Petrunya ha 32 anni, è laureata in storia, è disoccupata, vive ancora coi genitori, lavoro dignitoso non ce n'è, meno che mai per una storica.
Petrunya vaga nelle campagne del suo paese, finché non si trova in mezzo a una processione, e fa una cosa mai vista, in quella società oppressiva e maschilista.
e poi la storia si svolge tutta in un commissariato sgarrupato, dove Petrunya viene pressata a cedere quel crocefisso ormai suo, ma il commissario e il prete non ci riescono, e neanche la folla di maschioni senza freni, Petrunya non cede di un centimetro.
un film da non perdere, promesso.
buona (femminista) visione - Ismaele
…La ribellione è costata molta fatica. Ma Petrunya ha capatalizzato
dall'affronto più di quanto possa credere. Da pecora è diventata lupo. Nello
sfidare l'ordine precostituito, nello scardinare le regole e le tradizioni
celebrate dal maschio, impaurito di fronte alla possibilità di perdere il
potere esercitato per secoli sulle femmine, Petrunya ha scoperto la propria
forza, il proprio temperamento. Petrunya può lasciare quel posto sicuro, quel
paese, quella cella, per uscire allo scoperto ed emergere con le proprie forze
dal mucchio. No, Petrunya non ha più bisogno della croce. Ha già ottenuto ciò
che voleva. Ha creduto nei propri mezzi, ha trovato qualcuno che l'apprezzi
come persona. Forse ha trovato l'amore senza cercarlo.
Le donne donano e rinunciano ai privilegi con maggior
facilità mentre gli uomini invocano la tradizione per mantenere il controllo. È
questo che ci insegna "Dio è donna, e si chiama Petrunya". Il suo
messaggio ha colpito il Parlamento Europeo che ha assegnato al film il Premio
Lux 2019 vedendo nelle sue immagini il contributo significativo alla lotta
femminista contro le società conservatrici. Un messaggio forte uscito da un
proiettore per illuminare tutte le Petrunya in attesa di una ribellione.
…Dio è donna e si chiama Petrunya è certo un film figlio di questi tempi, non
tanto (o non solo) per il tema quanto piuttosto proprio per lo stile di messa
in scena e di scrittura che sceglie; un stile molto studiato ma che riesce a
rimanere sincero, mai velleitario, talvolta un po' sornione nel suo
assoluto controllo ma mai gratuito. Semplicemente un film capace di raccontare
una storia (per altro ispirata a un fatto di cronaca) e di farlo con meritevole leggerezza senza cedere al rischio di strumentalizzarne
il messaggio e di caricare inutilmente i toni. Alla faccia della superficialità.
…Perché
vedere questo film?
Ci
propone di riflettere ancora su aree di difficile trasformazione nel rapporto
maschile – femminile, impensabili resistenze al tempo di internet. Mostra
momenti in cui il pensiero si ferma e il gruppo riprende funzionamenti
primitivi e diventa branco. Ci mostra, inoltre, come a partire da un gesto non
calcolato, sfuggito al controllo, come un lapsus, prenda forma una strategia
vincente che rende pensabili difficoltà lungamente sofferte e apre nuove prospettive
nella mente di una giovane donna, oltre che aprire un varco nel gruppo dei
maschi. Uno dei poliziotti, infatti, si distacca dal gruppo e le offre il suo
aiuto.
Si potrebbe sostenere che nelle nostre comunità
le cose non stanno più così da tempo, che le donne occupano posizioni di
rilievo in moltissimi settori e continuano ad erodere terreno una volta di
esclusivo dominio degli uomini. Le donne sono a capo di governi, dirigono
aziende ed esercitano ogni professione. In questi giorni la prima donna in
Italia è diventata rettore dell’Università La Sapienza di Roma.
Ma se è vero che nei nostri contesti sociali le
donne sono sempre più presenti ai vertici delle carriere è altrettanto vero che
la violenza sulle donne incredibilmente non si ferma e prende mille forme. In
famiglia come nei posti di lavoro sopravvivono disparità e troppo spesso
violenza.
Questo film, inoltre, ci invita a riflettere
ancora una volta sui rischi connessi all’amore tra genitori e figli. Rischio,
nell’educazione dei figli, di spingere troppo nella direzione dell’adattamento
alla realtà, alle richieste del mondo esterno a discapito del sostegno al
dispiegarsi della giovane soggettività.
Petrunya afferma il proprio diritto senza
piegarsi alla logica della guerra. Nel sorprendente finale chiarisce quanto il
suo agire non mirasse solo ad affermare sé stessa contro l’altro, quanto,
piuttosto, ad istituire un terreno in cui poter finalmente esprimersi,
sperimentare complicità, rispetto delle differenze e capacità di rinnovarsi.
Uscire dalle corsie assegnate non è facile.
Questo il senso dell’inquadratura iniziale.
Il manichino di donna o forse di uomo che alla
fine della lotta galleggia nell’acqua rappresenta, mi piace pensare, quanto
l’adesione cieca a schemi rigidamente trasmessi, tradizioni comprese, possa
trasformare le persone in inutili forme senza volto.
…L’opera, metaforica e rigorosamente al femminile, si
regge quasi interamente sulle spalle e sul corpo della protagonista, la
macedone Zorica Nusheva, attrice comica prestata – con risultati eccellenti –
al cinema drammatico. Il suo personaggio, abbondante, acculturato, irriverente,
è interessato da un cambiamento repentino e intenso, che la porta
dall’indolenza e dalla disillusione iniziale ad una pacata presa di
consapevolezza della propria forza, che le consente di dominare una situazione
apparentemente più grande di lei senza mai andare sopra le righe. Migliore di
tutti quegli uomini che, forti di un immeritato ruolo sociale, nascondono sotto
il tappeto di una supposta e arrogante virilità tutta la propria inadeguatezza.
E qui ritroviamo il collegamento divino consacrato nel titolo: la passione di Petrunya
e la sua resistenza non violenta sono quelle di un Cristo contemporaneo, il cui
unico miracolo sta nel far cadere la maschera dell’irrazionalità dei suoi
carnefici.
…Un film, come si diceva, unidirezionale. Che non lesina
rappresentazioni grottesche e toni umoristici. Per esempio nel momento della
verbalizzazione delle dichiarazioni di Petrunija, c’è la contraddizione di
vedere le vecchie macchine da scrivere, ancora in uso nei grigi uffici di quei
luoghi, mentre si parla del filmato divenuto virale su youtube. Un mondo a due
velocità, una realtà ancorata in una dimensione retrograda, mentre fuori tutto
è avanti. «La vita non è un racconto di fiabe»: si dice all’inizio.
Nessun dubbio sulla sincerità dell’operazione, ma poco
convincente appare lo stile di regia fatto di preziosismi inutili, ricercato,
esibito, come lo è l’uso di facili metafore. Così nella prima scena Petrunya
appare dall’alto in quella che sembra una piscina vuota. C’è poi il manichino
che la protagonista porta con sé per separarsene poi in acqua, prima del
momento cruciale della presa del crocifisso, come a simboleggiare la fine del
suo status di asservimento, sociale e familiare. Ci sono riprese da sotto le
coperte, soggettive che si scambiano, mdp schiacciate sulle facce, inquadrature
antibergmaniane di due volti che si occultano a vicenda. E si arriva pure a un
cerbiatto di sirkiana memoria. Era proprio necessario?
Nessun commento:
Posta un commento