domenica 11 gennaio 2026

Ultimo schiaffo - Matteo Oleotto

Petra e Jure cercano di sopravvivere in un postaccio con un freddo senza fine, nel gelo delle anime.

Petra vuole fuggire, ma senza soldi non si può, e poi Jure non vuole lasciare la mamma ormai rincoglionita nell'ospizio del paese.

e poi c'è l'occasione del ritrovamento di Marlowe, ma mica va bene, tutte le ipotesi di successo sfociano drammaticamente nel fallimento.

il grande pregio del film è che riesce a essere commedia e tragedia contemporaneamente, in modo convincente.

un piccolo film da non perdere, addirittura in una trentina di sale.

cercatelo e godetene tutti, nessuno se ne pentirà.

buona (gelida) visione - Ismaele



dice il regista che Fargo dei fratelli Coen lo ha ispirato, e si vede.

 

 

Petra e Jure sono l'altra faccia della festa. Nessuno li accoglie, e qualcuno li sfrutta come il dipendente della casa di riposo che chiede alla ragazza di andare a scommettere nei combattimenti di "Power Slap", una disciplina che consiste nel dare e ricevere schiaffi a mano aperta sul volto. Qui entra in gioco la dimensione surreale del film, quella che trasforma i personaggi, soprattutto nella parte finale in marionette tragiche ma anche magiche.
Sta anche qui lo strano potere di un film che può essere insieme straniante ed evocativo, che racconta le difficoltà del presente (la crisi economica), accenna alle notizie da cui si è spesso bombardati (il podcast true crime). Ma lo fa sempre seguendo il punto di vista dei due protagonisti, nomadi nella loro stessa terra, forse variazioni degli outsider del cinema di Kaurismäki dove anche Oleotto combina tristezza e ironia. Contemporaneamente, il regista disegna precise traiettorie geografiche dove il paesaggio non è solo lo sfondo ma parte integrante del racconto

da qui

 

Nonostante l’ambientazione natalizia Ultimo schiaffo è un’opera che progressivamente abbandona il campo della commedia per scivolare nei territori del noir, sprofondando nell’ombra oscura che tutto attanaglia, a partire da personaggi già sconfitti dalla vita che cercando disperatamente, con le unghie e con i denti, una redenzione o una riscossa che non è detto però possa esser loro concessa. È questa amarezza il punto di forza di una scrittura che ogni tanto sul crinale della commedia si affida alla battuta più facile ma che trova riscatto proprio nella convinzione che l’umanità sia da ricercare anche e soprattutto là dove il sole non riscalda con i suoi raggi, come avrebbe cantato Fabrizio De André. Ne viene fuori un lavoro anche livido, ma che ha nella scrittura dei personaggi la chiave di volta per tentare un’ultima risalita, un ultimo schiaffo in faccia a una vita insolente, barbarica, in fin dei conti profondamente ingiusta. Il cuore pulsante della vicenda sono ovviamente Petra e Jure, e le interpretazioni sorprendenti di Adalgisa Manfrida e Massimiliano Motta

da qui

 

Rimane sempre un’ironia che gioca con con la precisione assoluta dei personaggi secondari (capitanati da Giuseppe Battiston), con i riferimenti dell’immaginario (a cominciare dal cane Marlowe, “che cazzo di nome è?”), con le tracce di un cinema anni ’90, con certe ossessioni del presente (come la passione true crime di Giovanni Ludeno). Un’ironia che, soprattutto, non diventa mai cattiva, sprezzante, nichilista. Dopo tutto, verso l’orizzonte c’è ancora speranza.

da qui

  


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