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domenica 24 dicembre 2023

Foglie Al Vento - Aki Kaurismäki

non è un film tratto da un (bel) romanzo di Grazia Deledda, è proprio un film totalmente finlandese, Aki Kaurismäki firma un altro grande film, del suo personale ciclo dei vinti (di sicuro non sponsorizzato dall'Ufficio del Turismo finlandese).

Ansa e Holappa sono due vittime del sistema economico, lui  bravo lavoratore, ma abbastanza alcolizzato, lei una brava commessa, che porta a casa del cibo scaduto, invendibile secondo la legge, e per questo licenziata. 

vivono una vita con poca allegria, in case povere, il massimo è la birra nel bar con karaoke.

si trovano, si perdono, si ritrovano, in una camminata zoppicante, con cane, verso il sol dell'avvenire (a Charlie Chaplin piacerebbe).

film di pochi dialoghi, e tutti azzeccati, da morire dal ridere, tra gli altri, i commenti dei cinefili alla fine del film di Jim Jarmusch.

un film da non perdere, promesso

buona (finlandese) visione - Ismaele


 

 

 

“Fallen Leaves” è una delicatissima e tragicomica storia d’amore perfettamente nelle corde del regista scandinavo.Bastano poche inquadrature per ritrovare il classico tocco dell’autore, sempre più essenziale e minimalista e capace di toccare corde profondissime con una pellicola che è sia un inno alla vita e all’amore, sia un grande omaggio alla storia del cinema.

Kaurismäki propone infatti tantissime citazioni, compresa una per l’amico Jim Jarmusch, del quale viene proiettato in un cinema l’ultimo lungometraggio, “I morti non muoiono”. Gli omaggi poi vanno al passato, con diversi riferimenti all’amato Robert Bresson (maestro proprio di quel minimalismo di cui Kaurismäki è oggi uno dei massimi discepoli), a Jean-Luc Godard e uno magnifico, poetico ed emozionante a Charlie Chaplin, da sempre una delle grandi ispirazioni del regista…

da qui

 

Che bella la canzone di una volta. Pardon, il film. Aki Kaurismaki è una tradizionalista esasperato. Compone e ricompone lo stesso film da una ventina d’anni. Lui, lei (l’altro), un cane (un bambino). Solitari in cerca di calore umano e di una qualche alcolica forma di catarsi. La società individualista che schiaccia la solidarietà comunitaria. Un velo srotolato e accuratissimo di straniante ironia. Una parabola che da singolare si fa universale intinta nella cinefilia. Potremmo fermarci qua e usare queste righe per illustrare l’impalcatura della consolidata poetica ed estetica di una star del cinema d’essai europeo.

Poi arriva Fallen leaves, in italiano Foglie al vento, e capisci che siamo di fronte ad una prova formale austera e in purezza, che richiama quello “stile trascendente” che Paul Schrader argomentava per Ozu, Bresson, Dreyer. Per capire, appunto, Foglie al vento, bisogna poi mettere da parte qualsiasi forma analitica di “realismo psicologico” (Schrader, appunto, docet) e scontare la fobia antirussa dei finlandesi che qui abbonda fuor di metafora sforacchiando radiofonicamente qua e la l’atmosfera spirituale apparecchiata attorno ad Ansa (Alma Poyisti), riempitrice di scaffali in un supermercato, e Holappa (Jussi Vatanen), saldatore alcolizzato che vive nel container aziendale. Siamo nella moderna, spesso serale/notturna, Helsinki di oggi…

da qui

 

Non manca, all’interno di questo Foglie al vento, la tipica ironia à la Kaurismäki, dove un costante straniamento brechtiano contribuisce, insieme a rigorosissime composizioni del quadro, a inquadrature prevalentemente statiche e a una fotografia dai colori netti e particolarmente saturi, a conferire al tutto un carattere grottesco e surreale. Eppure, al contempo, sempre presente è anche una cruda critica sociale, riguardante non soltanto il mondo del lavoro (in cui l’essere umano non sembra più essere considerato tale), ma anche la caducità della vita, in un mondo in cui, a volte, anche soltanto un piccolo colpo di vento potrebbe cambiare drasticamente le cose.

Il potere del Cinema

In tal senso, dunque, i protagonisti di Foglie al vento sono quasi, letteralmente, due foglie cadute dall’albero e in balia del vento. Due anime sole che per trovarsi e ritrovarsi sono destinate a peregrinare a lungo. A meno che non arrivi una sorta di deus ex machina a cambiare le carte in tavola. È così, dunque, che entra in scena il Cinema. Nel piccolo cinema di periferia, l’uomo e la donna trascorrono la loro prima serata insieme. Proprio tale cinema li aiuterà, tra un incidente di percorso e l’altro, a ritrovarsi. Nonostante nessuno dei due sappia come si chiami l’altro. Con Foglie al vento, dunque, Aki Kaurismäki ha voluto (anche) rendere un sincero e sentito omaggio alla sua amata settima arte, da lui così ben onorata durante la sua lunga e rispettabile carriera.

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La storia di Ansa e Holappa, due proletari sbattuti fuori più volte dai loro precari lavori, dentro una città che, fin verso la fine, pare sgangherata e vuota, ma dove corre sotterranea (come accade sempre nei suoi film) una corrente di solidarietà tra umili: un’infermiera ti regala dei vestiti, due colleghe si autoaccusano, con te, di furto, un uomo salva cani dal canile e dalla soppressione. Anime solitarie, inquadrate le une di fianco alle altre, sul divano di una casa modestissima ma senza un colore o un arredo sbagliato, sulla panchina di un parco, contro le pareti azzurre del California Pub o davanti al palco del locale dove si fa karaoke, Get On, Baby!, un tango di Gardel, un lieder di Schubert, Mambo italiano, tutti in finlandese; e volti imperscrutabili, battute fulminee, silenzi, rotti solo, ogni volta che qualcuno accende una radio (niente tv, nei film di Aki, solo cinema e radio) da un ininterrotto notiziario sulla guerra in Ucraina. Perché non siamo in un mondo a parte, ma in un hopperiano (Edward), triste mondo attuale; anzi, appeso a una parete del California Pub c’è addirittura un calendario del 2024, e chissà cosa vuole dire. Tutto qui: basta poco per catturarti il cuore e lo sguardo, basta essere bravi e limpidi come Aki Kaurismaki. E avere a cuore la gente, come lui e come Chaplin, l’altro spirito guida di questo film, intravisto nei poster fuori dal Ritz e in certe inquadrature e citato nel nome che Ansa dà alla randagia che adotta, una rossiccia di media taglia che pare incredula di aver trovato qualcuno che si occupi di lei. Perché, tra i tanti lati umani di un film di Kaurismaki, non poteva mancare quello canino.

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venerdì 2 giugno 2023

Lita Grey

 

Il suo non è certo un nome che si ricorda: eppure - anche se non lo sapete - è in qualche modo un nome famosissimo che tutti conoscete. 

Perché Lita Grey - che recitò in una manciata di film di Chaplin come comparsa a partire dal Monello (1921) (dove era un angioletto: aveva solo 12 anni) - è legata a uno scandalo molto importante e a un grande romanzo del Novecento.


(da Il monello (1921) - Lita Grey)

Andiamo con ordine. Lita, il cui vero nome era Lillita Louise Mac Murray incontrò Chaplin quando aveva solo 8 anni. A 12 ebbe la parte nel Monello. Poi incontrò di nuovo il grande comico e regista quando ne aveva 15: lui stava facendo dei provini per il suo prossimo film, La febbre dell’oro (1925). Fu in quel momento che la ragazzina e Chaplin ebbero una relazione: lei restò incinta e a 16 anni diede alla luce il primo figlio di Chaplin, Charles Chaplin Jr. 

La  questione era seria: Chaplin avrebbe potuto finire in galera per aver avuto una relazione con una minorenne. Per evitare lo scandalo si recarono in Messico, dove venne tenuto in fretta e furia un matrimonio riparatore. A distanza di dieci mesi dalla nascita di Charles jr, nacque un’altra figlia, Sydney. 


L’anno dopo avrebbero divorziato: Chaplin si era già dedicato ad altre donne. A Lita venne riconosciuta una “buonuscita” di 600 mila dollari: la cifra più alta mai pagata sino allora in un divorzio. 
Se ora vi stata chiedendo quale fu il romanzo, la risposta è facile: Lolita, di Nabokov. È infatti a Lita (Lillita) e alla scandalosa relazione di Chaplin con la ragazzina che lo scrittore russo - poi naturalizzato americano - si sarebbe parzialmente ispirato.

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venerdì 23 luglio 2021

Il primo ragazzo (Pervyy paren) – Sergej Parajanov

un film figlio del suo tempo e dell'ideologia (ma quanti non lo sono?) che riesce a essere divertente e fresco.

un po' neorealista, un po' comico, un po' commedia degli equivoci, il film riesce ancora a far divertire, come quei film muti o quasi, di Charlot, o giù di lì, un po' zavattiniano, magari.

buona, divertente e divertita, visione - Ismaele


 

 

Fra i film "di regime" girati da Paradžanov prima della sua svolta personale e artistica del 1964, questo è forse uno dei più sopportabili, grazie a una messa in scena sbarazzina (sebbene naturalmente molto impostata), a una fotografia dai colori vivaci (belli soprattutto i cieli rossi al tramonto) e alle numerose canzoni patriottiche che donano alla pellicola un tono leggero, per l'appunto quasi da musical. Ambientato in un kolchoz ucraino nel quale seguiamo la vita di un gruppo di "giovani comunisti", fra amori e corteggiamenti, studio e lavoro nei campi, sagre paesane e balli contadini, ricorda un po' "Il fiore sulla pietra", anche perché ne condivide l'attore protagonista (Georgij Karpov, che secondo me assomiglia all'Aleksey Batalov di "Quando volano le cicogne"). Il giovane Juscka – come ci spiega la voce narrante – si ritiene il ragazzo più in gamba della regione, e in effetti il suo comportamento audace e spudorato lo rende assai popolare presso gli amici e le ragazze (benché non riesca a fare breccia nel cuore della bella Odarka, allevatrice di maiali e ottima atleta ma dotata di un caratterino pari al suo). La sua leadership sembra vacillare quando nel villaggio ritorna Danilo, appena congedato dall'esercito, che ben presto diventa il centro dell'attenzione di tutti e stimola i compagni a fare sport (corse ciclistiche o campestri, partite di calcio). Juscka lo crede anche suo rivale in amore, e per mettergli i bastoni fra le ruote si "arruola" come portiere nella squadra avversaria durante un incontro amichevole. Alla fine, però, gli equivoci saranno risolti e l'amicizia e l'amore trionferanno. A tratti quasi corale (a quella di Juscka e Danilo si intrecciano altre storie parallele, come la vicenda romantica fra il negoziante Sidor e la bambinaia Frosenka), il film può essere considerato un equivalente sovietico delle contemporanee pellicole occidentali a sfondo giovanile: naturalmente qui i valori sono quelli del lavoro e della solidarietà, che vanno di pari passo con l'amicizia, l'amore e lo sport.

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The least typical of Sergei Paradjanov's feature films. It's a light comedy set in a Ukrainian collective or kolkhoz. The plot involves model communists Danila (a recently demobbed soldier) and Odarka (whose hair is as golden as the Ukrainian wheat) trying to get a football team started despite the general apathy of the other youngsters.Chief culprit is Yushka, a blacksmith and general jack-the-lad. He loves Odarka and she loves him, but neither is able to tell the other.Untypical: There's comic relief from habadasher Sidor Sidorovich, whose shop gets frequent visits from the equally love smitten teacher Frosya and her horde of infants. There are ridiculously patriotic songs with lyrics about the glories of the harvest. And yet… It's almost a musical, as I suppose all Parajanov's films are to some extent. And it glories in the Ukrainian landscapes with its fields of corn and sunflowers and amazingly blue skies.

da qui

lunedì 17 agosto 2015

Unknown Chaplin (Alla ricerca di Charlie Chaplin) – Kevin Brownlow, David Gill

documentario su Charlie Chaplin, regista e attore, una storia tutta filmata attraverso alcuni rari pezzi di film, girati a suo tempo, ma mai entrati in un film di o con Charlie Chaplin, rari perché a quei tempi si buttava tutto.
se qualcuno non l'ha capito Chaplin era un genio, e anche più, un infaticabile lavoratore, un perfezionista, un tombeur de femmes, fra le altre cose.
che amiate Charlie Chaplin o ancora no, cercate questo film, pura gioia e delizia per tutti, poi sarà solo amore - Ismaele






La pellicola, come si evince dal nome, raccoglie il materiale scartato da Chaplin al montaggio durante tutta la sua carriera, recuperato e rimontato dagli studiosi di storia del cinema Kevin Brownlow e David Gill, ai quali la vedova del grande regista, Oona O'Neil, ha messo a disposizione gli archivi personali del marito, ai quali nessuno aveva mai avuto accesso precedentemente. Da questo archivio emerge quanto Chaplin fosse un perfezionista nel suo lavoro…

È un 'laboratorio' tormentato e inesauribile quello che Kevin Brownlow e David Gill svelarono trent'anni fa nel loro film "Unknown Chaplin". Quel film nasceva da un ritrovamento che per gli storici divenne "la scoperta del secolo": le ricerche di Brownlow e Gill avevano portato alla luce una quantità di materiale insospettato e stupefacente sui metodi di lavoro di Charlie Chaplin. Tra scene tagliate, copie lavoro, prove filmate, sequenze "di famiglia", lo spettatore viene ammesso ai segreti di un irripetibile universo creativo, per la prima volta coglie tutta l'immensa complessità, il tormento dei ripensamenti, la luce delle intuizioni, il ferreo controllo che sta dietro la semplicità universale del cinema di Chaplin. Pietra miliare per gli studi chapliniani, esperienza emozionante per chiunque ami il cinema di Chaplin, questo film unico e da trent'anni introvabile viene riproposto in una edizione DVD, sottotitolata e arricchita di extra. Il libro che lo accompagna, e che ci restituisce ogni passaggio della realizzazione del documentario, è un diario di bordo e una detective-story, narrata da Brownlow con squisita ironia britannica e illustrata da cinquanta rare fotografie d'archivio.

Indispensable for any Chaplin fan and important and highly intriguing for anyone who cares about film history, this three-volume series offers the outtakes and unreleased tracks of the Little Tramp's storied career. Archivist Kevin Brownlow and David Gill meticulously and ingeniously piece together previously unseen footage from Chaplin's private collection, demonstrating in part 1 how painstakingly the director developed gags in such short films as The Cure and The Immigrant.Part 2 is less essential, but offers the famous behind-the-camera intrigue of the making of his classic City Lights, a film in which pokey perfectionist Chaplin makes Stanley Kubrick look like a caffeinated, indie tyro rushing through production. Part 3 demonstrates how Chaplin recycled ideas he discarded early in his career for use in later film. It includes a historic first--one of the first extended sequences Chaplin shot trying to break out of the Little Tramp mold. Doubly amazing is how fresh and funny and effective Chaplin's filmmaking remains today, nearly a century later.
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This is an in-depth UK documentary series examining the film making methods and techniques of Charles Chaplin narrated by James Mason. Silent film historians Kevin Brownlow and David Gill show us never before seen out-takes from Chaplin's films, and other rare footage including pratfalls edited out when Chaplin became injured. Unknown Chaplin gives a valuable insight into the creation of Chaplin's films and the behind the scenes meticulous preparation and production. Included are interviews with relatives and other people who knew and worked with Chaplin (Geraldine Chaplin, Sydney Chaplin, Virginia Cherrill, Jackie Coogan, Alistair Cooke etc. ). The documentary is in three 52 minute segments: My Happiest Years; Hidden Treasures; and The Great Director. Accompanied by excellent music by Carl Davis, much adapted from Chaplin's own musical scores


qui la terza parte:

venerdì 12 dicembre 2014

Paura dei comunisti al cinema

(molto più facile trovare film sullo schiavismo che sulla lotta di classe)

Dopo la seconda guerra mondiale, per una ventina d’anni, negli Usa la paura del comunismo trovò un rimedio nel maccartismo, che creò delle liste di artisti che erano sospettati di essere comunisti, o anche solo di non combatterlo, avevano atteggiamenti amichevoli, dicevano gli inquisitori.
Fu una caccia alle streghe e vennero create liste di proscrizione, blacklist le chiamavano, l’accusa era spesso di essere comunisti o simpatizzanti. La prima” lista nera“ fu stilata nel 1947.

…al termine delle udienze dieci fra i ‘testimoni non amichevoli’, rei di non avere collaborato con l’HUAC e di non averne riconosciuto l’autorità, vennero condannati per oltraggio alla Corte a un periodo di reclusione da un minimo di sei mesi a un massimo di un anno: si trattava dei registi Herbert Biberman ed Edward Dmytryk, degli sceneggiatori Alvah Bessie, Lester Cole, Ring Lardner Jr, John Howard Lawson, Albert Maltz, Samuel Ornitz, Dalton Trumbo e del produttore Adrian Scott, famosi all’epoca come ‘i dieci di Hollywood’, per la cui liberazione si mobilitarono personalità del mondo intero…

Tra i nominati nelle liste c’era Charlie Chaplin (tra l’altro in “Tempi moderni” si sventolava la bandiera rossa) e Herbert Biberman, che nel 1954 girò un film intitolato “Salt of the Earth” (malamente tradotto in italiano come “Sfida a Silver City”), che fu anche l’unico a essere blacklisted, praticamente negli anni ’50 non fu possibile vederlo negli Usa, apparve in un cinema nel 1965.
Pare che la genesi del film stia nel fatto che tutti quelli che ci lavorarono erano nelle liste nere, non potevano lavorare negli Usa, e allora si dissero: visto che ci accusano di essere comunisti facciamo un film pro-comunista.
Fino al 1979 fu l’unico film Usa che poteva essere proiettato nella Cina comunista.

QUI il film completo, in inglese.

Come accade nella vita alcuni confessarono (per esempio Edward Dmytryk ed Elia Kazan) incolpando altri, l’uomo è debole, molto spesso.
Qui si possono leggere i nomi di che stava nelle liste.

domenica 15 giugno 2014

Charlot emigrante



17 giugno 1917: viene proiettato per la prima volta il film "Charlot emigrante"


la scena nella quale Charlot prende a calci in impiegato dell’ufficio immigrazione venne portata, tra le altre, come prova del suo anti-americanismo, quando fu costretto ad abbandonare gli Usa durante il maccartismo, nel 1950

lunedì 20 gennaio 2014

21 Gennaio 1921: esce «Il monello», di Charlie Chaplin

Secondo alcuni la perdita del figlio gli ispirò il soggetto. L’incontro tra Chaplin e Jackie Coogan fu un colpo di fulmine, nacque prima un’amicizia speciale tra i due, solo in seguito pensò di scritturarlo nella sua compagnia, e quando la lavorazione del film iniziò Jackie fu perfetto: Chaplin, non potendo interpretare lui il ruolo, così come desiderava per tutti i ruoli dei suoi film, trovò spontaneo, naturale e perfettamente plasmabile alle sue indicazioni il bambino. Probabilmente, l’intesa tra i due, fu dovuta anche alla peculiarità della personalità di Chaplin capace di vedere gli aspetti della vita come attraverso gli occhi di un bambino.Charlie Chaplin comunque riusciva ad interpretare il film in maniera molto realistica inoltre sapeva far ridere anche nelle scene tristi.
se qualcuno non si ricorda qualche scena:

mercoledì 30 ottobre 2013

La vita di Adele - Abdellatif Kechiche

E’ un film d’amore, e non solo, e anche un gran bel film. La storia è divisa in due parti (1&2), la prima quella dell’innamoramento e amore, la seconda quella della delusione e della realtà. Adele è una ragazza curiosa della letteratura e della vita, Emma una ragazza più grande, artista e oggetto della devozione di Adele. Quando tutto finisce fra loro Adele non riesce a dimenticare, ancora il mondo non l’ha corrotta, Emma ha progetti ambiziosi e archivia Adele.

Come nei film precedenti Abdellatif Kechiche è straordinario nel raccontare i giovani (francesi), nell'età fra i 14 e i 18 anni, come pochi riescono, senza usare trucchetti. I suoi giovano sono veri, e vivi.
La scena finale è come quella di “Tempi moderni”, Adele cammina inquadrata di spalle, solo che Adele è sola e non c’è tanta speranza come c’era per Charlie Chaplin e Paulette Goddard.

Il film ha avuto molte critiche a volta scandalizzate per il sesso che le due ragazze non risparmiano davanti alla telecamera del regista, in realtà non c’è assolutamente niente che dia fastidio, non c’è niente di sporco o morboso, le tre ore della durata del film non pesano, non ci si annoia un minuto, tutto il tempo è necessario per raccontare anche i dettagli.

Ps: c’è qualcosa che scandalizza, che una ragazza a 20-22 anni possa diventare maestra, Adele è una maestra giovanissima, lo scandalo è che da noi una giovane o lavora in un call center, semischiava, o non lavora, lo scandalo è tutto nostro, bisogna ringraziare il film anche per questo, un giovane che lo vede può capire anche che un lavoro da semischiavi non è l’unico possibile - Ismaele

 

 

qui racconta qualche retroscena del film il regista Abdellatif Kechiche


…Abdellatif Kechiche porta sullo schermo tre ore che diventano Attimo, quell'attimo fugace e intenso che poche volte è possibile cogliere sullo schermo, Léa Seydoux ed Adéle Exarchopoulos si buttano a capofitto nel travolgente flusso narrativo, senza interpretare ma semplicemente "vivendosi". Ed il resto è tutto sensazione, atmosfera, essenza…

da qui

 

La vita di Adele è un’opera d’arte totale. Kechiche guarda alla letteratura, alla pittura, alla scultura, al cinema degli anni Venti. La scoperta dell’amore e del sesso per Adele avvengono come per quella Marianne la cui vie viene raccontata in un celebre romanzo di Marivaux. La fisicità delle due protagoniste è limpida e delicata come quella di marmoree statue da museo neoclassico, romantica e avvinghiata come quella posseduta dagli amanti di Klimt, mai scomposta o diabolica come nelle folli rappresentazioni di Egon Schiele. Ma c’è ampio spazio anche per citare e mostrare Lulu – Il vaso di pandora (1929) di Pabst, che, non a caso, raccontava anch’esso di una passione a dir poco tormentata.

Insomma, La vita di Adele è un grandissimo film, di quelli che si fanno ancor più belli nella nostra mente nei giorni successivi alla visione, che sa farsi ricordare per la completezza e la compiutezza resa on screen al sentimento amoroso. Raramente il cinema si è avvicinato così tanto alla realtà.

da qui

 

…Inspiegabilmente, La vie d'Adèle è un film soffocante.
Nonostante la macchina da presa a mano, non fa filtrare neanche un po' d'aria. E questo va bene nel finale di delusione, ma cosa c'entra con la prima parte, la scoperta dell'amore? Sono squilibri che neanche la giovane attrice protagonista, per quanto eccellente, può coprire. La prima parte del film è uguale alla seconda – le risate si trasformano in pianti, le carezze in schiaffi, ma La vie d'Adèle non cambia.
Questi i difetti. Non mi concentrerò sulla banalità dei dialoghi, che ho trovato davvero mal scritti. Con una certa cattiveria, si potrebbe dire che sono già sentiti, a rischio ovvietà, come il film stesso. Ma La vie d'Adèle, progetto di un capolavoro, mi ha fatto pensare proprio a questo: che sia la vita ad essere banale?

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…Non ci si aspetti dunque spettacolarità, pruriginosi sguardi erotici (poiché nella lunghissima scena di sesso esplicito viviamo la pulsione sessuale e la vitalità della giovinezza, né visioni disperate né visioni idilliache e stilizzate), noiosi dialoghi risaputi, ma Vita, speranze, pianti e carezze, che procedono in una lunghezza assente che si fa 'passare del tempo', 'passare degli anni', sempre come se 'il passato fosse morto da pochissimo tempo'. E' così che Kechiche entra nella Vita come pochi avevano fatto, secondo un progetto ambizioso che chiunque regista dovrebbe porsi, e che qui si realizza, senza farci sentire onnipotenti perché conosciamo qualsiasi sfaccettature della protagonista, ma facendoci sentire parte dell'umanità, paradossalmente meno soli, facendoci tirare un sospiro di sollievo per la possibile solidarietà che noi vediamo costruirsi da parte nostra nei confronti di una protagonista dispersa…

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 Non si tratta dunque di un film sul lesbismo e le sue difficoltà, ma di un film sulla condizione umana nel secondo decennio del 2000, nella società europea e nel suo ceto medio dominante, di un film che conferma la bravura di un autore e ne mostra nel modo più pieno le aspirazioni e le ossessioni e ne dimostra i grandissimi pregi, ma anche la fatica o il rifiuto di sollevare il suo sguardo oltre ciò che appare. Ci sono dei modi possibili di andare oltre, di mirare più in alto, di volare più alto? Ci sono, si tratta solo di cercarli.

La fotografia pur densa e amara del mondo così com’esso oggi è, non può più bastare, e si tratta insomma di cercare i modi di guardare dietro, oltre, sopra. Il cinema e le altre arti non riescono più a farlo, sono rarissimi gli autori che vi si cimentano e che hanno la forza di dirci qualcosa di nuovo, che ci dia qualche appiglio per uscire dalla melma di questo presente; ma se non fanno questo, che fanno?

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…Se c'è una forza nel cinema, è quello della persistenza delle immagini nella nostra memoria. Di Adèle e di Emma, Kechiche ci racconta la tranche de vie che li legherà per sempre nella pellicola del regista, così come Emma ha immortalato sulle sue tele la giovinezza di Adèle. Nel cinema contemporaneo è ormai raro che ci si ritrovi a chiedersi cosa succederà ai protagonisti, in questo caso ad Adèle, dopo che avrà voltato l'angolo di quella stradina; un po' come quando Antoine Doinel, alla fine de "I 400 colpi", ci guardava negli occhi, invocando anche il nostro intervento, allora vorremmo raggiungere Adèle, abbracciarla, e poterle dire che per andare avanti bisogna lasciarsi qualcosa alle spalle.

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…Kechiche, come se seguisse la lezione di Bourdieu, non ci fa vedere le differenze di classe come se rimanessero sullo sfondo mentre l’individuo persiste nella sua unicità e nel suo amore fuori dal tempo. Le differenze di classe si insinuano nel profondo dei nostri atteggiamenti, sono iscritte nei nostri corpi, nei nostri desideri. Adèle è esclusa dalle discussioni colte dall’ambiente artistico di Emma, mentre il suo desiderio sarà solo quello – modesto agli occhi di Emma – di diventare una maestra d’asilo. I mondi pian piano si separano perché l’amore è anche fatto di queste cose, della contingenza crudele delle differenze sociali. E del fatto che l’ideale sociale a cui la nostra classe ci dice di dover appartenere a volte semplicemente non si accorda col nostro desiderio inconscio.

La grande lezione di Adèle però rimane la fedeltà al proprio amore, struggente e bellissima che va oltre a tutte queste separazioni. Perché la fedeltà all’amore non è la fedeltà alla fusione dell’Uno, ma la fedeltà alla differenza apertasi per la prima volta, dopo la quale il mondo non sarà mai più come prima. Imparare a vivere dopo quella ferita, vuol dire semplicemente imparare a vivere. Senza mai smettere di crederci. Seguendo sempre il proprio desiderio. I will follow, come canta Adèle ballando malinconica sulle note di Lykke Li.

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…Kéchiche – lo aveva dimostrato nei suoi film precedenti – ha il dono raro di catturare la vita, di catturarne il respiro, il ritmo interno, l’essenza quasi biologica, corporea, fisica, più che psicologica. Sono in molti ormai a usare ossessivamente la macchina a mano, ma come lo fa lui ci riescono in pochi, lui i suoi personaggi non solo li pedina con la cinepresa, ma li sfiora, li tocca, li avvolge, li penetra. La carnalità, prime che nei letti abbondantemente sfatti di Emma e Adèle, sta nella relazione che si stabilisce tra la cinepresa di Kéchiche e i corpi che ritrae. Vero, come dicono molti suoi critici, che non ha il dono dell’ellissi, che non sa tagliare, che è prolisso, che non tralascia nessun dettaglio, che i suoi film sono sempre troppo lunghi. Ma ci sta, è il prezzo da pagare se vuoi stare e vuoi situarti all’esatto livello di ciò che mostri e racconti, e poi ogni autore ha la sua impronta, Kéchiche è questo, e visto che ne escono quasi sempre cose mirabili non mi pare il caso di lamentarsi…

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