabile. Ecco, son cose come queste a farci capire di che
statura sia Larrain. Basti paragonare El Club a un
film sullo stesso tema di qualche anno fa come Il dubbio per
capire la distanza siderale. E please, diamoglielo un premio. Si rivedono gli
attori feticcio del regista cileno, Alfredo Castro e Antonia Zegers.
…Portato
dall’esterno e attento a non carbonizzare simbolicamente una materia già
intrinsecamente incendiaria, lo sguardo di Larraín configura un microcosmo
spaziale che riformula grottescamente e causticamente la retorica visiva dei
reality show (non sembri fortuita la concomitanza della prima materializzazione
di Sandokan con la visione del reality trasmesso dalla Televisión Nacional,
così come la minaccia di Madre Monica a Padre García di chiamare la televisione
nell’eventualità della chiusura della casa). Ma questa volta il Grande Fratello
è nientemeno che Dio, l’onnisciente e onnipotente regista dello spettacolo che
si svolge all’interno casa, spettacolo in cui i religiosi non sono altro che
marionette, pupazzi eterodiretti, infantili e inconsapevoli agenti della sua
volontà (“Dio è l’unico che sa. Lui sa. Noi siamo bambini, per questo non
capiamo. Ma Lui è il Padre. Ed è il solo a sapere”, sussurra Madre Monica al
singhiozzante Padre Vidal, disperato per la soppressione di Fulmine).
Confessionali, dinamiche di alleanza e cospirazione, ostilità strisciante,
sessualità vigilata ed esacerbata, sorveglianza permanente, ferree regole di
condotta, infrazioni segrete, pasti collettivi nei quali si consumano chiassosi
litigi: il repertorio narrativo e spettacolare del reality tintinna crudele in
tutta la sua vitrea e narcotica trasparenza: “Todo modo para buscar la voluntad
divina”.
…La visione apparecchiata da
Larrain è schietta, fuor di metafora, l’occhio resta fisso sul paesaggio
dei volti e la tensione dei lineamenti, la pietà scolora in ironia, il cinismo
attizza la suspense. Cinico, che in greco significa canino, proprio del cane,
il levriero appunto, ennesima vittima sacrificale, innocente perché nei testi
sacri dell’universo mondo si immolano innocenti, gli innocenti sono proprio un
succulento pallino per gli dei, innocenti come l’orchetto verboso con la
sindrome di Tourette, mandato alla mattanza per mano dei fedeli catechizzati
a dovere. Potrebbe finire tutto a schifìo, come un film danese, come un film di
Vinterberg, invece questo è un film cileno, ed è di Larrain, la beffa ai
perdonisti deve essere grandiosa, universale, serve quindi un nuovo equilibrio,
un nuovo status quo, dove vittime e carnefici vivano insieme, dentro quattro
mura accoglienti, lontano dal mondo e dal clamore dei media, tra tentazioni e
psicofarmaci. Parola del Signore…
El buen
rendimiento de un perro de carreras requiere un entrenamiento de disciplina
inquebrantable. Palo y zanahoria. Así lo testimonian las escenas de El
club en las que el padre Vidal ejercita a su galgo a base de hacerle
perseguir sin descanso un reclamo atado al extremo de una vara. El cánido se
emplea a fondo dando interminables vueltas en círculo alrededor del religioso,
obcecado en atrapar de una dentellada el premio que nunca dejará de
escapársele. Al servicio de un amo ambiguo entre lo amoroso en su relación con
el animal y lo abusador en su forma de utilizarlo para su propio beneficio en
el canódromo. Ahora bien, imaginen por un momento que ese perro deja de
comportarse como un perro y se rebela contra el amo. Renuncia a su
adiestramiento ciego y, quemado por años de abuso, se convierte en una mala
bestia. Un ser de planta salvaje que parece dispuesto a soltar el mordisco
rabioso en cualquier instante. El perro difícilmente terminará en eso, porque,
como ya contó Bresson en El azar de Baltasar, se puede buscar en los animales
domesticables una especie de santidad que los dispone a aguantar estoicamente
los golpes. A asumir sin rechistar su condición de criaturas a merced de la
mezquindad y la violencia humana y cerrar su existencia cuando es más útil
acabar con ellos que aprovecharse de sus servicios. Pero si ahora hacen el
esfuerzo de imaginar a un colega de profesión del padre Vidal que aplicó la
estrategia del palo y la zanahoria con un monaguillo en lugar de con un galgo
(y con intenciones más sórdidas), entenderán cuál es el cogollo de la nueva
película de Pablo Larraín. La bestia humana (de la que cuesta imaginar que un
día fue un niño inmaculado) que vuelve para pedir cuentas al causante de su
condición degenerada. Al cura que le obligaba a dar vueltas en círculo en pos
de una santidad quimérica atada a lo alto de un palo, siempre al son de la
misma melodía: «Métetela en la boca. Trágate sus fluidos. No es pecado si son
fluidos santificados por Dios»…
…La scabrosità da cui deriva l’enorme questione morale posta
dal film non risiede nell’oggettività delle immagini, ma nella soggettività di
discorsi che possono portare, alternativamente, l’essenza di verità
irriferibili o la menzogna continua dell’auto-assoluzione. Ad essere messo in
pesante discussione non è la tendenza dell’essere umano a commettere peccato,
incontrovertibile e per questo trattata dal cineasta cileno persino con
l’amarissima ironia scaturita da una consapevolezza intangibile, ma le sovrastrutture
che dovrebbero controllare l’operato degli uomini e alle quali essi dovrebbero
rispondere dei proprio errori. O, meglio, orrori. Sbaglierebbe infatti in
maniera grossolana chi vedesse ne Il Club solo
un lungometraggio visceralmente anticlericale: l’obiettivo di Larraín è in
realtà assai più alto, riguardando in generale ogni forma degenerata di potere
temporale. Dalle mostruosità generate dalla dittatura di Pinochet – esaminate
con spaventosa capacità riflessiva e differenti sfumature nel trittico comprendente TonyManero (2008), Post Mortem e No – I giorni dell’arcobaleno(2012)
– alle atrocità della pedofilia in ambito cattolico, c’è un filo rosso evidente
a collegare il tutto. E questo trait d’union si chiama
degenerazione del Potere. Lo stesso che prevede, come per insopprimibile
istinto, la prevaricazione del teoricamente forte sull’apparentemente debole…
…El mayor acierto
de El club es
su capacidad para incomodar, no solo a los que se puedan sentir partícipes o
compañeros de estos personajes, sino también a cualquier persona que alcance a
asimilar la auténtica gravedad de lo aquí reseñado. Nunca había sonado el canto
religioso ¡Perdón, oh Dios mío! de forma tan perturbadora. Sin pelos en la
lengua, el director chileno firma su apoteosis cinematográfica, que contiene el
estilo ácido e hiriente, de espíritu combativo, que nunca decepciona en el
cineasta. Con todo, lo más fascinante de este film no es lo tremendamente
escalofriante que es (que lo es), sino cómo entrará por las retinas de los
espectadores. Cuál será la reacción ante lo infrahumano. Si se preguntarán ¿por
qué? y cómo recibirán que el film conteste con el más inquietante silencio.