lunedì 5 gennaio 2026

Dio è donna e si chiama Petrunya - Teona Strugar Mitevska

Petrunya ha 32 anni, è laureata in storia, è disoccupata, vive ancora coi genitori, lavoro dignitoso non ce n'è, meno che mai per una storica.

Petrunya vaga nelle campagne del suo paese, finché non si trova in mezzo a una processione, e fa una cosa mai vista, in quella società oppressiva e maschilista.

e poi la storia si svolge tutta in un commissariato sgarrupato, dove Petrunya viene pressata a cedere quel crocefisso ormai suo, ma il commissario e il prete non ci riescono, e neanche la folla di maschioni senza freni, Petrunya non cede di un centimetro.

un film da non perdere, promesso.

buona (femminista) visione - Ismaele

 

 

 

…La ribellione è costata molta fatica. Ma Petrunya ha capatalizzato dall'affronto più di quanto possa credere. Da pecora è diventata lupo. Nello sfidare l'ordine precostituito, nello scardinare le regole e le tradizioni celebrate dal maschio, impaurito di fronte alla possibilità di perdere il potere esercitato per secoli sulle femmine, Petrunya ha scoperto la propria forza, il proprio temperamento. Petrunya può lasciare quel posto sicuro, quel paese, quella cella, per uscire allo scoperto ed emergere con le proprie forze dal mucchio. No, Petrunya non ha più bisogno della croce. Ha già ottenuto ciò che voleva. Ha creduto nei propri mezzi, ha trovato qualcuno che l'apprezzi come persona. Forse ha trovato l'amore senza cercarlo.

Le donne donano e rinunciano ai privilegi con maggior facilità mentre gli uomini invocano la tradizione per mantenere il controllo. È questo che ci insegna "Dio è donna, e si chiama Petrunya". Il suo messaggio ha colpito il Parlamento Europeo che ha assegnato al film il Premio Lux 2019 vedendo nelle sue immagini il contributo significativo alla lotta femminista contro le società conservatrici. Un messaggio forte uscito da un proiettore per illuminare tutte le Petrunya in attesa di una ribellione.

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Dio è donna e si chiama Petrunya è certo un film figlio di questi tempi, non tanto (o non solo) per il tema quanto piuttosto proprio per lo stile di messa in scena e di scrittura che sceglie; un stile molto studiato ma che riesce a rimanere sincero, mai velleitario, talvolta un po' sornione nel suo assoluto controllo ma mai gratuito. Semplicemente un film capace di raccontare una storia (per altro ispirata a un fatto di cronaca) e di farlo con meritevole leggerezza senza cedere al rischio di strumentalizzarne il messaggio e di caricare inutilmente i toni. Alla faccia della superficialità.

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Perché vedere questo film?

Ci propone di riflettere ancora su aree di difficile trasformazione nel rapporto maschile – femminile, impensabili resistenze al tempo di internet. Mostra momenti in cui il pensiero si ferma e il gruppo riprende funzionamenti primitivi e diventa branco. Ci mostra, inoltre, come a partire da un gesto non calcolato, sfuggito al controllo, come un lapsus, prenda forma una strategia vincente che rende pensabili difficoltà lungamente sofferte e apre nuove prospettive nella mente di una giovane donna, oltre che aprire un varco nel gruppo dei maschi. Uno dei poliziotti, infatti, si distacca dal gruppo e le offre il suo aiuto.

Si potrebbe sostenere che nelle nostre comunità le cose non stanno più così da tempo, che le donne occupano posizioni di rilievo in moltissimi settori e continuano ad erodere terreno una volta di esclusivo dominio degli uomini. Le donne sono a capo di governi, dirigono aziende ed esercitano ogni professione. In questi giorni la prima donna in Italia è diventata rettore dell’Università La Sapienza di Roma.

Ma se è vero che nei nostri contesti sociali le donne sono sempre più presenti ai vertici delle carriere è altrettanto vero che la violenza sulle donne incredibilmente non si ferma e prende mille forme. In famiglia come nei posti di lavoro sopravvivono disparità e troppo spesso violenza.

Questo film, inoltre, ci invita a riflettere ancora una volta sui rischi connessi all’amore tra genitori e figli. Rischio, nell’educazione dei figli, di spingere troppo nella direzione dell’adattamento alla realtà, alle richieste del mondo esterno a discapito del sostegno al dispiegarsi della giovane soggettività.

Petrunya afferma il proprio diritto senza piegarsi alla logica della guerra. Nel sorprendente finale chiarisce quanto il suo agire non mirasse solo ad affermare sé stessa contro l’altro, quanto, piuttosto, ad istituire un terreno in cui poter finalmente esprimersi, sperimentare complicità, rispetto delle differenze e capacità di rinnovarsi.

Uscire dalle corsie assegnate non è facile. Questo il senso dell’inquadratura iniziale.

Il manichino di donna o forse di uomo che alla fine della lotta galleggia nell’acqua rappresenta, mi piace pensare, quanto l’adesione cieca a schemi rigidamente trasmessi, tradizioni comprese, possa trasformare le persone in inutili forme senza volto.

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L’opera, metaforica e rigorosamente al femminile, si regge quasi interamente sulle spalle e sul corpo della protagonista, la macedone Zorica Nusheva, attrice comica prestata – con risultati eccellenti – al cinema drammatico. Il suo personaggio, abbondante, acculturato, irriverente, è interessato da un cambiamento repentino e intenso, che la porta dall’indolenza e dalla disillusione iniziale ad una pacata presa di consapevolezza della propria forza, che le consente di dominare una situazione apparentemente più grande di lei senza mai andare sopra le righe. Migliore di tutti quegli uomini che, forti di un immeritato ruolo sociale, nascondono sotto il tappeto di una supposta e arrogante virilità tutta la propria inadeguatezza. E qui ritroviamo il collegamento divino consacrato nel titolo: la passione di Petrunya e la sua resistenza non violenta sono quelle di un Cristo contemporaneo, il cui unico miracolo sta nel far cadere la maschera dell’irrazionalità dei suoi carnefici.

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…Un film, come si diceva, unidirezionale. Che non lesina rappresentazioni grottesche e toni umoristici. Per esempio nel momento della verbalizzazione delle dichiarazioni di Petrunija, c’è la contraddizione di vedere le vecchie macchine da scrivere, ancora in uso nei grigi uffici di quei luoghi, mentre si parla del filmato divenuto virale su youtube. Un mondo a due velocità, una realtà ancorata in una dimensione retrograda, mentre fuori tutto è avanti. «La vita non è un racconto di fiabe»: si dice all’inizio.

Nessun dubbio sulla sincerità dell’operazione, ma poco convincente appare lo stile di regia fatto di preziosismi inutili, ricercato, esibito, come lo è l’uso di facili metafore. Così nella prima scena Petrunya appare dall’alto in quella che sembra una piscina vuota. C’è poi il manichino che la protagonista porta con sé per separarsene poi in acqua, prima del momento cruciale della presa del crocifisso, come a simboleggiare la fine del suo status di asservimento, sociale e familiare. Ci sono riprese da sotto le coperte, soggettive che si scambiano, mdp schiacciate sulle facce, inquadrature antibergmaniane di due volti che si occultano a vicenda. E si arriva pure a un cerbiatto di sirkiana memoria. Era proprio necessario?

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