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mercoledì 9 ottobre 2024

Dove non ho mai abitato – Paolo Franchi

una storia d'amore che sconvolge Emanuelle Devos e Fabrizio Gifuni, e come le belle cose, dura poco, lei tornerà a Parigi, lui diventerà l'erede del grande architetto.

un film non urlato, poche parole e tanti sguardi.

buona (amorosa) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo, su Raiplay

 

 

Dove non ho mai abitato è un film che coinvolge da subito e che trascina in un alternarsi di emozioni che vanno dai sorrisi al pianto come in pochi altri casi. I due protagonisti, Emanuelle Devos e Fabrizio Gifuni, sono straordinari nell’interpretare due personaggi che si rivelano nei piccoli gesti, nelle parole sussurrate, nel non detto. I loro sentimenti reciproci si percepiscono in un lento ma inevitabile crescendo che li porta ad avvicinarsi e a dare la sensazione di non poter più fare a meno di questi pochi attimi rubati alla loro quotidianità. Il vedersi per seguire gli ormai quasi terminati lavori di una casa creata ad hoc per una coppia di neosposi innamorati è il momento in cui torna a splendere il sole di una città che li ha ingrigiti nell’anima.

Il regista, Paolo Franchi, riesce a costruire una storia fatta di pochi elementi ma chiari e che vanno dritti al punto. Tutto è organizzato affinché nulla sia superfluo, non un’inquadratura in più, non una battuta, non una location.

Ogni elemento è studiato e funzionale agli eventi ed all’empatia che si vuol far provare allo spettatore il quale, dall’inizio alla fine, non può che sentirsi partecipe del racconto. Perché, ciò che si vede sullo schermo è, in fondo, anche la nostra vita.

Negli occhi dei protagonisti, nei loro imbarazzi e nelle loro lacrime, ma anche nei loro sorrisi e negli improvvisi momenti di felicità, ci siamo tutti noi e tutte le nostre scelte.

Guardare Dove non ho mai abitato è un po’ come guardarci allo specchio, uno specchio che ci racconta quello che potremmo essere se chiudessimo le porte al vero amore, che sia una persona o una passione, e come sarebbe la nostra vita se ci arrendessimo troppo presto. Da non perdere.

da qui

 

…Tanto enigmatici e ambigui erano stati i lavori precedenti, tanto è scoperto e dichiarato il nuovo: da un lato, "Dove non ho mai abitato" ci presenta i protagonisti e la loro chiusura verso il mondo, che il regista si preoccupa di destabilizzare con la progressiva messa a nudo delle loro personalità e con il ribaltamento dei rapporti di forza tra le parti; dall'altro, procede a un impiego delle immagini e dei suoni che, in maniera coerente, sono utilizzati per fare da diapason agli stati d'animo di Francesca e Massimo. A differenza di altre volte, la regia di Franchi ci sottrae il corpo dei personaggi e quindi la loro carnalità per restituirceli - attraverso un'abbondanza di primi piani - nella misura che li contraddistingue dal punto di vista sentimentale. Ed è proprio il lavoro di sottrazione operato prima sul testo della sceneggiatura e poi sul set, lavorando sulle interpretazione trattenute dei bravi Emmanuelle Devos e Fabrizio Gifuni, a costituire la parte migliore del film, insieme alla combinazione tra la rarefazione della resa attoriale e la presenza decisa di musica (Pino Donaggio) e fotografia (un Fabio Cianchetti in versione depalmiana) che, insieme, concorrono a definire i tratti di una passione a lenta combustione. Semmai, abituati alle vertigini cinematografiche di Franchi, la coerenza di "Dove non ho mai abitato" lo fa sembrare a tratti semplificato e un po' scontato. Forse ha ragione Franchi nel dire che ai critici non va bene niente e, comunque, pur fidandoci delle nostre sensazioni non ci sentiamo di sminuire la bontà del suo lavoro.

da qui

lunedì 5 giugno 2023

Rapito – Marco Bellocchio

prima di tutto gli attori, bravissimi, riescono a fare un film corale, grande merito di Marco Bellocchio.

Edgardo, bambino ebreo, viene rapito per ordine del papa (eppure quanti ebrei sono stati torturati e ammazzati per la falsa accusa di rubare bambini cattolici?)

e non ci sono santi, alla fine a Edgardo faranno il lavaggio del cervello e sarà un prete cattolico per sempre.

che cose terribili le religioni, motore, a volte, e alibi, troppo spesso, di guerre e distruzioni.

molte scene valgono da sole la visione del film, una mi ha colpito molto, quando Edgardo libera Gesù dai chiodi e lo fa fuggire, come in Buongiorno notte la fuga (di Aldo Moro) è la salvezza, potere del sogno, o come in Habemus papam, di Nanni Moretti, Michel Piccoli papa scompare.

diserzione e fuga, via d'uscita dalle costrizioni e dall'insostenibilità della realtà.

sembra un film che parla di altri tempi, in realtà è molto attuale.

bambini rapiti (stia attento il papa al tribunale de L'Aja), guerre, confini, religione e politica, può bastare?

un film da non perdere.

buona (tormentata) visione - Ismaele


 

 

 

Rapito non è diventato un prodotto minimalista né ha declinato alla sua funzione di essere un bel film in costume, anche spettacolare, in cui si ricostruisce, con finezza e bravura, l’Italia e la Roma dell’Ottocento (ottima la fotografia di Francesco Di Giacomo). All’interno di una trama che ci obbliga a ricordare e a ripensare alla nostra Storia patria all’epoca della sua Unificazione, raccontata, com’è, con una strategia visiva di taglio realistico, Marco Bellocchio però non manca di inserire alcuni dei suoi stilemi stilistici “sur-reali” come in Buongiorno, notte (2003) o, più di recente, in Esterno notte (2022).  Con essi, infatti, l’invenzione fantastica vuole essere più “reale” della riproduzione naturalistica dei fatti in quanto serve a offrirci una chiave di lettura più alta e approfondita di essi.

Ben interpretato da tutto il cast – in cui ci piace segnalare Filippo Timi nella parte del Segretario di Stato, Cardinal Antonelli –  Rapito parte lentamente, quasi in sordina ma nel corso dei minuti diventa sempre più avvincente, alterando tocchi umoristici a frecciate polemiche contro l’integralismo religioso, spaziando tra superstizione, fede, ricerca della giustizia e arroganza del Potere sia esso temporale che spirituale.

È un film importante di un grande artista che a quasi 84 anni si può permetter di offrirci ancora un film sorprendente e appassionato, oltre che come si diceva all’inizio di una potente, prorompente forza espressiva. Di ciò noi, il cinema italiano non può che ringraziarlo sentitamente, con gratitudine. Grazie Marco.

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Come Esterno notte, al centro di tutto c’è la cronaca di un rapimento che fa scalpore. Anche stavolta, Marco Bellocchio lavora su un doppio piano, pubblico e privato. La famiglia di Edgardo come particella di una comunità più grande, l’Italia lacerata da divisioni di fede, ideologie e pensiero. Una complessità, questa, plasticamente riprodotta nella babele di lingue che complica la comunicazione, il latino liturgico e l’ebraico dei riti privati, l’italiano e il dialetto. L’ottusità denunciata dal film non è di destra o di sinistra, non laica né tantomeno clericale. Rapito non è un film contro la Chiesa, pure colpevole, qui, di un crimine odioso contro la famiglia e la decenza. Piuttosto, un affresco malinconicamente impietoso sul trauma di un’identità individuale (e collettiva, in controluce) disgregata dalla cieca aderenza ai dettami di un Potere, di un’Istituzione, di un’Idea. Bisogna sempre diffidare di chi parla in maiuscole. Nessuno si premura di raccontarlo al povero Edgardo, che finisce il suo viaggio a metà strada, non più ebreo ma neanche del tutto cristiano. Sospeso tra due mondi, della complessità della vita non coglie la ricchezza, solo la confusione.

da qui

 

Bellocchio costella tutto il suo film di scene visivamente impressionanti, che non possono lasciare indifferenti tanto per la loro potenza formale che per il loro significato simbolico: tra queste non possiamo che ricordare quella del viaggio in barca di Edgardo verso Roma, una sorta di discesa all’inferno notturna; quella in cui il bambino libera Gesù dalla croce sgravandosi del senso di colpa che lo attanaglia; o, infine, quella in cui ci viene mostrato per la prima volta papa Pio IX, intento ad analizzare le vignette satiriche che gli sono state dedicate…

da qui

 

Risulta così assolutamente indovinata la scelta di affidarsi a un cast che si rivela più corale del previsto: le viscerali interpretazioni dei componenti della famiglia Mortara, soprattutto quelle Russo Alesi e Ronchi, convincono sin dal primo istante, e ancor più intense si rivelano le prove di chi dovrebbe incarnare il lato oscuro della Chiesa: non soltanto Pierobon, eccellente interprete di un papa umano e spietatissimo, ma anche i “funzionari” Fabrizio Gifuni e Filippo Timi, i quali restituiscono allo spettatore tutte le contraddizioni di un’istituzione soprattutto politica, oltre che religiosa…

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lunedì 20 giugno 2022

Esterno Notte – Marco Bellocchio

Marco Bellocchio ritorna alla storia del sequestro di Aldo Moro dopo aver girato Buongiorno notte, nel 2003.

il giorno del sequestro di Moro, come pure il 2 agosto del 1980, sono giorni che non passano mai, che hanno bloccato la storia italiana, e siamo ancora lì.

Fabrizio Gifuni è Moro, non lo interpreta, è proprio lui, un lavoro da premio Oscar, come pure Margherita Buy, Noretta, la moglie di Aldo Moro. 

il film, in sei parti, racconta alcuni aspetti della storia, da punti di vista diversi.

gli attori sono tutti bravi, e l'ipotesi di Moro vivo, come nella fine del film precedente, è l'inizio di Esterno notte

non è un film a tesi, non è un film che dà risposte, è un film che fa domande, che rende inquieti, che mostra le facce.

la facce dei politici sono veramente quelle di bugiardi, falsi, imbarazzanti, attori sostituibili nelle mani di qualcun altro, i generali e i politici della P2, la Cia.

e fino alla fine resta la domanda, e se Moro fosse uscito vivo?

buona imperdibile visione (in autunno passerà in tv) - Ismaele


si può vedere e ascoltare qualcosa  qui , qui qui

si può leggere qualcosa quiqui





 

 

La prima scena in esterno giorno di Esterno notte è in una via di Roma: manifestanti e polizia si stanno scontrando violentemente, l’aria è opaca per il fumo dei lacrimogeni, ma al centro dell’inquadratura si vede nitidamente il manifesto di un film in quei giorni nelle sale italiane: Anima persa di Dino Risi, dall’omonimo romanzo di Giovanni Arpino. Quando Bellocchio dissemina allusioni intertestuali nei suoi film non lo fa mai a caso. E anche questa volta è bene prendere molto sul serio questo indizio: Anima persa è un film di fantasmi e di fake news, e al tempo stesso è la storia di una reclusione. È lo stesso trinomio su cui si regge il film-serie che Marco Bellocchio ha dedicato – ancora una volta, dopo Buongiorno, notte del 2003 – al rapimento e all’assassinio di Aldo Moro: fantasmi, fake news e reclusioni…

da qui

 

 

…Tre sono le sfide che il progetto di film e la sua sceneggiatura affidano al montaggio: costruire e ritmare la dialettica fra solitudini individuali e storia corale, innestare nel racconto finzionale le immagini di repertorio e giostrare in modo credibile l’irruzione degli inserti onirici nello sviluppo “realistico” del racconto…

Francesca Calvelli le risolve in maniera straordinaria tutte e tre. Ecco allora che in alcuni momenti sceglie inquadrature strette o strettissime sui volti, e insiste su primi e primissimi piani angusti e quasi soffocanti come i muri della cella di Moro, e non stacca e resta lì quasi a inchiodare il nostro sguardo su quei volti (come nel bellissimo piano sequenza sul viso della Buy che parla al telefono nel disperato tentativo di smuovere l’inerzia del potere) , mentre altre volte invece accelera il ritmo e stacca e spezza e alterna totali e primi piani (come nella scena in cui i brigatisti si allenano a sparare al mare dalla spiaggia), inquadrando prima il gruppo poi un volto solo, quasi a suggerire che anche se in quel momento sembrano un gruppo (una “brigata”…), al fondo poi sono tutti individui tragicamente soli.

Ci sono poi i momenti in cui l’onirico irrompe nel realistico: come nell’incubo dei cadaveri che galleggiano nell’acqua verdastra del fiume, o nel doppio finale prima immaginario e poi reale: e qui il montaggio di Calvelli è davvero perfetto nel rendere credibile ciò che non è mai accaduto e nel rendere incredibile ciò che purtroppo è accaduto davvero. Nel farci vedere che le cose potevano andare anche in modo diverso.

E poi c’è il lavoro raffinatissimo sull’archivio e sul repertorio: la Storia entra ed esce di campo grazie alla cronache trasmesse da apparecchi televisivi sempre accesi, come se Bellocchio volesse conferire alle immagini televisive dell’epoca il compito di mantenere l’ancoraggio con l’accaduto e chiedesse a pertanto a Calvelli di usare il volto di Bruno Vespa o di Emilio Fede, o la voce di Pertini ai funerali degli uomini della scorta, o le immagini degli uomini potere schierati in prima fila ai funerali di Stato senza il feretro di Moro, per impedire che la forza dell’immaginazione che ricostruisce ciò che nessuno ha potuto vedere perda il contatto con la irreversibilità della tragedia che realmente si è compiuta. Ecco allora, ad esempio, le immagini televisive della ricerca del cadavere di Moro nel lago ghiacciato della Duchessa, riproposte dal montaggio più e più volte, quasi un leitmotiv drammaturgico e visuale, che torna e ritorna, e che vediamo irrompere nel quotidiano di Eleonora Moro come in quello dei brigatisti, fake news di devastante potenza che proprio nel suo eterno ritorno nei successivi episodi della serie ci dice come le solitudini di tutti i personaggi si agglutinino intorno a qualcosa che non c’è, che non si trova, che non si vede, ma che sconvolge e stravolge la vita di tutti.
Non si può non vederlo, Esterno notte di Marco Bellocchio: non solo perché è uno dei capolavori assoluti del cinema italiano delle ultime stagioni ma anche perché ci dice e ci ricorda come il cinema e solo il cinema, nel suo essere – come in questo caso – finzione dichiarata che dialoga con la cronaca documentata – è in grado di farci accedere alla comprensione della Storia e – forse – a una possibile verità. Che non necessariamente coincide con quella che finora ci siamo raccontati.

da qui

 

 

Le questioni di lana caprina le lascio volentieri agli altri. Poco m'interessa se Esterno Notte sia un prodotto per la televisione oppure per il cinema, una serie tv o un film a episodi (in realtà la risposta è semplice, per chi la vuol vedere: Bellocchio è un regista di cinema che ha girato una serie destinata alla tv, ma è evidente che il suo sguardo è e resta comunque cinematografico, non potrebbe essere altrimenti). Quello che conta è il contenuto, e quello che è certo è che Esterno Notte è la "cosa" più bella che mi sia capitato di vedere in questa stagione. Bellocchio, non mi stancherò mai di dirlo, sebbene vada ormai per gli 83 anni (li compirà in novembre) si conferma come l'autore più "giovane" e lucido del cinema italiano, capace di analizzare con incredibile dovizia di spunti la storia recente di questo paese.

Esterno Notte, lo sapete tutti, ricostruisce la tragica vicenda del sequestro e dell'omicidio di Aldo Moro. Lo fa alla maniera di Bellocchio, non aspettatevi quindi nè un documentario, nè un film d'inchiesta: il regista piacentino aveva già affrontato l'argomento già vent'anni fa con lo splendido Buongiorno, notte (Leone d'oro purtroppo mancato a Venezia) e questa serie pare riprenderne l'idea di partenza: come in Buongiorno, notte, infatti, vediamo anche qui un Moro che viene graziato dai suoi aguzzini, stanco ma vivo, che però invece di vagare libero per una Roma mattutina e deserta viene subito rinchiuso in ospedale e guardato a vista da quelli che, evidentemente, sono diventati i suoi nuovi "carcerieri", ovvero i vertici del suo partito, la Democrazia Cristiana, che per Bellocchio sono gli evidenti responsabili della quanto è avvenuto... una scelta di campo netta, fin dalla primissima sequenza, ed è già un notevole pugno nello stomaco per una certa idea di classe e di politica. Ma andiamo con ordine…

da qui

 

Dalla terrorista pronta a immolarsi per la rivoluzione proletaria, ma turbata dall'orrore dell'omicidio e dall'ipocrisia dei propri seguaci, si passa a un altro mirabile ritratto femminile: l'Eleonora Moro di Margherita Buy, animata dalla frustrazione di dover spartire il marito con la ragion di Stato, ma capace di ammantarsi di una sobrietà severa e granitica nel momento in cui tutti gli altri vorrebbero vederla indossare i panni di moglie fragile e in preda alle lacrime. La risolutezza della signora Moro, che non rinuncia alla razionalità laddove al contrario il Ministro Cossiga sembra disposto a inseguire fantasmi e superstizioni, anticipa l'atto finale di questa tragedia italiana: l'unico episodio dal taglio corale, in cui l'ucronia di una sopravvivenza insperata, accompagnata da un durissimo j'accuse, si infrange sulle immagini della Renault rossa parcheggiata in via Caetani e sui filmati dell'omelia funebre pronunciata dal Pontefice in assenza di una salma. Storia e romanzo, realtà e invenzione confluiscono così nel magnum opus di un cineasta straordinario che, a ottantadue anni, continua a dar prova di un talento smisurato e di un'audacia davvero senza età.

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Fabrizio Gifuni fa il camaleonte e si muove in piena zona Volontè, il suo Aldo Moro ha le movenze giuste e una psicologia importante, ha già avuto a che fare con il personaggio in passato e si vede. Calibra una pacatezza assennata rotta sul finale da uno sfogo rabbioso ed emotivamente esigente…

Aldo Moro fa da scudo col suo corpo per il compromesso storico; un governo Dc con l’appoggio esterno del Pci è uno schiaffo a trent’anni di barricate ideologiche, non fa scopa con l’aritmetica bipolare della Guerra Fredda e la cosa ha un suo prezzo. Pagherà con la vita, c’è un mondo fuori del covo, il suo mondo, che finge fermezza e invece lo scarica senza troppi complimenti perché è meglio che tutto resti così com’è. Aldo Moro è un altro povero Cristo costretto a portare il peso di peccati che solo in parte gli appartengono. Muore, lui e i cinque della scorta, per le colpe di tutti. Esterno notte riempie il vuoto del film precedente facendo il controcampo. Racconta la distanza, una promessa di armonia e riconciliazione spezzata a metà. Tante lingue e nessun dizionario comune.

Alle spalle di un’assurda guerra civile, un oceano separa un padre dai suoi figli, un presidente dal suo partito. Distanza all’università, nelle Brigate Rosse, distanza in Vaticano, distanza tra un film e una serie che si cercano ma non si toccano perché raccontano di due realtà che non vogliono incontrarsi. Se c’è denuncia, non è mai arrabbiata. È più lucida e determinata. Marco Bellocchio non insegue il manifesto, è troppo impegnato a ricordare.

Esterno notte dosa rigore cronachistico e spettacolarizzazione della storia con un senso delle proporzioni che richiama alla mente il cinema politico di Francesco Rosi. Ha un sentimento della realtà onirico, fosco e malato, degno del miglior Petri. In realtà l’opera appartiene al suo regista ben al di là dei nobili riferimenti. Perché gioca sempre sul crinale tra realtà e rappresentazione, perché lega istintivamente psicologia e affresco storico. Una storia di famiglia, anche questa. Allargata nel senso più problematico del termine, insieme privata e pubblica, politica e terrorista, spirituale e materialista. Fotografata sopra e sotto, dentro e fuori, nell’attimo cruciale in cui niente cambia e insieme tutto cambia.

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Il monologo di Moro/Gifuni davanti al prete, unico soggetto esterno che entra in dialogo con il prigioniero, è struggente, ma non solo per il significato delle parole quanto per il senso che trovano nei movimenti impercettibili disegnati sul volto, il suono increspato del tono, la luce spenta degli occhi, il tatto delle sue mani. Lo sguardo della Faranda (Daniela Marra), i suoi primi piani, lo scomposto corpo dei suoi gesti colpiscono e non lasciano tregua attraverso un uso del colore univoco che scava e inquieta. Diversamente Nora Moro/Margherita Buy disegna lo spazio attraverso la ricerca di aria, di movimento, di ferma solitudine, di capacità di scelta positiva, come se ispirata davvero da un credo cristiano superiore che non consola, quanto potenzia la capacità di lettura amara del partito, della chiesa, del paese, con un’umanità che si riversa internamente verso la famiglia, il marito, i figli, la vedova di un uomo della scorta. Davanti ad una se stessa che addirittura si scusa al telefono con il brigatista che le sta dando la notizia definitiva di un esito atteso, quanto temuto, non può non interrogarsi su quella sua incapacità d’odio. I funerali privati solo intravisti, come è giusto che sia, sono però una scelta politica chiara, lampante, un gesto carico di forza e di opposizione (il controcampo dei funerali mostrati in Buongiorno, notte).

Molti i piani attraversati e tenuti insieme da Bellocchio, molti i particolari su cui soffermarsi, la profondità entra come con un laser a scandagliare ciò che è Stato. E come al solito il realismo sposa l’immaginazione e insieme creano il senso nella sua complessità. Non è un caso neanche il contrasto del ritmo della canzone del trailer Porque te vas di Jeanette (1974) a segnare il distacco dalla tragedia incombente, un po’ come avviene nelle parole del testo.

La fotografia, la musica, la scenografia, la sceneggiatura, i costumi, il montaggio concorrono tutti alla realizzazione, così come tutti gli altri protagonisti, compresa la città di Roma attraversata in maniera mirabile. Difficile racchiudere Esterno notte… in un solo finale, in una recensione.

da qui

 


giovedì 8 luglio 2021

Prima che la notte – Daniele Vicari

Fabrizio Gifuni è Pippo Fava, in un film per la tv che funzionerebbe benissimo al cinema.

Pippo Fava non è perfetto, il film non è un'agiografia, la storia racconta come Fava tira su una squadra di giornalisti senza macchia e con paura, ma decisi a seguirlo nel mestiere difficile del giornalista onesto.

un film che merita molto.

buona visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

 

Ottimo prodotto della Rai, Prima che la notte(dal nome di un romanzo di Claudio Fava, figlio di Pippo, e Michele Gambiani, uno dei giovani giornalisti collaborato di Fava) è l'ultimo di una lunga serie di film dedicati alle numerose vittime mafiose di quel periodo. 

In una soleggiata Catania, Daniele Vicari, ricostruisce gli ultimi giorni della vita del giornalista, mettendo in risalto sia la figura del padre, del marito, dell'uomo e del giornalista indipendente e senza paura quale era Fava, quest'ultimo, interpretato da un ottimo Fabrizio Gifuni, calato perfettamente nella parte. 

Insomma, un film che si può piacevolmente guardare, soprattutto, e credo sia la ragione principale, per ricordare la grande figura di Pippo Fava, uomo di cultura e passione che ha perso la vita combattendo fino alla fine la mafia.

da qui

 

Vicari e Gifuni hanno fatto un lavoro di scavo sulla personalità di Fava che emerge sin dalle prime battute in questo che non vuole essere un 'film di mafia' ma il ritratto di un uomo di cultura che ha saputo cogliere con ironia e autoironia il presente con la consapevolezza dei problemi che con il proprio impegno si sarebbe inevitabilmente creato. Il fatto che si inizi con il ritorno in famiglia dopo la separazione dalla moglie e una relazione con un'altra donna ci fornisce le coordinate della vicenda. Il privato e il pubblico si intrecciano (il figlio Claudio, che ha seguito le sue orme, entra in redazione ma non manca di essere preoccupato per ciò che la madre può provare) mentre si sviluppa il percorso che lo metterà nel centro del mirino della malavita organizzata.

Quello però a cui la sceneggiatura sembra essere più interessata è il mostrare come Fava abbia saputo essere un 'bravo maestro'. Circondato da giovani e validi attori Gifuni può approfondire tutte le sfumature di un professionista della comunicazione che sa far crescere una redazione costruendosi, più o meno consciamente, un futuro. Quei 'carusi' (o almeno una gran parte di loro) non abbandoneranno la lotta dopo la chiusura del "Giornale del mezzogiorno" e lo seguiranno nella pubblicazione in cooperativa del periodico "I siciliani' e continueranno a combattere per la verità anche dopo la sua morte…

da qui

 

…la si voglia chiamare ghost story, per l'innominabile violenza con la quale la mafia si accanisce su un innocente di 13 anni, la si chiami malattia terminale per come rappresenta un tumore che divora la società , lo stato e le persone nel loro intimo, ogni attività criminale si intacca col coraggio di persone che sono perfettamente coscie che pagheranno con la propria vita.

grazie alle inchieste di pippo fava e dei carusi che hanno lavorato con lui, le istituzioni non poterono più far finta di nulla e iniziarono a combattere legalmente la mafia.

il film di vicari è importante perchè permette di far scoprire anche a me che ho 48 anni, chi fosse pippo fava. drammaturgicamente scansa sapientemente scene madri da fiction televisiva bolsa e offre a fabrizio gifuni, una volta di più se ce ne fosse bisogno, di dimostrare che grande attore sia e di che pregio è la sua arte recitativa. 

lo stato non può permettere che persone oneste vengano funestate da attacchi frontali così spudorati e spregevoli, ma siccome non viviamo in una favola, dobbiamo accettare che la malattia si diffonda e sia difficile da curare

da qui

venerdì 21 maggio 2021

Musikanten - Franco Battiato

recupero un film di Battiato, e dopo averlo visto mi vengono in mente i primi versi di una sua canzone:

Parlami dell′esistenza di mondi lontanissimi

Di civiltà sepolte, di continenti alla deriva

Parlami dell'amore che si fa in mezzo agli uomini

Di viaggiatori anomali in territori mistici, di più

anche nel film c'è un viaggio nello spazio e nel tempo, per un progetto televisivo che, forse, sfugge di mano ai suoi autori.

non so bene se mi è piaciuto, ma forse questo verbo è anomalo, per questo film.

sotto avete il link al film, buona visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo

 

Dal linguaggio (la televisione e il modo di fare informazione) ai corpi ed alle forma di vita (Beethoven e la sua geniale anormalità) fino alla politica (la sequenza finale con l'annuncio del colpo di stato): Musikanten è un grido anarchico che scompagina la forma e le norme di ogni possibile schema visivo per giungere al cuore pulsante della vita, a quel gesto vitale che solo può resistere al potere di una politica omologante e normalizzante. Un'opera pieni di allusioni (ma la filosofia, quella vera, non è, come ricorda Deleuze, una gigantesca "arte dell'allusione"?), ricamata lungo continui interstizi spaziali e temporali, nicchie e angoli dove i corpi seguono nuove e possibili linee di fuga intrecciando la musica, il cinema, il video e la filosofia. Un film pieno di gesti e atti, stracolmo di volti straordinari (da quello di Juri Camisasca ad Antonio Rezza passando per lo stesso Sgalambro e per uno bravissimo Alejandro Jodorowski) che oppongono la loro giocosa e gioiosa "ecceità" ad una realtà sempre più leggibile e codificata. E forse proprio questo gesto formale e vitale avvicina il cinema di Battiato e Sgalambro a quello di Pier Paolo Pasolini: tutti "scrittori di cinema", "musicanti di immagini" sempre pronti ad avventarsi contro i limiti del linguaggio inventando nuove forme di vita,  altri modi di stare davanti e dietro ad una macchina da presa. Piccole urla di creatività, di scherzosa "rabbia" cinematografica lanciate contro l'omologazione di un'industria culturale sempre più ottusa e sorda al genio del singolo. Ad ogni festosa "ecceità".

da qui

 

Un film che lascia senza parole e non perché si abbandoni solo alla musica, ma perché la prima reazione che suscita, per chi non abbia avuto la furbizia di fuggire dopo la prima mezz'ora, è il silenzio. Un silenzio pregno però di domande, prima fra tutte: come è possibile che un film del genere sia stato prodotto? Ancora: come hanno potuto artisti del livello di Alejandro Jodorowsky, ma anche un Fabrizio Gifuni e una Sonia Bergamasco, parteciparvi come attori? Ma soprattutto come pensare di farlo uscire nelle sale cinematografiche

da qui

 

…non si è davanti a delle buone interpretazioni, ad una buona messa in scena. Jodorowsky è istrionico nella sua interpretazione, ma cade nell’esagerato e nell’odioso. Per non parlare delle battute “ultrafilosofiche e mistiche” che lasciano spazio a delle spontanee risate, che all’inizio fanno pensare a della buona autoironia, ma che in realtà sono considerazioni che appesantiscono inverosimilmente i dialoghi.

La particolarità di Battiato può risultare indecifrabile. Ma come accenna il direttore di rete della emittente del film “tutto è comunicazione, e il messaggio deve arrivare facilmente al pubblico”. Battiato rimandato.

da qui

 

una stroncatura totale:

Imbarazzante. Non ci sono altre parole per descrivere l'opera seconda del musicista Franco Battiato. Attraverso una narrazione dalle pretese oniriche si passa dai giorni nostri all'Ottocento e si ha modo di entrare in contatto con le ultime giornate di, nientepopodimeno che, Ludvig van Beethoven. Ma veniamo ai difetti. La pretenziosità prima di tutto, subito evidente negli improvvisi inserti in digitale sporco che sembrano più derivare dal caso che da una precisa scelta stilistica; così come non si percepisce alcuna direzione degli attori, che vagano senza controllo ripetendo a pappagallo, e con falsissima convinzione, frasi di cui sembrano ignorare il significato. In particolare, davvero imbarazzanti Sonia Bergamasco in abiti maschili e boccoloni nei panni del principe Lichnowsky, amico e mecenate di Beethoven, e Fabrizio Gifuni con capello lungo e sorriso costante stampato sul viso. Per tacere del grande regista Alejandro Jodorowsky. Si butta con mimica eccessiva nel ruolo rischioso di Beethoven e non esibisce alcun carisma (certo, il doppiaggio gracchiante e fuori sincrono non lo aiuta). Ma proprio tutti gli elementi cinematografici risultano insalvabili: il montaggio sbaglia i tempi, i costumi paiono raccattati dove capita, la scenografia è di una povertà che non ha nulla di rigoroso, la fotografia appare sbiadita. Anche la musica, ricercata per evitare scelte banali, non arriva. Ma il peggio del peggio è nelle pretese intellettuali della sceneggiatura (dello stesso Battiato con il filosofo Manlio Sgalambro) che sfida, perdendo, il ridicolo, costruisce sequenze dall'imponderabile valore aggiunto e azzarda dialoghi di sublime vacuità ("esporre l'esoterico a chiunque non va bene", "prenda contatto con l'alluce destro", "le auguro la migliore delle cacate, senza difficoltà, in questo meraviglioso cesso!").
Ed ora passiamo ai pregi: non pervenuti.

da qui

lunedì 19 giugno 2017

La santa – Cosimo Alemà

le rapine e i furti andati male sono sempre affascinanti;
fra i film italiani di un po' di tempo fa mi vengono in mente La lingua del santo, di Mazzacurati, e il semisconosciuto, ma bellissimo, Qui non è il paradiso, di Tavarelli (con un eccezionale Fabrizio Gifuni), entrambi del 2000.
Specchia, paesino dov'è girato il film, un posto da consigliare ai peggiori nemici, si apre la caccia, degna dei peggiori incubi e abissi dell'animo umano. 
un colpo da niente, sicuro, fa scattare una trappola, e la scena dei lenzuoli è davvero terribile.
molte scene sono straordinarie, una su tutte la lezione del bandito con la pistola alle ragazze, una lezione di libertà che le ragazze non dimenticheranno mai più, ne sono sicuro.
non sarà un capolavoro, ma è un film davvero grande, ti affezioni ai ladri, forse fra gli ultimi umani.
non fatevelo scappare, si può vedere qui - Ismaele






…C'è qualcosa di Calvaire in questo piccolo bellissimo film, più di qualcosa di Padroni di casa, tantissimo dello splendido La Zona.
Ma le riflessioni di Alemà sulla piccola comunità non si fermano qua. Perchè è forse ancora più forte il pensiero sulla religiosità ottundente, quella che fa vedere il semplice furto di una statua come un motivo per uccidere ("non uccidere" sarebbe un comandamento, ricordiamolo), quella per cui l'ubriacatura religiosa, il conoscere soltanto quella realtà, può portare delle ragazze a privarsi persino di conoscere il proprio corpo, le proprie pulsioni.
Ma che bella la scena in chiesa, che bella.
In questa cornice di devastante ristrettezza mentale i 4 ladri si ritrovano ad esser braccati.
Del resto anche At the end of the day parlava di una caccia.
Non si può uscire da quel paese, come il giovane ragazzo non poteva uscire dalla Zona.
Non resta che dividersi e sperare in non so cosa.
Comincia così un film a 4 personaggi distaccati, ognuno con la propria fuga, le proprie vicende.
E Alemà ne approfitta per colorare il suo film (girato benissimo, recitato perfettamente e con un uso degli spazi e dei luoghi mirabile) di mille cose diverse.
Ogni scena una sfumatura diversa, adesso una fuga, adesso la tensione del nascondersi, adesso spruzzate di vita pugliese al limite del divertente, come tutte le scene nella casa della carnosissima ragazza (con quella radio che inneggia al trovare i colpevoli del furto) o quella del panettiere.
Alemà unisce il folklore, il crime, l'analisi sociale e, incredibilmente, riesce persino, in solo un'ora e venti, a date una tridimensionalità ai suoi personaggi quasi miracolosa.
Tutti e 4 i banditi diventano personaggi a tutto tondo, complessi, empatici, fatti e finiti.
Specialmente il fratello piccolo risulta quasi tragico, lui con la sua scarsa intelligenza, la sua bontà, la sua paura, anche sessuale.
Quel palpare quegli immensi seni alla donna svenuta non è scena comica, tutt'altro.
Sarò esagerato, ma c'è tenerezza, c'è profondità nei personaggi di Alemà.
Intendiamoci, a livello di plot c'è da storcere il naso più volte. La storia delle due donne che si mischia alla loro non sarebbe nemmeno quotata dai bookmakers, quello che i paesani fanno per vendicarsi è qualcosa che non potrebbe mai accadere, alcune fughe son gestite male (come quella, bellissima, tra gli olivi, prima venti persone dietro poi più nessuno).
Ma questo è uno di quei film che non vuole avere meccanismi perfetti perchè racconta di cose al di là del plot.

Avevo voglia di vedere un bel film come questo, me ne sono accorta nel momento che lo vedevo. Avevo dato per scontato certe emozioni soltanto rivedendo i vecchi film di Bava (“Cani arrabbiati” rimane per me il capolavoro capostipite di un certo genere), ma oggi con questo “La santa” ho avuto una rivelazione, terrò d'occhio Cosimo Alemà, questo è il cinema italiano che piace a me, che spero di vedere sempre più spesso, che consiglio a tutti.
 
Note personali: ho visto il film casualmente, mi ispirava, “mi ha chiamato” e io ci credo a queste combinazioni. Mentre lo vedevo pregavo che non peggiorasse, che non avesse dato tutto nella prima mezz'ora (e già si sarebbe beccato un 4 pallucce lo stesso), mi sono ritrovata alla fine in piedi, davanti allo schermo, con le mani al petto che dicevo “che spettacolo”, questa opinione mi era necessaria per far uscire tutta questa emozione arrivata così inaspettatamente.

La santa merita il nostro tempo, specie se siamo tra coloro che si lamentano della mancanza di varietà sul mercato nazionale o dell’ingenuità di buona parte delle produzioni indipendenti. Quindi se tu, spettatore, rifiuti di cercare, vedere e diffondere un lavoro valido come il film di Alemà, non hai più diritto di addossare le colpe di tutto a produttori e registi, perché sarà per gente come te se io un giorno dovrò recensire Amici di Maria De Filippi - Il film.


domenica 11 ottobre 2015

Libertà per Erri de Luca, l’appello del cinema mondiale

Mathieu Almaric, Jacques Audiard, Agnès Jaoui, Wim Wenders, Francesca Comencini: sono solo alcuni dei personaggi del cinema che chiedono il ritiro della denuncia contro lo scrittore, nel caso Torino-Lione.
Le autorità francesi e italiane hanno progettato di collegare Torino a Lione attraverso le Alpi per accorciare a 45 minuti, il collegamento tra le due città. Il costo è attualmente stimato in 28 miliardi di euro. Il progetto vede lo scavo di un tunnel di 45 km, ma l’opposizione nelle valli di montagna è grande, soprattutto in Val di Susa. Questi scontri hanno ritardato di diversi anni l’inizio dei lavori.
Ma veniamo a noi. Lo scrittore Erri De Luca ha aggiunto la sua voce a quei movimenti. “La linea ad alta velocità va sabotato”, ha detto al telefono a un giornalista italiano dell’Huffington Post. Dopo queste parole la società franco-italiana pubblica, con sede a Chambéry, presieduta da un ufficiale francese di alto livello, ha presentato una denuncia contro di lui alla corte di Torino, per “incitamento a commettere uno o più reati”.
Arriviamo a oggi. Il pubblico ministero ha chiesto il 21 settembre, otto mesi di carcere contro Erri De Luca. Il verdetto sarà consegnato lunedì 19 ottobre. Chi potrebbe pensare dopo l’attacco contro Charlie Hebdo, che in un’Europa in cui i leader hanno manifestato per la libertà di espressione, avremmo sperimentare nuove procedure di controllo della sintassi della nostra bella lingua? Come immaginare che gli scrittori possono essere portati a una parola di polizia? Chiediamo il ritiro della denuncia di società pubblica con sede a Chambéry. Quando si interroga sul destino di Erri De Luca il Presidente della Repubblica, questo alla Fiera del Libro il 21 marzo scorso ha detto che gli autori “non dovrebbero essere perseguiti per i loro testi”.
Ecco le firme

I 65 firmatari: Mathieu Amalric, regista (Francia), Claudio Amendola, attore (Italia), Valerio Aprea, attore (Italia), Ariane Ascaris, attrice (Francia) , Jacques Audiard, regista (Francia), Bertuccelli, regista (Francia) , Bertrand Bonello, regista, scrittore (Francia) , Catherine Breillat , romanziere, regista, scrittore (Francia), Stéphane Brizé, regista (Francia) , Daniel Buren , scultore (Francia) , Dominique Cabrera, direttore (Francia) , Thomas Cailley , regista (Francia) , Caleo Clara Green, direttore del Festival del Cinema Italiano a Londra (Gran Bretagna), Laurent Cantet , regista (Francia) , Malik Chibane, regista (Francia) Francesca Comencini, regista, scrittore (Italia), Catherine Corsini, regista, scrittore, attrice (Francia), Constantin Costa-Gavras, regista (Francia), Isa Danieli, attrice (Italia), Claire Denis, regista (Francia), Dante Desarthe , attore, regista, produttore (Francia), Arnaud Desplechin, regista (Francia), Jérôme Diamant-Berger, regista, produttore (Francia),  Joel Farges, regista, sceneggiatore, produttore (Francia ) Pascale Ferran, direttore (Francia), Alessandro Gassman, attore, scrittore, regista (Italia), Fabrizio Gifuni, attore (Italia), Fabienne Godet, regista, scrittore (Francia), Robert Guédiguian, regista (Francia), Christophe Honoré , regista, scrittore (Francia), Gilles Jacob (Francia), Joel Farges, regista (Francia), Agnès Jaoui, attrice, regista (Francia), Jacques Kébadian, regista (Francia), Jean-Marie Larrieu, regista, scrittore (Francia ), Jean-Louis Leconte, regista, scrittore (Francia), Thomas Lilti, regista, scrittore (Francia), Olivier Lorelle, sceneggiatore (Francia), Valerio Mastrandrea, attore (Italia), Delphine Morel, produttore (Francia), Angelo Orlando , attore (Italia), Charles Najman, regista (Francia) Nicolas Namur, produttore, regista (Francia), Vladimir Perisic, regista (Francia, Serbia), Thierry de Peretti, attore, regista (Francia), Nicolas Philibert, direttore ( Francia), Jérôme Prieur, scrittore, regista (Francia), Domenico Procacci, produttore (Italia), Olga Prud’homme Farges, regista, produttore (Francia), Marco Risi, regista (Italia), Brigitte Roüan, attrice, regista (Francia ), Pierre Salvadori, regista, sceneggiatore, attore (Francia), Marc Sandberg, produttore (Francia), Jean-Pierre Sauné. produttore, regista (Francia) Céline Sciamma, sceneggiatore, regista (Francia), Agnès Soral, attrice, autrice (Francia), Philippe Torreton, attore (Francia), Bernard Tavernier, regista (Francia), Daniele Vicari, regista, sceneggiatore (Italia), Wim Wenders, regista, (Germania), Massimo Wertmuller, attore, regista (Italia) Emmanuelle Zelez, editore, attrice (Francia), Christian Zerbib, regista, sceneggiatore, produttore (Francia), Rebecca Zlotowski, sceneggiatore, regista (Francia).