nel 20 aprile 1999 ci fu negli Usa
la strage di Columbine, da cui trassero grandi e conosciuti e diversissimi,
film sia Michael Moore, "Bowling for Columbine", nel 2002, che Gus
Van Sant, "Elephant", nel 2003.
dieci anni prima, il 6 dicembre
1989, a Montreal ci fu un altro massacro, al Polytecnique.
nel 2009 Denis Villeneuve (adesso
sappiamo che è uno dei più bravi registi del mondo) girò un film
intitolato "Polytecnique".
un film doloroso, un capolavoro
perfetto, che forse assomiglia a "Elephant", ma è un'altra cosa.
questo film vi farà stare male, siete avvertiti, ma non vederlo non è una
soluzione, se esistono film necessari, questo ne fa parte.
provate a vederlo, non ve ne
pentirete.
vi lascio tre recensioni, a vostro
rischio e pericolo, dopo averle lette non potrete non vedere il film:
“La
Warner Bros ha ucciso il mio Dune”. Anche Denis Villeneuve tuona contro la “sua” grande
major e contro lo streaming HBO Max. Sono passati pochi
giorni dalla scelta di AT&T, la casa madre di WarnerMedia, di distribuire i
17 titoli di punta del listino 2021contemporaneamente in sala e in streaming
per via della pandemia Covid, e già due delle firme più
importanti del bouquet Warner prendono ferocemente le distanze. Il primo era
stato a caldo Christopher Nolan che con il
suo Tenet, targato Warner, era stato da apripista nell’agosto 2020 con il
momentaneo ritorno del pubblico nelle sale cinematografiche. Poche ore fa è
toccato invece a Denis Villeneuve, l’autore di Blade
Runner 2049 e Arrival.
Una presa di posizione tanto più violenta
e circostanziata di quella di Nolan, quanto più meditata e costruita a freddo.
In una lettera pubblicata da Variety, Villeneuve
ha sostanzialmente spiegato che l’AT&T non ha mostrato
alcun “amore per il cinema e i suoi spettatori”, ma che soprattutto
pensa solo “alla sua sopravvivenza in borsa”. Come se non bastasse ha poi
aggiunto che la “grande rivoluzione” di proporre contemporaneamente 17 film in
sala e in streaming (le sale aperte oggi negli Stati Uniti sono nemmeno il 35%
ndr) è stata fatta “sacrificando i film del 2021” pur
di salvare HBO Max, che secondo lui, “è stato fin qui un
progetto fallimentare”. Se non sono parole di guerra queste, ci
manca poco. Villeneuve, che come il collega Nolan non può di essere tacciato di
essere antimoderno o antistorico visto l’abbondante uso di nuove tecnologie nei
propri film, ha comunque sottolineato che lo streaming è “una forza positiva e
potente nell’ecosistema cinematografico e televisivo”, ma che da sola “non può
sostenere l’industria cinematografica così come la conoscevamo prima del
Covid”; anzi, secondo l’autore di Sicario in questo modo Dune “non avrà la possibilità
di avere buoni incassi” e “trionferà la pirateria”. Al centro del
j’accuse di Villeneuve c’è, come nelle parole di Nolan, la centralità delle
visione in sala dei film, e a suo modo un attacco furente all’indistinguibilità
merceologica del neoliberismo: “Credo fermamente che il futuro del cinema sarà
su grande schermo, qualunque cosa dica un dilettante di Wall Street. Sin
dall’alba dei tempi gli esseri umani hanno profondamente bisogno di esperienze
di narrazione comune. Il cinema sul grande schermo è qualcosa che va oltre il
business, è una forma d’arte che unisce le persone, celebra
l’umanità, migliora la nostra empatia reciproca: è una delle ultime esperienze
artistiche e collettive di persona che condividiamo come esseri umani”.
Villeneuve ha poi voluto ricordare che
nella mattanza dello streaming finirà un suo film che a suo avviso è il suo
“migliore di sempre”: “con il mio team ci abbiamo dedicato tre anni della
nostra vita per renderlo un’esperienza unica su grande schermo. L’immagine e il
suono del nostro film sono stati progettati meticolosamente per
essere visti nelle sale cinematografiche”. Infine ha aggiunto che
“quando è diventato evidente l’inverno 2020-2021 avrebbe portato una seconda
ondata pandemica, ho compreso e sostenuto la decisione di ritardare la
distribuzione in sala di Dune di quasi
un anno. L’accordo era, però, che Dune sarebbe
uscito nelle sale ad ottobre 2021, quando il piano di vaccinazione sarebbe
stato avanzato e, si spera, con il virus alle spalle. La scienza ci dice che
tutto dovrebbe tornare a una nuova normalità il prossimo autunno”. Insomma,
Villeneuve di finire in streaming per fare una politica di banale conferma
abbonati di HBO Max, il servizio “casalingo” di Warner online, non ne ha la
minima intenzione. Chiaro, il potenziale di ricatto
è altamente simbolico, ma potrebbe anche significare un punto di
rottura tra i due registi con il proprio storico distributore per migrare
prossimamente verso major concorrenti che di certo non mancherebbero.
Villeneuve che ha in cantiere un kolossal su Cleopatra e che iniziò da totale
indipendente nel 1998 con Un 32 aout sur terre, si affermò nel 2010 con un
capolavoro cristallino come Incendies (La
donna che canta) con una prima mondiale alle Giornate degli Autori del Festival
di Venezia, e fece il salto ad Hollywood nel 2013 con il thriller Prisoners targato fin da allora Warner. Oggi vale
sul mercato quei 260 milioni di dollari d’incasso di Blade Runner 2049 (budget
150 ndr).
Nolan, invece, esordì tra il 1998 e il
2000 con due film indie come Following e Memento per poi diventare regista di punta
della scuderia Warner prima con Insomnia nel 2002 e successivamente con tutta
la saga di Batman, Interstellar, Inception e Dunkirk. Nolan
porta in dote, in piena pandemia Covid, con Tenet, nientemeno che 359 milioni
di dollari di incassi in tutto il mondo. Insomma, il potenziale per far
ricredere Warner ci sarebbe. Vediamo se il capitalismo selvaggio non ha eroso
del tutto ogni cellula di resistenza intellettuale ed
estetica di due tra i più importanti registi hollywoodiani contemporanei.
Del resto, in un periodo di crisi economica ed industriale del cinema con
l’arrembante tv, tra anni sessanta e settanta nacque la “New Hollywood” dei
Coppola, Lucas, Spielberg, Scorsese, Cimino&Co.
i protagonisti sono i due amici Khaled e Said, volontari per una missione suicida, e Suha, una ragazza che prova a far loro cambiare idea. mi sembrava di conoscere Suha, cerco un po' e trovo che l'attrice, che si chiama Lubna Azabal, è la straordinaria Nawal nell'immenso film di Denis Villeneuve che è La donna che canta. Paradise now è ambientato nella Palestina occupata dagli invasori israeliani, i due amici non vedono altra via di uscita alla loro condizione se non quella di diventare martiri. non è un film a tesi, è dialettico e pieno di sofferenza e di dubbi, drammatico, ma ci scappa qualche sorriso. è stato candidato agli Oscar per il miglior film straniero. da non perdere, sicuro - Ismaele
… We may disagree, too, and yet watch the
film with a fearsome fascination. The director and co-writer, Hany Abu-Assad, uses the interesting device of undercutting the heroism of
his martyrs with everyday details. During one taping of a farewell message, the
camera malfunctions. During another, one of the bombers interrupts his
political sermon with a personal shopping reminder for his mother. When the
leader of the terrorist group personally visits the two men, he seems less like
a charismatic leader than a bureaucrat a little bored by this obligatory task…
…I tre personaggi principali portano avanti altrettanti
modi di vedere la situazione e tentativi di risolverla: pacifista, incerto e
terroristico. Tutti e tre sono però veramente umani,
inaspettatamente per chi non è a contatto con la situazione come la maggior
parte degli spettatori. È sconvolgente vedere come dei gesti così estremi e
ingiustificabili possano essere compiuti da persone che non assomigliano
affatto a invasati o ad estremisti religiosi: giovani normali spinti dalla
difficoltà della vita di tutti i giorni e piene di rancore perché private dei
mezzi per migliorarla, che cercano nella fede solo una speranza e conforto per
un al di là che fa paura. Un’immagine che spaventa molto più di quella che
spesso costruiamo nelle nostre menti.
Secondo boxofficemojoLa donna che canta è costato7 milioni di dollari e ne ha incassato 4, poi facendo il salto dal Canada agli Usa i budget a disposizione sono cresciuti, Prisoners è costato46 milioni di dollari e ne ha incassato122, Sicario è costato 30 milioni di dollari e ne ha incassato 85, Arrival è costato 47 milioni di dollari e ne ha incassato 203, Blade Runner 2049 è costato 150 milioni di dollari e sta macinando incassi, non andrà in perdita.
Denis Villeneuve si è preso quasi tre ore per raccontare la sua storia, penso sia uno registi più bravi del pianeta, e chi finanzia i suoi film sa che non perderà i suoi soldi.
Denis Villeneuve è uno i cui film si dividono fra quelli bellissimi e i capolavori e anche Blade Runner 2049 non sembra fare eccezione.
La storia è tratta da un romanzo di PK Dick e il titolo rimanda esplicitamente a un (gran) film del 1982.
Musica e fotografia sono al top, ma rimane un dubbio.
Sembra che manchi l’urgenza di raccontare, come succedeva in tutti i film precedenti, e che questa volta Villeneuve faccia un (grande) esercizio di stile.
Come è capitato a un maestro della critica cinematografica, mutatis mutandis, in certi momenti mi è sembrato di vedere un film di Luc Besson, un po’ esagerato, e che ci sia stata qualche lungaggine di troppo (qualche decina di minuti?).
Però sono sicuro che Denis Villeneuve si riprenderà.
Intanto buona visione, non fidatevi di quello che scrivo(no), giudicate voi - Ismaele
…Ho visto il nuovo «Blade Runner» e a un
certo punto ho temuto che il numero 2049 non si riferisse all’anno ma ai
minuti. Interminabile…
…Nella Los Angeles di quel mondo le cose sono peggiorate tra il 2019
e il 2049, la contaminazione con l’Asia ha lasciato il passo a quella con la
Russia e Villeneuve è bravissimo a suggerirla senza spiegarla. Sarebbe bello se
fosse riuscito a fare lo stesso con la trama, spiegata troppo spesso tramite
monologhi implausibili, pronunciati guardando il vuoto (il più fastidioso dei
quali è lasciato a Jared Leto, che
parlando con la sua assistente dice per filo e per segno quali sono i suoi
obiettivi e quali i problemi che deve superare).
Denso di twist narrativi, ipotesi, possibili spoiler e
rivelazioni, Blade Runner 2049 non è
una storia piccola e noir di un uomo, qualche replicante e una donna tutti in
cerca di vita dentro un mondo in cui è difficile amare e facile morire, è
un’affresco imponente che riguarda tutto quel mondo e quel che gli può
accadere. È un film moderno perché tutto, anche quel meccanismo dei ricordi
innestati nei replicanti già noto dal precedente film, è sviscerato e
approfondito nelle sue implicazioni, nelle sue cause e nei suoi effetti. È un
film pieno di risposte in cui sembra che il mistero faccia gran fatica a
ritagliarsi uno spazio, come è caratteristica del cinema moderno, ansioso di
informazioni, dettagli e funzionamenti.
Di tutta questa chiarezza molti registi avrebbero fatto l’uso
peggiore, invece Villeneuve con
il personaggio di Joi, l’assistente personale del protagonista (un’intelligenza
artificiale che lui ha acquistato e che non si capisce mai se sia più o meno
avanzata dei replicanti), dimostra non solo di avere delle idee proprie ma
anche di saperle spiegare e comunicare con trovate visive originali. Con Joi e
tutto quello che accade con lei, attraverso di lei e intorno a lei il film
dimostra di essere in grado di creare momenti in cui ciò che accade non si
spiega a parole, semplicemente avviene davanti a noi, e la maniera in cui lo
vediamo avvenire ha la qualità attraente e respingente delle più grandi
distopie, i sogni andati a male in cui percepiamo un po’ di romanticismo ma è
così flebile che ci commuove. Il che basta e avanza a farne un film molto bello.
…in fondo a un film di questa portata (che forse è anche il
sequel più rischioso di sempre) si perdonano volentieri anche alcune cose meno
a fuoco, compreso un Ryan Gosling più monoespressivo del solito. La figura del
guru Wallace (Jared Leto) non dice granché con le sue massime
poetico-filosofiche, così come il villain femminile che pare uscito da
Terminator e certi sentieri narrativi troncati, che potrebbero però rimandare a
un prossimo episodio (Wallace, la replicante con un occhio solo, il fiore
raccolto da K).
Villeneuve ha insomma portato a casa un risultato
encomiabile sporcato qua e là solo da qualche macchia di scrittura e da qualche
concessione “di cassetta” al grande pubblico che però, visto il piattume
sconfortante della sci-fi hollywoodiana odierna, si digerisce senza tanti
problemi. Gran film e grande Villeneuve, l’unico tra gli autori contemporanei
capace di intendere il fantastico (ma non solo) come i grandi del passato.
Ora, esco ancora “sbiadito” da questa visione ma non riesco,
nonostante debba metabolizzarlo, a capacitarmi di come una nutritissima schiera
di persone, in primis la Critica americana,
che sarà ora ridimensionassimo, poiché estremamente fallace oramai sentenzia
spesso per promuovere l’industria, abbia potuto definire questo “seguito” un
capolavoro. Quando non ne possiede neppure un crisma, un fotogramma degno
dell’originale. Paragoni non andrebbero fatti e sarebbe azzardato, da parte
mia, voler sacramentare a sfavore di questo film di Villeneuve, che si conferma
negativamente un regista molto di forma, abbastanza sulfurea e
programmaticamente elegante nelle sue sfacciate stilizzazioni indigeste, e poco
di sostanza. Ma non lo si può nemmeno liquidare, con molta superficialità, come
film non riuscito, perché la sua bellezza, la sua particolarità, ce l’ha
eccome. Ed è, come sottolineato da molti, lodabile il tentativo di
“serializzarlo”, mantenendo una sua originalità che vorrebbe, non riuscendoci
però, anzi mal emulandolo, distanziarsi dal capostipite per seguire una strada
propria. Villeneuve s’impegna, gli va dato atto e il “beneplacito” di essere
riuscito nell’impresa di ereditare un capodopera di cotanta, giusta fama,
cercando di allontanarsene, di svilupparlo e anche farlo “progredire” in
maniera autonoma, anzi “autoctona”, pur restando il naturalissimo fatto, non
eludibile, di volerne conservarne intatti gli impianti scenografici,
“imitandone” la fotografia lucente e nebulosa, quasi sporca, e di scegliere un
percorso narrativo che, sebbene sia consuetudinario e neppure tanto brillante,
basato sullo svelamento, spiegatissimo, di una trama “a dipanarsi”, di sue
intuizioni (come il sesso “a tre”) se ne distacchi. Ma l’operazione è riuscita
decisamente a metà, anche meno. Il film non doveva essere un’imitazione del
film di Scott, non gli chiedevamo, credo, questo, ma pretendevamo che sapesse
affascinarci in egual modo, che ci trascinasse in una storia e in immagini
egualmente emozionanti, insomma che ricreasse magicamente il mito di Blade Runner.
Che qui si limita invece a rimandi alquanto patetici, forzati, anzi eseguiti
perché costretti a compierli. E allora il fantasmatico, invecchiato e
appesantito Ford appare come da programma, tra i recessi della memoria e dalle
nebbie di una costruzione fatiscente che serba ologrammi di Elvis Presley, di
Frank Sinatra e della divina Monroe. Una scena lunghissima, che però manca di
anima, dai dialoghi “balbettanti”, che non sanno sostenere le ambizioni e il peso
che dovrebbero portarsi dietro. Non sanno trasmettercene la leggendarietà,
l’aura quasi mistica che il film di Scott ha scatenato in noi. Ma io sono
spettatore oramai attempato e vivo dell’originale, quindi sin dapprincipio m’è
parso blasfemia farne qualcos’altro, che fosse un sequel o l’inizio
di un possibile reboot, così come il finale
ambiguo ci suggerisce…
Tenía muchas esperanzas con esta película y aunque no me ha
decepcionado en muchos aspectos, si lo ha hecho en el mas importante, que es en
el argumento. En mi opinión ha abarcado mucho y no ha apretado en casi nada. Si la analizas por partes tienes un film con una estética
preciosista, Con un ritmo delicioso y que pilota ciertos conceptos que a
cualquier amante de la Scy Fy le encantarán. Pero si lo haces en su conjunto la
película le falta gancho, no conmueve lo que debiera y parece que no cierra
nada de lo que abre, le falta sentido y dirección a lo que propone. El trabajo de dirección y el de diseño de producción son de
10. No tenia ninguna duda de que Villeneuve en esto no me decepcionaria. Pero
el Guión, el argumento en general, hace aguas en muchos momentos. Hay temas que
trata de pasada y que no cierra. A saber: El destino de Deckard, el de su hija,
el de la resistencia, el personaje de Leto. Parece que buscase una secuela mas? Imita a películas ya vistas del genero y coge prestada cosas
de ellas. Uno no puede evitar ver a Her en el personaje de Ana de Armas que,
aunque hace una interpretacion estupenda, sobra por momentos y parece que esta
ahí para explicar cosas a los que lo pillan a la primera. Le falta fuerza. la fuerza dramática que uno espera de una
peli así,y aunque uno atisba profundidades (Ninguna nueva por cierto) en
ninguna bucea hasta sus últimas consecuencias. El personaje de Jared Leto es un error, parece una parodia de
un genio loco que solo dice solemnidades, no tiene profundidad alguna, para mi
es lo peor. Por contra, su asistente y ejecutora es el personaje mas logrado y
lo mas remarcable del film. Gosling es aqui un Blade Runner 3.0, es decir, un
replicante que retira replicantes. Es un personaje muy logrado, no tanto como
el bueno de Deckard, pero pasa el corte. Tiene la frialdad de un androide
mezclada con el hastio de un hombre que esta quemado, con una visa sin sentido
ni objetivo y que odia lo que hace. La música y el sonido son una consecución de efectos
electronicos que, aunque ayuden a la estética, no quedan en el recuerdo de
nadie. Esta a millones de años luz de la mítica banda de Vangelis.
En resumen una buena película a la que le falta mucho para
que sea digna sucesora de la anterior. Es más, si la comparas con aquella, tan
solo el monólogo final le gana por goleada a toda esta. Entiendo que he de verla de nuevo. Y seguro que gana con los
visionados (Algo parecido paso con Blade Runner que no fue un éxito en su
estreno) pero dudo que el tiempo la coloque en el top de la ciencia ficción.
Dudo que sea capaz de dejarme el sabor de boca que, aun hoy tras tantos
visionados, me deja la de Scott.
un film strano, questo di Pablo Larraín. per la prima volta gioca in trasferta, come qualche tempo prima è capitato a Denis Villeneuve, e Pablo sceglie una storia che non è laterale, ma entra subito nel vivo di quel paese. i giorni dopo l'omicidio di JFK, ma senza parlare di John, è ormai morto, è Jackie, la first lady a parlare di lui, parlando di lei. tutto parte da un'intervista, che diventa il film. immagini straordinarie, epiche, casalinghe, pubbliche, tutte inestricabili. il film resta freddo, e bellissimo, ma forse partendo dal Cile Pablo ha perso qualcosa, ma tutto, forse, dipende dalle aspettative. un ruolo importante hanno le musiche di Mica Levi, quando all'inizio del film la macchina corre subito dopo lo sparo ho pensato alla Cavalcata delle Valchirie di Apocalypse now. un film che merita molto, di livello davvero di un altro pianeta, ma preferisco il Pablo Larraín cileno - Ismaele
Ecco
qui
l’articolo di Theodore H. White,
apparso su Life il 6 dicembre 1963 ed ecco le immagini vere:
…La
protagonista è infatti segnata su più livelli dal dramma della perdita e quindi
dalla ricerca di simulacri materiali del possesso: per ciò il film dedica
particolare attenzione agli oggetti, agli abiti, ai gioielli e alla spoliazione
progressiva della Casa Bianca che avviene con il trasloco di ciò che resta dei
Kennedy per lasciare posto alla nuova coppia presidenziale.
Larraín sceglie dunque di costruire il personaggio di
Jackie a partire dal suo desiderio di autodeterminazione, inquadrandone il
conflitto con le norme e i protocolli di stato (il rapporto con Bobby incarna
questo dissidio) per ricavarsi uno spazio entro cui costruire un simbolico
nuovo e decisamente molto contemporaneo, caratterizzato dalla
spettacolarizzazione della tragedia.
Nel film si respira un’atmosfera inquietante intonata
all’accordo che, a schermo nero, apre il film dandogli il “la”. La colonna
sonora è stratificata, talvolta più intima, talvolta sontuosa e ingombrante
come in un classico biopic di fattura hollywoodiana. Fondamentale è infine la
canzonetta Camelot, utilizzata quale sintesi di quell’idealismo a stelle e
strisce fortemente anticomunista che, tra immaginario “cavalleresco” e teoria
della Nuova frontiera, la coppia Kennedy desiderava portare nel mondo.
…Parvenant
à nous faire vivre comme jamais l’assassinat de Kennedy, le réalisateur nous
immerge auparavant au coeur de l’agitation « ordinaire » d’une visite
officielle pour la Première Dame (l’arrivée du couple à Dallas apparaît être un
documentaire). Il ancrera ensuite ses vertiges et devient l’étonnant témoin de
ses prises de décision comme ne pas changer ses vêtements tachés de sang.
Revenant sans cesse au dialogue premier, le montage laisse interrogatif tant il
semble mettre en exergue les vertiges de la protagoniste sans jamais parvenir à
les transcender – cela permet de sympathiques scènes de garde-robe dont les
occurrences miroirs ne servent guère à grand chose. La musique jouera ce rôle,
ancrant à son tour un dialogue, quelques fois contrastant, avec les images.
Si
le scénario se veut intelligible au point d’être didactique, quelques lignes
demeurent obscures comme un échange entre Jackie Kennedy et un prêtre. Mais
l’écriture n’est qu’un prétexte à la performance. Et force est de constater que
Pablo Larraín est un virtuose qui, sous les atours d’un biopic, questionne
« la manipulation des images » (jusqu’à celles que nous avons de
J.F.K. et de « Jackie ») dont on ne peut, heureusement, pas
l’accuser.
…Non c’è alcuna traccia di revisionismo e
critica alla presidenza Kennedy (Baia dei Porci, Vietnam), non si accenna mai
ai tradimenti privati, alle molte storie di sesso e alle collusioni mafiose. A
Larrain e Oppenheim evidentemente non interessa riconsiderare
storiograficamente né John Kennedy né quel periodo (e va bene così), il loro
focus restano Jackie e la costruzione da parte sua del mito Kennedy. Perché, ci
viene suggerito, in fondo (anche) questo deve fare una moglie e una first lady,
offrire alla storia l’immagine migliore e migliorata di se stessa e della
propria famiglia. Anche al di là della verità. C’è un che di primitivo, di
animale nella feroce forza di Jackie, nella sua determinazione, qualcosa di
leonino, di tigresco, anche questo molto à la Larrain. Anche questo segno della
radicale diversità del film. Larrain sbarca in America ma rimane se stesso,
portandosi dietro il suo senso della Storia come tragedia ma anche come
messinscena (esattamente come inNo). Il film fa fatica a ritrovarsi nel finale,
arranca lungo qualche minuto di troppo. Ma quando Jackie mette sul piatto la
canzone del musical Camelot l’opera si è compiuta e ci è finalmente chiara. La
corte di Artù si è reincarnata nella stagione kennediana alla Casa Bianca, il
mito è costruito, la missione di Jackie compiuta. Da quel momento tutti
crederanno al ritorno di Camelot e a lei come nuova Ginevra. (E basta questo
finale per farci capire il bello e la potenza del musical più delle due ore e
passa diLa La Land).
inizia come District 9, alcune astronavi appaiono, senza nessun preavviso. si scatena il panico, eci sonole due opzioni, distruggerle o cercare un contatto; miracolosamente prevale la seconda, ma non per troppo tempo, il mondo decide di fargli la guerra, ma succede qualcosa di straordinario (che non dico, naturalmente). Denis Villeneuve sembra cadere in citazionismo (penso a Malick, tra gli altri) ma è una paura infondata, è troppo bravo e capace per fare il suo cinema. nella storia il tempo non è quello cronologico, riesce anche ad essere circolare, come comunicano gli alieni. l'istinto è eliminare quello che non si capisce, o che è troppo diverso da noi, che potrebbe minare le certezze acquisite nel tempo. la storiella del canguro è proprio un aneddoto sulla comunicazione. per quanto il film potrebbe sembrarvi strano vi piacerà, non serve capire tutto e subito, contano le sensazioni che il film lascia, e certi momenti sono emozionanti ed entusiasmanti. per questo non perdetevi questo film, non è fantascienza (lo dico per quelli che la fantascienza la aborriscono, e neanche sanno perché), è "solo" grande cinema, e basta. e qui finisce la recensione, solo la prima parte però. --------------------- è che mi torna in mente la fine di Enemy. un essere enorme copre anche i palazzi, la città intera, un ragno pare, qualcosa di opprimente. gli "alieni" del film mi sembrano "parenti" di quell'enorme ragno, ma al contrario, non per opprimere ma per liberare. e se quegli "alieni" non fossero altro che una creazione dell'inconscio collettivo (nel senso di Jung, credo) di milioni di persone disperate, vinte, arrese, ma non del tutto. e se gli "alieni" fossero lo strumento per ricominciare a vivere una vita che ne valga la pena? e se Louise fosse il tramite fra la triste realtà e la possibilità di ricominciare? - Ismaele
...Amerete
Arrival in qualsiasi caso perché è un film universale, un gigantesco gioco di
specchi fatto per piacere agli appassionati di fantascienza – che accetteranno
senza battere ciglio un paio di soluzioni poco ortodosse in cambio di un’ora e
quaranta di xenolinguistica –, a quelli che nel cinema cercano il sempre
imprescindibile Elemento Umano – che vengono introdotti a due ore di
xenolinguistica dal più classico dei melodrammi familiari, con la promessa di
ritornarci –, a quelli che vanno al cinema perché lo schermo è grosso e la sua
ragione di esistere è ospitare strutture volanti altrettanto enormi, agli
esteti, ai cinefili, a chi è cresciuto con gli Urania e a chi è cresciuto con
Spielberg.
…Arrival è un film affascinante e coinvolgente che si
dipana lungo due piani temporali distinti ma che si confondono senza che ce ne
accorgiamo. Si potrebbe pensare a un Villeneuve in fase spielberghiana. Niente
di più sbagliato... ...Così come qualcuno potrebbe criticare il regista diLa
donna che cantadi
aver cercato di emulare Christopher Nolan. Errore. Villeneuve è un regista con
una sua visione e una sua idea di cinema ben precisa e Arrival ne è l’ennesima
dimostrazione. Attraverso una colonna sonora potentissima e un immaginario
fantascientifico originale ed estremamente realistico,Arrivalci
fa sprofondare in un viaggio dell’inconscio che, attraverso la metabolizzazione
dell’amore e una traslitterazione dei sentimenti, ci dice cose nuove sul cinema
e su noi stessi. Non è un film facile,Arrival,
ma con l’aiuto dei codici del genere e il ritmo sostenuto che sa infondergli
Villeneuve arriva al cuore e alla mente anche di coloro che pensano di aver
perso per strada alcuni pezzi. da qui
…Villeneuve, nonostante l’oscurità del plot, vero punto
di fragilità dell’operazione, ce la fa a condurre in porto un fantascientico
colossale come esige il mercato senza scadere nella giocattoleria, e invece
attenendosi a quel filone nobile e glorioso della sci-fi umanistica che ormai
sembrava eclissato dalle mostrerie varie con uso e abuso di CGI e quant’altro.
Rispetto alle figurine piatte e bidimensionali, da graphic novel prontamente
riporodotta su grande schermo con la stessa mancanza di profondità, dei vari
reboot diStar Wars eStar Trek e dei pur rispettabili supereroistici Marvel,Arrival più che raccontare di alieni va a
scavare nelle nostre alienazioni, nella gente che sta da questa parte del
cosmo, mostrandone corpi e menti dove stanno incapsulati ricordi angosciosi.
Quella fantascienza che abbiamo conosciuto e amato tra anni Sessanta e
Settanta, da Kubrick fino al meraviglioso Tarkowski diSolaris cui questoArrival qua e là somiglia, e diStalker…
…Amy Adamsè la scelta perfetta, ha una gamma di espressività vasta e ed è capace di sovrapporre la tensione della paura, alla tensione dell’eccitazione, la voglia di andare avanti con il timore che ci spinge indietro. Tuttavia non basta la bravura. Solo qualche anno fa il ruolo protagonista, quello quello dello scienziato che lotta con i militari per capire l’altro, sarebbe stato affidato ad un uomo. Sarebbe stata una parte buona perDustin Hoffman, Richard DreyfussoJeff Goldblum a seconda delle annate, e del resto non è diverso da quello diMatthew McConaughey inInterstellar, eppure qui va ad una donna, che lotta contro i maschi per imporre la propria volontà come faJessica Chastain inZero Dark Thirty. Non è poco, in un film in cui bisogna capire gli alieni che ci sia una donna al centro di tutto che cerca di imporsi. Non è normale e non è usuale. Nelle mani diVilleneuve poi, è anche molto bello.
…Dopo pochi minuti, gli ingranaggi di una sceneggiatura
non perfettamente oliata iniziano a stridere: se la cinematografia statunitense
nella sua declinazione più smaccatamente hollywoodiana ci ha abituati a
spiegazioni frettolose, dialoghi esplicativi e didascalici per non far perdere
lo spettatore in possibili tecnicismi o passaggi elevati, in
Arrival si segnalano sequenze che rasentano l'auto-parodia. Perché
non può non far sorridere lo sguardo fisso e serissimo con cui il colonnello di
Forest Whitaker attende una risposta dalla professoressa, dopo averle chiesto a
bruciapelo cosa venisse detto in quella serie di versi e suoni che, da
"Alien" al serial "Stranger Things", si susseguono
indistinguibili per rappresentare l'espressione vocale extraterrestre. Ci
rendiamo conto, altresì, che la semplificazione fa parte del cinema e, in
particolare, di quello fabbricato a Hollywood, ma da un'opera con una simile
impostazione e nemmeno troppo velate ambizioni, è lecito attendersi un
trattamento che lavori più di cesello, visto che non tutto può coprire la
perizia visiva del regista. Non possono essere solo casualità e bisogna mettere
in conto che la sceneggiatura di Eric Heisserer, tratta da un racconto
pluripremiato di Ted Chiang, "The Story of Your Life", scricchioli e
ceda laddove una più forte tenuta avrebbe consentito al film un impatto più
potente e una riuscita totale…
… La maggiore suggestione cinefila è data da quello
schermo abbagliante assimilabile a uno schermo cinematografico, così come la
mano che appoggia la Banks, in attesa della reazione dell'extraterrestre, rima
con una delle immagini-simbolo del bergmaniano Persona. Il regista riesce a corporeizzare lo
spaesamento che si prova di fronte a un qualcosa che fino a un momento prima
sembrava inimmaginabile e che, invece, si staglia maestoso davanti a noi, ed è
da questo versante, quella del genuinosense of wonder spielberghiano (e che almeno nella
prima parte innervava anche la super-produzione di Nolan), che il lavoro di
Villeneuve trae il suo punto di forza. E questo squilibrato, imperfetto esperimento di
fantascienza è probabilmente l'opera americana più sentita del suo autore,
soprattutto se confrontato ai ben più quadrati ma forse inerti thriller che
l'hanno preceduto. L'ottavo lungometraggio del regista canadese,
combinando riflessione umanista e filosofica, si focalizza su due punti solo
apparentemente lontani: la comunicazione tra specie diverse e l'amore nella sua
declinazione filiale. Se le suddette e fin troppo sbrigative definizioni vi
fanno venire in mente il melodramma esploso di Incendies (2010) non state errando perché, per certi
versi, è il film di Villeneuve che più si avvicina al cuore pulsante di
"Arrival". E perché anch'esso ha cometwist un'agnizione
profonda che ricalibra la percezione della realtà, degli affetti e
dell'esistenza, che forse vale più la pena vivere che tentare di cambiare.
se non sai niente di Room prima di andare al cinemasarà meglio, ma anche se sai già la storia sarai sorpreso, è uno di quei film che non ti aspetti, una storia che non conoscevi, raccontata così, e non te la dimentichi più. Brie Larson e Jacob Tremblay si meritavano l'Oscar insieme, solo Ma' è riuscita a prenderlo, ma se lo meritava anche Jack. Lenny Abrahamson si conferma sempre più bravo, ha girato solo cinque film dal 2004 (Adam & Paul è il suo primo film). la sceneggiatura è di Emma Donoghue, autrice di Stanza, letto, armadio, specchio, da cui il film è tratto. è un bellissimo film d'amore, come pochi, e soffrirai di sicuro, guardandolo, questo non è un film innocuo, ma stai sicuro che non si sono trucchi per strappare lacrime finte. almeno un paio di volte il film sembra finire, poi riparte, sempre a livelli altissimi, grazie a un regista di serie A. cercalo al cinema, non privartene - Ismaele (il film è girato in Canada, per coincidenza è canadese il regista di Prisoners, che ha qualche piccola vicinanza con Room)
…Roomno
es sólo una muy buena película. Es una experiencia tan terrorífica como
conmovedora, con actuaciones impresionantes, con un guión -si bien simple- muy
bien estructurado, alejado de cualquier melodrama y que no apela ni a una
tramposa edición ni al sobre uso de recursos técnicos que nos lleguen a poner
los pelos de punta para convertirla en un film inolvidable. Tampoco abundan los
diálogos filosóficos ni pretende alcanzar un mensaje existencialista, sí la
naturalidad y espontaneidad de dos personas sometidas a una situación que
ninguno aprendió a sobrellevar. La reflexión final sí es sincera sobre el amor,
la sobrevivencia y la reconstrucción de una familia desde dos vidas fracturadas
por el dolor.
Aunque se
presume que la autora se basó en el caso real deElizabeth Fritzl, que permaneció encerrada en un sótano en Austria por decisión de
su padre durante 24 años,Room rebosa
originalidad y de un aire del que últimamente no respira el cine: ese aire que
nos hace sentir vivos y parte de una historia que vivimos a través de los ojos
de Joy y la magia de Jack, con los que queremos gritar al unísono, personajes que
tras cada visionado, vuelven a nacer.
…Emotivamente potente, Room è un prodotto che entra nella
mente dello spettatore e non vi esce più. Difatti il film diretto da Lenny
Abrahamson costruisce nella prima parte il mondo all’interno di un capanno:
l’armadio, il lavandino e il water sono gli amici reali che Jack si è fatto
negli anni, mentre al di fuori della stanza c’è lo spazio con gli alieni,
chiamati a gran voce durante un gioco con la mamma. L’universo con cui Jack è
costretto a convivere è la sua realtà, mentre la televisione mostra esseri
inventati, personaggi fantasiosi, frutto di una bugia a fin di bene…
…Brie Larson e Jacob Tremblay si rimbalzano il
testimone di una maratona attoriale ad alto tasso di emozione, optando sempre
con grande giudizio per la soluzione in levare. Dal loro legame dipende
l'intera impalcatura del film e loro sanno reggerla con grazia e solidità.
… È un film ambiziosoRoom ma anche popolare, d’altronde i suoi referenti
principali sono un classico del romanzo d’appendice quale Il conte di Montecristoe un romanzo di formazione universalmente
noto comeAlice nel paese delle
meraviglie. Questi sono infatti i libri che Ma legge al
piccolo Jake quando sono nella stanza, lo strumento perfetto per stimolare la
sua curiosità e dunque prepararlo ad affrontare il mondo…
… Abrahamson ha sabido sortear la línea, finísima, que
separaLa habitacióndel telefilme de sobremesa –cuando
había telefilmes en la sobremesa, aquellos maravillosos años- y lo ha logrado
siendo fiel a uno de esos acuerdos programáticos tan en boga: enfoque, enfoque
y enfoque. El enfoque lo es todo. Dentro y fuera de esta habitación, y desde
luego entre las páginas de un guion planificado para anteponer personajes a
hechos, conflictos a pornografía sensacionalista. Si uno quiere, se puede. El
problema, casi siempre, es querer.
la storia è tratta da un grandissimo romanzo di Josè Saramago (qui). poi Denis Villeneuve, da par suo, ne tira fuori un'altra cosa, secondo me, ed è un'opera che cita grandi film della storia del cinema. quella di Villeneuve è la storia di un'ossessione, carica di riferimenti e rimandi, i due sosia sono magari uno, tutto quello che vediamo non avviene davvero, chi è buono e chi cattivo non si sa, la parte buona e cattiva convivono in Adam/Anthony, che di sicuro non sono sereni con le donne. è la seconda volta che lo vedo, a distanza di qualche mese, si apprezza meglio la seconda volta, e non escludo altre visioni. forse la prima volta mi ha frenato pensare a Saramago, in realtà Enemy è di Denis Villeneuve. non è mai arrivato in sala, purtroppo - Ismaele ps: per alcune spiegazioni, se lo sono davvero, e se servono (ma solo dopo aver visto il film), leggete qui
Prima di tutto Villeneuve è riuscito a fare quello in cui in passato tanti avevano fallito: portare sul grande schermo la rivisitazione in chiave cinematografica di un romanzo di José Saramago. Ci aveva provato ad esempio Fernando Meirelles con Blindness ma i risultati erano stati ben poco soddisfacenti. Troppo lineare, schematico, ben definito, tutto l’opposto della creatività geniale del portoghese premio nobel per la letteratura. Saramago è etere, è intrigo, è intreccio apparentemente scollegato, è tutto e il contrario di tutto, difficile riproporlo. Sicuramente Villeneuve, pur rimandendo piuttosto fedele al romanzo in sè, ne dà una sua personalissima interpretazione, rivisitandolo in chiave moderna. Enemy è quindi una rilettura dell’originale che prende vita e riesce, proprio nel momento in cui, intelligentemente, se ne distacca…
… Inutile dire che non è stato distribuito. Ritengo sia uno dei migliori film di Villeneuve (e uno dei miglior thriller psicologici degli ultimi anni), sicuramente il più personale (e quindi anche più vero)…e sicuramente più di Prisoners che viceversa lascia molto a desiderare, poiché tralascia molti spunti interessanti da approfondire a favore di un scialbo tentativo di catturare lo sguardo dello spettatore medio (che tra l’altro è rimasto colpito a quanto mi sembra di ricordare) un mero prodotto hollywoodiano di seconda se non terza categoria. Certe cose mi fanno proprio innervosire.
Real quick plot summary here.
History prof Adam (Jake Gyllenhaal) discovers that he has a doppelganger, a bit
part actor named Anthony (also Gyllenhaal, duh). He tracks him down and
their lives become intertwined, with Adam’s girlfriend Mary (Sarah Gadon) and
Anthony’s pregnant wife Helen (Melanie Laurent) getting caught in the
middle. Also, spiders.
Chances are if you’ve heard about this film,
you’ve heard about the final shot. And yeah, it is a doozy of a
shot. It’s one of the best final shots I’ve seen in a long time. It
really blew me away. And it made me wish I had enjoyed all the stuff
leading up to it more. I would like to think this is a movie that works
at establishing a Lynchian (is the casting of Isabella Rossellini as the mother
an homage?) atmosphere rather than a cryptic puzzle waiting to be solved.
Then I wouldn’t have to feel so frustrated by it. But director Denis
Villeneuve has apparently made clear in interviews that there is an explanation
for everything, and the film opens with a line from the novel — “Chaos is order
yet undeciphered” — that also suggests the story can be pieced together…
…L’intenzione era quella di catapultare lo spettatore in
un’esperienza onirica la cui interpretazione maturasse dentro lo
spettatore, attraverso sensazioni e simboli, invece che tramite una chiara
verbalizzazione maieutica.
Il dato è da
sottolineare perché il pregio (o, per alcuni, la fonte di massima irritazione)
del film è quello di usare un linguaggio che non narra un’esperienza attraverso
gli occhi del protagonista, ma la fa vivere narrandola come se fosse
rielaborata dall’inconscio del protagonista.
Per cui è del
tutto plausibile l’implausibile e reale e simbolico si fondono progressivamente
fino ad arrivare all’apice immaginifico di un enorme ragno che si muove
minaccioso tra i palazzi di Toronto.
Il caos è un ordine
da decifrare è l’incipit tratto dal libro di Saramago nonché il manifesto del
film...
…"Enemy"
es una obra siniestra y misteriosa, en la que la paranoia extrema de la trama
se ve acompañada por un estilo visual contundente, hasta el punto de que, pese
a la falta de escenas sangrientas, el conjunto posee un sabor violento y
cercano al de una historia de terror. Y éstas son intenciones que se hacen
evidentes desde el inicio, porque desde su presentación misma, Adam demuestra
que es un tipo miserable, marcado por circunstancias que no logramos imaginar,
pese a que tiene una existencia aparentemente tranquila y satisfactoria.
Su
obvia incomodidad ante la vida se ve acentuada por un insólito descubrimiento
que se produce cuando un compañero de trabajo lo motiva a ver en DVD una cinta
local independiente, en una de cuyas escenas descubre a un actor secundario -en
realidad, un extra- que luce exactamente como él. Desde entonces, la necesidad
de encontrar a este tipo (que sí, es Anthony) se vuelve completamente obsesiva,
lo que lleva a Adam a tomar ciertas decisiones imprudentes…
…Jake Gyllenhaal si
sdoppia, doppio ruolo e doppio talento, rimbalza senza esitazione da un
personaggio all’altro, confondendosi e confondendoci, trascinando se stesso e
lo spettatore nel caos; si sdoppia anche nel suo rapporto col regista, girando
prima Enemy e poiPrisoners, che però lo precede al cinema. I due film si
sovrappongono però solo cronologicamente, sono entità diversissime, anche se
entrambe di livello ottimo: Denis Villeneuve è entrato ufficialmente nel club
dei grandi, dei cineasti con una idea di cinema, e con coraggio da vendere…
…Soprattutto per Adam il cambiamento sarebbe rivoluzionario (e lo
vivrà commosso come l’inizio di un nuovo amore), per Anthony costituirebbe una
via di fuga e l’occasione di possedere un’altra donna sotto la formalità di
esserne il partner.
Quella che vediamo
sullo schermo sembra la messa in scena di un disturbo narcistico della
personalità da manuale, doppelganger, riconfigurazione dell’identità e
reinvenzione di sé compresi.
Adam e Anthony
cedono a pulsioni ormai cieche e solo attraverso un evento tragico potrà essere
ristabilito un ordine.
Adam a lezione cita
Marx (La storia si ripete due volte,
la prima volta come tragedia, la seconda come farsa) e
l’inquietante ironia del film risiede proprio in quella frase: saltati dalla
loro ragnatela, Adam e Anthony non hanno fatto altro che ritrovarsi
intrappolati in quella dell’altro.
E quell’oscuro ragno
psichico comparirà di nuovo in un finale surreale e spiazzante.
a Denis Villeneuve non devono piacere i film che finiscono bene. Sicario è un film solido, compatto, che non annoia mai. una storia al confine degli Usa e del Messico e al confine della legalità, confine mobile, a seconda delle circostanze. ricorda l'ultimo film di Kathryn Bigelow, sia per la protagonista donna, sia per la caccia all'uomo (mutatis mutandis). naturalmente le scene ambientate a Juarez non sono state girate lì, c'è un limite a tutto. l'agente Kate viene usata per un'operazione più grande di quanto immagina, nella quale il fine giustifica i mezzi, alleati e nemici, buoni e cattivi non si capisce bene chi siano. lo sguardo impotente di Kate, che vede cose che non avrebbe mai dovuto vedere, è il nostro sguardo sul mondo, e non sei più sicuro se esistono i buoni e i cattivi. attori bravissimi e regista super, senza alcun dubbio. non è il miglior film di Denis Villeneuve, ma solo perché ha fatto dei film immensi. questo è "solo" un gran film, non perdetevelo - Ismaele
Un'imboscata dell'FBI rivela molto più di quanto era
previsto: lo spettacolo orripilante di decine di cadaveri nascosti nei muri e
con la testa sigillata in sacchetti di plastica. Per allargare la squadra che
va a caccia dei mandanti di quel massacro la CIA arruola Kate, la giovane
agente dell'FBI che ha partecipato all'imboscata rivelatrice, anche se lei è
un'esperta di rapimenti mentre la squadra combatte da tempo contro il cartello
messicano della droga. È l'inizio di una discesa agli inferi che coinvolgerà
tutti i servizi segreti statunitensi (e la coscienza di un Paese) disposti a
trasgredire ogni regola e a sacrificare ogni parvenza di umanità pur di
mantenere il controllo (ma senza alcuna volontà di debellare il Male)…
Sicario, oltre a raccontare una storia di criminalità e operazioni
sotto copertura, ha secondo i suoi realizzatori e interpreti un significato più
profondo. Il regista Denis Villeneuve pensa che il film
sia incentrato sull'America e sullo scontro tra idealismo e realismo che
avviene nel momento in cui deve affrontare i problemi di altre nazioni. «Sicarioè in parte dedicato a un vecchio
fantasma: l'idea che il Nord America risolverà i problemi più violenti del
mondo in un modo efficiente e invisibile. Una volta era un pensiero in grado di
dare conforto, ma il mondo sembra essere diventato sempre più complicato». Benicio Del Toro è invece convinto che sul
grande schermo si assista a una riflessione sulle conseguenze delle proprie
scelte. Più filosofica ancora la prospettiva di Josh
Brolin: «Il film è un mistero umano che devi afferrare e risolvere da solo. Un
puzzle ricco di tensione ed emozionante»…
…Sicario è uno di quei film in cui il genere si
sposa perfettamente con il cinema d’autore, in cui attraverso una forma
narrativa vicina all’intrattenimento puro si riesce a fare anche arte, per
usare parole scomode. È impossibile non pensare al cinema migliore di Michael
Mann guardando il nuovo lavoro di Villeneuve, sicuramente assimilato nella sua
capacità di costruire eroi solitari in mondi spietati. Qui non c’è un uomo al
centro, c’è una donna, forte, che a un certo punto capisce che la stanno
sfruttando e lo accetta perché sa che sta succedendo qualcosa con cui lei non è
in grado di confrontarsi, non con il codice che fino a quel momento ha seguito.
Matt e Alejandro portano Kate nelle zone del grigio più scuro della legalità e
delle azioni governative, del caos funzionale alla costruzione dell’equilibrio.
Il confine non è solo geografico, ha un valore più esteso, tra quello che è
giusto e quello che non lo è, tra quello che è necessario e i modi per
raggiungerlo…
Se cierran las fronteras en la Europa del Este, la
única vía de escape a la terrible situación bélica que se vive actualmente en
Siria es tapiada a consecuencia, en gran medida, de la presión popular.
Mientras cuatro millones de personas suplican por un lugar en el que cobijarse
de las constantes detonaciones que arrasan día tras día su país, y del reguero
de muertes que éstas originan, nosotros, europeos del primer mundo acomodado —y
perdón por la generalización—, apelamos a un dictamen justo basado en unas
prioridades que consideramos ineludibles. No es que seamos reacios a ofrecer
ayuda al necesitado, el problema es simplemente que, “ahora”, no es un buen
momento. Y es precisamente ese “ahora” el que nos ha excusado cada vez que
nuestro apoyo ha sido requerido, un presente inmediato que nunca sonó tan
ambiguo e indefinido: desesperanzador. ¿Qué podemos hacer? Nos gusta el orden y
cada cosa en su sitio; los santos en el cielo y los pecadores en el infierno.
Somos capaces de asumir que la coherencia en el infierno es el caos mismo,
siempre que éste no salga de sus fronteras y nos salpique. En el infierno, el
orden se conserva gracias a que las víctimas asumen su condición de mártires, a
quienes lloraremos desconsoladamente y cuyas imágenes llenarán los muros
digitales de todas nuestras redes sociales. Sin embargo, cuando esas víctimas,
esperanzadas por nuestro apoyo remoto, deciden pedir ayuda real, en ese momento
se subvierte el orden establecido y el caos invade nuestra zona de confort. Las
consecuencias de perder la contención de la violencia entre estratos
geográficos, dejando que la crueldad se expanda fuera de sus fronteras
asumibles, son devastadoras.
Sicario muestra uno de esos infiernos terrenales, donde hace
tiempo que el primer mundo tiró la toalla y lo abandonó a su suerte en medio de
un caos violento reinado por los magnates del crimen. El filme se recrea con
una impresionante potencia audiovisual —ojo a la fotografía de Roger Deakins—
en las consecuencias que se producen cuando esas fronteras invisibles que lo
separan del mundo civilizado desaparecen, y ese orden, aniquilado, origina que
se crucen ambos mundos en un choque de secuelas fatales…
Dopo gli ottimi Prisoner e Enemy, Villeneuve fa una marchetta. Essendo
un genio non può farla così male ma lealteaspettative non raggiungono quanto sperato…
…Rarefatto ma esplicito nel rappresentare la violenza, sempre
pronta ad esplodere in carneficina nelle zone di confine tra USA e Messico,Sicario più
che un film d’azione è un accurato affondo nelle menti tormentate dei suoi
personaggi. Sebbene risultino infatti impeccabili dal punto di vista registico,
le sequenze action vengono infatti diluite in una serie di momenti di stasi
dove, dai ritratti insistiti dei volti e dei corpi dei protagonisti, emerge la
loro profonda inquietudine, lo spaesamento, la paura della morte. Impossibile
non registrare dunque nel film di Villeneuve una complessiva schizofrenia del
ritmo, che lo rende ben distante dallo sviluppo usuale del thriller odierno e
più apparentabile, proprio per le sue smagliature narrative, al cinema americano
della New Hollywood, con i suoi outsiders un po’ nichilisti e silenti e la sua
alta dose di paranoia antigovernativa, allora figlia della contestazione, oggi
di una realtà sempre più multiforme e difficile da interpretare. Al centro diSicariovi è infatti la necessità per la
protagonista di prendere una posizione in una situazione le cui dinamiche sono
indecifrabili, mentre l’inganno e il relativo twist narrativo sono sempre
dietro l’angolo, ma tardano a manifestarsi.
Sono forse numericamente troppe le sequenze di dialogo che
ribadiscono quanto la nostra agente dell’FBI si trovi a disagio in una squadra
della quale non comprende né la procedura né i reali obiettivi, ma
evidentemente a Villeneuve questa storia interessava più come sfida ed
esercizio di stile che altro. In tal senso, l’autore rischia in più di
un’occasione di incarnare i panni del turista in una realtà, quale è quella del
narcotraffico, distante dalle sue latitudini geografiche come anche dalla sua,
sempre più eclettica, poetica. A consolare e a tratti a far completamente
dimenticare le lacune del film ci pensa però la strabiliante fotografia di
Roger Deakins, intento a profondere della sua luce una pellicola che del gusto
ricercato per l’immagine fa il suo reale punto di forza e il suo primario interesse.