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mercoledì 22 aprile 2026

Alguien tiene que saber - Fernando Guzzoni e Pepa San Martín

dal Cile arriva un film (sotto forma di serie tv, alla produzione anche Pablo Larraín) con due ottimi protagonisti, Alfredo Castro (già protagonista di Tony Manero) e Paulina Garcìa (la protagonista di Gloria), in una storia che ricorda La promessa di Dürrenmatt (da cui è stato tratto un gran film con Jack Nicholson).

il detective Montero e la sua squadra indagano per molto tempo sulla sparizione di un ragazzo, senza riuscire a dimostrare quello che è successo, con la complicazione di un prete che sa, ma non può/vuole parlare.

ambientata a Concepción, al sud di Santiago, è una serie che merita.

buona (misteriosa) visione - Ismaele



 

los episodios de Alguien tiene que saber van mostrando una sociedad chilena marcada por las apariencias y los silencios, donde todos parecen saber algo que no cuentan, por temor a lo que se pueda decir de ellos. La serie habla de la solidaridad performativa, de la crueldad online y de las miserias que surgen ante casos y situaciones como este, que involucra la desaparición de un adolescente en apariencia impoluta. Quizás las cosas sean un poco más complicadas de lo que se ve a primera vista. Quizás lo «performativo» no solo sea para los que lo miran de afuera. Desde adentro también muchas veces se vive así.

Con muy buenas actuaciones de García y Castro –los dos actores chilenos más internacionales de la actualidad si no tomamos en cuenta a Pedro Pascal–, Alguien tiene que saber husmea en cuestiones éticas, morales, religiosas, en la violencia social, en los rituales y tensiones entre los jóvenes y en esa diferencia generacional que, de a poco, va permitiendo entender que quizás no sepamos tanto de las vidas de nuestros hijos como creemos.

da qui

 

Alguien tiene que saber se distancia de las estructuras más convencionales del género y apuesta por una ambigüedad sostenida. La tensión no depende de giros, sino de la persistencia de lo no dicho. Al mismo tiempo, esa elección exige un tipo de atención que puede resultar incómoda, ya que desplaza el interés del desenlace hacia el proceso. No hay respuestas cerradas ni conclusiones definitivas, sino una acumulación de indicios que, lejos de ordenar el relato, lo mantienen abierto.

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domenica 5 gennaio 2025

Maria - Pablo Larraín

prima Jackie Kennedy (e Onassis), poi Diana Spencer, adesso Maria Callas (e Onassis), vite complicate e tormentate.

Maria è morta giovane, e già era una leggenda, Pablo Larraín la segue negli ultimi anni della vita, quando viveva a Parigi, con i fidi Ferruccio (Pierfrancesco Favino) e Bruna (Alba Rohrwacher), più che perfetti, come sempre.

la vera sorpresa è Angelina Jolie, che interpreta una tormentata e addolorata Maria Callas al meglio, Pablo Larraín non sbaglia.

Ferruccio e Bruna assecondano i capricci di Maria, sono fedeli e affidabili.

appare anche Onassis, marito-padrone di Maria Callas. 

un'altra protagonista della storia, che non appare tra gli interpreti, è la Morte, che apre e chiude il film.

commovente l'uscita di scena dei due "servitori" di Maria.

la sceneggiatura è di Steven Knight, bravo come sempre (sue sono le sceneggiature di Piccoli affari sporchi, di Stephen Frears, di Locke, di cui è anche regista, e di Spencer, regia di Pablo Larraín).

un film che non convince tutti, ma non importa, è sempre un gran film, da non perdere.

buona (sofferta) visione - Ismaele

 

 

…La cura delle immagini (rigorosamente girate in pellicola) è la prima cosa che salta all’occhio durante la visione di questo preziosissimo e raffinato Maria. I primi piani sul volto della cantante (ulteriormente valorizzati dall’ottima performance di un’Angelina Jolie in stato di grazia), le numerose dissolvenze, le strade di Parigi a volte troppo assolate per poter mantenere una necessaria lucidità e teatri vuoti in cui potersi esercitare, in compagnia di un pianista, al fine di ritrovare la voce perduta rendono alla perfezione ciò che è (stata) la vita della Divina. Le immortali musiche dei grandi maestri hanno fatto il resto, contribuendo a rendere questo ultimo lungometraggio di Larraín uno dei prodotti più soddisfacenti di questi primi giorni di festival. Un film imponente, maestoso, che altro non può fare che lasciarci a bocca aperta davanti allo schermo cinematografico. Ma, d’altronde, potrebbe mai un film su Maria Callas essere altrimenti?

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A interpretare Maria, il regista ha voluto Angelina Jolie. Una dei personaggi pubblici più facilmente accostabili al concetto di Diva, l’attrice studia, imita, ripete, si cala completamente nel ruolo e riesce a portare sullo schermo uno strano ibrido in cui Angelina non scompare mai dietro alla maschera di Maria e allo stesso tempo Callas fa continuamente capolino attraverso gesti e tono di voce di Jolie. Un’interpretazione importante nella carriera dell’attrice che però deve per forza scendere a patti con la sua riconoscibilità: da una parte quindi lo spettatore è restio ad accettare che proprio quella lì debba essere Maria Callas, dall’altra offre il dono prezioso, nei biopic, di aggirare la mera imitazione e di dare spazio all’interpretazione. Dopotutto se avessimo voluto vedere la vera Callas, avremmo guardato un documentario! Per quanto riguarda i primi piani in playback, è un dazio da pagare per un biopic sulla voce più grande di sempre.

Larraìn è il “solito” direttore d’orchestra impeccabile, conduce le danze con la solita grazia, scompare dietro ai suoi protagonisti quando è il momento di ascoltarli ma prende le redini del racconto non appena il racconto si sposta sulle immagini, i paesaggi, la Parigi degli anni ’70, ma anche i ricordi in bianco e nero di Maria, che ripercorre a poco a poco la sua vita, sempre a testa alta, con eleganza e quella consapevolezza che fanno di lei un personaggio moderno e trascinante.

Era complicato raccontare la divinità di Maria CallasPablo Larraìn ne ha offerto una versione moderna, elegante, convincente, un altro gioiello nella sua splendente filmografia.

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...Larrain prende molto sul serio il melodramma in tutte le sue convenzioni e eccessi e se ne serve come utensile per la sua messinscena. Sarà anche per questo, per l’eccesso melodrammatico, per il furore immaginifico, per il turgore registico, che il film non è piaciuto, salvo qualche rara eccezione, ai giovani critici, lontani per formazione e sensibilità da quell’estetica. Da quella lingua. Cinema vecchio, dal sentore di muffa, ho sentito dire in giro, magari dagli stessi che l’altro ieri avevano urlato al quasi-capolavoro, sempre qui a Venezia, per quello che forse è il più brutto Larrain di sempre, Ema. Brutto però furbescamente giovanottesco. Mentre qui, confermandosi cineasta tra i più dotati in circolazione e tra i più eclettici (e colti), in grado com’è di svariare tra plurimi registri espressivi, si cimenta, riuscendoci, nel film-opera trasformando quello che poteva essere un anodino biopic nella suprema performance callasiana. Con sequenze di cinema puro che non si dimenticano, cori operistici (dalla Butterfly, dal Trovatore) che prendono corpo e si materializzano per le strade e le piazze di Parigi proiettando verso il fuori il teatro mentale che occupa e devasta la testa di Maria. Impressionanti la perizia tecnica e la precisione delle ricostruzioni dei filmati d’epoca (ambienti, costumi, scenografie, grana della pellicola, posture della Callas). Ci si commuove e, in una delle scene più belle e certo la più straziante, l’incontro con la sorella (una Valeria Golino mai così brava), si piange. Angelina Jolie? Si fatica all’inizio a sovrapporla all’immagine che abbiamo sempre avuto della Callas, ma la sua dedizione alla causa del film e al personaggio alla fine prevale su ogni perplessità. Grande prova. Peccato che Maria sia parlato – per evidenti ragioni di produzione e distribuzione – sempre e solo in inglese, una miscela linguistica di inglese, italiano, francese, greco sarebbe stata di sicuro più adeguata.

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domenica 19 maggio 2024

El conde – Pablo Larraín

dopo i film "stranieri" Pablo Larraín torna in patria, e gira un film sul boia Pinochet, ma non solo.

in un bianco e nero davvero livido e convincente vediamo che Pinochet sta per crepare, e la sua eredità va definita con chiarezza.

Pinochet non è solo il boia che nasce dal niente, lui è un vampiro che arriva dall'Europa, e bisogna decidere se il vampiro finirà con lui, o proseguirà la sue esistenza in altri corpi.

é una lotta senza quartiere che sappiamo come sa a finire, fino all'ultimo.

se qualcuno ha nostalgia di Margaret Thatcher la ritroverà, buon per lui.

un film da non perdere (si può vedere su Netflix).

buona (vampiresca) visione - Ismaele


  

 

Si può dire che sia un peccato che il regista e Calderón non si spingano un po’ più in là nell’assurdo; il materiale sullo schermo avrebbe infatti occasionalmente bisogno di un’ulteriore scossa di comicità stravagante per aiutare a ‘vendere’ l’idea principale – e, in qualche misura, esile – che ci sta dietro.

Tuttavia, l’accusatoria durezza generale funge essa stessa come forma di amaro umorismo, mai come quando Carmencita intervista i figli di Pinochet cresciuti e ne elogia le atroci malefatte (tra cui i profitti dal terrorismo) con un sarcasmo che a loro, pieni di orgoglio e di diritti, sfugge completamente.

El Conde è allo stesso tempo il tentativo più diretto e fantasioso di Pablo Larraín di affrontare di petto l’eredità di Augusto Pinochet e i disastri che ha provocato il suo operato, aiutato dalle eccellenti interpretazioni dell’87enne Jaime Vadell nel ruolo del senile e banalmente malvagio dittatore e di Paula Luchsinger Escobar in quello della sua avversaria agli antipodi (che, in un ultimo primo piano, assomiglia in modo impressionante alla Giovanna d’Arco incarnata nel 1928 da Renée Falconetti).

In definitiva, El Conde trasmette poco che non sia già stato trattato nei precedenti film del regista sul regno di terrore del dittatore, eppure rimane un ritratto elegantemente pessimista della malvagità di un uomo e, in modo altrettanto pungente, del modo in cui ha contagiato tutti quelli che ha toccato (o, sarebbe meglio dire, morso).

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Scrive Pablo Larraín:

Ho trascorso anni immaginando Pinochet nelle vesti di un vampiro, come un essere che non smette di imperversare nella storia, sia nella nostra immaginazione che nei nostri incubi. I vampiri non muoiono, non scompaiono, e nemmeno i crimini e le ruberie di un dittatore che non ha mai affrontato la giustizia. Io e i miei collaboratori volevamo mettere in evidenza la brutale impunità che Pinochet rappresenta. Mostrandolo per la prima volta apertamente, in modo che il mondo potesse cogliere la sua vera natura: vedere il suo volto, respirare il suo odore. Per questo, abbiamo utilizzato il linguaggio della satira e della farsa politica, in cui il Generale soffre di una crisi esistenziale e deve decidere se vale la pena continuare la sua vita come vampiro, bere il sangue delle sue vittime e punire il mondo con il suo male eterno. Un monito allegorico del perché la storia debba necessariamente ripetersi, per ricordarci quanto le cose possono diventare pericolose.

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I toni sono subito chiari: dalla farsa sulle maschere del potere alla dark comedy familiare, dal fantasy realista all’horror splatter, chiamando più volte in appello umori e setting del più ambizioso cinema d’autore europeo (Dreyer, Tarkovskij, Murnau, per citare i più evidenti). In una villa decandente e spettrale su un’isola nel sud del Cile (non) vive segretamente il generale Pinochet. Un anziano vampiro in crisi esistenziale che ha deciso di morire ma è travolto dalla sua famiglia che brama di dividere l’eredità e da una misteriora (e religiosissima) contabile che lo deve aiutare a trovare un “finale”. Una voce fuori campo ci racconta questa storia in perfetto inglese (sarà forse Margaret Thatcher?) intavolando un discorso molto consapevole sulle ambiguità dei rapporti di potete tra democrazie, istituzioni religiose e totalitarismi nel Novecento come fossimo in un romanzo gotico con venature pulp. Il vampirismo diventa quindi una metafora sin troppo ovvia degli istinti ferini/autoritari che non riescono a morire e si alimentano nelle ambiguità del capitalismo contemporaneo creando mostri grotteschi pronti a riattivare la loro sete in maniera virale. Il bianco e nero plumbeo e le silhouette dei vampiri che si librano sul Cile del XXI secolo diventano il correlativo oggettivo di tutto questo…

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martedì 1 novembre 2022

Ema – Pablo Larraín

il film è ambientato a Valparaiso, ed è una storia cilena di Pablo Larraín diversa dalle precedenti.

è una storia di amore/non amore, di danza, di sesso, di famiglie e di bambini adottati.

protagonista assoluta è  la straordinaria Mariana Di Girolamo, debole e fortissima, con le idee chiare.

al suo confronto tutti gli altri sembrano comparse.

è un film strano, all'inizio, poco lineare, estremo, poi comincia a capirsi tutto e il film cresce e diventa un gran film, da non perdere.

buona (bruciante) visione - Ismaele

 

 

 

 

Pablo Larraín, Alejandro Moreno e Guillermo Calderón. Sono tre uomini gli autori della sceneggiatura di Ema, tre rivoluzionari che, sbalordendo per la loro comprensione a tratti sopraffina, descrivono con la sincerità dell’ascolto il grido di emancipazione della loro protagonista. Sconcertante è infatti scoprire la matrice dietro il diritto alla libertà di Ema. Un orgasmo tutto femminile stimolato in verità dalla mente – e dall’altrettanto messa a nudo – di tre uomini, pronti alla sollevazione non di ciò che rappresenta essere una donna, ma cosa significa essere una donna.

Dal sesso alle confidenze private, allo spirito comune fino al rifiuto di dover abdicare forzatamente dal ruolo di genitore. La Ema di Pablo Larraín è la sfrontatezza che rivendica il proprio stato di persona auto-determinata, una moltitudine di personalità che non devono obbligatoriamente sottostare ai doveri di una società che vuole contenere. La lotta per il riappropriarsi del proprio corpo e per reclamare la propria natura autonoma, passa per lo scontro di genere più aggressivo e provocatorio, per lo spaesamento dell’uomo di oggi che non sa come gestire la propria controparte tanto furiosa, tanto diversa, tanto arrabbiata.

Ema – Sesso, libertà, danza, maternità

La presa di coscienza fisica ed emotiva di cui Ema si fa raggio catalizzatore, irradia la sua essenza per elevarsi a una vivisezione intima e brutalmente schietta del femminino contemporaneo, riflessa nella danza indisciplinata di Mariana Di Girolamo che è non la voglia, nemmeno il bisogno, ma la rivendicazione assodata di una libertà che le appartiene. Che appartiene a tutte le donne. E, nell’orgia carnale e identitaria della protagonista – e di tutte le sue dame di contorno -, la bellezza di Ema è il ritornare a quella fonte di vita che è la madre, con tutti i suoi vezzi, le responsabilità sviate, insieme in quell’unica individualità che non ne esclude la parte torbida, inalienabile, che ne comprende l’amorevolezza, la cattiveria e quella incedibile sensualità.

Nella sua pellicola più sfrontata, Pablo Larraín non dimentica la poesia per un film sfacciatissimo, artefatto all’inverosimile pur inquadrando una situazione radicata nell’attualità. L’eleganza selvaggia del regista cileno che si tramuta in trasgressione e ballo verso la sua opera più contemporanea. Verso le donne di oggi. Perché alla fine si vuole solo ridere, ballare, scopare. E si vuole semplicemente essere delle madri.

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La corporeità di Ema è uno degli aspetti chiave del film del regista cileno. Larraín ribalta le dinamiche rappresentative che veicolano il male gaze attuando un vero e proprio slittamento prospettico: Ema resiste alla sottomissione dello sguardo maschile, piegandolo a suo piacimento. Il ballo, così come il sesso, sono gli strumenti coercitivi che Ema utilizza nei confronti dello spettatore. Il film di Larraín è un manifesto della femminilità, ma è una femminilità che non sottostà alle pulsioni scopofile e voyeuristiche dell’uomo, preferendo muoversi invece sui binari dell’emancipazione e dell’indipendenza, rinunciando ad ormai arcaici diktat della morale.

Di pari passo si muove anche uno dei sottotesti principali presenti nella pellicola di Pablo Larraín, riguardante sempre l’aspetto musicale affrontato però in ottica di metafora generazionale. Ema, di diversi anni più giovane rispetto a Gastón, si autodetermina nei confronti dell’alterità a partire proprio dai suoi gusti musicali. L’appeal per il reggaeton, ad esempio, è figlio delle passioni delle nuove generazioni e ben lontano dall’universo di Gastón e da quello dello stesso regista. La questione in ogni caso non si limita solamente al gusto, ma trascina con sé un retroterra culturale che, tra le altre cose, funge da ente separatore tra la ragazza e l’ex marito. Il reggaeton, infatti, si inserisce a capofitto all’interno del discorso emancipatorio. Spesso tacciato di essere un “ballo misogino” in virtù della grande centralità del corpo femminile, per Ema diventa in realtà una fonte di espressione massima: nessuno può imporre ad una donna come può ballare o meno, chiunque può utilizzare la corporeità senza vincoli per affermare la propria libertà.

Lo scontro tra passato e presente è totale. Il lavoro di Gastón in qualità di ballerino moderno non riflette ciò che accade nella realtà: ormai si danza in strada e non più su un palco, «perché è sulla strada dove le cose accadono», e saranno le stesse strade a bruciare – metaforicamente ma anche letteralmente – perché le nuove generazioni vogliono lasciare una traccia sensibile ed evidente del loro passaggio (cfr.). Ema è un film straordinario, capace di passare dall’analisi sociale al mondo soggettivo della sua protagonista da un momento all’altro e senza soluzione di continuità, muovendosi dall’introspezione di alcuni passaggi sino ad arrivare a splendide sequenze simil-videoclip, rendendo l’esperienza cinematografica complessiva dell’opera di Larraín un unicum originale ed esemplare.

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Ema è davvero un personaggio di illogica e purissima sensorialità. Desidera genuinamente gli altri, ma non se ne innamora. Li usa come pedine per ottenere i suoi scopi, ma anche per sovvertire un ordine sociale che non basta più.

Certo non è semplice empatizzare con i personaggi di un film in cui sembrano tutti vivere, muoversi e parlare come fossero nel bel mezzo di un processo di ipnosi e di assuefazione. Un film ambiguo, quindi. Innegabilmente “brutto”. Come lo vedi o scomponi non sembra funzionare mai. Eppure non possiamo non riconoscergli un fascino malato. Larraìn si infila in un percorso espressivo privo di “precauzioni”, che a modo suo mette in crisi i seguaci del cineasta sudamericano. È infatti un’opera dolente, fragilissima, in cui per la prima volta il regista sembra ammettere una percezione di inadeguatezza, uno scarto profondo nei confronti delle nuove generazioni millennials – nel monologo di Bernàl sul reggaeton si nasconde forse lo smarrito punto di vista dello stesso autore. Se fino a oggi la sua opera rifletteva la rabbia dei figli verso la dittatura dei padri, in Ema gli equilibri si ribaltano e viene fuori il film di un adulto che prova a fatica a intercettare questi figli alienanti, poligami e sordi, che vogliono ottenere tutto e bruciare ogni cosa. Ma è proprio questo il punto: se solo una rivoluzione potrà salvarci… proviamo almeno a capire chi riuscirà a farla!

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Dal punto di vista formale il film acquisisce un’ulteriore serie di punti deboli che vanno da una scrittura farraginosa, con dialoghi eccessivamente sbandierati nel dover significare tanto, troppo e in continuazione, fino a un virtuosismo registico che, in un film già tanto debordante, fa da inutile o addirittura dannoso raddoppio di senso. Ema vuole con tutte le proprie forze essere sorprendente e vitale, con un inizio su di un semaforo che brucia e le prime scene drammatiche che sfociano in un montaggio alternato con momenti di danza selvaggia. Che proseguono sempre più, col reggaeton in luoghi fatiscenti, incendi appiccati, tute fluorescenti in bar squallidi, inquadrature di specchietti retrovisori da cui si vedono accoppiamenti, fino al montaggione dei coiti e a un vago senso di esagerazione (a un certo punto il film fa pensare a Harmony Korine) architettata. Ema vuole essere frammentato, spezzettato, rapido, cool. Rifugge linearità e racconto piano per consegnarci a una messa in scena calcolata e ricercatissima e a una narrazione ellittica in cui dobbiamo capire le cose lentamente, poco a poco. Forse perché non possiamo e non dobbiamo mai penetrare nella vera natura della protagonista, che deve restare un po’ un mistero altrimenti crollerebbe tutto. Forse perché il regista è onnisciente più che mai e più che mai delibera circa lo sguardo del suo spettatore. La visione di Ema lascia abbastanza sconcertati, ma non è una sensazione positiva perché, per la prima volta in Larraín, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un’opera volutamente stravagante e trendy, reticente nel mettere a fuoco le ragioni psichiche dei disagi e dei dolori. Dunque a un film che, per la prima volta in Larraín, non affonda lo sguardo nell’umano ma prende una strada più furba, meccanica, insincera.

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…Sulla posizione di Larraín nella storia del cinema è troppo presto per esprimersi. Sicura è invece la capacità di questo personaggio – chiamiamolo Ema – di incarnare, in modo estremamente astratto e concreto, una serie di contraddizioni psicologiche e sociali che riguardano il tempo presente: ciò che ci tiene insieme e ciò che separa, ciò che fa “individuo” e ciò che è possibile chiamare “famiglia” o altro ancora.

Ema: di che cosa è, dunque, il nome? Per quanto riconoscibile sia la sua silhouette, mentre si agita nel lungomare di Valparaiso imbracciando il lanciafiamme, il senso della sua figura resta ancora in buona parte oscuro. Che cosa ci dicono i suoi ripetuti sguardi in macchina? E che cosa annunciano, di già presente o di imminente, le sue posture, i suoi comportamenti tremendamente in bilico tra cinismo e ingenuità assoluta. Uscendo dalla sala, ci sentiamo un po’ come suo marito Gastón, in una delle ultime inquadrature del film, all’interno della nuova casa, insieme alla nuova comunità affettiva e genitoriale: l’espressione è quella di chi ha assistito a qualcosa di straordinario eppure resta ancora, giusto il tempo di guardare il film ancora una volta, un poco confuso.

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…Si bien cierto es que el final de Ema resulta un tanto descafeinado en contraste con el nivel de locura en el que se suceden la trama, sirve como broche final a este drama familiar envuelto en libertad y sexualidad y totalmente desprovisto de moralidad.

Por otra parte, cabe destacar la impecable fotografía y estética aunada a una banda sonora parcialmente actualizada que resulta gratificante en multitud de escenas, así como las exquisitas interpretaciones que se suceden durante el filme. Estas brillan por la fuerza con la que los personajes se abren paso en el relato y la manera en que están logrados, que casi que parecen necesarios para que Ema se desenvuelva de una manera u otra.

Una arriesgada y provocadora narrativa audiovisual de toda una generación sobre la liberación que presenta un toque feminista, donde habrá que expandir los propios horizontes para adentrarse de lleno en ella.

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Pablo Larraín si conferma un regista dalla grande sensibilità e sensualità, non solo perché mostra, ma perché trasmette la passione e le pulsioni dei corpi, dei colori, mai così tanti e vivaci in un suo film, della musica al altissimo volume che trascina lo spettatore in quel vortice di cui Ema è il centro.

Il regista ci porta per mano per vicoli e tetti di una città che sembra non esistere nel nostro tempo, lo fa smarrendosi lui stesso nelle pieghe di una storia che non è perfettamente compiuta perché estranea ai canoni sociali universalmente riconosciuti, ma che trova, nel finale, un’ordine insolito, a misura della sua protagonista.

Ema è la donna che porta vita e amore, l’alieno arrivato sulla Terra a mostrarci una via alternativa per la condivisione, un elemento naturale magnifico e terribile, un terremoto di energia e bellezza. Ema è l’istinto allo stato puro, che agisce sempre secondo l’amore.

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A nivel interpretativo la película cuenta con unos buenos trabajos, en especial el de Mariana Di Girolamo, que interpreta a la protagonista de la película, y que está soberbia alternando momentos de intensidad dramática con otros en donde su mirada refleja el dolor y otros en donde es más alegre y divertida. La joven actriz chilena es una desconocida y Larraín la ha dado la oportunidad de estar al frente de su nuevo proyecto, cuando había participado principalmente en series de televisión. Entre los secundarios de lujo destacan Gael García Bernal en el papel de Gastón, el coreógrafo de Ema, con la que tiene un pasado en común y una relación de amor-odio. Las jóvenes actrices que interpretan a las amigas de la protagonista tienen unas actuaciones bastante decentes, y el que no me termina de convencer es Santiago Cabrera, que interpreta al bombero de día y camarero de noche, cuyo personaje será fundamental en el desarrollo de la trama durante la segunda mitad, y que no me transmite como lo hacen el resto de intérpretes. Casi todas las subtramas giran en torno a Polo, un niño al que citan muchas veces, pero que es un desconocido para el espectador, salvo una escena en la parte final, y que es clave en el modo de comportarse y en las inquietudes de Ema y los que la rodean.
Una película que es un soplo de aire fresco y diferente a la cartelera actual y que, sin ser fácil de recomendar porque aborda temas nada sencillos para el espectador y por la manera contar la historia, creo que es una oportunidad perfecta para acercarse a ver una propuesta original de uno de los mejores cineastas del panorama latino actual.
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L’ultima opera di Pablo Larraín è un film talmente seducente nelle sue immagini che la trama può risultare irrilevante agli occhi di chi guarda, e il finale non richiesto. Le scenografie, ipnotiche nella loro seduttività (sono firmate da Estefania Larraín), sono capaci di distogliere lo spettatore dall’urgenza morale della vicenda che dà la nota iniziale a Ema. Con la “non necessarietà” del finale non si intende che esso sia privo di logica o di completezza narrativa, anzi. Negli ultimi fotogrammi della pellicola ogni dubbio trova una sua composizione e il film la sua compiutezza, mentre il comportamento della protagonista non appare più come quello di una ragazzina capricciosa che non sa quel che vuole.

L’assortimento visivo dell’opera è un caleidoscopio di bellezza filmica che evita di essere stucchevolmente estetizzante. Nella sua depurazione dal formalismo estetico, l’impatto cromatico e registico di certe sequenze sembra richiamare la poetica del regista franco argentino Gaspar Noé (IrreversibleClimaxLove), ma in maniera meno scomposta e tragica: qui non c’è spazio per il nichilismo. La guerriera Ema si muove per le strade, i cieli, le camere da letto, le palestre e le scuole della cittadina cilena di Valparaíso come un animale dal fiuto infallibile, al ritmo del reggaeton. Con il procedere delle immagini, il pubblico comprende che la ragazza usa il suo corpo come duttile strumento per sanare lo sbaglio commesso. E quelli che allo spettatore possono sembrare atti di auto stordimento per arrivare a una sorta di oblio degli errori compiuti, sono invece pezzi di una strategia unitaria e lucida…

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lunedì 28 marzo 2022

Spencer - Pablo Larraín

tre giorni nella vita di Diana Spencer, ostaggio della famiglia reale (che, come tutte le famiglie reali, speriamo che si estingua in fretta).

Diana è prigioniera di rituali, pranzi, appuntamenti, senza nessuna libertà.

è un film dell'orrore, spesso e (mal)volentieri, ottimi Kristen Stewart, Timothy Spall, Maggie (Sally Hawkins) e i due bambini, William e Henry, solo loro, vogliono bene a Diana.

ottima sceneggiatura di Steven Knight e ottima regia di Pablo Larraín, uno dei più grandi registi del pianeta.

buona (non regale) visione - Ismaele


 

 

Larraín dunque non cerca l'horror della Famiglia Reale («Non sono cattivi», si dice), l'horror del contesto, dei quadri, della realtà. Sarebbe fin troppo facile. Cerca invece e trova il materiale per un horror che sia horror cinematografico. Un film non dell'orrore, quindi, ma un film che è horror. Perché è inquadrato come un horror, è musicato (dallo stile e dalle note di Jonny Greenwood) come un horror, ha le cadenze di un horror. L'idea allora di replicare, rifare, ripensare lo Shining kubrickiano, talvolta alla lettera come neanche lo Spielberg di Ready Player One, non è meno che geniale, in quanto Spencer sembra andare alla matrice dell'horror: una preda, una casa (maledetta), il passato che ritorna, la serenità sempre più distante e sempre più irraggiungibile, la pazzia che respira accanto, l'insopportabilità e la sconnessione.

E come in buona parte degli horror della storia del cinema, la protagonista di questo horror probabilmente non spaventoso ma senza dubbio inquieto finisce per salvarsi. Salva sé e salva noi, gli spettatori. Sapete perché? Semplice, perché evadendo dalla casa maledetta, dai suoi fantasmi e dalle sue ricorrenze, dove tutto è già previsto (come in un film horror, appunto), Lady D. riconduce il suo essere-cinema, essere-(un e in-un)film, nella vita di tutti i giorni, su una panchina vicino al Tamigi. È qui, nella banalità che è anche la nostra, che ciò che è cinema può rincontrare una sostanza, la verità. Spencer diventa così uno straordinario e vertiginoso film di cinema e sul cinema; un film che si fa genere (horror) e che crede in modo deciso che a guarirci, guarire noi e loro, i film, debba essere prima di ogni cosa un semplice gesto di fede personalistica. Via dalla pazza folla. La fede che il cinema (ossia la fantasia, la favola, l'immaginazione) possa avere la meglio.

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Kristen Stewart è protagonista assoluta ed espressiva di un ritratto che ha la misura di una collana di perle, le vesti di una principessa delle fiabe spogliata di libertà che le spettano, in un castello spettrale dove ogni colore acceso è un segnale di un decadimento psichico crescente. E’ la soundtrack a cura di Jonny Greenwood che parla per conto di Lady D, vuole incedere senza conoscere limiti in un crescendo di note furiose, che smontano una monarchia condotta da aguzzini e guardie giurate. I figli e la casa-rifugio di un passato roseo sono l’ancora di salvezza di una personalità diventata icona, ma resa un filo d’erba che tende spesso a spezzarsi; Kristen Stewart non si trattiene, non si sottrae alla cinepresa di Larraìn, e decide di occupare la scena con una compostezza e un controllo totale dello spazio che la circonda ammirabili.

E’ un ritratto di Lady D che assume valore nell’effetto che ha sullo spettatore, che non la vede più come un mito, ma come una donna che ha dovuto affrontare le sue paure più reali. Si elimina la necessità di essere all’altezza della sua importanza sociale e culturale, per entrare in un vortice emotivo e fragile di ciò che ha significato per questa donna confrontarsi con la stessa famiglia reale britannica. Per questo motivo, il peso drammatico del film è sostenuto quasi interamente da Stewart, che trionfa totalmente all’interno della cornice filmica ma, allo stesso tempo, il lavoro di Timothy Spall e Sally Hawkins, che bilanciano la squisita passione di Stewart con performance più razionali, è da lodare. Mentre Spall fa un lavoro impeccabile con la sua espressività, la Hawkins sfrutta al massimo tutta la naturalezza e la luminosità che contraddistingue il suo lavoro sullo schermo.

Il grande lavoro di artigianato dell’immagine, che ha caratterizzato le precedenti opere di Larraìn, fa splendere Spencer ancora di più: in questo caso, sfrutta le idiosincrasie legate alla regalità per mettere a punto una perfetta metafora della gabbia dorata. La fotografia non risparmia alcun dettaglio, con attenzione alla posizione, all’illuminazione e all’impatto che la figura di Diana ha sullo spettatore…

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Spencer diventa allora un dramma angosciante che sfiora a tratti il thriller psicologico, dove la grandiosa (c’era da stupirsi?) regia di Pablo Larraín costruisce sequenze asfissianti, inseguendo costantemente Diana in claustrofobici corridoi per poi soffermarsi spesso sul volto algido di un'anima che sta lentamente morendo; funzionale a tal proposito è la fotografia tutta giocata sui toni freddi.

Il viso, il fisico e l’immagine di Lady D. sono, all’interno del film, posti a un’attenzione mediatica senza pari - simbolico il non potersi cambiare con le tende aperte - da cui scaturisce la distruzione della sofferenza in ambito privato, deturpando anche di questo aspetto la madre di William e Henry.

Tutto ciò non sarebbe possibile ovviamente se come attrice protagonista ci fosse stata un'interprete senza la fisicità e la bravura adatta.

Per fortuna Kristen Stewart ci regala quella che è probabilmente la miglior prova della sua carriera.

Grazie a una presenza scenica strabordante e alla capacità di creare malinconia solo attraverso uno sguardo, l’interpretazione della Stewart - che lavora benissimo per sottrazione - si adatta perfettamente al racconto, in un ballo con la morte, sulle note della colonna sonora ammaliante di Jonny Greenwood, che può rivelarsi liberatorio o tombale a seconda di come si è vissuto Spencer.

A Larraín non è mai interessato creare un biopic, anche se la storia segue la realtà, quanto creare un’opera in grado di far vivere allo spettatore tutta l’angoscia di una vita sulla carta da favola, dove i pochi sprazzi di luce all’interno del film - vedasi quasi tutti i momenti con William e Henry - commuovono istantaneamente.

Forse perché sono perfetti nella loro normalità.

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Man mano che ci si addentra nella profonda intimità delle lacerazioni e dei rimossi dell’universo personale di Diana, tra ricordi infantili, sogni e desideri, Spencer diventa infatti un’allegorica fiaba nera su un corpo sacrificale vittima di un potere assoluto, misterico e insondabile. Che cerca di fuggire al di là del bosco nella notte, verso la casa d’infanzia come fonte di regressione salvifica, culla di una purezza dimenticata nel tempo, ma anche cripta foriera di ombre oscure. Un corpo rapito in un’inquietante ghost story di apparizioni fantasmatiche e venature horror in cui tutti parlano sussurrando a bassa voce, ammantando l’atmosfera di suggestioni oniriche. Dove il ritiro a Sandringham più che una riunione di famiglia si trasforma presto in una spiritica seduta di sonnambulismo, un consesso di spettri radunato all’ora di cena da servi sussiegosi (ancora Shining), e che nel silenzio più penetrante si concedono alla vista sotto i pastosi bagliori della luce delle candele: straordinario l’apporto della DOP Claire Mathon (Ritratto della giovane in fiamme), che con esasperanti grandangoli e un uso raffinato del 16 mm richiama il lavoro pittorico e plastico di Barry Lyndon (1975). In un ritratto avvolgente, al tempo stesso austero ed esangue, di un’umanità di manichini imbellettati sottratti allo scorrere del tempo, su cui si staglia la mobilità nervosa, disarmonica e non conforme di Diana. In un impianto scenico in cui dominano la distorsione percettiva e gli spiazzanti scarti dal reale, l’interpretazione di Kristen Stewart rifugge dal calco mimetico da museo delle cere, dalla perfetta replica somatica e fisiognomica di Diana (non è ciò che conta). Puntando a restituirne la fragile vulnerabilità e il coraggio ribelle con le espressioni tremolanti e stirate, le pose sghembe e scomposte di una figura minuta e reclinata (un certo modo di piegare la testa sul collo, un lieve incurvamento delle spalle), esposta alle intemperie umane e sociali della sua corte ostile. Lavorando soprattutto sui toni bassi della voce e sull’accento (più che mai indispensabile la visione in versione originale)…

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…E c’è la musica, tanta musica. Larraín non sbaglia un colpo e, dopo aver chiamato Mica Levi per Jackie, stavolta si è affidato a Jonny Greenwood (Radiohead), che lo ha ripagato della fiducia firmando probabilmente la sua miglior colonna sonora a oggi. Le partiture di Greenwood – eseguite dalla London Contemporary Orchestra, da un quartetto d’archi e da una band alla quale contribuiscono Byron Wallen alla tromba, Alexander Hawkins ai tasti e Tom Skinner dei Sons Of Kemet alla batteria – coadiuvano orchestrazioni classiche e free jazz prossimo all’improvvisazione, aderendo come un guanto al setting quando maestoso quando terrorizzante nonché agli sbalzi di mood di Diana. Inoltre, è la musica ad accompagnare idealmente Diana nei flash di danza che ne sprigionano l’essenza. Diana si eleva, trascende, corre altrove, torna a casa e torna a sperare.

Tutti abbiamo bisogno di un miracolo, per collegarsi alla conclusiva, spiazzante All I Need Is a Miracle dei Mike + The Mechanics. Qui il miracolo è sia la bellezza straordinaria del film, sia la via d’uscita che Diana si meritava e che ora le viene finalmente concessa.

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sabato 11 marzo 2017

Jackie – Pablo Larraín

un film strano, questo di Pablo Larraín.
per la prima volta gioca in trasferta, come qualche tempo prima è capitato a Denis Villeneuve, e Pablo sceglie una storia che non è laterale, ma entra subito nel vivo di quel paese.
i giorni dopo l'omicidio di JFK, ma senza parlare di John, è ormai morto, è Jackie, la first lady a parlare di lui, parlando di lei.
tutto parte da un'intervista, che diventa il film.
immagini straordinarie, epiche, casalinghe, pubbliche, tutte inestricabili.
il film resta freddo, e bellissimo, ma forse partendo dal Cile Pablo ha perso qualcosa, ma tutto, forse, dipende dalle aspettative.
un ruolo importante hanno le musiche di Mica Levi, quando all'inizio del film la macchina corre subito dopo lo sparo ho pensato alla Cavalcata delle Valchirie di Apocalypse now.
un film che merita molto, di livello davvero di un altro pianeta, ma preferisco il Pablo Larraín cileno - Ismaele







Ecco qui l’articolo di Theodore H. White, apparso su Life il 6 dicembre 1963

ed ecco le immagini vere:








La protagonista è infatti segnata su più livelli dal dramma della perdita e quindi dalla ricerca di simulacri materiali del possesso: per ciò il film dedica particolare attenzione agli oggetti, agli abiti, ai gioielli e alla spoliazione progressiva della Casa Bianca che avviene con il trasloco di ciò che resta dei Kennedy per lasciare posto alla nuova coppia presidenziale.
Larraín sceglie dunque di costruire il personaggio di Jackie a partire dal suo desiderio di autodeterminazione, inquadrandone il conflitto con le norme e i protocolli di stato (il rapporto con Bobby incarna questo dissidio) per ricavarsi uno spazio entro cui costruire un simbolico nuovo e decisamente molto contemporaneo, caratterizzato dalla spettacolarizzazione della tragedia.
Nel film si respira un’atmosfera inquietante intonata all’accordo che, a schermo nero, apre il film dandogli il “la”. La colonna sonora è stratificata, talvolta più intima, talvolta sontuosa e ingombrante come in un classico biopic di fattura hollywoodiana. Fondamentale è infine la canzonetta Camelot, utilizzata quale sintesi di quell’idealismo a stelle e strisce fortemente anticomunista che, tra immaginario “cavalleresco” e teoria della Nuova frontiera, la coppia Kennedy desiderava portare nel mondo.

Parvenant à nous faire vivre comme jamais l’assassinat de Kennedy, le réalisateur nous immerge auparavant au coeur de l’agitation « ordinaire » d’une visite officielle pour la Première Dame (l’arrivée du couple à Dallas apparaît être un documentaire). Il ancrera ensuite ses vertiges et devient l’étonnant témoin de ses prises de décision comme ne pas changer ses vêtements tachés de sang. Revenant sans cesse au dialogue premier, le montage laisse interrogatif tant il semble mettre en exergue les vertiges de la protagoniste sans jamais parvenir à les transcender – cela permet de sympathiques scènes de garde-robe dont les occurrences miroirs ne servent guère à grand chose. La musique jouera ce rôle, ancrant à son tour un dialogue, quelques fois contrastant, avec les images.
Si le scénario se veut intelligible au point d’être didactique, quelques lignes demeurent obscures comme un échange entre Jackie Kennedy et un prêtre. Mais l’écriture n’est qu’un prétexte à la performance. Et force est de constater que Pablo Larraín est un virtuose qui, sous les atours d’un biopic, questionne « la manipulation des images » (jusqu’à celles que nous avons de J.F.K. et de « Jackie ») dont on ne peut, heureusement, pas l’accuser.

…Non c’è alcuna traccia di revisionismo  e critica alla presidenza Kennedy (Baia dei Porci, Vietnam), non si accenna mai ai tradimenti privati, alle molte storie di sesso e alle collusioni mafiose. A Larrain e Oppenheim evidentemente non interessa riconsiderare storiograficamente né John Kennedy né quel periodo (e va bene così), il loro focus restano Jackie e la costruzione da parte sua del mito Kennedy. Perché, ci viene suggerito, in fondo (anche) questo deve fare una moglie e una first lady, offrire alla storia l’immagine migliore e migliorata di se stessa e della propria famiglia. Anche al di là della verità. C’è un che di primitivo, di animale nella feroce forza di Jackie, nella sua determinazione, qualcosa di leonino, di tigresco, anche questo molto à la Larrain. Anche questo segno della radicale diversità del film. Larrain sbarca in America ma rimane se stesso, portandosi dietro il suo senso della Storia come tragedia ma anche come messinscena (esattamente come in No). Il film fa fatica a ritrovarsi nel finale, arranca lungo qualche minuto di troppo. Ma quando Jackie mette sul piatto la canzone del musical Camelot l’opera si è compiuta e ci è finalmente chiara. La corte di Artù si è reincarnata nella stagione kennediana alla Casa Bianca, il mito è costruito, la missione di Jackie compiuta. Da quel momento tutti crederanno al ritorno di Camelot e a lei come nuova Ginevra. (E basta questo finale per farci capire il bello e la potenza del musical più delle due ore e passa di La La Land).

sabato 11 febbraio 2017

El club - Pablo Larraín

intanto è da tenere d'occhio lo sceneggiatore Guillermo Calderón, ha lavorato a pochi film, ma tutti di altissimo livello.
El club dicono che sia un film di denuncia contro i preti pedofili, ma molto aldilà di questo.
con una sceneggiatura formidabile Pablo Larraín ci regala un film che è una sorpresa continua, imprevedibile, preti che muoiono all'improvviso, preti che si appassionano alle corse dei cani e ne allevano uno, una suora che fa da madre superiora a uno stano appartamento-convento di reietti, mandati laggiù, in una villetta davanti all'oceano, in un villaggio anonimo, dimenticati dal mondo e da Dio, ma non dai rappresentanti di Dio in terra.
i preti devono espiare una colpa, niente galera, solo l'esilio.
finché non appare Sandokan. e tutto il tran tran quotidiano viene sconvolto.
come affrontare il problema nessuno lo sa, ma l'inviato gesuita ha un'idea incredibile, geniale e (de)stabilizzante, che crea un equilibrio diverso, non sapremo fino a quando, magari per sempre.
attori in stato di grazia, fotografia livida e grigia, dialoghi necessari, e non di più, per un film bello e terribile, di quelli che resteranno nella storia del Cinema.
impossibile raccontarlo, cercatelo e soffritene/godetene tutti - Ismaele






…Película dura, durísima, explícita en el relato verbal de las perversiones de que son autores los curas y sobre el «cambalache» que se ha montado para sacar de la circulación a ese puñado de criminales. Pablo Larraín, el excelente director de Tony Manero (2008) y No (2012), crea una atmósfera realmente tenebrosa. Un cartel, al inicio, del film cita textualmente al Génesis: «Dios separó al principio la luz de la oscuridad». Pues bien, en transcurso del film no saldremos del reino de las tinieblas. La mortecina lumbre del sol austral apenas alcanza a esclarecer unas vidas en sombras, unos rostros que fluctúan entre la memoria de sus vicios y la culpa latente de sus desvaríos cuando no dan lugar a torticeras justificaciones de sus brutalidades. Impresiona la excelente fotografía de esa luminosidad difusa. Es una atmósfera lúgubre que tiñe todos los diálogos y escenas de este terrible pero magistral film, tonalidades que nos recuerdan obras del cine nórdico y que también son frías cuando no heladoras en sus historias.

Larraín ci regala il suggello geniale, perché, usando un particolare obiettivo russo già utilizzato a suo tempo da Tarkovskij, fa debordare l’immagine dal suo contorno, riprendendo in controluce e facendo scontrare luce e buio in un orizzonte indistinto, dove non è mai davvero giorno e mai davvero notte e si fatica a mettere a fuoco l’oggetto della visione. E chi ragiona sulla natura stessa del mezzo e lo deforma e trasforma per farlo rivivere in prospettive inusitate – lo sguardo con cui si assiste a Il Club è simile al concetto di “voler vedere le cose per la prima volta” di cui parlava un tempo Wenders – merita davvero di rientrare tra i grandi della storia del cinema.

El club è un lavoro di grande bellezza e solidità, che oltre a reggersi su una sceneggiatura e su una regia eleganti, può contare su un gruppo di attori la cui forza si esprime sia nella chimica d’insieme sia nelle singole interpretazioni. Anche questa volta, il regista cileno affida al suo attore di punta Alfredo Castro la parte di un uomo complicato, dalla storia e dalla psiche labirintiche. Insieme a lui ritroviamo anche Antonia Zegers, anch’essa presente in tutti i lavori precedenti di Larraín e Roberto Farías, già apprezzato in No – I giorni dell’arcobaleno, nel ruolo di Sandokan, un vagabondo che scompagina gli equilibri del club destabilizzando allo stesso tempo anche le coordinate interpretative con cui lo spettatore si aspetterebbe di poter interpretare il suo personaggio di vittima di abusi.

da Santiago verrà mandato un ispettore, un giovane prete, un gesuita aspro, disincantato, affilato, e bello, con l’incarico di indagare sul quel covo di serpi e, se necessario, di bonificarlo e chiuderlo. Di eliminare quella cellula impazzita dal corpo della Chiesa. Sottoponendo tutti a un interrogatorio, molto apprenderà, ma molto gli resterà oscuro. Il gruppo cercherà di difendersi, di depistare. Ci saranno sviluppi da vero noir, in un crescendo che sfocerà in un finale spiazzante. Tutto nel clima livido e malato cui Larrain ci ha abituato con Tony Manero e Post Mortem (No è un’altra cosa). Confermando di essere un autore unico, assai personale, capace di prendere i materiali bruti dalla cronaca e dalla storia per trasformarli – ed è soprattutto il caso di El Club – in storie infernali e claustrofobiche, in cupi rituali controriformistici. Ballate barocche e insieme glaciali di morte. Danze di spettri. Con in El Club (almeno) una sequenza che ci lascia tramortiti, la confessione dell’uomo violentato da bambino dai preti il quale descrive quello che la sua mente infantile aveva elaborato. Un delirio in cui sesso e sacro, violenza e estasi si mescolano in un groviglio inestricabile. Ecco, son cose come queste a farci capire di che statura sia Larrain. Basti paragonare El Club a un film sullo stesso tema di qualche anno fa come Il dubbio per capire la distanza siderale. E please, diamoglielo un premio. Si rivedono gli attori feticcio del regista cileno, Alfredo Castro e Antonia Zegers.

Portato dall’esterno e attento a non carbonizzare simbolicamente una materia già intrinsecamente incendiaria, lo sguardo di Larraín configura un microcosmo spaziale che riformula grottescamente e causticamente la retorica visiva dei reality show (non sembri fortuita la concomitanza della prima materializzazione di Sandokan con la visione del reality trasmesso dalla Televisión Nacional, così come la minaccia di Madre Monica a Padre García di chiamare la televisione nell’eventualità della chiusura della casa). Ma questa volta il Grande Fratello è nientemeno che Dio, l’onnisciente e onnipotente regista dello spettacolo che si svolge all’interno casa, spettacolo in cui i religiosi non sono altro che marionette, pupazzi eterodiretti, infantili e inconsapevoli agenti della sua volontà (“Dio è l’unico che sa. Lui sa. Noi siamo bambini, per questo non capiamo. Ma Lui è il Padre. Ed è il solo a sapere”, sussurra Madre Monica al singhiozzante Padre Vidal, disperato per la soppressione di Fulmine). Confessionali, dinamiche di alleanza e cospirazione, ostilità strisciante, sessualità vigilata ed esacerbata, sorveglianza permanente, ferree regole di condotta, infrazioni segrete, pasti collettivi nei quali si consumano chiassosi litigi: il repertorio narrativo e spettacolare del reality tintinna crudele in tutta la sua vitrea e narcotica trasparenza: “Todo modo para buscar la voluntad divina”.

…La visione apparecchiata da Larrain è schietta, fuor di metafora,  l’occhio resta fisso sul paesaggio dei volti e la tensione dei lineamenti, la pietà scolora in ironia, il cinismo attizza la suspense. Cinico, che in greco significa canino, proprio del cane, il levriero appunto, ennesima vittima sacrificale, innocente perché nei testi sacri dell’universo mondo si immolano innocenti, gli innocenti sono proprio un succulento pallino per gli dei, innocenti come l’orchetto verboso con la sindrome di Tourette, mandato alla mattanza  per mano dei fedeli catechizzati a dovere. Potrebbe finire tutto a schifìo, come un film danese, come un film di Vinterberg, invece questo è un film cileno, ed è di Larrain, la beffa ai perdonisti deve essere grandiosa, universale, serve quindi un nuovo equilibrio, un nuovo status quo, dove vittime e carnefici vivano insieme, dentro quattro mura accoglienti, lontano dal mondo e dal clamore dei media, tra tentazioni e psicofarmaci. Parola del Signore…

In un finale di perfezione assoluta lo psicologo va via.
Lascia ai lupi un agnello sacrificale, una tentazione, un lascito che porterà per forza a qualcosa.
Se i lupi mangeranno l'agnello saranno condannati per sempre.
Se lo lasceranno vivere e lo accudiranno, forse, la via verso la redenzione e il pentimento sarà finalmente intrapresa.
Ma come in una storia che parlava di una rana ed uno scorpione la sensazione è che la propria natura, alla fine, viene sempre fuori.
E un lupo è un lupo.
E non basta una suadente voce femminile, non basta un canto, non bastano parole di amore e pietà per togliergli dal naso l'odore della preda.

El buen rendimiento de un perro de carreras requiere un entrenamiento de disciplina inquebrantable. Palo y zanahoria. Así lo testimonian las escenas de El club en las que el padre Vidal ejercita a su galgo a base de hacerle perseguir sin descanso un reclamo atado al extremo de una vara. El cánido se emplea a fondo dando interminables vueltas en círculo alrededor del religioso, obcecado en atrapar de una dentellada el premio que nunca dejará de escapársele. Al servicio de un amo ambiguo entre lo amoroso en su relación con el animal y lo abusador en su forma de utilizarlo para su propio beneficio en el canódromo. Ahora bien, imaginen por un momento que ese perro deja de comportarse como un perro y se rebela contra el amo. Renuncia a su adiestramiento ciego y, quemado por años de abuso, se convierte en una mala bestia. Un ser de planta salvaje que parece dispuesto a soltar el mordisco rabioso en cualquier instante. El perro difícilmente terminará en eso, porque, como ya contó Bresson en El azar de Baltasar, se puede buscar en los animales domesticables una especie de santidad que los dispone a aguantar estoicamente los golpes. A asumir sin rechistar su condición de criaturas a merced de la mezquindad y la violencia humana y cerrar su existencia cuando es más útil acabar con ellos que aprovecharse de sus servicios. Pero si ahora hacen el esfuerzo de imaginar a un colega de profesión del padre Vidal que aplicó la estrategia del palo y la zanahoria con un monaguillo en lugar de con un galgo (y con intenciones más sórdidas), entenderán cuál es el cogollo de la nueva película de Pablo Larraín. La bestia humana (de la que cuesta imaginar que un día fue un niño inmaculado) que vuelve para pedir cuentas al causante de su condición degenerada. Al cura que le obligaba a dar vueltas en círculo en pos de una santidad quimérica atada a lo alto de un palo, siempre al son de la misma melodía: «Métetela en la boca. Trágate sus fluidos. No es pecado si son fluidos santificados por Dios»…

La scabrosità da cui deriva l’enorme questione morale posta dal film non risiede nell’oggettività delle immagini, ma nella soggettività di discorsi che possono portare, alternativamente, l’essenza di verità irriferibili o la menzogna continua dell’auto-assoluzione. Ad essere messo in pesante discussione non è la tendenza dell’essere umano a commettere peccato, incontrovertibile e per questo trattata dal cineasta cileno persino con l’amarissima ironia scaturita da una consapevolezza intangibile, ma le sovrastrutture che dovrebbero controllare l’operato degli uomini e alle quali essi dovrebbero rispondere dei proprio errori. O, meglio, orrori. Sbaglierebbe infatti in maniera grossolana chi vedesse ne Il Club solo un lungometraggio visceralmente anticlericale: l’obiettivo di Larraín è in realtà assai più alto, riguardando in generale ogni forma degenerata di potere temporale. Dalle mostruosità generate dalla dittatura di Pinochet – esaminate con spaventosa capacità riflessiva e differenti sfumature nel trittico comprendente Tony Manero (2008), Post Mortem e No – I giorni dell’arcobaleno (2012) – alle atrocità della pedofilia in ambito cattolico, c’è un filo rosso evidente a collegare il tutto. E questo trait d’union si chiama degenerazione del Potere. Lo stesso che prevede, come per insopprimibile istinto, la prevaricazione del teoricamente forte sull’apparentemente debole…

…El mayor acierto de El club es su capacidad para incomodar, no solo a los que se puedan sentir partícipes o compañeros de estos personajes, sino también a cualquier persona que alcance a asimilar la auténtica gravedad de lo aquí reseñado. Nunca había sonado el canto religioso ¡Perdón, oh Dios mío! de forma tan perturbadora. Sin pelos en la lengua, el director chileno firma su apoteosis cinematográfica, que contiene el estilo ácido e hiriente, de espíritu combativo, que nunca decepciona en el cineasta. Con todo, lo más fascinante de este film no es lo tremendamente escalofriante que es (que lo es), sino cómo entrará por las retinas de los espectadores. Cuál será la reacción ante lo infrahumano. Si se preguntarán ¿por qué? y cómo recibirán que el film conteste con el más inquietante silencio.