Paolo Sorrentino torna ai film migliori, grazie anche, come sempre, a Toni Servillo.
il presidente della repubblica, a fine corsa, nel semestre bianco, deve decidere su una grande questione, il fine vita, e su due piccole, le grazie.
arriva, come pure la figlia, in una prigione, per parlare con i detenuti per una possibile grazia (e sembrano la prigione di Elisa, per chi l'ha visto).
il presidente ricorda il suo passato e il poco tempo che gli manca lo rende fragile e determinato insieme.
solo la figlia lo sopporta e lo supporta, anche se lui è sempre solo a decidere.
il presidente è naturalmente un personaggio di fantasia, a differenza de Il Divo, e Toni Servillo è semplicemente perfetto.
tutti i dettagli del film li apprezzerà chi andrà al cinema, e uscirà contento.
buona (nel dubbio) visione - Ismaele
…Sotto il profilo interpretativo,
il legame tra Sorrentino e Servillo si sublima in quest’opera raggiungendo
un’autorevolezza composta e dolente. Ne emerge un
uomo scisso: diviso tra il rigore inappellabile del giurista e la vulnerabilità di
un vedovo segnato da silenzi e
rimpianti. La ricerca della verità si configura, in
tale contesto, come una sorta di “tossicodipendenza” affettiva: imprescindibile
e vitale, ma al contempo potenzialmente devastante.
Rispetto al passato, il confronto con Coco segna una rottura: l’arguzia non
riesce più a contenere il vissuto. Quando il linguaggio
perde la sua armatura, la parola cede il passo a
una verità interiore a lungo ibernata, che riaffiora
in tutta la sua nudità. Non è più il linguaggio a
dominare il sentimento; è il sentimento, nella sua
prepotenza, a svuotare il linguaggio medesimo.
Sorrentino rivendica, inoltre, una decisa autonomia rispetto
alla critica e al giudizio immediato:
una volta affidato al pubblico, il film diviene un oggetto
autonomo, “gettato a mare” e sottoposto alle correnti interpretative.
La grazia si delinea pertanto come il lento e paziente pedinamento
di un uomo alla ricerca della propria grande bellezza, non più
nell’estasi estetica o artistica,
bensì in una clemenza autentica rivolta innanzitutto
verso sé stesso. Al cuore dell’opera resta l’interrogativo devastante che
muove l’intera pellicola: «Di chi sono i nostri giorni?»,
un’indagine profonda sull’autodeterminazione,
intralciata da obblighi morali e vincoli familiari.
In questo contesto, il vagabondare del Presidente nel Quirinale diventa il
simbolo perfetto del cinema di Sorrentino: un’estetica che, pur accettando
la sofferenza, riesce sempre a isolare un gesto di autonomia e
amore.
…Un qualcosa che
vive, sottovoce, nelle immagini crude e ruvide avvolte di quella coltre onirica
morbida tipica della cifra stilistica che ha reso grande Sorrentino, e che nel
caso de La grazia dà forma a un'opera elegante di grande
sensibilità, percorsa di umorismo e dolcezza essenziali, eppure manifestazione
di una profonda crisi esistenziale: quella del Presidente Mariano di un
Servillo carismatico ma fragile, affettuosamente soprannominato Cemento armato
dai vicini, perché granitico e incapace di prendere posizione.
L'unica
a spronarlo è la figlia Dorotea, interpretata dalla bravissima Anna Ferzetti,
che se ne prende cura come fosse il suo angelo custode quando in fondo vorrebbe
soltanto riavere il proprio padre, vero e vitale. Ed ecco, quindi, il
suo pulsante cuore emotivo: La grazia è un film
sull'immobilismo – d'azioni e di sentimenti – generato dal sentirsi rotti
dentro. Quel tipo di rottura che genera distanza, dissipa ogni emozione e fa
spegnere gli occhi; riflesso condizionato di quando l'amore è assente e vive
soltanto nella memoria di ricordi malinconici…
…In "La grazia" si squadernano le
ossessioni tematiche formulate da Sorrentino nel corso della sua carriera,
ossia la senilità, l'attesa dell'epifania decisiva, il potere e il suo fine/la
sua fine, la contrapposizione tra levità e gravità, calate all'interno di una
forma estetica altamente codificata in venticinque anni di pratica con la
macchina da presa ma che qui aderisce al grigiore di De Santis. È dunque sì un
film che ha come prologo una sequenza iperbolica commentata dalla musica
elettronica, una teoria di dolly che staccano all'improvviso sulla figura di De
Santis che, osservando il volo delle frecce tricolori dall'alto del
Campidoglio, compie l'umano rituale di fumarsi l'unica sigaretta del giorno.
Eppure, i movimenti della macchina da presa di Daria D'Antonio, in particolare
le abituali carrellate, appaiono meno roboanti: Sorrentino lavora su uno spartito
in minore e, ricorrendo a soluzioni di messa in scena più intime, indugia sulle
vulnerabilità e le ferite di chi è soverchiato dagli oneri del potere…
…La trama de La
grazia ricalca, almeno in apparenza, la parabola tipica di un
film di Sorrentino, in cui il protagonista è costretto da un evento esterno a
fare i conti con il proprio passato e a modificare la propria postura rispetto
al presente. Un percorso che lo mette in relazione con la sua sfera emotiva,
piano in cui si celano i misteri che regolano il nostro modo di rapportarci con
il tempo e con lo spazio. Stavolta, però, la direzione è ribaltata.
La figura di
Mariano è infatti messa fin da subito e costantemente in crisi, preda di una
spinta alla destrutturazione che si era già avvertita, per esempio, in Parthenope,
pellicola in cui cominciava a emergere una certa autoironia, connaturata al
desiderio di smentire le formule codificate della poetica del regista
napoletano. Una tensione qui portata maggiormente a fuoco, soprattutto nella
svolta profondamente umana che investe il protagonista, rappresentante
simbolico – come accennato in apertura – del “Sorrentino pensiero”…
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