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venerdì 14 agosto 2026

Anche i boia muoiono – Fritz Lang

a Praga, nel 1942 ammazzano Reinhard Heydrich, un boia nazista.

il film racconta la caccia all'assassino e l'eroismo dei cittadini di Praga che non fanno i delatori, nonostante tutti i prevedibili tipi di minacce.

alla sceneggiatura anche un certo Bertholt Brecht.

un gioiellino da non perdere, promesso. 

buona (antinazista) visione - Ismaele

 

 

 

QUI il film completo con sottotitoli in inglese

QUI il film completo con sottotitoli in spagnolo

 

 

C’è lo spirito di Bertholt Brecht dietro questo poco conosciuto gioiello del cinema degli anni Quaranta, anche se il drammaturgo viennese litigò con Lang e ritirò la firma. Ma c’è anche tanto dell’animo dello stesso Lang, che da sempre ha avuto cari i temi della solidarietà umana che si traduce in una solidità indistruttibile da alcuna repressione, minaccia o violenza. “Anche i boia muoiono” è una straordinaria riflessione sulla forza della comunità contrapposta alla debolezza e alla meschinità del singolo, spesso arroccato su interessi e privilegi, e temibile traditore di se stesso. Costruendo la vicenda come un poliziesco classico, in cui sino alla fine si segue l’investigazione dei nazisti per vedere se questi scopriranno il colpevole, da subito noto allo spettatore, Lang realizza un film pregevole e coinvolgente, sull’autoritarismo, sulla guerra e sulle pulsioni dell’uomo, animale sociale e solidale e, al tempo, lupo per gli altri uomini; tracciando, con illuminante lucidità, un percorso verso la fraternità e il reciproco supporto come unica via per superare la barbarie. È solo in una condizione di cooperazione attiva e privazione del singolo che l’essere umano potrà divenire “superuomo”, elevandosi a specie migliore ed emancipandosi dai suoi orrori. Notazione speciale per il modo in cui il regista tedesco adopera luci e, soprattutto, ombre: più di un’inquadratura (specialmente degli interrogatori) è da brividi sulla schiena per intensità e forza morale.

da qui

 

Robusto, e foschissimo, film del Fritz Lang americano. Che nell’anno 1943, mentre il paese in cui abita e lavora è in guerra contro il suo paese d’origine (lasciato dieci anni prima), realizza questo Anche i boia muoiono che può essere visto come un’opera di propaganda assai tipica del periodo. Propaganda antitedesca, of course. Ma Lang piega il genere alle sue ossessioni per mettere in scena come sempre, e anche di più, il suo teatro del male pieno di ombre, e di crimini e misfatti. Il boia del titolo è il davvero terribile Reinhard Heydrich, uno dei gerarchi nazisti più spietati, sempre che si possa stabilire in quel contesto una scala di ferocia. Fu lui a dirigere la conferenza di Wansee del 1942 in cui si pianificò con teutonica precisione lo sterminio degli Ebrei d’Europa, l’organizzazione dei campi e dei trasporti ferroviari. Come s’è visto nel film Conspiracy del 2001, dove a interpretarlo era un eccellente Kenneth Branagh. Dopo quel famigerato vertice Heydrich diventa governatore del protettorato di Boemia e Moravia, dove mostra subito la sua inflessibilità. Verrà ucciso pochi mesi dopo, nel giugno 1942, in un attentato dei resistenti cecoslovacchi. Uno dei casi più clamorosi della guerra clandestina contro il nazismo. Il film di Fritz Lang ricostruisce, romanzando e avventurando abbastanza, l’uccisione di Heydrich, ed è l’occasione per il gran regista di confrontarsi con i demoni del suo paese, con i propri fantasmi di esule e la propria identità ebraica. Angosciosissimo, già anticipando quei film resistenziali e anche postespressionisti del cinema polacco e centroeuropeo anni Cinquanta-Sessanta (Cenere e diamantiI dannati di Varsavia ecc.). A rendere ancora più irrinunciabile Anche i buoia muoiono è la collaborazione allo script di Bertolt Brecht, pure lui a quel tempo rifugiato in America, e le musiche sono del brechtiano Hans Eisler. Il film di culto è pronto. Con Brian Donlevy e Walter Brennan.

da qui

 

Godetevi la cura meticolosa per ogni minimo dettaglio, il perfezionismo estetico di Lang, la sua tecnica superlativa. Fin dalle prime battute è chiaro dove si schieri il regista austriaco: l'effemminato gerarca nazista, il gioco di sguardi, movimenti, fluttuazioni che Lang disegna sullo schermo a beneficio dello spettatore, mostrano un universo inevitabilmente polarizzato, coi nazisti oscenamente sadici e stupidi e i cechi animati da un forte spirito patriottico e di sacrificio. È probabilmente anche l'unico difetto di questa pellicola, l'unico aspetto prevedibile, per il resto lo sviluppo lascia spazio a più alternative, la tensione psicologica è sempre alta, la tecnica e la fotografia ottime, gli attori ben calati nella parte. Lang, al riparo in terra americana, tira una stilettata al cuore del nazismo, senza sconti. Gran film.

da qui

sabato 21 marzo 2026

D’istruzione pubblica - Federico Greco e Mirko Melchiorre

Il film racconta una storia, quella della scuola italiana degli ultimi 30 anni, almeno.

Molti modi erano possibili, gli autori hanno scelto di fare un film, nel quale viene osservata una scuola elementare di Torino, bambine e bambini (seguendo la lezione di Laurent Cantet nel suo grande film La classe), insegnanti e il preside, un preside d’altri tempi, e vengono inseriti interventi e commenti di molte persone, studiosi e insegnanti (Miguel Benasayag, per esempio) e documenti storici sulla scuola a partire dagli anni sessanta (con filmati dell’AAMOD).

È chiaro che in un film non ci può stare tutto. per affrontare i mille aspetti della storia della scuola italiana ci vorrebbe una serie, magari con diverse stagioni.

Si chiede Federico Greco (presente alla proiezione) come abbiamo potuto subire il lavaggio dei cervelli che ha fatto scientificamente il neoliberismo vincente (lo stiamo continuando a subire, senza sosta), cita Gramsci (pure lo cita Benasayag, entrambi esercitano il pessimismo della ragione, ma anche l'ottimismo della volontà).

e poi Federico Greco loda, senza se e senza ma, il film che ha vinto il premio Oscar 2026, "Una battaglia dopo l’altra" di P. T. Anderson (ascolta le opinioni di Federico Greco sul film con Benicio del Toro qui.


cercate D’istruzione pubblica, un film che merita.

purtroppo non si può vedere al cinema nelle solite programmazioni, bisogna intercettarlo, su openddb.it (qui) appaiono luoghi e date delle prossime proiezioni.
buona (scolastica) visione - Ismaele

ps: si è iniziato a trasformare i partiti di sinistra in partiti di destra, con la piena accettazione e sostegno dei loro dirigenti (qualcuno dice che il sistema politico Usa è come un’aquila con due ali, entrambe destre, così è oggi il sistema politico italiano), ingannando, ma non troppo, gli elettori, sempre meno, che pensano, illusi, di votare per un partito di sinistra.

Un capitolo a parte sono i sindacati (non di base), che si dicono maggiormente rappresentativi, la Cgil e la  Cisl, per esempio.

Da molti anni fingono di difendere i lavoratori, in realtà difendono i datori di lavoro (o padroni), sono la cinghia di trasmissione della dittatura neoliberista, hanno convinto i lavoratori che non c’è nessuna alternativa (Margaret Thatcher docet).

Dice Stendhal: Il pastore cerca sempre di convincere il gregge che gli interessi del bestiame e i suoi sono gli stessi. I sindacati, da un bel po’, convincono che gli interessi dei datori di lavoro sono gli stessi dei lavoratori.

E poi, come fanno i sindacati a difendere i lavoratori se distruggono il sistema di welfare costruito faticosamente dagli anni sessanta agli anni ottanta (i 30 anni gloriosi per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, e di tutti).

I sindacati maggiormente rappresentativi, e comunque quelli che firmano i contratti collettivi di lavoro, spingono in tutti i modi, vergognosamente, anche con il silenzio assenso, per la previdenza integrativa (leggi qui) e la copertura assicurativa integrativa delle spese sanitarie del personale della Scuola (leggi qui)

 

Il nemico - Bertold Brecht

Al momento di marciare
molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.

E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

da qui

 

 

Da anni Lorenzo Varaldo è dirigente scolastico dell’Istituto Sibilla Aleramo di Torino, che comprende elementari e medie. Ma lui preferisce essere chiamato “preside”, o meglio: “direttore didattico”. In questa scelta, apparentemente banale, c’è invece un’idea precisa ed estremamente consapevole di mondo e di lotta. La lotta per impedire la distruzione dell’istruzione pubblica, la sua aziendalizzazione, che Lorenzo vede attuarsi da ormai quarant’anni.

Una distruzione che viene da molto lontano, come spiegano docenti, filosofi ed esperti italiani e internazionali: dagli Stati Uniti di fine Ottocento, passando per l’Unione europea degli anni ’90 e infine dalle riforme della scuola a partire da quella dell’autonomia di Bassanini e Berlinguer.

da qui

 

Il film si svolge su tre piani, intrecciati fra loro: 1)la vicenda di un anno scolastico nelle aule dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, il cui preside Lorenzo Varaldo è stato promotore del Manifesto dei 500; 2) le sequenze animate a cura di  Costantino Rover; 3) le brevi interviste a studiosi fra cui il belga Nico Hirtt, fondatore di APED (Appello per una scuola democratica), Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino,  Lucio Russo, l’autorevole fisico e storico della scienza da poco scomparso. 

Il montaggio delle sequenze dei tre piani del film fornisce al pubblico sia l’immagine concreta dello scontro fra una scuola resistente e le ricette tecnopedagogiche dominanti che  una sintetica storia del processo egemonico a cui è imputata la distruzione della scuola democratica: il nuovo paradigma ha origine negli anni Ottanta su spinta del mondo industriale anglosassone,  e a inizio millennio, quando viene adottato su larga scala dall’’OCSE e dall’ Unione Europea come dispositivo educativo “raccomandato” a tutti i paesi membri. In Italia, la responsabilità maggiore nel dar credito e consenso a questa operazione è della sinistra liberal di specie blairiana che, liquidata la tradizione anticapitalista, dalla fine degli anni Novanta in poi (con Luigi Berlinguer e con l’autonomia scolastica) si è fatta portavoce della “modernizzazione”.  Le “riforme” e le parole d’ordine della destra negli anni berlusconiani hanno semplicemente proseguito e volgarizzato l’aziendalismo soggiacente alle linee precedenti (le “tre i”, Impresa, Internet, Inglese su cui, secondo Berlusconi, doveva basarsi la “patente” che la scuola avrebbe fornito agli studenti). 

Questa convergenza “bipartisan” è sintetizzata e semplificata nel film dagli inserti animati in cui le figurine di Berlinguer e Renzi, e quelle di Moratti, Gelmini e Berlusconi cavalcano con ilarità sardonica i missili nucleari diretti sul pianeta-scuola. Ci si può chiedere se l’immaginario da videogame anni Ottanta che questi inserti evocano sia sempre funzionale alla schiettezza dello smascheramento ideologico o se, viceversa, possa suscitare delle perplessità: specie quando, per irridere la boria dei pedagogisti e il loro strapotere rispetto alla scuola delle discipline, si riduce a una caricatura l’ Emilio di Rousseau. I mediocri pedagogisti o i tristi manager della politica attuale ben si prestano infatti ad essere ridotti a un meme, un grande filosofo del passato, per quanto abitato da un’idea educativa “romantica” e idealistica, certo no. 

Comunque, l’impianto provocatorio e didascalico di D’Istruzione Pubblica – come attestano le sale piene delle prime presentazioni e il dibattito acceso che sta suscitando – è uno strumento in grado di gettare un sasso nello stagno degli stereotipi e dei luoghi comuni e di riaprire una vera discussione politica sulla scuola aziendalizzata: oggi infatti le roboanti fanfaronate repressive di Valditara e dei suoi fratelli ben convivono con la retorica tecnocratica dell’orientamento  e delle competenze e con quella inclusiva della personalizzazione e della “centralità del discente”. Sostituita l’emergenza pandemica con  quella bellica, appare chiaro come il neoliberismo, dominante per un trentennio, abbia privato la scuola, l’università e la cultura degli anticorpi politico-culturali capaci di reagire al ritorno dell’autoritarismo e del fascismo…

da qui

 

Splendido documentario. Veritiero. Controcorrente. Originale. Storicamente attendibile su temi fondamentali della vita di una nazione, come l’istruzione, dove mostra cose vere e fondamentali, sul suo peggioramento terribilmente nocivo.

Lo fa con il coraggio e la competenza di chi sa che alcune classi dirigenti attuali, quelle vincenti da noi da 40/50 anni, quelle neoliberiste, stanno facendo di tutto per distruggere la scuola pubblica: in modo da avere un elettorato più ignorante, e quindi più manipolabile.

Il livello degli interventi è molto alto: con il merito di prenderli non solo da vari professori universitari (come è lecito attendersi; ma non è facile trovarli indipendenti e onesti intellettualmente come qui); ma anche dai docenti della scuola italiana. Nessuno come questi ultimi, specie se di avanzata esperienza, ha il polso di certi cambiamenti.

Comunque il film di Greco e Melchiorre ha il merito di ricondurre i problemi esposti al grosso della loro genesi: l’interesse dei ricchissimi padroni delle multinazionali. Impressionante il riferimento alla riduzione della scuola alla terminologia e alla mentalità economica privata: dove il profitto e la competizione sono centrali. Ma ovviamente sono veleno, per la seria crescita individuale dei nostri minori. Del resto, tutto ciò rientra nell’inclusione fanatica di tutto l’immaginario all’interno della mentalità capitalistica…

da qui

 

Con un montaggio serrato e fluido, nonostante la grande quantità di concetti e affermazioni, e l'inserimento di alcune animazioni lo-fi a contrasto con le interviste, in stile Guerre stellari, come la titolazione, gli autori sintetizzano un processo, apparentemente irreversibile, di "disarticolazione della scuola della Costituzione" (Marina Boscaino). Iniziato con la riforma Berlinguer, emanazione della "legge Bassanini" sull'autonomia della Pubblica Amministrazione, che ha di fatto costretto ogni istituto ad autoregolarsi, soprattutto economicamente, e proseguito con tagli di varia entità al Ministero dell'Istruzione, operati dai responsabili a venire.

La finalità del film è riportare l'attenzione dell'opinione pubblica, e quindi anche favorirne la mobilitazione, sul tema centrale dell'istruzione. Una realtà che coinvolge un milione di lavoratori e sette milioni di studenti. Ibrido di film d'inchiesta e osservazione sul campo, che non rinuncia a parentesi creative, D'istruzione pubblica, come i precedenti del duo registro, è il classico caso di "film-innesco" o da cineforum, nel senso di naturalmente destinato ad essere sviscerato e interpretato nei suoi passaggi da un pubblico che ha a cuore il progresso civile del Paese…

da qui

 

 

  


mercoledì 27 maggio 2020

Lerd (A Man of Integrity) - Mohammad Rasoulof

o sei oppresso, o sei oppressore, in quel posto non ci sono vie di mezzo, spiegano a Reza, che, come il mugnaio di Bertolt Brecht, vuole credere che ci sia un giudice a Teheran, ma Teheran non è Berlino. 
chi esercita qualche tipo di potere, in quel paese non dimenticato dai seguaci di Allah, è corrotto da fare schifo, dal poliziotto, all’impiegato al giudice, e passa sopra tutto e tutti. Chi alza la testa assaggia la galera, fino a rischiare la vita, se insiste nel reclamare i suoi diritti, o solo qualche aroma di giustizia la paga.
Mohammad Rasoulof alza la testa, e la paga sempre.
in quel paese che spreca registi e attori di serie A, non li fa lavorare, che Allah fulmini gli oppressori, sarà un duro e lungo lavoro, ma se anche Lui prende le mazzette ed è un oppressore è sventurata quella terra che ha bisogno di eroi.
non perdetevi questo film politico, per me profuma di Cinema, è un piccolo capolavoro - Ismaele



Il messaggio politico di Lerd è un urlo di allarme chiaro e manifesto contro un Iran dominato da una teocrazia ormai saturata nei suoi presunti valori religiosi e divenuta, come fu per il comunismo sovietico, teatro di piccoli e grandi personalismi nell’abuso di un potere usato esclusivamente a proprio vantaggio, mascherato stavolta in una vicenda che non va a toccare il governo e la classe che detiene il potere (come nel caso di altri autori, contro i quali la censura si è vendicata con pesanti limitazioni della loro libertà personale e creativa), come se un autore italiano raccontasse metaforizzandola in una localistica persecuzione mafiosa nel nostro meridione, la disastrosa e drammatica situazione di corruzione e strapotere dell’intera nazione.

La moschea, la stazione di polizia, il liceo maschile e quello femminile, la sede della compagnia che sta gestendo le cose – con mazzette e minacce – in modo da poter acquisire facilmente tutti i beni immobiliari della zona e i terreni; luoghi del potere in cui la corruzione domina senza neanche vergognarsi in alcun modo. Rasoulof mostra una volta di più uno sguardo disilluso, privo di qualsiasi speranza. L’unica lotta che si riesce ad allestire è quella che mette un povero contro un altro povero, galoppino contro galoppino, pedine da muovere e da mandare al massacro mentre la sovrastruttura non soffre il benché minimo cedimento. Anche Reza è parte integrante di questo schema, checché ne pensi, e il suo essere a man of integrity è a ben vedere solo una parvenza, un ruolo che si riveste perché gli altri lo hanno lasciato libero. Nonostante alcuni passaggi a vuoto e una semplificazione dei caratteri a tratti fin troppo evidente – proprio il rapporto di Reza con la moglie paga questo aspetto – A Man of Integrity è un film da difendere, anche per la volontà di Rasoulof di non cedere alla prassi estetica e narrativa propria di gran parte dei registi che diedero lustro alla new wave iraniana. E il finale, complice un ribaltamento prevedibile e allo stesso tempo in grado di spiazzare, rimane impresso nella memoria.

El jenga es un juego que consiste en ir quitando bloques de una torre evitando que esta caiga. La precisión y el buen pulso para lograr que no se derrumbe son claves para que el contrincante vea desmoronarse sus opciones de ganar. Entiéndase esta torre de manera metafórica como la vida de Reza, un padre de familia iraní que subsiste a base de créditos en el banco y de la granja de peces de colores en la que vive con su esposa, maestra de escuela, e hijo. Una vida intachable no tanto por su cotidianeidad, sino por su determinación a no verse contaminado por el mundo tóxico y corrupto que le rodea. Como su compatriota Farhadi, Rasoulof parte de un problema familiar cuyos tentáculos se van extendiendo poco a poco para evidenciar el complicado entramado de trampas y poder en el que se asienta su comunidad. Todas las soluciones que encuentra y que le proponen pasan por el chantaje, la extorsión o el soborno. Todo parece moverse a golpe de dinero y de influencias. Así, cuando una empresa cercana contamina sus aguas y todos los peces mueren, Reza intentará mantener su honradez mientras a su alrededor todo el mundo le muestra el atajo. Rasoulof (que, como Panahi, continúa rodando en la clandestinidad en Irán y sus películas no se estrenan en su país natal), demuestra de nuevo un pulso firme para el desarrollo de la historia, respetando el despliegue orgánico de los acontecimientos, dando la información necesaria sobre ellos y haciendo uso del fuera de campo de manera inteligente para tejer una narrativa ágil y evitar caer en lo evidente…

…La película de Mohammad Rasoulof es muy valiente teniendo en cuenta lo crítica que es ante el país y los procesos de censura por los que pasan todo este tipo de películas. Nos muestra a un personaje que de forma irremediable se ve arrastrado a las fauces de un sistema podrido para no caer en la miseria. En uno de los diálogos del film se afirma que en Irán solo hay lugar para dos tipos de personas, los opresores o los oprimidos. Reza pasa precisamente de oprimido a opresor de una forma natural, donde casi ninguno de sus actos resulta reprochable por muy inmoral que sea. Lo peor de todo es que los motivos que guían a Reza en esta lucha son los de derribar este sistema pero sin darse cuenta acaba metido en él.
A Man of Integrity es una muestra del poder que puede tener una película para denunciar y oponerse a una sociedad simplemente mostrándola tal y como es. Rasolouf no se queda corto e incluso acaba criticando algunos aspectos de la inamovible religión. Más allá de ser una obra valiente es una película de personajes muy bien construidos, situaciones bien hiladas e imágenes para el recuerdo (la escena de los cuervos o la cueva donde se evade Reza). Un film atrevido, con sustancia crítica y que no deja de lado ni la belleza estética ni la coherencia narrativa.

martedì 18 febbraio 2020

Alla mia piccola Sama – Waad Al-Kateab, Edward Watts

miracolosamente questo documentario arriva in sala.
una ragazza riprende con la sua videocamera quello che vede ad Aleppo. 
e quello che vede è la guerra, contro Aleppo, l'assedio, le bombe, i feriti e i morti.
il marito, il padre di Sama, è un medico che lavora come e quanto si può, in ospedali di fortuna, con bombe che piovono in testa.
Waad registra e quello che vediamo è un pezzo di una guerra schifosa, dove muoiono moltissimi civili, bambini compresi.
chi ti lancia le bombe spara sul mucchio, tutto è danno collaterale.
nel film non si vedono soldati, solo sangue.
Sama, che, forse, non capisce, sorride, e diventa l'àncora a cui si aggrappano i genitori.
il film non è un libro di storia, chi cerca di uccidere te e i tuoi amici è il Diavolo, senza aggettivi.
la guerra, la distruzione, l'esodo non hanno mai fine, purtroppo.
come sempre Bertolt Brecht ha le parole giuste:


La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente.

non perdetevelo, se riuscite a trovarlo - Ismaele





il film non si configura solo come un potenziale testamento privato e collettivo in fieri, ma anche come il racconto urgente e umanissimo di una crescita personale, accelerata dagli eventi, che trasforma una ragazza in una donna e madre, e una giovane filmaker in una giornalista coraggiosa e rispettata, una voce dalla primissima linea, tutto senza pregiudicare l'intimità del suo obiettivo, inteso nel duplice significato di mezzo e fine.
Al centro di ciò, e dell'immagine e del sentire dello spettatore, c'è la piccolissima Sama, cuore pulsante della rivoluzione, termometro di sopravvivenza, miracolo incastonato nell'orrore della tragedia nella tragedia: il genocidio dei bambini siriani. Della loro sofferenza, ma anche della loro resistenza, Sama è il simbolo toccante e universale.
La camera di Waad inquadra i morti, lo strazio, il lutto, il terrore, senza censurarsi ma senza indugiare: c'è una bontà dello sguardo, che il lavoro di editing pensato con Edward Watts incornicia ed illumina, che fa sì che, laddove la denuncia è necessaria ma la visione intollerabile, sia la commozione a prevalere infine sull'orrore, il desiderio di vita su quello di morte, il sogno del futuro sul rimpianto del passato e sull'oscurità del presente.
Un film destinato a entrare nella storia del documentario e delle colpe collettive di un secolo.

Come giornalista, Waad era una fonte molto rispettata durante l’assedio. Lavorava per il canale britannico Channel 4 per cui ha prodotto video potentissimi. Quando parla inglese nei suoi video è ancora più straziante, si percepisce che attraverso l’inglese prova ad attirare l’attenzione del mondo sull’orrore che stanno vivendo i siriani. Come lei, molti aleppini credevano che il mondo li avrebbe aiutati se avesse saputo la verità. Invece, il mondo è rimasto in assoluto silenzio.
Per noi, spettatori di For Sama, c’è però una consolazione. I membri di questa piccola e bellissima famiglia coraggiosa sono vivi. Il loro coraggio e la loro speranza fanno ricredere nell’umanità. Come molti siriani scampati ai bombardamenti ci ricordano quello che in Europa si ricordano ormai solo pochi anziani, spiega Waad: il solo fatto di essere vivi ha valore.

Lo sguardo di Al-Kateab esce solo raramente da dietro la videocamera, azzerando così il gioco di specchi della più classica finzione cinematografica. I corpora Christi delle vittime dei bombardamenti sono scioccantemente reali. La regista lo sa, e ne evita la trasformazione in feticcio, presentandoli non come risultato di voyeurismo per accumulazione, ma come simbolo di riconoscenza per il valore della vita. E affermare, come fa Al-Kateab, che un’esistenza spesa intrappolati come topi in fatiscenti edifici di calcina abbia un significato ha la forza rivoluzionaria della verità più appassionata e impenitente.
Grazie a un voice-over puntuale, mai petulante, e all’intelligente lavoro di montaggio e rimaneggiamento dei filmati di Al-Kateab ad opera di Chloe Lambourne e Simon McMahon,  Alla mia piccola Sama fluisce libero al confine tra vlog e diaristica intima, consegnando alla posterità un complesso, ipnotizzante resoconto dei mesi di quarantena bellica trascorsi nell’ancor libera Aleppo nella speranza di un futuro luminoso. E in quel barlume di vita inossidabile danza la fragile, minuscola figura di un infante. E forse, un giorno, Sama verrà a conoscenza di essere stata la più assurda tra tutte le ragioni di sopravvivenza, ma anche la più desiderata; la più azzardata; la più umana.
Se dunque il filosofo tedesco Theodor Adorno si era solennemente pronunciato contro la possibilità di tornare a scrivere poesia sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale e dei suoi orrori, Waad Al-Kateab sembra giunta per aggiornarne la lezione, e dimostrare che non solo l’arte, nella disperazione, è ancora possibile, per non dire essenziale; ma anche che l’unica via d’uscita è, come Sisifo, essere un po’ assurdi, e appassionati. Perché tutto questo, Sama, per dirla alla Jane Austen, è stato fatto per voi. Che il masso continui a cadere. Ora l’assurdo non fa più paura. Bisogna immaginare Al-Kateab felice.

Lo sguardo spaventato ma amorevole di Waad ci racconta il disperato tentativo di protendersi verso un’esistenza normale in un contesto agghiacciante e disumanizzato. Difficile non provare un moto di tormento e commozione nell’assistere a scene di ordinaria vita casalinga interrotte dai suoni dei raid aerei e delle bombe o nel vedere la semplicità con cui i genitori, attraverso il classico meccanismo del racconto, istruiscono i propri figli sulla pericolosità di ciò che li circonda e sulla necessità di mettersi al riparo il prima possibile in caso di attacco. Come difficile è del resto pretendere dalla regista e dal collega Edward Watts, che l’ha aiutata nell’assemblaggio dei suoi filmati, uno sguardo lucido e critico su un dramma come quello siriano, che la tocca troppo nel profondo ed è ben lontano da una conclusione.
Alla mia piccola Sama dipinge Assad e i suoi alleati (in particolare i russi) come il male assoluto, mentre i ribelli sono, senza distinzioni, il simbolo della rivoluzione e della lotta contro il regime. Buoni da una parte e cattivi dall’altra, senza chiaroscuri o un’analisi più distaccata degli avvenimenti, magari in correlazione al fenomeno più ampio della Primavera araba. In documentari di altro genere, la scelta di Waad e la sua partigianeria (peraltro del tutto motivata e comprensibile) sarebbero state limitanti per il risultato finale. In Alla mia piccola Sama invece, questo trionfo della soggettività e la totale sovrapposizione fra sguardo e racconto diventano il valore aggiunto di un direct cinema davanti al quale non si può che restare attoniti.
Chi cerca da Alla mia piccola Sama una vera e propria inchiesta giornalistica che delinei un quadro preciso e accurato della situazione siriana, potrebbe rimanere deluso da una narrazione fortemente intima e personale, che non si pone neanche il problema di analizzare i fatti da un punto di vista diverso da quello ribelle. Per quanto ci riguarda invece, ci saranno tempi e modi diversi per contestualizzare e approfondire il dramma umano e sociale che sta vivendo la Siria. Accogliamo quindi con sgomento e partecipazione questo rarissimo esempio di coraggio e tenacia, che, col pensiero sempre rivolto verso il futuro e verso chi verrà dopo di noi, ci porta dentro al campo di battaglia, senza mai indietreggiare o voltarsi dall’altra parte, mostrandoci sangue, morte e devastazione e lasciandoci con la flebile speranza che un giorno non lontano questo orrore possa terminare.

lunedì 24 luglio 2017

Lion - La strada verso casa - Garth Davis

Saroo da piccolo è immenso, corre corre corre, si merita la medaglia d'oro per la mezza maratona, oltre che un Oscar.
la storia è terribile, e bellissima.

Saroo sembra il bambino dell'Elogio dell'infanzia (di Peter Handke):

Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.
Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.
Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.
Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?
Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.
Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.
Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.
Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.
Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.
Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.
Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare. (da qui).

poi cresce e Dev Patel, sempre molto bravo, diventa Saroo.
bravissima anche Nicole Kidman, in una parte da casalinga, senza sex appeal.
se non avete paura che gli occhi si appannino è il film per voi, anch'io non ho resistito.
nel film ci sono mille cose, ma sono ben amalgamate, meno male che qualcosa di bello portano ai cinema estivi.

cercatelo, vi piacerà, una storia dei nostri tempi, dove convivono la schiavitù e Google Earth, gli obesi e i morti di fame, los todopoderosos y los de abajo - Ismaele

in questa recensione poetica come non citare Bertolt Brecht?
Il dormitorio
Sento che a New York
all'angolo fra la 26.a strada e Broadway
durante i mesi d'inverno ogni sera c'è un uomo
e ai senzatetto che là si radunano
pregando i passanti procura nel dormitorio un letto.

Il mondo così non si muta,
i rapporti fra gli uomini così non si fanno migliori
l’era dello sfruttamento così non diventa più breve.
Ma alcuni uomini hanno un letto per la notte,
il vento per una nottata viene tenuto lontano da loro,
la neve a loro destinata cade sulla strada.

Non chiudere il libro dove questo leggi, uomo.
Alcuni uomini hanno un letto per la notte,
il vento per una nottata viene tenuto lontano da loro,
la neve a loro destinata cade sulla strada.
Ma il mondo così non si muta,
i rapporti fra gli uomini così non si fanno migliori
l’era dello sfruttamento così non diventa più breve.


















Un film molto emotivo e sincero, in cui non vi sono forzature melodrammatiche. Garth Davis si fa portavoce di una storia sincera e lo fa mantenendosi a distanza, facendo parlare la fragilità del giovane protagonista. “Lion” é un abbraccio affettivo che ci fa entrare in una realtà totalmente diversa dalla nostra, e lo fa con assoluta sensibilità e dedizione.

Lion’s first half, which focuses on the young Saroo, is exceptionally well done. Davis effectively captures the boy’s fear and confusion at being separated from his brother then stranded in a strange country where he understands nothing, can’t speak the language and doesn’t know the culture. Non-professionally trained actor Sunny Pawar (who doesn’t speak English) conveys the essence of a child’s view of this big, frightening world…

Hay un plano que a mi especialmente me gusta repensar y es cuando Saroo, perdido en Calcuta, se mira a los ojos (con una profundidad y pureza que pocos actores consiguen) de los otros niños como si se tratase de un espejo, sin ninguna intercesión del egoísmo identitario, viéndose reflejado en las acciones del otro, mientras que cuando viaja a Australia, le enseñan a ser un ego individualizado, a competir contra los demás. Por otra parte, la crudeza de la realidad de Calcuta es bien reflejada casi sin filtros por el director. Es un buen trabajo de inmersión.
Lion, al final pone sobre la mesa la búsqueda de nosotros mismos, del hogar, de la familia como construcción, la infancia como nostalgia y anhelo, el crecimiento y la superación personal, pero sobre todo, la necesidad de la memoria en una civilización que engulle progresivamente a las otras. Es una historia sobre la convivencia entre culturas y sus conflictos personales.

Certo, una di quelle storie ricattatorie cui non ce la si fa a resistere, anche per non passare da cinici e insensibili ai mali del mondo, con dentro tutte le miserie e le sofferenze atte a suscitare il nostro senso di colpa di affluenti occidentali. Ma con un senso robusto della narrazione, con un racconto che, finché si muove sullo sfondo dell’India delle ultime caste e delle sue città-mostro, non annoia e perfino avvince, anche grazie a un attore bambino di quelli che rubano la scena e sembrano nati per la macchina da presa (nome da annotare: Sunny Pawar). Se Lion riesce a evitare il peggio è anche per la regia, energetica e assai fisica, assai corporale, per niente formalistica e ingessata, del giovane australiano (viene da lì, Australia e Nuova Zelanda, la produzione, cui poi ha apposto il proprio sigillo Harvey Weinstein) Garth Davis, al suo primo lungometraggio, ma con alle spalle la direzione condivisa con Jane Campion di una serie di peso e di culto come Top of the Lake. E poi il cast, ottimo. Con un Dev Patel – tutti i ruoli di giovane uomo di origine indiana vanno a lui – che sa di avere una buona carta in mano e non se la lascia scappare, e con la migliore Nicole Kidman degli ultimi anni, dimessa al punto giusto e qualunque al punto giusto, quale madre adottiva del protagonista. Sì, c’è anche Rooney Mara, ma in un ruolo inconsistente che spreca il suo talento e quella sua naturale grazia audreyhepburniana. Storia vera signori, verissima, di vere lacrime e veri dolori, perché si sa che la vita sa essere più romanzesca di ogni invenzione, e questo è il caso, tantopiù che ci son di mezzo ambienti esotici dove diventa possibile quel che da noi è perfino inimmaginabile…
…La seconda parte, con Saroo ormai grande avvolto sì nel confortevole benessere della famiglia adottiva ma ansioso di ritrovare come usa dirsi le proprie radici, è più di maniera e sentimentalista. Eppure anche qui ci sono passaggi non così melensi che instillano qualche sano dubbio e interrogativo sugli effetti collaterali che l’adozione, ogni adozione, anche la meglio intenzionata, può comportare. Si guardi al fratello adottivo di Saroo, che mai si integrerà sviluppando invece una sorda ostilità verso un mondo che non è il suo e non ha scelto. Ma anche l’ottimo Saroo, consolazione di mamma e papà d’Australia, ci ha sempre quel grumo dentro, quel bisogno di ritrovare la vera madre, quel richiamo così prepotentemente biologico che contraddice ogni versione semplificatoria e tranquillizzante dell’adozione, quell’aura di correttezza che la circonda, quell’ideologia e mitologia salvifica così autosbandierata: ma l’abbiamo fatto per lui! ma gli abbiamo garantito un futuro e una vita migliore! ma l’abbiamo strappato alla fame e alla miseria! ma gli abbiamo dato quell’amore che non avrebbe avuto! Sottacendo magari poderosi egoismi e grovigli psicologici assai complessi…

Dev Patel consigue transmitir con sensibilidad, con delicadeza, la sensación de confusión, de sentimiento de pérdida. Logra emocionar, pero es Sunny Pawar, el niño Saroo, el que está maravilloso en su papel. Su interpretación (mejor verla en original, no doblado) es auténtica, cautivadora.
“Lion” plantea cuestiones de peso en una historia de superación de infancias difíciles, de vínculos familiares, de pérdidas y reencuentros, logrando una película envolvente en su primera parte, conmovedora y bien construida a pesar de ir de más a menos.

en su tramo final es capaz Lion de sobreponerse para entregar uno de esos desenlaces emotivos y capaces de sacar la lágrima al público más duro de corazón. Broche final previsible para uno de los filmes, en conjunto, más bellos e inspiradores del año, de esos que parecen pensados al detalle para colarse en las carreras de premios.
da qui

la mamma di Saroo è in queste fotografie:



sabato 14 maggio 2016

I ricordi del fiume - fratelli De Serio

del neorealismo fotografico Zavattini diceva che bisognava "aderire alla realtà come il sudore alla pelle'' (da qui)
come la letteratura, dalla Resistenza in poi (qui), anche nel cinema neorealista documentare e testimoniare sono un’urgenza e un’etica.
il film (e il cinema) di Gianluca e Massimiliano de Serio, torinesi, è un film che è testimonianza, documento e memoria.
Primo Levi, torinese anche lui, scriveva " Meditate che questo è stato".

mutatis mutandis, anche questo film è un film per ricordare, per non dimenticare, senza tesi preconcette, senza ideologie ingombranti, solo un film di esseri umani, di quella povera gente, di quei vinti, che fa "la fame egualmente" , come dice Bertolt Brecht.
un piccolo grande film, non sarà facile vederlo, ma ricordate di non perderlo, quando capiterà in qualche sala, se poi c'e uno dei due registi sarete davvero fortunati, come è capitato a me - Ismaele





Il cinema come memoria, che cattura un mondo che sta per svanire. Un atto di resistenza che i De Serio portano avanti con spessore cinematografico, ma anche umano. La macchina da presa è come invisibile, ma la mancanza di interazione delle persone riprese con la camera non significa una distanza tra gli abitanti e i De Serio che si sono immersi, con evidente grande sensibilità, in quella piccola città dimenticata. Anzi l'osservazione si rivela così autentica, restituisce profonda naturalezza al racconto, grazie anche all'utilizzo
di lunghi piani sequenza che portano lo spettatore vicino a uomini, donne, bambini e anziani del campo. Tante piccole storie, accennate, come un accumulo di ricordi per fotografare una vita che in fondo non si conosce e rimane spesso confinata nel luogo comune dell'opinione pubblica.

Oltre ogni discorso sociologico evidentemente intuibile e oltre un approccio registico forse un po’ troppo controllato rispetto alla calda materia da aggredire, i De Serio ci lasciano negli occhi immagini singole di rara potenza. Il “concerto” finale delle ruspe è una straordinaria configurazione del nostro tempo, che inabissa ogni contingenza legata al Platz e ci consegna urgenti quesiti universali. Un’immagine-pensiero che configura le macerie del doloroso e dignitoso passato di una comunità, ma nel contempo l’inquietante desiderio nascosto in “molta Italia”: un’immagine che mette allo specchio il nostro Paese e ci interroga come cittadini di quest’epoca. Ecco allora, la bellezza del film sta tutta in questa dialettica tra campi lunghi e dettagli: ogni campo lungo sulla Storia (e sulle storie) trova il suo controcampo in un primo piano insistito di un volto o in un dettaglio ricco di pathos. Perché è in quel frame che prende forma il ricordo, ed è lì che il cinema deve investire oltre il tempo e le incertezze.

La partecipazione dei due cineasti nelle loro opere è diretta. Anche la vita dei vicini di casa rom diventa la loro vita, non certo un’operazione commerciale o di spettacolo. I ricordi del fiume è adesso un film di due ore e venti di montato finale, ma con alle spalle ben duecentocinquanta ore di girato. Per realizzarlo, per meglio entrare nella problematica da loro vissuta e narrata, Massimiliano è volato anche in Romania, a vedere e registrare l’al di là da cui diversi dei loro protagonisti provengono e dove saltuariamente tornano, in villaggi “puntellati di case un po’ più confortevoli delle baracche torinesi, ma in altrettanta se non peggiore situazione di povertà e precarietà della vita: nulla da coltivare, nulla da comprare o da vendere, nulla da mendicare”.
A malincuore, nel film non hanno potuto inserire nessuna delle sequenze romene. Ma la ricchezza e l’interesse intrinseco del materiale girato risultano tali che è intenzione dei De Serio organizzare tutti i materiali rimasti fuori dal montaggio e presentarli in altre forme, su dvd o web series o altro. D’altronde sono abituati a reinventarsicinematograficamente l’esistenza. Non solo le loro opere videoartistiche li vedono spesso coinvolti personalmente, non solo i loro documentari finiscono per essere pezzi dichiarati anche della loro vita, ma – a riprova dell’afflato sinceramente sociale che li anima – dal 2012 sono pure i fondatori e gli instancabili gestori del Piccolo Cinema-Società di Mutuo Soccorso Cinematografico, una antiscuola di cinema gratuita, un laboratorio continuo e autofinanziato, che hanno regalato alla disagiata periferia Nord di Torino, tra i quartieri di Falchera e Barriera di Milano.
E anche ciò aiuta a capire meglio la più profonda qualità dei sentimenti di confidenza, immedesimazione ed empatia che riescono a provare e trasmettere, in modo sommessamente epico, a contatto con le esistenze precarie che li circondano e che di volta in volta scelgono di narrare. È compartecipazione. Sincera. Una bella arte del vivere.

 Sappiamo del resto che i campi rom, le baraccopoli, i campi nomadi (o in qualunque altro modo li si voglia chiamare) creano nelle nostre città contemporanee un senso di vergogna e, dunque, vengono nascosti agli occhi, oppure vengono destinati a trovare spazio fuori dai centri urbani come se si trattasse di campi di concentramento militarizzati. E dunque il film dei De Serio ha in primis questo valore testimoniale e basilare: farci vedere com’era. Basterebbe in tal senso la sequenza ambientata sopra una barca da cui si vede il retro del Plat e da cui si può osservare il degrado con la spazzatura che digrada verso le sponde del fiume – un momento di pura potenza visionaria, tanto da sembrare quasi il fiume di Apocalypse Now per senso d’inquietudine trasmessa – per capire come I ricordi del fiume risponda a quello che dovrebbe essere il bisogno primario del cinema: la capacità di osservare prima ancora che di raccontare, il restituirci con un’immagine il senso stesso della scoperta di un luogo…

Un'immersione vera e propria la loro: il film infatti è stato girato per un anno e mezzo a stretto contatto con le persone che popolano il Lungo Stura Lazio. Particolare non banale, perché i tempi lunghi hanno permesso di allontanare l'effetto "buco della serratura" che molto spesso lo spettatore deve sobbarcarsi. Quella fastidiosa sensazione di veder mostrate immagini che forzano la realtà per arrivare a un obbiettivo, qualunque esso sia. Il cinema documentario ha necessariamente bisogno di tempo per elevarsi, per poter restituire la vibrante realtà. E in questo "I ricordi del fiume" è potente e preciso…

…I De Serio penetrano, si mescolano e diventano praticamente invisibili, in quella sorta di babele fatta di lamiere, baracche, chiese improvvisate e rifiuti accatastati. Quello che restituiscono sullo schermo è uno sguardo dall’interno che sa essere tanto partecipe quanto distaccato. Questa mutazione nell’approccio alla “materia” umana e disumana è uno dei valori aggiunti messi in campo. Il farlo è servito a loro per dare una voce e un volto agli invisibili, a chi quotidianamente deve fare i conti con l’odio e il pregiudizio altrui. Ma I ricordi del fiume, oltre ad essere un documento importante, è anche un “diario” di immagini e parole, dove sono andati a confluire gesti, persone e aneddoti, destinati a rimanere impressi nel tempo e nella mente. Perché le ruspe possono demolire, ma non annientare. Un diario scritto in punta di piedi, con il rispetto di chi sa come entrare in una habitat senza invaderlo e stravolgerlo, per poi uscirne senza sbattere la porta dopo averne fatto parte per un periodo. Il tutto fa della pellicola un’opera di grande forza e intensità, di quelle da non farsi sfuggire e da non dimenticare.