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sabato 6 dicembre 2025

Othello – Orson Welles

mi è capitato di vedere Othello al cinema, mi sembrava brutto non andarci, e non me ne sono pentito, la sala cinematografica, finchè esiste, è sempre meglio di uno schermo in casa.

la storia è quella di Shakespeare, riguarda Otello, guerriero nero che a Venezia è un idolo.

si sposa con una donna bellissima, Desdemona, sono profondamente innamorati, la felicità è tutta per loro, ma c'è un traditore di nome Jago, uno stratega delle debolezze umane.

Orson Welles è l'ottimo regista, e anche protagonista, in un film che nonostante mille difficoltà di realizzazione è davvero un capolavoro.

non perdetevelo, è Cinema, gioia e stupore per gli occhi e per la mente, promesso.

buona (shakespeariana) visione - Ismaele 

ps1 - il film è sempre d'attualità, i femminicidi sono sempre numerosi, in realtà Desdemona subisce un terribile femminicidio.

ps 2 - provate a pensare che al posto di Jago ci sia Zelensky, col suo fare mellifluo, imperioso e servile insieme, quante cose sapeva prevedere Shakespeare...


 

QUI si può vedere il film completo, in italiano

 

 

…Finalmente nel 1952 porta a termine Othello, girato in tre faticosi anni tra l’Italia (Studi Scalera a Roma con esterni a Venezia, in Toscana, Viterbo, Perugia, Isola di Torcello) e il Marocco (Mogadir, Sali, Mazagan). Il film presentato il maggio di quell’anno al Festival di Cannes ottiene il Grand Prix ex aequo con Due soldi di speranza di Renatò Castellani. Il film-Odissea Othello anche se risente delle difficoltà di produzione, quanto a omogeneità è un capolavoro ispirato. Welles si circondò di collaboratori molto capaci fra cui Michael Mac Lammoir (vecchio amico e maestro) che diede vita a uno Jago straripante e feroce la cui diabolica natura è originata da un’irrisolta sessualità malata. Sazanne Cloutier (Desdemona) in alcune scene è sostituita da Betsy Blair e da Lea Padovani; Joseph Cotten appare nelle vesti di un senatore. Le musiche della colonna sonora sono affidate a Francesco Lavagnino.
Quanto al rapporto Shakespeare-Welles molti trovano confuse e teatrali le trascrizioni wellesiane. Sadoul, pur parlando di 
Othello come di un’opera “che vorrebbe apparire preistorica ma che è più che altro affine a quella di uno zoo con le sue rocce di cartapesta”, lo ritiene “opera di gran lunga migliore e uno dei film più notevoli della serie scespiriana”; Guido Fink ritiene che “le leggende fiorite intorno a Welles (...), grande Scholar scespiriano fin dalla più tenera infanzia appaiono fra le più risibili, e l’indubbia dimestichezza del regista con il poeta risulta invece improntata a una buona dose di antiaccademica disinvolta”.
La critica più recente parla di Othello come di opera imprevedibile “dove (Welles) mette insieme in un montaggio che è un fuoco d’artificio inquadrature girate in tempi e luoghi diversi.” (Adriano Aprà), mentre Enzo Ungari in polemica con André Bazin e i difensori del “cinema-cinema” afferma che “i piani-sequenza di Orson Welles sono soltanto alcuni dei mezzi prodigiosi e molteplici con cui il personaggio ha lavorato per avvolgere il caos della sua esistenza nella logica di un’opera d’arte, la stessa che permette di legare rigorosamente un piano americano di Othello girato a Venezia con il suo contro-campo girato in Marocco.”.
Per altre considerazioni si dovrà aspettare lo stesso Welles che condurrà la propria esegesi in Filming Othello, un documentario che, suggerito a Welles dall’amico e regista Carol Reed nel 1952, vide la luce venticinque anni dopo, nel 1977.

da qui

 

…Un film che è dunque più vicino all’arthouse cinema europeo che non al cinema americano coevo, e che in Europa (e dintorni) trova location reali, storiche, lontane dai set preparati ad hoc nei teatri di posa americani: così Welles può girare a Venezia il matrimonio segreto di Otello e Desdemona nella Chiesa di Santa Maria dei Miracoli, luogo scelto ancora oggi per le nozze da tanti veneziani, può sfruttare il cortile di Palazzo Ducale e la sua Scala dei Giganti, può girare alla Ca’ d’Oro e inquadrare veri, labirintici incroci di canali; può andare in Marocco e sfruttare una cisterna portoghese con apertura circolare sul soffitto per creare una camera da letto simile alla Camera degli sposi di Mantegna, mantenendo altissimo il livello culturale dei suoi riferimenti.[7] La tendenza di Welles a seguire lo sperimentalismo degli autori europei e a rifarsi continuamente a modelli colti del vecchio continente è un aspetto che, se ancora non entrato nei gusti di studios e pubblico durante la crisi di Hollywood negli anni Cinquanta, diventerà un riferimento fortissimo e fondamentale per gli autori della New Hollywood, che cominceranno a lavorare un decennio dopo l’esperienza europea di Welles.[8]

da qui

 

Orson Welles probabilmente è stato il regista più sfortunato della storia del cinema, poichè l'unica volta che poté girare in condizioni produttive normali come tutti gli autori che si rispettino, ha tirato fuori con Quarto Potere (1941), quello che a tutti gli effetti è il miglior film della storia del cinema probabilmente o comunque giù di lì. Ogni sua opera successiva venne paragonata con l'intenzione di sminuirla al suo primo film, non considerando il fatto che non era tanto il regista ad aver subito un calo, ma le condizioni lavorative impietose con ingerenze marcate degli studios e final cut negato in post produzione dove le sue pellicole venivano rimaneggiate brutalmente tanto che ora oggi anche quando si è potuti recuperare qualcosa, comunque non abbiamo dei veri e propri final cut ma versioni che si presumono più vicine alla volontà del regista. Con Othello (1952), secondo adattamento di un'opera di Shakspeare dopo il bellissimo Macbeth (1948), si introducono nuove difficoltà per il regista; i problemi produttivi con soldi che inizialmente vi sono, poi in corso d'opera scompaiono con il risultato di avere delle lavorazioni travagliate. 

Welles era partito con le migliori intenzioni anche questa volta, ma dopo pochi giorni dall'inizio delle riprese il produttore del film va in bancarotta con il risultato che il regista si ritrova al palo con una lavorazione già avviata, decidendo caparbiamente di investire in prima persona nel progetto, arrivando a sospendere per almeno tre volte la lavorazioni per reperire i soldi tramite suoi ingaggi come attore in altri film, giungendo infine dopo circa tre anni di lavorazione ad ultimare l'opera…

da qui

 



venerdì 14 febbraio 2025

The Brutalist - Brady Corbet

la storia di László Toth è quella di tutti gli immigrati poveri negli Stati Uniti d'America (dove tutti sono migranti di prima, di seconda, di n-generazione, gli indigeni sono stati, quasi tutti, sterminati).

i (merdosi) riccastri degli Usa sono corrotti, antisemiti (solo con gli ebrei poveri), a volte sono come Henry Ford, massone di Rito Scozzese al massimo grado e sostenitore dei nazisti e di Hitler.

László (interpretato da Adrien Brody) arriva a Ellis Island e sarà ospitato dal cugino (interpretato da Alessandro Nivola, nipote di Costantino Nivola, muratore e architetto, fra le tante arti che ha esercitato, e Ruth Guggenheim, arrivati a New York dall'Italia nel 1939, per sfuggire alle leggi razziali), poi starà in un dormitorio e infine incrocia, in qualità di architetto, il riccastro Van Buren (interpretato da Guy Pearce), un tipo alla Trump, tutto si può vendere e comprare, e quello che non gli danno se lo prende con la forza. 

il sogno americano è un incubo per quasi tutti, per quelli che non comandano niente.

e poi succedono mille avvenimenti, e riesce ad arrivare, dopo anni, la moglie Erzsébet (interpretata da Felicity Jones).

intanto per una volta, nelle multisale, non ci sono dieci minuti di pausa con le immagini di bibite e popcorn gravemente dannosi per la salute, ma per un quarto d'ora d'intervallo, imposto dal regista, sullo schermo c'è l'immagine fissa della foto del giorno di matrimonio di László e Erzsébet, a Budapest, davanti alla sinagoga.

il film dura tre ore e mezzo, e ogni minuto è necessario, ed è cinema di altissimo livello (forse l'epilogo alla Biennale di Venezia è di troppo, questione di gusti).

ci sono tante idee, citazioni, suggestioni, da Paul Thomas Anderson a Orson Welles (per esempio la processione sul crinale della collina sembra, almeno per me, un omaggio a Welles, da Othello).

insomma, uno dei più bei film dell'anno, da non perdere, se vi volete bene.

buona (prolungata) visione - Ismaele



 

…Il progetto consentirà  a Toth di ricongiungersi finalmente con la moglie Erzsebet (Felicity Jones, nel miglior ruolo della sua carriera), inizialmente rimasta in Ungheria e costretta in sedia a rotelle a causa degli stenti patiti durante la guerra, e con la figlia autistica Zsofia (Raffey Cassidy, sempre più brava e inquietante), ma lo renderà anche completamente succube dei soldi e soprattutto dei capricci di Van Buren, le cui divergenze artistiche sulla costruzione dell'opera mineranno irreversibilmente il fisico e la psiche dell'architetto, spingendolo sull'orlo della pazzia e rendendolo sempre più schiavo dell'oppio e della droga. Il rapporto malato tra i due uomini ha ricordato a molti critici, con ragione, il cinema bigger than life di P.T. Anderson, sia ne Il Petroliere che soprattutto in The Master, prendendolo come pietra di paragone per mostrarci un'America violenta, prevaricatrice, razzista, che sfrutta gli stranieri e gli immigrati per tornaconto personale e li getta via come scarpe vecchie una volta che non gli servono più.

The Brutalist per almeno 3/4 della sua durata è un film strepitoso, ambizioso, perfino eccessivo, e proprio per questo ancora più coraggioso e meritorio. Solo nell'ultima parte si sfalda un po', prendendo (forse volutamente) una piega eccessivamente cupa e arrivando in qualche caso al limite del buon gusto (come nella scena in assoluto più drammatica e sopra le righe, quella girata nelle cave di marmo di Carrara - che non intendo svelarvi - in cui la relazione tossica tra i due protagonisti arriverà al punto di non ritorno) ma che non intacca minimamente l'epicità della storia nè la morale di fondo: di come, cioè, la ricerca di una nuova Patria possa spesso avvenire a scapito dell'esclusione e della sofferenza altrui. Perchè il fine giustifica i mezzi, nella società ultracapitalista. E perchè, come spiega il protagonista a un passo dalla morte, "nella vita conta la méta, non il viaggio".

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In sintesi, "The Brutalist" è il più classico dei "vorrei ma non posso". Malgrado elementi di pregio e sequenze notevoli (le cave di Carrara su tutte), mantiene poco rispetto alle sue smisurate ambizioni. Se l'architettura è, come sosteneva Le Corbusier, "capacità di stabilire attraverso materie inanimate dei rapporti in movimento", Corbet qui fa esattamente il contrario, utilizza i rapporti in movimento tra immagini e suoni ma non riesce mai veramente ad animare i suoi personaggi e la sua storia, troppo impegnato ad aprire parentesi mai chiuse. A visione finita, la lotta immane di Toth per erigere un edificio che non si sa bene se sia una biblioteca, una chiesa o un centro congressi, ricorda anche troppo il rapporto di Corbet con il suo film, una figura immensa che sembra ancora in gran parte prigioniera del marmo. Chissà che la citazione di Goethe che apre il film, "nessuno è più schiavo di chi si crede libero", non si possa leggere anche come una sottile autocritica.

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…The Brutalist vuole ribaltare il mito del sogno americano: non c’è spazio per i momenti di gioia, niente scorre liscio, si entra continuamente in conflitto con la società e il sistema capitalistico per mantenere la propria identità, un puzzle che lentamente cade a pezzi e i tentativi per ricostruirlo non possono avere effetti.

Corbet maneggia la sceneggiatura per creare un’opera ineccepibile dal punto di vista audiovisivo, costruendo una messinscena che nei 215 minuti non risulta essere mai pesante, lasciando lo spettatore di fronte a un lungometraggio, sì, lento, ma martellante…

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Corbet realizza un’opera torrenziale, un affresco, una parabola sui tormenti di un artista, divisa in ouverture, epilogo e intermission. Questo perché Corbet si prende il suo tempo per creare un dramma epico con protagonista uno straordinario Adrian Brody. The Brutalist è un film audace, ambizioso, un film che usa le forme, i colori e il suono per sottolineare l’oppressione a cui è sottoposto Lázsló e i muri in cui si imbatte. László è un uomo a pezzi, troppo generoso per riuscire a sopravvivere in una società capitalista, quella stessa società che, attraverso le mire megalomani ed espansionistiche di van Buren, finisce per risucchiarlo…

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…The Brutalist è un'opera straordinariamente ambiziosa che sfida lo spettatore con la sua densità tematica e la sua durata considerevole. 

Corbet costruisce un film che è al tempo stesso un dramma storico, un ritratto psicologico e una riflessione sul ruolo dell'arte nella società  che rendono questa pellicola un'esperienza cinematografica intensa e indimenticabile.

E’ durata circa dieci anni la gestazione di questo film, vuoi per i soliti problemi di finanziamento (enormi per un film indipendente) vuoi per la pandemia, sta di fatto che The Brutalist possiede le stigmate di quei film che passano alla storia, quelle opere monumentali che sono un palcoscenico maestoso su un racconto carico di emozione e di drammaticità; l’opera di Corbet, che ricordiamolo è il più europeo dei registi americani, possiede la grandezza del Cinema che sa trasportare, il cinema eroico, quello che ti tiene incollato sulla sedia e con gli occhi sullo schermo; non a caso il regista decide di utilizzare il sistema Vista Vision a 70 mm il cui ultimo utilizzo era stato negli anni 50, proprio per rendere il più reale e coinvolgente possibile l’esperienza visiva, alla quale concorre una fotografia ed un bianco e nero elegantissimi e glaciali nella loro bellezza  ed una colonna sonora di Daniel Blumberg sempre ben coerente con lo sviluppo narrativo.

Il cast è eccellente ma le prove di Adrien Brody e Guy Pearce , entrambi candidati all’Oscar, sono al limite della perfezione nella loro perfetta adesione ai rispettivi personaggi.

Ribadiamolo, non è un film per tutti: la sua narrazione frammentata, i suoi toni cupi e la sua lunghezza potrebbero scoraggiare alcuni spettatori. Tuttavia, per chi cerca un cinema che stimoli la riflessione e offra un'esperienza estetica e intellettuale di alto livello, The Brutalist rappresenta un capolavoro contemporaneo che lascia il segno, uno di quei film che entreranno di diritto tra quelli che fra 50 anni verranno ricordati; basterebbe un film come questo, ogni 2-3 anni ,a far sì che il Cinema abbia una ragione di esistere.

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venerdì 31 gennaio 2025

Un día sin mexicanos (Un giorno senza messicani) - Sergio Arau

 (riprendo il post dell'otto 8 febbraio 2017)


in questi tempi trumpiani qualcuno potrebbe proiettare questo piccolo grande film, inizia come un giallo fantascientifico, poi diventa cronaca possibile (come lo era La guerra dei mondi, di H.G Wells, interpretato da Orson Wellestrasmessa il 30 ottobre 1938).
sarebbe bello che si facesse un film così in Italia, magari trasmesso in tv in prima serata, e a scuola; intanto accontentiamoci di questo, del 2004, un film che fa pensare e diverte insieme, cosa volere di più?
i sottotitoli del film (completo) sono in spagnolo, buona visione - Ismaele



…Se avete un'ora e mezza da impiegare, date un'occhiata a Un giorno senza messicani, forse lo troverete sconclusionato, forse lo troverete folle e povero di mezzi, ma sono sicuro che se saprete apprezzarne le intenzioni allora non solo vi divertirete ma addirittura riuscirete a perdonargli limiti e difetti. In mezzo alle innumerevoli trovate affastellate dal regista si staglia un uomo, un barbone, un pazzo che borbotta in modo incomprensibile una frase: "loro (i messicani) erano gli unici che ancora credevano al sogno americano, gli unici che speravano di poter ancora cambiare la propria vita venendo a vivere in un posto migliore...." Fa riflettere.
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…Immaginate un giorno che tutte le persone di un’etnia diversa dalla vostra o diversa dalle etnie "approvate" spariscano. Un giorno solo. Quelle persone di cui tutti si lamentano (sono ladri, vengono a prendersi il nostro lavoro), un giorno spariscono come misteriosamente inghiottiti da una nebbia che circonda l’Italia.
Solo che nel documentario la terra e’ la California, e l’etnia di cui tutti si lamentano (sono ladri, rubano, portano droga, violenza, e ci rubano il lavoro) e’ quella messicana. Il documentario, molto intelligentemente, fa notare che nella parola messicano sono racchiuse tutte le popolazioni di lingua spagnola. Un po’ come se hai gli occhi a mandorla sei cinese (e non coreano, giapponese eccetera).
Una strana nebbia circonda la California, isolandola da tutti i contatti con gli altri stati americani. E tutti i "messicani" quel giorno spariscono nel nulla. Spariscono quelli che sono li’ legalmente, e colo che sono li’ illegalmente. Non c’e’ differenza. Spariscono giornalisti famosi, attori famosi, ma anche persone che si guadagnano da vivere raccogliendo pomodori. Ovviamente quel giorno nessuno raccogliera’ pomodori, nessuno pulira’ le strade, nessuno lavera’ i piatti nei ristoranti. E i proprietari delle compagnie non si mettono a fare il lavoro che questi "messicani" sono venuti a rubare…
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La peculiarità di Sergio Arau è dunque quella di affidarsi a una sola situazione drammatica, che è davvero basica, per parlare della questione degli immigrati negli Usa, dei pregiudizi comuni, in particolare sui messicani e sugli ispanici in California…
…Ce n’è abbastanza di carne al fuoco per il poliedrico Arau, finora attivo per alcuni videoclip, ma anche come musicista, pittore e cartoonist, oltre ad aver collaborato con Jodorowski, e nell’insieme la satira, seppur con lievi eccessi didascalici, risulta intelligente e moderatamente divertente, sia per l’argomento trattato, sia per il come, che per l’appunto sfrutta il surreale per analizzare meglio il quotidiano. L’unica cosa che è mancata a questo film, tra l’altro presente in molti festival, è stata una buona distribuzione in sala (in Italia). D’altronde, grazie alla 01, si può sì recuperare il dvd, ma con un ritardo di ben cinque anni dalla sua uscita, e senza l’abbinamento di contenuti extra, che non avrebbero guastato visto anche l’interessante tema trattato. Tema che è ancora attualissimo, specie per noi e di questi tempi; e sarebbe certo curioso pensare a “un giorno senza rumeni” immaginando un disperato Berlusconi che chiede a gran voce il loro ritorno, e insieme a lui le famiglie senza badanti, per non parlare poi dell’edilizia.
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…Sergio Arau, figlio del più famoso Alfonso, colpisce al centro con questo divertente e intelligente film a tesi che si svolge in California ma potrebbe essere ambientato ovunque esista un’immigrazione rilevante.
Grazie a una nebbia carpenteriana che isola lo Stato Arau costruisce un film in cui la scomparsa dei messicani fa emergere tutte le contraddizioni di una società che ha ormai un bisogno ineludibile degli immigrati anche se poi, in alcune sue manifestazioni, li ritiene solo presenze dannose e parassitarie.
Lo stile adottato riporta alla memoria il caustico La seconda guerra civile americana, di Joe Dante, con una particolare attenzione alla ‘narrazione’ televisiva. Arau costruisce un saggio per immagini assolutamente godibile su come sia ormai il piccolo schermo a gestire l'immaginario collettivo indirizzandone l'attenzione e ri-costruendo gli accadimenti. Un gran numero di situazioni (così come le didascalie che vengono spesso sovrapposte alle immagini) spesso amaramente divertenti potrebbero essere trasferite, con le debite ma non sostanziali varianti, alle nostre latitudini. Il pregiudizio non ha confini.
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mercoledì 24 febbraio 2021

L’eredità working class del cinema noir - Leonard Pierce

Attualità e fascino del genere cinematografico con più coscienza di classe che sia stato mai prodotto negli Stati uniti

 

Se volete aprire una querelle tra critici cinematografici chiedete a tre di loro di definire il cinema noir. Non avrete tre risposte: ne riceverete una decina, con un gran bagaglio di puntualizzazioni e di sguardi interrogativi. L’etichetta di cinema noir è controversa. Chi faceva quel tipo di film non usava l’espressione «noir», preferendo l’etichetta descrittiva più prosaica di «crime drama». «Cinema noir» è una formula coniata alcuni decenni dopo, quando già si era smesso di girare quel tipo di pellicole, da brillanti critici francesi che pretendevano di capire la cultura americana più dei loro omologhi statunitensi. Quando il termine divenne d’uso comune, scoppiarono subito a gran voce dibattiti sulle caratteristiche dei film che rientravano in quella categoria. Addirittura, per molti il noir non era tanto uno stile quanto un periodo.

Ma una cosa è certa: a rendere questo genere, ormai vecchio di sessant’anni, tanto importante e attraente ai nostri giorni è il fatto che è il genere cinematografico con più coscienza di classe che sia stato mai prodotto in America.

Il Noir si è sviluppato nel periodo postbellico e viene in genere collocato in un arco temporale che va dal 1945 al 1960. Ai nostri giorni, nel XXI secolo, pensiamo a quegli anni come all’età d’oro dell’impero, con le sue tinte di luci al neon di nostalgia suburbana, di conformismo e isteria anticomunista, con l’ascesa del sogno americano. È l’immagine del paese che si è fissata anche nei prodotti culturali che raccontano quegli anni, da Happy Days a Mad Men

Ma la realtà è molto più complessa e oscura. Molti rimanevano esclusi da quella narrativa postbellica di un’America come regno di infinite possibilità. Certo, le realtà delle vite delle persone queer, delle donne e delle persone di colore di solito non compaiono nel cinema di quell’epoca e il noir dovette fare i conti con la censura del codice Hays, il codice di produzione cinematografica che impediva di discutere questi aspetti. Ma il cinema poteva portare in scena la classe, il fondamento dell’analisi materialista del socialismo, l’elemento di base del capitalismo.

Tuttavia lo faceva di rado, con l’eccezione del noir, in cui la classe non era solo una caratteristica essenziale della narrazione ma anche un elemento cruciale per la comprensione dell’opera: la classe plasmava il lavoro di registi e sceneggiatori, dava senso all’origine dell’opera, spiegava la disperazione fatalista e la violenza con cui i personaggi e la trama componevano l’azione. 

Consapevoli di quel che siamo

I più grandi registi del noir spesso si sono trovati a lavorare ai margini, esposti a difficoltà economiche e finanziarie e alla reazione politica. Fritz Lang dovette abbandonare la Germania quando i nazisti si impossessarono dell’industria cinematografica del paese; Orson Welles si ritrovò in balia dei boss dei grandi studios che lo consideravano troppo estremo e stravagante; Jules Dassin andò in esilio in direzione opposta a quella di Lang e lasciò l’America per la Francia dopo esser stato perseguitato per aver fatto parte del Partito comunista. 

Le origini letterarie del noir risalgono ai pulp magazine dell’era prebellica: erano giornaletti a buon mercato, messi assieme frettolosamente per un consumo di massa, stampati su carta di bassa qualità ottenuta dalla «polpa» (pulp) degli alberi – da qui l’origine del nome – scritti da autori sottopagati e di bassa reputazione che a volte avrebbero anche adattato la loro opera al grande schermo. Anche le stelle del cinema noir erano attori spesso al centro di scandali, noti per essere troppo indipendenti o poco collaborativi, oppure considerati privi della celebrità necessaria a sostenere una produzione di grosso calibro. Erano uomini e donne molto ben consapevoli della loro posizione di classe, perimetrata con recinti d’acciaio, all’interno dell’industria cinematografica. E loro stavano dal lato sbagliato. 

Non che tutte le star del cinema noir fossero desperados. Il genere noir, alla pari degli altri generi, era sottoposto ai vincoli del Codice Hays che, sulla base di un moralismo religioso e di una scarsa fiducia nelle menti impressionabili della working class, proibiva la rappresentazione dei criminali come personaggi verso i quali provare empatia e comprensione. E ovviamente i «cattivi» non dovevano sfuggire al giusto castigo. Ma lo status dei film noir, in quanto B-movie girati in studios da quattro soldi, alle spalle di film mainstream considerati più rispettabili, spesso permetteva loro di sfuggire allo sguardo del censore. Così i criminali divennero i personaggi principali e quello che li motivava era sempre la stessa ragione: erano poveri. Erano i perdenti della società, quelli spinti ai margini, gli sfortunati che dovevano fare il colpo che avrebbe permesso loro di farla finalmente finita con la miseria delle proprie vite.

Ma sarebbe un errore credere che questi film facessero passare il messaggio che i soldi sono la salvezza. Nel mondo tragico del noir, non si è mai fortunati e i soldi sono un sogno evanescente. Chi ce li ha è corrotto, compromesso col potere o schiavo della ricchezza. E chi non ce li ha non riuscirà mai a farli. 

Soldi sporchi

Nella spietata lotta di classe del cinema crime, delinquenti, criminali e rapinatori possono anche essere i «cattivi», ma le figure davvero spregevoli sono i ricchi e i banchieri. Perché i personaggi che compiono un furto sono ancora comprensibili, possiamo paragonarci a loro. Ma i ricchi, che siano quelli del mondo che si pretende onesto oppure siano dei furfanti, sono mostri, creature prive di sentimento, icone di crudeltà che per proteggere la ricchezza di cui già dispongono in abbondanza sarebbero disposte al doppiogioco e al patto col diavolo. Si rifiutano di seguire le regole anche quando hanno già truccato il gioco.

Questa dinamica si svolge in maniera eccellente in Giungla d’asfalto, il noir del 1950 di John Huston, in cui l’avvocato Alonzo Emmerich (interpretato da Louis Calhern) ha imbrogliato un gruppo di ladri ed è costretto ad ammettere di non avere il denaro promesso in cambio di un furto di gioielli. Il killer Dix Handley (Sterling Hayden) sogghigna con disprezzo: «Cos’hai dentro? Cosa ti tiene vivo?». Dix è un delinquente brutale, ma riconosce subito in Emmerich qualcosa che è comprensibile a ogni lavoratore: Emmerich è il padrone che ha due facce, quello che vuole prendersi il grosso della fetta senza assumersi i rischi e che li scarica sulle persone che ha contrattato.

Uno dei villain più minacciosi del cinema noir è Mister Brown (Richard Conte) in La polizia bussa alla porta di Joseph H. Lewis (1955). Non si tratta di un killer psicotico, di un enorme bruto o di uno spietato assassino. Brown è il contabile di una organizzazione criminale. Il denaro è sempre avvelenato e i profitti non sono mai puliti. 

La polizia e le donne nel cinema noir

Nel noir la presenza della polizia è controversa. In virtù dei vincoli del codice Hays di rado gli sbirri sono dipinti in maniera deliberata come «cattivi», nonostante fossero anni di forte razzismo e brutalità poliziesca. Molti noir rappresentano gli sbirri come eroi e solo alcuni puristi estremamente rigidi escluderebbero dal canone del noir certi film in cui il protagonista è in qualche modo collegato alle forze dell’ordine. Ma il noir non si è mai trovato a suo agio con i poliziotti e i suoi creatori avevano fin troppa familiarità, anche su un piano personale, con la faccia oscura della legge. 

Alcuni noir, come ad esempio Rapina a mano armata, il capolavoro di Kubrick, usano la figura del poliziotto corrotto; altri film mettono i poliziotti sullo sfondo, come presenze silenziose di un fallimento finale che arriva prima dei titoli di coda per rendere esplicito il destino dell’eroe destinato al castigo. Altri ancora, come Sciacalli nell’ombra (1951) di Joseph Losey (scritto da Dalton Trumbo, uno sceneggiatore nella lista nera del maccartismo) rappresentano i poliziotti come viscidi e prepotenti. 

Ma la maniera più comune di rapportarsi con la polizia è quella di metterla da parte prendendo come eroe un detective privato che agisce in maniera indipendente, di solito un «cockroach capitalist», un aspirante capitalista con le pezze al culo, che sta dal lato delle forze dell’ordine ma non è nelle forze dell’ordine. Il tipo ideale di questo modello è Philip Marlowe, il personaggio ricorrente della narrativa di Raymond Chandler, che disprezza la polizia. Marlowe, interpretato nelle pellicole noir da Dick Powell, Humphrey Bogart, Robert Montgomery e da altri attori dell’epoca classica, non ama gli sbirri e non si fida di loro, nel migliore dei casi li vede come un male necessario, più spesso come piccoli tiranni. Come ha evidenziato il critico marxista Fredric Jameson nel suo libro del 2016 su Chandler, la figura dell’ispettore permette di rifondare il romanzo picaresco, da tempo ormai sbiadito: a causa della sua posizione nella società, l’investigatore privato da solo può formare un ponte tra le fila più basse della working class e i piani alti dei super-ricchi, permettendo al lettore di cogliere le differenze con la propria vita, senza illusioni. Nonostante il noir sia spesso ambiguo nella maniera in cui rappresenta la polizia, non viene mai messo in discussione per chi lavorano davvero i poliziotti.  

Anche la posizione delle donne nel cinema noir è controversa. Ovviamente i film del genere crime erano il prodotto dei loro tempi e pertanto le donne avevano ruoli subordinati come mogli, madri o amanti e non erano mai i personaggi principali del cinema noir (nemmeno dall’altro lato della macchina da presa). L’attrice britannica Ida Lupino in tal senso rappresenta un’eccezione di rilievo e usò i suoi contatti negli studios per diventare una delle prime registe importanti di Hollywood e l’unica ad aver diretto un noir, ma molti film noir adattavano al grande schermo romanzi scritti da donne. Tra le ragioni per cui il cinema noir ha cominciato a perdere il favore del pubblico c’è anche l’ascesa della critica cinematografica femminista della fine degli anni Sessanta e degli anni Settanta, che vedeva la figura della femme fatale – la donna villain, assassina e col cuore di pietra – come uno stereotipo, l’archetipo offensivo della donna come tentatrice che porta sulla cattiva strada, col potere della sensualità, l’uomo innocente dal cuore d’oro. 

Ma questo è solo un lato della medaglia di quel tropo. Forse è altrettanto valido, se non più accurato, vedere nella femme fatale una donna che ha raggiunto lo stesso livello di consapevolezza di classe dei suoi omologhi maschili, nonostante la misoginia montante e le scarse opportunità riservate alle donne dell’epoca. Se la femme fatale usa la propria sessualità come un’arma, è solo perché è l’unica arma che ha a disposizione. 

Per ogni femme fatale rappresentata come poco più di un serpente tentatore in forma umana, ci sono poi personaggi più complessi, psicologicamente più profondi, come la sfortunata Agnes Lowzier (Sonia Darrin) ne Il grande sonno, costretta a scegliere tra half-smart guys, o come Annie Laurie Starr (interpretata da Peggy Cummins) de La sanguinaria del 1950, offesa in maniera figurata e letterale dagli uomini e decisa a restituire quel che ha subito «colpo su colpo». Non è difficile individuare nella paura del cinema noir verso queste donne una forma sublimata di paura verso la classe lavoratrice.

I valori del neorealismo

Se il cinema noir ha un proprio analogo cinematografico questo va cercato in un altro genere tipico di quegli anni, che ha affrontato molte tematiche simili, talvolta presentandole con lo stesso stile, ma in un altro continente: il movimento neorealista nell’Italia del dopoguerra. Entrambi i generi si sono occupati di questioni legate alla classe lavoratrice; entrambi si sono concentrati sulle vite degli oppressi e degli emarginati; entrambi hanno a che fare con una fotografia memorabile, tecniche di ripresa innovative e recitazione spontanea. 

I neorealisti italiani, alla pari dei registi dei crime drama statunitensi, erano spesso su posizioni di sinistra e si interessavano alle persone trascurate da una società che pensava erroneamente di potersi mettere alle spalle la propria storia. Ma in Italia, dove c’era una forte tradizione di sinistra, in un paese meno disposto a cedere di fronte al panico anticomunista, i registi erano più aperti ed espliciti nella loro coscienza di classe e non avevano bisogno di rivestirla con pistole e abiti eleganti da gangster. Ma i messaggi erano chiari in entrambi i generi: le storie delle persone comuni sono più coinvolgenti di quelle degli aristocratici e degli esponenti dell’alta società. La prepotenza è qualcosa di intollerabile, soprattutto quando proviene da posizioni di autorità. E se ti trovi ai piani bassi dell’economia, ci sono poche persone a cui puoi affidarti perché nessuno ti aiuterà. 

Il neorealismo, col suo sguardo sui poveri e la classe operaia, comparso dopo la distruzione del regime repressivo e fascista di Mussolini, emergeva da una posizione sociopolitica in cui era possibile parlare di classe in maniera aperta e mostrare l’importanza della solidarietà e della comunità, anche se alla fine dei conti avevi perso la tua battaglia. Il cinema noir, nel contesto dell’individualismo americano, era costretto ad affidarsi a messaggi in codice e a un senso di sconfitta inevitabile. 

I grandi e i piccoli

All’alba dei radicali anni Sessanta la cultura americana cominciava a dividersi, a spezzarsi in parti contrapposte. I vecchi delinquenti motivati solo dal denaro non sembravano più tanto convincenti e i cattivi dello schermo cominciarono a trasformarsi in creature capitaliste più esistenziali e meno semplici da comprendere: gang erranti di neri in cerca di vendetta, mostri, psicopatici e assassini seriali le cui motivazioni risultavano incomprensibili. C’era meno certezza attorno ai pilastri della società e gli spettatori abbandonavano il realismo alla ricerca di un immaginario d’evasione.

Negli anni Settanta il noir era ormai un relitto del passato. Influenzò i registri più anticonformisti di quel decennio, ma ormai ci si rivolgeva a quei film solo per un atto di omaggio, una parodia o un bizzarro effetto stilistico vintage. Di tanto in tanto quel tipo di cinema segnava un successo (il neo-noir Chinatown di Roman Polanski del 1974 è una delle più feroci messe in stato d’accusa del capitalismo che si siano mai viste in America) ma non si trattava della stessa cosa. Il sistema degli studios era morto, bisognava costruire una nuova industria dell’intrattenimento, i film di genere crime divennero più grandiosi, più epici, e al tempo stesso meno umani. Era insomma più difficile riconoscersi in quei personaggi. Fare un film era ormai un business miliardario, la posta in gioco si alzava, come anche i rientri economici. 

Il noir non è scomparso, ad ogni modo. Ogni tanto ci sono stati dei revival, ma i neo-noir erano operazioni abbastanza esangui, tutte stile e superficie, con un immaginario patinato e ben filtrato, perlopiù privo di coscienza di classe. Gli ultimi crime film dei nostri giorni valorizzano in gran parte la polizia, esibiscono un feticismo per i dispositivi tecnologici di sorveglianza e per l’armamentario militare più costoso. Rappresentano i loro protagonisti come ricchi, eleganti, a loro agio nei piani alti della società, alla pari delle loro vittime. 

Ma alcuni noir ispirati alla vecchia scuola hanno cominciato a fare la loro comparsa in anni più recenti nel cinema internazionale. Pellicole come El aura di Fabien Bielinsky (Argentina, 2005), Mr. Vendetta di Park  Chan-wook (Corea del Sud, 2002) e I fiumi di porpora di Mathieu Kassovitz (Francia, 2000). Magari non replicano il timbro estetico dell’epoca classica, ma sicuramente si ispirano a quella sensibilità di classe. Kelly Reichardt ha anche evidenziato una piccola rinascita del neorealismo con un tocco americano moderno. Allo stesso modo alcuni registi e registe negli ultimi anni hanno riscoperto la ricchezza di significato e il potenziale di un buon crime drama ispirato da un’ottica di classe. Pensiamo ai film di Jeremy Saulnier, a Glass Chin (2014) di Noah Buschel, a Un gelido inverno (2010) di Debra Granik, a Vizio di forma (2014) di Paul Thomas Anderson. 

Fin quando vivremo nel capitalismo, gli artisti più acuti ricorderanno le parole di Luis van Rooten ne Il grande campione del 1949: «Ci sono solo due tipi di persone al mondo: i grossi e i piccoli. Ed è difficile che si possa scegliere da che parte stare». 

 

*Leonard Pierce è uno scrittore e un editor che vive a Chicago. È un attivista dei Democratic Socialist of America e studia l’intersezione tra le politiche di classe operaia e la cultura americana del XX secolo. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è di Alberto Prunetti.

 

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martedì 4 dicembre 2012

Don Quijote de Orson Welles - Orson Welles (e Jesus Franco), o viceversa

Francisco Reiguera "è" Don Quijote e Akim Tamiroff "è" Sancho.
il resto del film è opera di Jesus Franco, cosa avrebbe fatto Orson Welles non so, certo un capolavoro, vedendo Don Quijote e Sancho, eccezionali e da soli valgono il film, lo si intuisce.
questo film qui non so, ma, pensando che qualcosa di Orson Welles si respira, allora vale la pena guardarlo - Ismaele



The performances of the two leads are wonderful. The cinematography is frequently gorgeous, and there is a sense of fun that suffuses the film for a large part of its duration.
Reiguera and Tamiroff are, perhaps, the best things about Don Quijote. I cannot even imagine two persons better suited to the roles. The former, with his crazed eyes, elongated face, skinny torso and limbs, and wonderfully proud and eccentric expressions, really is Cervantes' character given flesh. The actor brings out both Don Quijote's lunacy and his dignity. The latter is just as good, however. The viewer, instead of seeing Tamiroff on screen, is only aware of the earthy, rather stupid, but also loyal and devoted squire. The pair are consistently captivating to watch…
Whatever its faults, and they are severe, Don Quijote is still worth watching. At its best, it is a captivating film, and, even at its worst, it is a noble failure.
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Welles also had the miraculous good fortune of casting Spanish actor Francisco Reiguera in the title role. Reiguera was a minor character actor whose only starring role was this film and he rose to the occasion brilliantly, encompassing the mournful countenance and foolish nobility which Cervantes bestowed on his beloved hero. His performance is one of true physical and emotion regality mixed with the right degree of daffiness to keep keeps Don Quixote at odds with the world, and his scenes with Akim Tamiroff’s Sancho Panza are gems to treasure. Reportedly, Reiguera begged Welles to finish the principal photography on the film in the early 1970s because he feared he would die before the production was wrapped, and his fears were justified as he passed away after Welles belated completed shooting his scenes. Welles’ original plans had Don Quixote and Sancho Panza surviving an atomic cataclysm, but this was never filmed and the closing shot of the heroes in silhouette is among the most haunting captured on film.
“Don Quixote de Orson Welles” is, unfortunately, missing one key sequence which is in the hands of a private collector who declined to allow its incorporation into the film. The sequence finds Don Quixote invading a cinema and, disturbed by a battle in the film being shown therein, charging down the theater’s main aisle and running his lance through the screen. With luck, this elusive sequence may someday find its way into a future version of the production.
“Don Quixote de Orson Welles” is everything you would expect from a Welles film, and so much more that its return is a cause for celebration. The film is currently being shopped for a distributor and it is hopeful that Welles’ spin on Cervantes will finally come to the big screen home it so richly deserves.
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From what I know about Welles and the history of the film, Franco’s version is not even an approximation, never mind a reconstruction. There’s no story here, simply a random succession of events and images and a whole lot of narrative detours. But even as a visual record of Welles’ raw footage it’s a travesty. It’s a given that much of the existing rough cut footage is in rough condition, showing the signs of wear and tear from years of tinkering on moviolas and dragging the reels from country to country. But Franco and company have, if anything, compounded the problems with hazy, blurry copies of the master footage and video noise introduced as a result of the project’s most egregious crimes against Welles: the video manipulation of footage to layer images one on another. At one point, the sails of a windmill are stretched across the screen (to suggest a windmill come to life and reach out to Quixote? was that in the notes, Franco, or was it all your inspiration?). The soundtrack is no better. Franco uses fragments of recorded dialogue (with Welles providing the voices of both Quixote and Sancho as well as the narration) and fills in the rest of the film with voices that barely resemble Welles’ work. You have to have to watch the mouths move just to pick out the speakers in this dissonant audio mess…
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The full surviving footage shot by Welles is split between several different locations. Oja Kodar has deposited some material with the Munich Film Museum, but in the course of making Don Quijote de Orson Welles she had earlier sold much of the footage to theFilmoteca Española in Madrid, whose holdings include around 40 minutes edited and dubbed by Welles. Welles' own editing workprint is held by the Cinémathèque Française in Paris. Additional footage is held by Mauro Bonnani in Italy, and in at least one other private collection…
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…Cuando los personajes de Don Quijote y Sancho finalmente aparecen en escena, se construye el verosímil de la España del siglo XVII (vestimenta, paisaje, construcciones) sólo con producir un efecto mayor de ruptura al quebrarlo de forma abrupta: la primera aventura del hidalgo será con una joven que aparece sorpresivamente en el camino montada en una motocicleta. Don Quijote intentará salvarla de ese endemoniado aparato mientras su fiel escudero, siempre realista, le grita: “¡Mire que no es un monstruo, sino sólo una Vespa!”. A partir de este momento comienza un proceso de acumulación de signos que vulneran el verosímil, especialmente en la superposición de tiempos históricos: Sancho queda asombrado frente a un televisor, observa la luna por un telescopio, cura las heridas a su amo en un deshuasadero de automóviles.
Estas rupturas se acrecientan a partir del trabajo con los ángulos de la cámara y los planos: primeros planos enfocados desde abajo (casi desde el cuello de los actores) que dan un aspecto grotesco a los personajes; trabajo con el fuera de campo; utilización de planos picado y contrapicado. Todas estas estrategias, especialmente la angulación forzada de la cámara, sirven a la desintegración del punto de vista objetivo, rasgo que, al igual que el resto, se intensificarán hasta llegar a la escena de los molinos de viento presentada desde la visión de Don Quijote.
Esta experimentación con los recursos materiales del cine también se genera a partir del montaje y la ruptura de la coherencia espacio-temporal: la película se congela en varias oportunidades en un fotograma al cual se le aplica zoom y el montaje de cuadros rompen esta coherencia al superponer dos tiempos diferentes: Don Quijote se enfrenta en pleno día con una procesión religiosa filmada de noche, sucediéndose alternativamente imágenes nocturnas y diurnas en breves minutos…