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domenica 5 dicembre 2021

Polytecnique - Denis Villeneuve

 

nel 20 aprile 1999 ci fu negli Usa la strage di Columbine, da cui trassero grandi e conosciuti e diversissimi, film sia Michael Moore, "Bowling for Columbine", nel 2002, che Gus Van Sant, "Elephant", nel 2003.


dieci anni prima, il 6 dicembre 1989, a Montreal ci fu un altro massacro, al Polytecnique.

nel 2009 Denis Villeneuve (adesso sappiamo che è uno dei più bravi registi del mondo) girò un film intitolato "Polytecnique".


un film doloroso, un capolavoro perfetto, che forse assomiglia a "Elephant", ma è un'altra cosa.
questo film vi farà stare male, siete avvertiti, ma non vederlo non è una soluzione, se esistono film necessari, questo ne fa parte.

provate a vederlo, non ve ne pentirete.


vi lascio tre recensioni, a vostro rischio e pericolo, dopo averle lette non potrete non vedere il film:

https://www.uzak.it/blog/polytechnique.html

https://bradipofilms.blogspot.com/2013/12/polytechnique-2009.html

http://ilbuioinsala.blogspot.com/2015/11/recensione-polytechnique.html

 

in rete ho trovato il film, QUI in francese (con sottotitoli in ungherese, per chi li capisce).

si trova anche su ibs, se non avete una videoteca o libreria sotto casa, fatevi un regalo, sarà uno dei film che non vi pentirete mai di aver visto.

 

buona visione - Ismaele

martedì 15 dicembre 2020

È guerra a Hollywood: Denis Villeneuve (e Christopher Nolan) contro la rivoluzione del cinema in streaming (causa Covid) - Davide Turrini

 

“La Warner Bros ha ucciso il mio Dune”. Anche Denis Villeneuve tuona contro la “sua” grande major e contro lo streaming HBO Max. Sono passati pochi giorni dalla scelta di AT&T, la casa madre di WarnerMedia, di distribuire i 17 titoli di punta del listino 2021contemporaneamente in sala e in streaming per via della pandemia Covid, e già due delle firme più importanti del bouquet Warner prendono ferocemente le distanze. Il primo era stato a caldo Christopher Nolan che con il suo Tenet, targato Warner, era stato da apripista nell’agosto 2020 con il momentaneo ritorno del pubblico nelle sale cinematografiche. Poche ore fa è toccato invece a Denis Villeneuve, l’autore di Blade Runner 2049 e Arrival.

Una presa di posizione tanto più violenta e circostanziata di quella di Nolan, quanto più meditata e costruita a freddo. In una lettera pubblicata da Variety, Villeneuve ha sostanzialmente spiegato che l’AT&T non ha mostrato alcun “amore per il cinema e i suoi spettatori”, ma che soprattutto pensa solo “alla sua sopravvivenza in borsa”. Come se non bastasse ha poi aggiunto che la “grande rivoluzione” di proporre contemporaneamente 17 film in sala e in streaming (le sale aperte oggi negli Stati Uniti sono nemmeno il 35% ndr) è stata fatta “sacrificando i film del 2021” pur di salvare HBO Max, che secondo lui, “è stato fin qui un progetto fallimentare”. Se non sono parole di guerra queste, ci manca poco. Villeneuve, che come il collega Nolan non può di essere tacciato di essere antimoderno o antistorico visto l’abbondante uso di nuove tecnologie nei propri film, ha comunque sottolineato che lo streaming è “una forza positiva e potente nell’ecosistema cinematografico e televisivo”, ma che da sola “non può sostenere l’industria cinematografica così come la conoscevamo prima del Covid”; anzi, secondo l’autore di Sicario in questo modo Dune “non avrà la possibilità di avere buoni incassi” e “trionferà la pirateria”. Al centro del j’accuse di Villeneuve c’è, come nelle parole di Nolan, la centralità delle visione in sala dei film, e a suo modo un attacco furente all’indistinguibilità merceologica del neoliberismo: “Credo fermamente che il futuro del cinema sarà su grande schermo, qualunque cosa dica un dilettante di Wall Street. Sin dall’alba dei tempi gli esseri umani hanno profondamente bisogno di esperienze di narrazione comune. Il cinema sul grande schermo è qualcosa che va oltre il business, è una forma d’arte che unisce le persone, celebra l’umanità, migliora la nostra empatia reciproca: è una delle ultime esperienze artistiche e collettive di persona che condividiamo come esseri umani”.

Villeneuve ha poi voluto ricordare che nella mattanza dello streaming finirà un suo film che a suo avviso è il suo “migliore di sempre”: “con il mio team ci abbiamo dedicato tre anni della nostra vita per renderlo un’esperienza unica su grande schermo. L’immagine e il suono del nostro film sono stati progettati meticolosamente per essere visti nelle sale cinematografiche”. Infine ha aggiunto che “quando è diventato evidente l’inverno 2020-2021 avrebbe portato una seconda ondata pandemica, ho compreso e sostenuto la decisione di ritardare la distribuzione in sala di Dune di quasi un anno. L’accordo era, però, che Dune sarebbe uscito nelle sale ad ottobre 2021, quando il piano di vaccinazione sarebbe stato avanzato e, si spera, con il virus alle spalle. La scienza ci dice che tutto dovrebbe tornare a una nuova normalità il prossimo autunno”. Insomma, Villeneuve di finire in streaming per fare una politica di banale conferma abbonati di HBO Max, il servizio “casalingo” di Warner online, non ne ha la minima intenzione. Chiaro, il potenziale di ricatto è altamente simbolico, ma potrebbe anche significare un punto di rottura tra i due registi con il proprio storico distributore per migrare prossimamente verso major concorrenti che di certo non mancherebbero. Villeneuve che ha in cantiere un kolossal su Cleopatra e che iniziò da totale indipendente nel 1998 con Un 32 aout sur terre, si affermò nel 2010 con un capolavoro cristallino come Incendies (La donna che canta) con una prima mondiale alle Giornate degli Autori del Festival di Venezia, e fece il salto ad Hollywood nel 2013 con il thriller Prisoners targato fin da allora Warner. Oggi vale sul mercato quei 260 milioni di dollari d’incasso di Blade Runner 2049 (budget 150 ndr).

Nolan, invece, esordì tra il 1998 e il 2000 con due film indie come Following e Memento per poi diventare regista di punta della scuderia Warner prima con Insomnia nel 2002 e successivamente con tutta la saga di Batman, Interstellar, Inception e Dunkirk. Nolan porta in dote, in piena pandemia Covid, con Tenet, nientemeno che 359 milioni di dollari di incassi in tutto il mondo. Insomma, il potenziale per far ricredere Warner ci sarebbe. Vediamo se il capitalismo selvaggio non ha eroso del tutto ogni cellula di resistenza intellettuale ed estetica di due tra i più importanti registi hollywoodiani contemporanei. Del resto, in un periodo di crisi economica ed industriale del cinema con l’arrembante tv, tra anni sessanta e settanta nacque la “New Hollywood” dei Coppola, Lucas, Spielberg, Scorsese, Cimino&Co.

da qui

 

sabato 13 giugno 2020

Paradise now - Hany Abu-Assad

i protagonisti sono i due amici Khaled e Said, volontari per una missione suicida, e Suha, una ragazza che prova a far loro cambiare idea. 
mi sembrava di conoscere Suha, cerco un po' e trovo che l'attrice, che si chiama Lubna Azabal, è la straordinaria Nawal nell'immenso film di Denis Villeneuve che è La donna che canta.
Paradise now è ambientato nella Palestina occupata dagli invasori israeliani, i due amici non vedono altra via di uscita alla loro condizione se non quella di diventare martiri.
non è un film a tesi, è dialettico e pieno di sofferenza e di dubbi, drammatico, ma ci scappa qualche sorriso.
è stato candidato agli Oscar per il miglior film straniero.
da non perdere, sicuro - Ismaele


We may disagree, too, and yet watch the film with a fearsome fascination. The director and co-writer, Hany Abu-Assad, uses the interesting device of undercutting the heroism of his martyrs with everyday details. During one taping of a farewell message, the camera malfunctions. During another, one of the bombers interrupts his political sermon with a personal shopping reminder for his mother. When the leader of the terrorist group personally visits the two men, he seems less like a charismatic leader than a bureaucrat a little bored by this obligatory task…

I tre personaggi principali portano avanti altrettanti modi di vedere la situazione e tentativi di risolverla: pacifista, incerto e terroristico.
Tutti e tre sono però veramente umani, inaspettatamente per chi non è a contatto con la situazione come la maggior parte degli spettatori. È sconvolgente vedere come dei gesti così estremi e ingiustificabili possano essere compiuti da persone che non assomigliano affatto a invasati o ad estremisti religiosi: giovani normali spinti dalla difficoltà della vita di tutti i giorni e piene di rancore perché private dei mezzi per migliorarla, che cercano nella fede solo una speranza e conforto per un al di là che fa paura. Un’immagine che spaventa molto più di quella che spesso costruiamo nelle nostre menti.

giovedì 12 ottobre 2017

Blade Runner 2049 - Denis Villeneuve

Secondo boxofficemojo La donna che canta è costato7 milioni di dollari e ne ha incassato 4, poi facendo il salto dal Canada agli Usa i budget a disposizione sono cresciuti, Prisoners è costato46 milioni di dollari e ne ha incassato122, Sicario è costato 30 milioni di dollari e ne ha incassato 85, Arrival è costato 47 milioni di dollari e ne ha incassato 203, Blade Runner 2049 è costato 150 milioni di dollari e sta macinando incassi, non andrà in perdita.
Denis Villeneuve si è preso quasi tre ore per raccontare la sua storia, penso sia uno registi più bravi del pianeta, e chi finanzia i suoi film sa che non perderà i suoi soldi.
Denis Villeneuve è uno i cui film si dividono fra quelli bellissimi e i capolavori e anche Blade Runner 2049 non sembra fare eccezione.
La storia è tratta da un romanzo di PK Dick e il titolo rimanda esplicitamente a un (gran) film del 1982.
Musica e fotografia sono al top, ma rimane un dubbio.
Sembra che manchi l’urgenza di raccontare, come succedeva in tutti i film precedenti, e che questa volta Villeneuve faccia un (grande) esercizio di stile.
Come è capitato a un maestro della critica cinematografica, mutatis mutandis, in certi momenti mi è sembrato di vedere un film di Luc Besson, un po’ esagerato, e che ci sia stata qualche lungaggine di troppo (qualche decina di minuti?).
Però sono sicuro che Denis Villeneuve si riprenderà.
Intanto buona visione, non fidatevi di quello che scrivo(no), giudicate voi - Ismaele





Ho visto il nuovo «Blade Runner» e a un certo punto ho temuto che il numero 2049 non si riferisse all’anno ma ai minuti. Interminabile…

…Nella Los Angeles di quel mondo le cose sono peggiorate tra il 2019 e il 2049, la contaminazione con l’Asia ha lasciato il passo a quella con la Russia e Villeneuve è bravissimo a suggerirla senza spiegarla. Sarebbe bello se fosse riuscito a fare lo stesso con la trama, spiegata troppo spesso tramite monologhi implausibili, pronunciati guardando il vuoto (il più fastidioso dei quali è lasciato a Jared Leto, che parlando con la sua assistente dice per filo e per segno quali sono i suoi obiettivi e quali i problemi che deve superare).
Denso di twist narrativi, ipotesi, possibili spoiler e rivelazioni, Blade Runner 2049 non è una storia piccola e noir di un uomo, qualche replicante e una donna tutti in cerca di vita dentro un mondo in cui è difficile amare e facile morire, è un’affresco imponente che riguarda tutto quel mondo e quel che gli può accadere. È un film moderno perché tutto, anche quel meccanismo dei ricordi innestati nei replicanti già noto dal precedente film, è sviscerato e approfondito nelle sue implicazioni, nelle sue cause e nei suoi effetti. È un film pieno di risposte in cui sembra che il mistero faccia gran fatica a ritagliarsi uno spazio, come è caratteristica del cinema moderno, ansioso di informazioni, dettagli e funzionamenti.
Di tutta questa chiarezza molti registi avrebbero fatto l’uso peggiore, invece Villeneuve con il personaggio di Joi, l’assistente personale del protagonista (un’intelligenza artificiale che lui ha acquistato e che non si capisce mai se sia più o meno avanzata dei replicanti), dimostra non solo di avere delle idee proprie ma anche di saperle spiegare e comunicare con trovate visive originali. Con Joi e tutto quello che accade con lei, attraverso di lei e intorno a lei il film dimostra di essere in grado di creare momenti in cui ciò che accade non si spiega a parole, semplicemente avviene davanti a noi, e la maniera in cui lo vediamo avvenire ha la qualità attraente e respingente delle più grandi distopie, i sogni andati a male in cui percepiamo un po’ di romanticismo ma è così flebile che ci commuove.
Il che basta e avanza a farne un film molto bello.

…in fondo a un film di questa portata (che forse è anche il sequel più rischioso di sempre) si perdonano volentieri anche alcune cose meno a fuoco, compreso un Ryan Gosling più monoespressivo del solito. La figura del guru Wallace (Jared Leto) non dice granché con le sue massime poetico-filosofiche, così come il villain femminile che pare uscito da Terminator e certi sentieri narrativi troncati, che potrebbero però rimandare a un prossimo episodio (Wallace, la replicante con un occhio solo, il fiore raccolto da K).
Villeneuve ha insomma portato a casa un risultato encomiabile sporcato qua e là solo da qualche macchia di scrittura e da qualche concessione “di cassetta” al grande pubblico che però, visto il piattume sconfortante della sci-fi hollywoodiana odierna, si digerisce senza tanti problemi. Gran film e grande Villeneuve, l’unico tra gli autori contemporanei capace di intendere il fantastico (ma non solo) come i grandi del passato.

Ora, esco ancora “sbiadito” da questa visione ma non riesco, nonostante debba metabolizzarlo, a capacitarmi di come una nutritissima schiera di persone, in primis la Critica americana, che sarà ora ridimensionassimo, poiché estremamente fallace oramai sentenzia spesso per promuovere l’industria, abbia potuto definire questo “seguito” un capolavoro. Quando non ne possiede neppure un crisma, un fotogramma degno dell’originale. Paragoni non andrebbero fatti e sarebbe azzardato, da parte mia, voler sacramentare a sfavore di questo film di Villeneuve, che si conferma negativamente un regista molto di forma, abbastanza sulfurea e programmaticamente elegante nelle sue sfacciate stilizzazioni indigeste, e poco di sostanza. Ma non lo si può nemmeno liquidare, con molta superficialità, come film non riuscito, perché la sua bellezza, la sua particolarità, ce l’ha eccome. Ed è, come sottolineato da molti, lodabile il tentativo di “serializzarlo”, mantenendo una sua originalità che vorrebbe, non riuscendoci però, anzi mal emulandolo, distanziarsi dal capostipite per seguire una strada propria. Villeneuve s’impegna, gli va dato atto e il “beneplacito” di essere riuscito nell’impresa di ereditare un capodopera di cotanta, giusta fama, cercando di allontanarsene, di svilupparlo e anche farlo “progredire” in maniera autonoma, anzi “autoctona”, pur restando il naturalissimo fatto, non eludibile, di volerne conservarne intatti gli impianti scenografici, “imitandone” la fotografia lucente e nebulosa, quasi sporca, e di scegliere un percorso narrativo che, sebbene sia consuetudinario e neppure tanto brillante, basato sullo svelamento, spiegatissimo, di una trama “a dipanarsi”, di sue intuizioni (come il sesso “a tre”) se ne distacchi. Ma l’operazione è riuscita decisamente a metà, anche meno. Il film non doveva essere un’imitazione del film di Scott, non gli chiedevamo, credo, questo, ma pretendevamo che sapesse affascinarci in egual modo, che ci trascinasse in una storia e in immagini egualmente emozionanti, insomma che ricreasse magicamente il mito di Blade Runner. Che qui si limita invece a rimandi alquanto patetici, forzati, anzi eseguiti perché costretti a compierli. E allora il fantasmatico, invecchiato e appesantito Ford appare come da programma, tra i recessi della memoria e dalle nebbie di una costruzione fatiscente che serba ologrammi di Elvis Presley, di Frank Sinatra e della divina Monroe. Una scena lunghissima, che però manca di anima, dai dialoghi “balbettanti”, che non sanno sostenere le ambizioni e il peso che dovrebbero portarsi dietro. Non sanno trasmettercene la leggendarietà, l’aura quasi mistica che il film di Scott ha scatenato in noi. Ma io sono spettatore oramai attempato e vivo dell’originale, quindi sin dapprincipio m’è parso blasfemia farne qualcos’altro, che fosse un sequel o l’inizio di un possibile reboot, così come il finale ambiguo ci suggerisce…
da qui

Tenía muchas esperanzas con esta película y aunque no me ha decepcionado en muchos aspectos, si lo ha hecho en el mas importante, que es en el argumento.
En mi opinión ha abarcado mucho y no ha apretado en casi nada.
Si la analizas por partes tienes un film con una estética preciosista, Con un ritmo delicioso y que pilota ciertos conceptos que a cualquier amante de la Scy Fy le encantarán. Pero si lo haces en su conjunto la película le falta gancho, no conmueve lo que debiera y parece que no cierra nada de lo que abre, le falta sentido y dirección a lo que propone.
El trabajo de dirección y el de diseño de producción son de 10. No tenia ninguna duda de que Villeneuve en esto no me decepcionaria. Pero el Guión, el argumento en general, hace aguas en muchos momentos. Hay temas que trata de pasada y que no cierra. A saber: El destino de Deckard, el de su hija, el de la resistencia, el personaje de Leto. Parece que buscase una secuela mas? 
Imita a películas ya vistas del genero y coge prestada cosas de ellas. Uno no puede evitar ver a Her en el personaje de Ana de Armas que, aunque hace una interpretacion estupenda, sobra por momentos y parece que esta ahí para explicar cosas a los que lo pillan a la primera.
Le falta fuerza. la fuerza dramática que uno espera de una peli así,y aunque uno atisba profundidades (Ninguna nueva por cierto) en ninguna bucea hasta sus últimas consecuencias.
El personaje de Jared Leto es un error, parece una parodia de un genio loco que solo dice solemnidades, no tiene profundidad alguna, para mi es lo peor. Por contra, su asistente y ejecutora es el personaje mas logrado y lo mas remarcable del film. Gosling es aqui un Blade Runner 3.0, es decir, un replicante que retira replicantes. Es un personaje muy logrado, no tanto como el bueno de Deckard, pero pasa el corte. Tiene la frialdad de un androide mezclada con el hastio de un hombre que esta quemado, con una visa sin sentido ni objetivo y que odia lo que hace.
La música y el sonido son una consecución de efectos electronicos que, aunque ayuden a la estética, no quedan en el recuerdo de nadie. Esta a millones de años luz de la mítica banda de Vangelis.

En resumen una buena película a la que le falta mucho para que sea digna sucesora de la anterior. Es más, si la comparas con aquella, tan solo el monólogo final le gana por goleada a toda esta.
Entiendo que he de verla de nuevo. Y seguro que gana con los visionados (Algo parecido paso con Blade Runner que no fue un éxito en su estreno) pero dudo que el tiempo la coloque en el top de la ciencia ficción. Dudo que sea capaz de dejarme el sabor de boca que, aun hoy tras tantos visionados, me deja la de Scott.






sabato 11 marzo 2017

Jackie – Pablo Larraín

un film strano, questo di Pablo Larraín.
per la prima volta gioca in trasferta, come qualche tempo prima è capitato a Denis Villeneuve, e Pablo sceglie una storia che non è laterale, ma entra subito nel vivo di quel paese.
i giorni dopo l'omicidio di JFK, ma senza parlare di John, è ormai morto, è Jackie, la first lady a parlare di lui, parlando di lei.
tutto parte da un'intervista, che diventa il film.
immagini straordinarie, epiche, casalinghe, pubbliche, tutte inestricabili.
il film resta freddo, e bellissimo, ma forse partendo dal Cile Pablo ha perso qualcosa, ma tutto, forse, dipende dalle aspettative.
un ruolo importante hanno le musiche di Mica Levi, quando all'inizio del film la macchina corre subito dopo lo sparo ho pensato alla Cavalcata delle Valchirie di Apocalypse now.
un film che merita molto, di livello davvero di un altro pianeta, ma preferisco il Pablo Larraín cileno - Ismaele







Ecco qui l’articolo di Theodore H. White, apparso su Life il 6 dicembre 1963

ed ecco le immagini vere:








La protagonista è infatti segnata su più livelli dal dramma della perdita e quindi dalla ricerca di simulacri materiali del possesso: per ciò il film dedica particolare attenzione agli oggetti, agli abiti, ai gioielli e alla spoliazione progressiva della Casa Bianca che avviene con il trasloco di ciò che resta dei Kennedy per lasciare posto alla nuova coppia presidenziale.
Larraín sceglie dunque di costruire il personaggio di Jackie a partire dal suo desiderio di autodeterminazione, inquadrandone il conflitto con le norme e i protocolli di stato (il rapporto con Bobby incarna questo dissidio) per ricavarsi uno spazio entro cui costruire un simbolico nuovo e decisamente molto contemporaneo, caratterizzato dalla spettacolarizzazione della tragedia.
Nel film si respira un’atmosfera inquietante intonata all’accordo che, a schermo nero, apre il film dandogli il “la”. La colonna sonora è stratificata, talvolta più intima, talvolta sontuosa e ingombrante come in un classico biopic di fattura hollywoodiana. Fondamentale è infine la canzonetta Camelot, utilizzata quale sintesi di quell’idealismo a stelle e strisce fortemente anticomunista che, tra immaginario “cavalleresco” e teoria della Nuova frontiera, la coppia Kennedy desiderava portare nel mondo.

Parvenant à nous faire vivre comme jamais l’assassinat de Kennedy, le réalisateur nous immerge auparavant au coeur de l’agitation « ordinaire » d’une visite officielle pour la Première Dame (l’arrivée du couple à Dallas apparaît être un documentaire). Il ancrera ensuite ses vertiges et devient l’étonnant témoin de ses prises de décision comme ne pas changer ses vêtements tachés de sang. Revenant sans cesse au dialogue premier, le montage laisse interrogatif tant il semble mettre en exergue les vertiges de la protagoniste sans jamais parvenir à les transcender – cela permet de sympathiques scènes de garde-robe dont les occurrences miroirs ne servent guère à grand chose. La musique jouera ce rôle, ancrant à son tour un dialogue, quelques fois contrastant, avec les images.
Si le scénario se veut intelligible au point d’être didactique, quelques lignes demeurent obscures comme un échange entre Jackie Kennedy et un prêtre. Mais l’écriture n’est qu’un prétexte à la performance. Et force est de constater que Pablo Larraín est un virtuose qui, sous les atours d’un biopic, questionne « la manipulation des images » (jusqu’à celles que nous avons de J.F.K. et de « Jackie ») dont on ne peut, heureusement, pas l’accuser.

…Non c’è alcuna traccia di revisionismo  e critica alla presidenza Kennedy (Baia dei Porci, Vietnam), non si accenna mai ai tradimenti privati, alle molte storie di sesso e alle collusioni mafiose. A Larrain e Oppenheim evidentemente non interessa riconsiderare storiograficamente né John Kennedy né quel periodo (e va bene così), il loro focus restano Jackie e la costruzione da parte sua del mito Kennedy. Perché, ci viene suggerito, in fondo (anche) questo deve fare una moglie e una first lady, offrire alla storia l’immagine migliore e migliorata di se stessa e della propria famiglia. Anche al di là della verità. C’è un che di primitivo, di animale nella feroce forza di Jackie, nella sua determinazione, qualcosa di leonino, di tigresco, anche questo molto à la Larrain. Anche questo segno della radicale diversità del film. Larrain sbarca in America ma rimane se stesso, portandosi dietro il suo senso della Storia come tragedia ma anche come messinscena (esattamente come in No). Il film fa fatica a ritrovarsi nel finale, arranca lungo qualche minuto di troppo. Ma quando Jackie mette sul piatto la canzone del musical Camelot l’opera si è compiuta e ci è finalmente chiara. La corte di Artù si è reincarnata nella stagione kennediana alla Casa Bianca, il mito è costruito, la missione di Jackie compiuta. Da quel momento tutti crederanno al ritorno di Camelot e a lei come nuova Ginevra. (E basta questo finale per farci capire il bello e la potenza del musical più delle due ore e passa di La La Land).

venerdì 20 gennaio 2017

Arrival – Denis Villeneuve

inizia come District 9, alcune astronavi appaiono, senza nessun preavviso.
si scatena il panico, e ci sono le due opzioni, distruggerle o cercare un contatto; miracolosamente prevale la seconda, ma non per troppo tempo, il mondo decide di fargli la guerra, ma succede qualcosa di straordinario (che non dico, naturalmente).
Denis Villeneuve sembra cadere in citazionismo (penso a Malick, tra gli altri) ma è una paura infondata, è troppo bravo e capace per fare il suo cinema.
nella storia il tempo non è quello cronologico, riesce anche ad essere circolare, come comunicano gli alieni.
l'istinto è eliminare quello che non si capisce, o che è troppo diverso da noi, che potrebbe minare le certezze acquisite nel tempo.
la storiella del canguro è proprio un aneddoto sulla comunicazione.
per quanto il film potrebbe sembrarvi strano vi piacerà, non serve capire tutto e subito, contano le sensazioni che il film lascia, e certi momenti sono emozionanti ed entusiasmanti.
per questo non perdetevi questo film, non è fantascienza (lo dico per quelli che la fantascienza la aborriscono, e neanche sanno perché), è "solo" grande cinema, e basta. 
e qui finisce la recensione, solo la prima parte però.
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è che mi torna in mente la fine di Enemy.
un essere enorme copre anche i palazzi, la città intera, un ragno pare, qualcosa di opprimente.
gli "alieni" del film mi sembrano "parenti" di quell'enorme ragno, ma al contrario, non per opprimere ma per liberare.
e se quegli "alieni" non fossero altro che una creazione dell'inconscio collettivo (nel senso di Jung, credo) di milioni di persone disperate, vinte, arrese, ma non del tutto.
e se gli "alieni" fossero lo strumento per ricominciare a vivere una vita che ne valga la pena?
e se Louise fosse il tramite fra la triste realtà e la possibilità di ricominciare? - Ismaele








...Amerete Arrival in qualsiasi caso perché è un film universale, un gigantesco gioco di specchi fatto per piacere agli appassionati di fantascienza – che accetteranno senza battere ciglio un paio di soluzioni poco ortodosse in cambio di un’ora e quaranta di xenolinguistica –, a quelli che nel cinema cercano il sempre imprescindibile Elemento Umano – che vengono introdotti a due ore di xenolinguistica dal più classico dei melodrammi familiari, con la promessa di ritornarci –, a quelli che vanno al cinema perché lo schermo è grosso e la sua ragione di esistere è ospitare strutture volanti altrettanto enormi, agli esteti, ai cinefili, a chi è cresciuto con gli Urania e a chi è cresciuto con Spielberg.

Arrival è un film affascinante e coinvolgente che si dipana lungo due piani temporali distinti ma che si confondono senza che ce ne accorgiamo. Si potrebbe pensare a un Villeneuve in fase spielberghiana. Niente di più sbagliato...
...Così come qualcuno potrebbe criticare il regista di La donna che canta di aver cercato di emulare Christopher Nolan. Errore. Villeneuve è un regista con una sua visione e una sua idea di cinema ben precisa e Arrival ne è l’ennesima dimostrazione. Attraverso una colonna sonora potentissima e un immaginario fantascientifico originale ed estremamente realistico, Arrival ci fa sprofondare in un viaggio dell’inconscio che, attraverso la metabolizzazione dell’amore e una traslitterazione dei sentimenti, ci dice cose nuove sul cinema e su noi stessi. Non è un film facile, Arrival, ma con l’aiuto dei codici del genere e il ritmo sostenuto che sa infondergli Villeneuve arriva al cuore e alla mente anche di coloro che pensano di aver perso per strada alcuni pezzi.
da qui

Villeneuve, nonostante l’oscurità del plot, vero punto di fragilità dell’operazione, ce la fa a condurre in porto un fantascientico colossale come esige il mercato senza scadere nella giocattoleria, e invece attenendosi a quel filone nobile e glorioso della sci-fi umanistica che ormai sembrava eclissato dalle mostrerie varie con uso e abuso di CGI e quant’altro. Rispetto alle figurine piatte e bidimensionali, da graphic novel prontamente riporodotta su grande schermo con la stessa mancanza di profondità, dei vari reboot di Star Wars e Star Trek e dei pur rispettabili supereroistici Marvel, Arrival più che raccontare di alieni va a scavare nelle nostre alienazioni, nella gente che sta da questa parte del cosmo, mostrandone corpi e menti dove stanno incapsulati ricordi angosciosi. Quella fantascienza che abbiamo conosciuto e amato tra anni Sessanta e Settanta, da Kubrick fino al meraviglioso Tarkowski di Solaris cui questo Arrival qua e là somiglia, e di Stalker
da qui

Amy Adams è la scelta perfetta, ha una gamma di espressività vasta e ed è capace di sovrapporre la tensione della paura, alla tensione dell’eccitazione, la voglia di andare avanti con il timore che ci spinge indietro. Tuttavia non basta la bravura. Solo qualche anno fa il ruolo protagonista, quello quello dello scienziato che lotta con i militari per capire l’altro, sarebbe stato affidato ad un uomo. Sarebbe stata una parte buona per Dustin Hoffman, Richard Dreyfuss o Jeff Goldblum a seconda delle annate, e del resto non è diverso da quello di Matthew McConaughey in Interstellar, eppure qui va ad una donna, che lotta contro i maschi per imporre la propria volontà come fa Jessica Chastain in Zero Dark Thirty.
Non è poco, in un film in cui bisogna capire gli alieni che ci sia una donna al centro di tutto che cerca di imporsi. Non è normale e non è usuale. Nelle mani di Villeneuve poi, è anche molto bello.


Dopo pochi minuti, gli ingranaggi di una sceneggiatura non perfettamente oliata iniziano a stridere: se la cinematografia statunitense nella sua declinazione più smaccatamente hollywoodiana ci ha abituati a spiegazioni frettolose, dialoghi esplicativi e didascalici per non far perdere lo spettatore in possibili tecnicismi o passaggi elevati, in Arrival si segnalano sequenze che rasentano l'auto-parodia. Perché non può non far sorridere lo sguardo fisso e serissimo con cui il colonnello di Forest Whitaker attende una risposta dalla professoressa, dopo averle chiesto a bruciapelo cosa venisse detto in quella serie di versi e suoni che, da "Alien" al serial "Stranger Things", si susseguono indistinguibili per rappresentare l'espressione vocale extraterrestre. Ci rendiamo conto, altresì, che la semplificazione fa parte del cinema e, in particolare, di quello fabbricato a Hollywood, ma da un'opera con una simile impostazione e nemmeno troppo velate ambizioni, è lecito attendersi un trattamento che lavori più di cesello, visto che non tutto può coprire la perizia visiva del regista. Non possono essere solo casualità e bisogna mettere in conto che la sceneggiatura di Eric Heisserer, tratta da un racconto pluripremiato di Ted Chiang, "The Story of Your Life", scricchioli e ceda laddove una più forte tenuta avrebbe consentito al film un impatto più potente e una riuscita totale…
La maggiore suggestione cinefila è data da quello schermo abbagliante assimilabile a uno schermo cinematografico, così come la mano che appoggia la Banks, in attesa della reazione dell'extraterrestre, rima con una delle immagini-simbolo del bergmaniano Persona. Il regista riesce a corporeizzare lo spaesamento che si prova di fronte a un qualcosa che fino a un momento prima sembrava inimmaginabile e che, invece, si staglia maestoso davanti a noi, ed è da questo versante, quella del genuino sense of wonder spielberghiano (e che almeno nella prima parte innervava anche la super-produzione di Nolan), che il lavoro di Villeneuve trae il suo punto di forza.
E questo squilibrato, imperfetto esperimento di fantascienza è probabilmente l'opera americana più sentita del suo autore, soprattutto se confrontato ai ben più quadrati ma forse inerti thriller che l'hanno preceduto. 
L'ottavo lungometraggio del regista canadese, combinando riflessione umanista e filosofica, si focalizza su due punti solo apparentemente lontani: la comunicazione tra specie diverse e l'amore nella sua declinazione filiale. Se le suddette e fin troppo sbrigative definizioni vi fanno venire in mente il melodramma esploso di Incendies (2010) non state errando perché, per certi versi, è il film di Villeneuve che più si avvicina al cuore pulsante di "Arrival". E perché anch'esso ha come twist un'agnizione profonda che ricalibra la percezione della realtà, degli affetti e dell'esistenza, che forse vale più la pena vivere che tentare di cambiare.

venerdì 4 marzo 2016

Room – Lenny Abrahamson

se non sai niente di Room prima di andare al cinema sarà meglio, ma anche se sai già la storia sarai sorpreso, è uno di quei film che non ti aspetti, una storia che non conoscevi, raccontata così, e non te la dimentichi più.
Brie Larson e Jacob Tremblay si meritavano l'Oscar insieme, solo Ma' è riuscita a prenderlo, ma se lo meritava anche Jack.
Lenny Abrahamson si conferma sempre più bravo, ha girato solo cinque film dal 2004 (Adam & Paul è il suo primo film).
la sceneggiatura è di Emma Donoghue, autrice di Stanza, letto, armadio, specchio, da cui il film è tratto.
è un bellissimo film d'amore, come pochi, e soffrirai di sicuro, guardandolo, questo non è un film innocuo, ma stai sicuro che non si sono trucchi per strappare lacrime finte.
almeno un paio di volte il film sembra finire, poi riparte, sempre a livelli altissimi, grazie a un regista di serie A.
cercalo al cinema, non privartene - Ismaele

(il film è girato in Canada, per coincidenza è canadese il regista di Prisoners, che ha qualche piccola vicinanza con Room)







Room no es sólo una muy buena película. Es una experiencia tan terrorífica como conmovedora, con actuaciones impresionantes, con un guión -si bien simple- muy bien estructurado, alejado de cualquier melodrama y que no apela ni a una tramposa edición ni al sobre uso de recursos técnicos que nos lleguen a poner los pelos de punta para convertirla en un film inolvidable. Tampoco abundan los diálogos filosóficos ni pretende alcanzar un mensaje existencialista, sí la naturalidad y espontaneidad de dos personas sometidas a una situación que ninguno aprendió a sobrellevar. La reflexión final sí es sincera sobre el amor, la sobrevivencia y la reconstrucción de una familia desde dos vidas fracturadas por el dolor.
Aunque se presume que la autora se basó en el caso real de Elizabeth Fritzl, que permaneció encerrada en un sótano en Austria por decisión de su padre durante 24 años, Room rebosa originalidad y de un aire del que últimamente no respira el cine: ese aire que nos hace sentir vivos y parte de una historia que vivimos a través de los ojos de Joy y la magia de Jack, con los que queremos gritar al unísono, personajes que tras cada visionado, vuelven a nacer.

…Emotivamente potente, Room è un prodotto che entra nella mente dello spettatore e non vi esce più. Difatti il film diretto da Lenny Abrahamson costruisce nella prima parte il mondo all’interno di un capanno: l’armadio, il lavandino e il water sono gli amici reali che Jack si è fatto negli anni, mentre al di fuori della stanza c’è lo spazio con gli alieni, chiamati a gran voce durante un gioco con la mamma. L’universo con cui Jack è costretto a convivere è la sua realtà, mentre la televisione mostra esseri inventati, personaggi fantasiosi, frutto di una bugia a fin di bene…

Brie Larson e Jacob Tremblay si rimbalzano il testimone di una maratona attoriale ad alto tasso di emozione, optando sempre con grande giudizio per la soluzione in levare. Dal loro legame dipende l'intera impalcatura del film e loro sanno reggerla con grazia e solidità.

È un film ambizioso Room ma anche popolare, d’altronde i suoi referenti principali sono un classico del romanzo d’appendice quale Il conte di Montecristo e un romanzo di formazione universalmente noto come Alice nel paese delle meraviglie. Questi sono infatti i libri che Ma legge al piccolo Jake quando sono nella stanza, lo strumento perfetto per stimolare la sua curiosità e dunque prepararlo ad affrontare il mondo…

Abrahamson ha sabido sortear la línea, finísima, que separa La habitación del telefilme de sobremesa –cuando había telefilmes en la sobremesa, aquellos maravillosos años- y lo ha logrado siendo fiel a uno de esos acuerdos programáticos tan en boga: enfoque, enfoque y enfoque. El enfoque lo es todo. Dentro y fuera de esta habitación, y desde luego entre las páginas de un guion planificado para anteponer personajes a hechos, conflictos a pornografía sensacionalista. Si uno quiere, se puede. El problema, casi siempre, es querer.

martedì 19 gennaio 2016

Enemy – Denis Villeneuve

la storia è tratta da un grandissimo romanzo di Josè Saramago (qui).
poi Denis Villeneuve, da par suo, ne tira fuori un'altra cosa, secondo me, ed è un'opera che cita grandi film della storia del cinema.
quella di Villeneuve è la storia di un'ossessione, carica di riferimenti e rimandi, i due sosia sono magari uno, tutto quello che vediamo non avviene davvero, chi è buono e chi cattivo non si sa, la parte buona e cattiva convivono in Adam/Anthony, che di sicuro non sono sereni con le donne.
è la seconda volta che lo vedo, a distanza di qualche mese, si apprezza meglio la seconda volta, e non escludo altre visioni.
forse la prima volta  mi ha frenato pensare a Saramago, in realtà Enemy è di Denis Villeneuve.
non è mai arrivato in sala, purtroppo - Ismaele

ps: per alcune spiegazioni, se lo sono davvero, e se servono (ma solo dopo aver visto il film), leggete qui







Prima di tutto Villeneuve è riuscito a fare quello in cui in passato tanti avevano fallito: portare sul grande schermo la rivisitazione in chiave cinematografica di un romanzo di José Saramago. Ci aveva provato ad esempio Fernando Meirelles con Blindness ma i risultati erano stati ben poco soddisfacenti. Troppo lineare, schematico, ben definito, tutto l’opposto della creatività geniale del portoghese premio nobel per la letteratura. Saramago è etere, è intrigo, è intreccio apparentemente scollegato, è tutto e il contrario di tutto, difficile riproporlo. Sicuramente Villeneuve, pur rimandendo piuttosto fedele al romanzo in sè, ne dà una sua personalissima interpretazione, rivisitandolo in chiave moderna. Enemy è quindi una rilettura dell’originale che prende vita e riesce, proprio nel momento in cui, intelligentemente, se ne distacca…

… Inutile dire che non è stato distribuito. Ritengo sia uno dei migliori film di Villeneuve (e uno dei miglior thriller psicologici degli ultimi anni), sicuramente il più personale (e quindi anche più vero)…e sicuramente più di Prisoners che viceversa lascia molto a desiderare, poiché tralascia molti spunti interessanti da approfondire a favore di un scialbo tentativo di catturare lo sguardo dello spettatore medio (che tra l’altro è rimasto colpito a quanto mi sembra di ricordare) un mero prodotto hollywoodiano di seconda se non terza categoria. Certe cose mi fanno proprio innervosire.
Invisibile a malincuore.

Real quick plot summary here.  History prof Adam (Jake Gyllenhaal) discovers that he has a doppelganger, a bit part actor named Anthony (also Gyllenhaal, duh).  He tracks him down and their lives become intertwined, with Adam’s girlfriend Mary (Sarah Gadon) and Anthony’s pregnant wife Helen (Melanie Laurent) getting caught in the middle.  Also, spiders.
Chances are if you’ve heard about this film, you’ve heard about the final shot.  And yeah, it is a doozy of a shot.  It’s one of the best final shots I’ve seen in a long time.  It really blew me away.  And it made me wish I had enjoyed all the stuff leading up to it more.  I would like to think this is a movie that works at establishing a Lynchian (is the casting of Isabella Rossellini as the mother an homage?) atmosphere rather than a cryptic puzzle waiting to be solved.  Then I wouldn’t have to feel so frustrated by it.  But director Denis Villeneuve has apparently made clear in interviews that there is an explanation for everything, and the film opens with a line from the novel — “Chaos is order yet undeciphered” — that also suggests the story can be pieced together…

…L’intenzione era quella di catapultare lo spettatore in un’esperienza onirica la cui interpretazione maturasse dentro lo spettatore, attraverso sensazioni e simboli, invece che tramite una chiara verbalizzazione maieutica.
Il dato è da sottolineare perché il pregio (o, per alcuni, la fonte di massima irritazione) del film è quello di usare un linguaggio che non narra un’esperienza attraverso gli occhi del protagonista, ma la fa vivere narrandola come se fosse rielaborata dall’inconscio del protagonista.
Per cui è del tutto plausibile l’implausibile e reale e simbolico si fondono progressivamente fino ad arrivare all’apice immaginifico di un enorme ragno che si muove minaccioso tra i palazzi di Toronto.
Il caos è un ordine da decifrare è l’incipit tratto dal libro di Saramago nonché il manifesto del film...

…"Enemy" es una obra siniestra y misteriosa, en la que la paranoia extrema de la trama se ve acompañada por un estilo visual contundente, hasta el punto de que, pese a la falta de escenas sangrientas, el conjunto posee un sabor violento y cercano al de una historia de terror. Y éstas son intenciones que se hacen evidentes desde el inicio, porque desde su presentación misma, Adam demuestra que es un tipo miserable, marcado por circunstancias que no logramos imaginar, pese a que tiene una existencia aparentemente tranquila y satisfactoria.
Su obvia incomodidad ante la vida se ve acentuada por un insólito descubrimiento que se produce cuando un compañero de trabajo lo motiva a ver en DVD una cinta local independiente, en una de cuyas escenas descubre a un actor secundario -en realidad, un extra- que luce exactamente como él. Desde entonces, la necesidad de encontrar a este tipo (que sí, es Anthony) se vuelve completamente obsesiva, lo que lleva a Adam a tomar ciertas decisiones imprudentes…
Jake Gyllenhaal si sdoppia, doppio ruolo e doppio talento, rimbalza senza esitazione da un personaggio all’altro, confondendosi e confondendoci, trascinando se stesso e lo spettatore nel caos; si sdoppia anche nel suo rapporto col regista, girando prima Enemy e poi Prisoners, che però lo precede al cinema. I due film si sovrappongono però solo cronologicamente, sono entità diversissime, anche se entrambe di livello ottimo: Denis Villeneuve è entrato ufficialmente nel club dei grandi, dei cineasti con una idea di cinema, e con coraggio da vendere…

…Soprattutto per Adam il cambiamento sarebbe rivoluzionario (e lo vivrà commosso come l’inizio di un nuovo amore), per Anthony costituirebbe una via di fuga e l’occasione di possedere un’altra donna sotto la formalità di esserne il partner.
Quella che vediamo sullo schermo sembra la messa in scena di un disturbo narcistico della personalità da manuale, doppelganger, riconfigurazione dell’identità e reinvenzione di sé compresi.
Adam e Anthony cedono a pulsioni ormai cieche e solo attraverso un evento tragico potrà essere ristabilito un ordine.
Adam a lezione cita Marx (La storia si ripete due volte, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa) e l’inquietante ironia del film risiede proprio in quella frase: saltati dalla loro ragnatela, Adam e Anthony non hanno fatto altro che ritrovarsi intrappolati in quella dell’altro.
E quell’oscuro ragno psichico comparirà di nuovo in un finale surreale e spiazzante.

sabato 26 settembre 2015

Sicario - Denis Villeneuve

a Denis Villeneuve non devono piacere i film che finiscono bene.
Sicario è un film solido, compatto, che non annoia mai.
una storia al confine degli Usa e del Messico e al confine della legalità, confine mobile, a seconda delle circostanze. 
ricorda l'ultimo film di Kathryn Bigelow, sia per la protagonista donna, sia per la caccia all'uomo (mutatis mutandis).
naturalmente le scene ambientate a Juarez non sono state girate lì, c'è un limite a tutto.
l'agente Kate viene usata per un'operazione più grande di quanto immagina, nella quale il fine giustifica i mezzi, alleati e nemici, buoni e cattivi non si capisce bene chi siano.
lo sguardo impotente di Kate, che vede cose che non avrebbe mai dovuto vedere, è il nostro sguardo sul mondo, e non sei più sicuro se esistono i buoni e i cattivi.
attori bravissimi e regista super, senza alcun dubbio.
non è il miglior film di Denis Villeneuve, ma solo perché ha fatto dei film immensi.
questo è "solo" un gran film, non perdetevelo - Ismaele





Un'imboscata dell'FBI rivela molto più di quanto era previsto: lo spettacolo orripilante di decine di cadaveri nascosti nei muri e con la testa sigillata in sacchetti di plastica. Per allargare la squadra che va a caccia dei mandanti di quel massacro la CIA arruola Kate, la giovane agente dell'FBI che ha partecipato all'imboscata rivelatrice, anche se lei è un'esperta di rapimenti mentre la squadra combatte da tempo contro il cartello messicano della droga. È l'inizio di una discesa agli inferi che coinvolgerà tutti i servizi segreti statunitensi (e la coscienza di un Paese) disposti a trasgredire ogni regola e a sacrificare ogni parvenza di umanità pur di mantenere il controllo (ma senza alcuna volontà di debellare il Male)…

Sicario, oltre a raccontare una storia di criminalità e operazioni sotto copertura, ha secondo i suoi realizzatori e interpreti un significato più profondo.
Il regista Denis Villeneuve pensa che il film sia incentrato sull'America e sullo scontro tra idealismo e realismo che avviene nel momento in cui deve affrontare i problemi di altre nazioni.
«Sicario è in parte dedicato a un vecchio fantasma: l'idea che il Nord America risolverà i problemi più violenti del mondo in un modo efficiente e invisibile. Una volta era un pensiero in grado di dare conforto, ma il mondo sembra essere diventato sempre più complicato».
Benicio Del Toro è invece convinto che sul grande schermo si assista a una riflessione sulle conseguenze delle proprie scelte.
Più filosofica ancora la prospettiva di Josh Brolin: «Il film è un mistero umano che devi afferrare e risolvere da solo. Un puzzle ricco di tensione ed emozionante»…

Sicario è uno di quei film in cui il genere si sposa perfettamente con il cinema d’autore, in cui attraverso una forma narrativa vicina all’intrattenimento puro si riesce a fare anche arte, per usare parole scomode. È impossibile non pensare al cinema migliore di Michael Mann guardando il nuovo lavoro di Villeneuve, sicuramente assimilato nella sua capacità di costruire eroi solitari in mondi spietati. Qui non c’è un uomo al centro, c’è una donna, forte, che a un certo punto capisce che la stanno sfruttando e lo accetta perché sa che sta succedendo qualcosa con cui lei non è in grado di confrontarsi, non con il codice che fino a quel momento ha seguito. Matt e Alejandro portano Kate nelle zone del grigio più scuro della legalità e delle azioni governative, del caos funzionale alla costruzione dell’equilibrio. Il confine non è solo geografico, ha un valore più esteso, tra quello che è giusto e quello che non lo è, tra quello che è necessario e i modi per raggiungerlo…

Se cierran las fronteras en la Europa del Este, la única vía de escape a la terrible situación bélica que se vive actualmente en Siria es tapiada a consecuencia, en gran medida, de la presión popular. Mientras cuatro millones de personas suplican por un lugar en el que cobijarse de las constantes detonaciones que arrasan día tras día su país, y del reguero de muertes que éstas originan, nosotros, europeos del primer mundo acomodado —y perdón por la generalización—, apelamos a un dictamen justo basado en unas prioridades que consideramos ineludibles. No es que seamos reacios a ofrecer ayuda al necesitado, el problema es simplemente que, “ahora”, no es un buen momento. Y es precisamente ese “ahora” el que nos ha excusado cada vez que nuestro apoyo ha sido requerido, un presente inmediato que nunca sonó tan ambiguo e indefinido: desesperanzador. ¿Qué podemos hacer? Nos gusta el orden y cada cosa en su sitio; los santos en el cielo y los pecadores en el infierno. Somos capaces de asumir que la coherencia en el infierno es el caos mismo, siempre que éste no salga de sus fronteras y nos salpique. En el infierno, el orden se conserva gracias a que las víctimas asumen su condición de mártires, a quienes lloraremos desconsoladamente y cuyas imágenes llenarán los muros digitales de todas nuestras redes sociales. Sin embargo, cuando esas víctimas, esperanzadas por nuestro apoyo remoto, deciden pedir ayuda real, en ese momento se subvierte el orden establecido y el caos invade nuestra zona de confort. Las consecuencias de perder la contención de la violencia entre estratos geográficos, dejando que la crueldad se expanda fuera de sus fronteras asumibles, son devastadoras.
Sicario muestra uno de esos infiernos terrenales, donde hace tiempo que el primer mundo tiró la toalla y lo abandonó a su suerte en medio de un caos violento reinado por los magnates del crimen. El filme se recrea con una impresionante potencia audiovisual —ojo a la fotografía de Roger Deakins— en las consecuencias que se producen cuando esas fronteras invisibles que lo separan del mundo civilizado desaparecen, y ese orden, aniquilado, origina que se crucen ambos mundos en un choque de secuelas fatales…

Dopo gli ottimi Prisoner e Enemy, Villeneuve fa una marchetta. Essendo un genio non può farla così male ma lealte aspettative non raggiungono quanto sperato…

…Rarefatto ma esplicito nel rappresentare la violenza, sempre pronta ad esplodere in carneficina nelle zone di confine tra USA e Messico, Sicario più che un film d’azione è un accurato affondo nelle menti tormentate dei suoi personaggi. Sebbene risultino infatti impeccabili dal punto di vista registico, le sequenze action vengono infatti diluite in una serie di momenti di stasi dove, dai ritratti insistiti dei volti e dei corpi dei protagonisti, emerge la loro profonda inquietudine, lo spaesamento, la paura della morte. Impossibile non registrare dunque nel film di Villeneuve una complessiva schizofrenia del ritmo, che lo rende ben distante dallo sviluppo usuale del thriller odierno e più apparentabile, proprio per le sue smagliature narrative, al cinema americano della New Hollywood, con i suoi outsiders un po’ nichilisti e silenti e la sua alta dose di paranoia antigovernativa, allora figlia della contestazione, oggi di una realtà sempre più multiforme e difficile da interpretare. Al centro di Sicario vi è infatti la necessità per la protagonista di prendere una posizione in una situazione le cui dinamiche sono indecifrabili, mentre l’inganno e il relativo twist narrativo sono sempre dietro l’angolo, ma tardano a manifestarsi.
Sono forse numericamente troppe le sequenze di dialogo che ribadiscono quanto la nostra agente dell’FBI si trovi a disagio in una squadra della quale non comprende né la procedura né i reali obiettivi, ma evidentemente a Villeneuve questa storia interessava più come sfida ed esercizio di stile che altro. In tal senso, l’autore rischia in più di un’occasione di incarnare i panni del turista in una realtà, quale è quella del narcotraffico, distante dalle sue latitudini geografiche come anche dalla sua, sempre più eclettica, poetica. A consolare e a tratti a far completamente dimenticare le lacune del film ci pensa però la strabiliante fotografia di Roger Deakins, intento a profondere della sua luce una pellicola che del gusto ricercato per l’immagine fa il suo reale punto di forza e il suo primario interesse.