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martedì 26 settembre 2023

Driver, l’imprendibile – George Roy Hill

un bravo autista (anche un po' autistico) è sul mercato per chi offre di più, purché sia affidabile.

attori in forma, un poliziotto che parla molto (con le sue teorie e sicuro di sé), un collega che lo affianca, un pilota quasi muto, una ragazza che sembra uscire da un altro film (è un complimento).

un film tutto di corsa, ma anche una partita a scacchi, un film da non perdere, promesso.

buona (automobilistica e misteriosa) visione - Ismaele


 

 

 

 

Purtroppo, al momento dell’uscita, The Driver è un fiasco commerciale che recupera a malapena il modesto budget di 4 milioni di dollari grazie quasi solo alla distribuzione internazionale. Nelle interviste, Hill è molto sportivo al riguardo (il successo strepitoso di I guerrieri della notte, di appena sei mesi dopo, aiuta a mettere le cose in prospettiva) mentre Gordon non ha dubbi: ad affossare il film è il suo cast, sgangherato e privo di nomi di richiamo.

Nel ruolo del protagonista si era pensato a Steve McQueen o a Charles Bronson. Il primo si farebbe detonare piuttosto che fare l’ennesimo film di macchine, il secondo si farebbe detonare piuttosto che lavorare di nuovo con Hill (ne parlavamo la settimana scorsa). Si ripiega così su Ryan O’Neal, che nonostante un passato da pugile nessuno riesce a concepire in un ruolo da duro: ha appena finito di fare Barry Lyndon con Kubrick, un drammone in costume di seicento ore ambientato durante la Guerra dei sette anni, ed è famoso soprattutto per Love Story e la commedia romantica What’s Up, Doc?. Recita, come si dice dalle loro parti, against type offrendo un’interpretazione fenomenale che nessuno capisce.

Isabelle Adjani, poco più che 20enne e appena lanciata da Truffaut con Adèle H. (che le frutta la sua prima nomination agli Oscar), è un nome più o meno calato dall’alto. Hill ha scritto la parte della Giocatrice con in mente Tuesday Weld (che poi finirà in una pellicola molto simile, Thief di Mann, nel 1981) ma chi mette i soldi, la EMI Films, vuole un’attrice europea come gancio per la distribuzione all’estero. Hill e Adjani si incontrano: lui pensa di aver fatto tombola perché un’attrice in quel momento popolarissima è disposta a lavorare con lui; lei si sente pressata ad accettare qualsiasi ruolo in una produzione americana perché deve fare “il salto”. Ma The Driver non porterà alcun beneficio alla carriera di Adjani negli Stati Uniti, né avrà tutto questo successo in Europa. Hill ricorderà la loro collaborazione con garbata indifferenza, ma, a rivederla adesso, anche l’interpretazione di Adjani è fantastica: misteriosa, affascinante, occhi che bucano lo schermo. È difficile immaginare chiunque altro al suo posto.

L’unico su cui nessuno ha da ridire, all’epoca come oggi, è Bruce Dern, che ha sempre dato il meglio in parti da viscido o da matto. Ma è un caratterista che non ha ancora mai ricoperto ruoli da protagonista in film importanti: è in grado di caricarsi sulle spalle un intero film (non che in The Driver ce ne sia bisogno) ma non è il motivo per cui la gente va a vedere un film…

da qui

 

Lotta senza esclusione di colpi fra un autista che si mette al servizio di bande criminali senza però farne parte e un poliziotto che gli dà la caccia. Personaggi archetipici, senza storia e senza nome (nell’originale “Driver” significa semplicemente “guidatore”, diversamente da quanto lascia intendere il titolo italiano): Ryan O’Neal ha un ruolo melvilliano, di delinquente puntiglioso, impassibile e fedele alla propria morale; Bruce Dern è uno sbirro con la tendenza a filosofeggiare; Isabelle Adjani fa la sfinge. Un film asciutto, senza fronzoli, che fila liscio come l’olio. Le prolungate sequenze in auto (due inseguimenti, uno all’inizio e uno alla fine, più un’esibizione dimostrativa nel mezzo) sono una vera goduria. E alla fine, come vuole la tradizione, tutti gabbati: che poi è anche l’unico modo per far sì che non ci sia un vinto e un vincitore.

da qui

 

Driver l’imprendibile è un film che vive di varie anime, mai però in conflitto, bensì in simbiosi fra loro, grazie a una regia solida e sicura, la regia di un autore che conosce bene il genere e dimostra di saper dirigere un noir coi fiocchi: da una parte, c’è la componente più spettacolare dei forsennati inseguimenti automobilistici; dall’altra, c’è invece l’elemento più squisitamente noir – cioè lo scavo nella psicologia dei protagonisti e la rappresentazione del milieu criminale – un elemento che è predominante nella narrazione ed è piacevolmente intercalato dalle sequenze d’azione; infine, c’è il fattore visivo, quello formato dalle imponenti scenografie naturali della città (predominanti rispetto agli interni) e dalla fotografia contrastata di Philip H. Lathrop, nel quale ancora una volta lo sguardo del regista si rivela lungimirante e anticipatore di un certo tipo di cinema del decennio successivo.

Come si è detto più volte, il cinema di Walter Hill risente spesso dell’influenza di Sam Peckinpah, colui che fu in un certo senso il suo ispiratore – e ricordiamo che Hill scrisse la sceneggiatura del crime Getaway! (1972), uno tra i più rappresentativi film di Bloody Sam. Questo, fin da I guerrieri della notte, che trabocca di scene al ralenti durante i combattimenti, e via via proseguendo fino a quell’action-western mai abbastanza celebrato che è Ricercati: ufficialmente morti. Eppure, in The Driver non sembra esservi traccia alcuna del cinema di Peckinpah. La storia, che potrebbe in parte richiamare quella di Getaway!, è in realtà agli antipodi rispetto al precedente lavoro scritto da Hill: la regia fugge da ogni suggestione legata all’heist-movie o alla messa in scena delle rapine, tant’è vero che le medesime sono riprese soltanto nei loro momenti iniziali o conclusivi, lasciando volutamente fuori il momento clou dell’azione dei rapinatori.

Di ralenti non ce n’è nemmeno uno, e anche i mirabolanti inseguimenti in auto, ricchi di soggettive, inversioni di marcia e car-crash, sono girati in modo asciutto, essenziale, proprio in virtù di quel coté realistico che il Nostro ha voluto imprimere a questo suo film, decisamente più un noir che un film d’azione. Un carattere secco ed essenziale che permea ogni istante del film, sostenuto da una sorta di struttura archetipica che conduce Hill addirittura a non chiamare i protagonisti per nome, ma solo con l’etichetta del ruolo che rivestono, come se The Driver volesse essere una sorta di prototipo del cinema noir…

da qui

 


sabato 15 aprile 2023

Mortelle randonée (Mia dolce assassina) – Claude Miller

Isabelle Adjani (la dolce assassina) e Michel Serrault (l'investigatore privato) sono strepitosi in questo film.

l'investigatore Beauvoir, che aveva perso la figlia, mai conosciuta,  quando era bambina, le resta solo una foto di classe, ma non sa qual è la figlia, tutte potrebbero esserlo.

la dolce assassina potrebbe avere l'età della figlia, lui la protegge dall'inizio, quando scopre il primo omicidio, l'investigatore Beauvoir è bravissimo a seguire sempre la ragazza, in tutti i suoi omicidi e travestimenti, e sorprendentemente fa il tifo per lei.

cosa fa la potenza dell'amore, verso una bambina mai conosciuta, che avrebbe potuto essere qualunque cosa nella vita, e in un inedito transfert la dolce assassina potrebbere essere sua figlia.

gran film, da non perdere, una sorpresa bellissima.

buona (coinvolgente) visione - Ismaele


 

 

QUI il film completo con sottotitoli in inglese

 

 

 

 

Mortelle Randonnée sfida ogni casistica legata al genere di riferimento, cercando sin dalle prime battute una strada propria, originale, imprevedibile; lo capiamo quando nella scena iniziale l'investigatore Beauvoir, soprannominato “l'occhio”, discorre al telefono con una donna misteriosa, per poi chiudere la conversazione e perdersi nei ricordi, guardando una vecchia foto che ritrae sua figlia Marie, mai conosciuta. Struggendosi nella nostalgia e nella solitudine l'uomo parla a voce alta, rivolgendosi a se stesso e di conseguenza a noi spettatori, dando vita a un bizzarro meccanismo empatico che sarà poi perpetrato per tutto il resto della pellicola…

da qui

 

In un certo senso sono due solitudini che si rincorrono. Il noir è solo un manto di nebbia onnipresente che devia il cammino; solo attraversandolo si potrà svelarne la direzione, dapprima oscura. Una vicenda ben più intimista, fatta di fantasmi interiori, piloti della mente e delle azioni, con i suoi vuoti da colmare. Serrault è ammirevole nel suo tenero paternalismo, non immune da una notevole dose di ironia; altrettanto meritoria è la algida Adjani: misteriosa, letale e bellissima.

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Storia di un'ossessione costruita con le cadenze del thriller e i personaggi del noir, dalla giovane e letale femme fatale della Adjani al detective di mezza età compassato ed appunto pieno di fisime di un grande Serrault. L'azione si sposta continuamente in location diverse eppure le due figure rimangono al centro di un racconto unidirezionale che abbandona presto la sua connotazione poliziesca per farsi intimo, non nella sua accezione più assoluta ma in un'altra più idealizzata, non corrisposta: un rapporto da figlia - padre dove ai passi scapestrati della prima ( irrefrenabile nei suoi delitti in serie ) seguono sempre quelli comprensivi del secondo ( lui trasgredisce palesemente i suoi doveri pur di proteggerla proprio perchè crede di ritrovare in lei quella figlia che non ha mai potuto conoscere ). Un piccolo - grande film poco conosciuto che varrebbe la pena di riscoprire e di ammirare nella sua costruzione minimalista, nel disegno semplice ed allo stesso profondo di due solitudini che si confrontano, nella ricercatezza di un'ironia di fondo che poi è quella della vita. Visto in lingua originale sottotitolato, non so se ne esiste una versione italiana.

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Un film dont chaque minute, chaque plan est hanté par la douleur de la perte, par la solitude : c'est vraiment la sensation que cette Mortelle randonnée distille. Quant on évoque la série noire ou le film noir, ce noir se réfère à des histoires sombres, des crimes sordides, un environnement anxiogène ou délétère. Ici la noirceur ne se trouve pas dans les crimes commis par Catherine ou dans les ambiances grisâtres des banlieues pavillonnaires, des hôtels ou des stations balnéaires vides dans lesquels elle nous entraîne à sa suite. Cette noirceur, c'est celle de ces âmes damnées qui peuplent le film. Ici, on a des idées noires, on broie du noir, on tente de fuir l'abîme, on y plonge. Sans ses répliques savoureuses, ses quelques passages véritablement comiques et ses seconds rôles hauts en couleur (Guy Marchand, Stéphane Audran, Geneviève Page, Sami Frey, Macha Méril, Patrick Bouchitey, Jean-Claude Brialy...), Mortelle randonnée serait un film dépressif quasi insupportable. Mais Audiard a le goût du public, il sait trouver le bon équilibre et s'il signe ici un film très radical, une œuvre en forme d'exorcisme, il ne lâche pas la main de son spectateur, il ne l'abandonne pas à la nuit. C'est triste, c'est sombre, mais jamais complètement désespérant…

da qui

 

Claude Miller retrouve avec ce drame policier flamboyant une grande partie de l’équipe de Garde à vue (1981), à commencer par le prodigieux Michel Serrault et le dialoguiste Michel Audiard : ce dernier sans renoncer à ses mots d’auteur et son humour pince-sans-rire s’adapte avec brio à un univers éloigné du cinéma (Lautner, Grangier) auquel on l’avait jusqu’alors associé. Après le huis clos mettant en scène un policier et un notaire dans un commissariat de province, Miller opte ici pour une multiplicité des décors et des villes (Bruxelles, Rome, Biarritz...), donnant au récit une atmosphère de vertige narratif qui n’est pas pour rien dans la fascination qu’exerce cette randonnée mortelle. L’adaptation d’un roman policier américain de Marc Behm suit ainsi les mêmes modifications géographiques que celles opérées par François Truffaut dans La mariée était en noir ou Bertrand Tavernier transplantant une histoire policière de Jim Thompson dans le cadre de l’Afrique coloniale pour Coup de torchonMortelle randonnée est en fait bien plus qu’une perle du film noir : c’est un portrait de la douleur intériorisée et de la folie ordinaire. Les fêlures des deux personnages font écho au comportement maladif de Patrick Dewaere dans La meilleure façon de marcher (1976). La souffrance et la détermination du détective endeuillé et de la criminelle orpheline annoncent l’obstination de Charlotte Gainsbourg dans L’effrontée (1985) ou de Vincent Rottiers dans Je suis heureux que ma mère soit vivante (2009), ce dernier film bouclant la boucle des problèmes de filiation récurrents dans l’œuvre de Miller…

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