ispirandosi alla lezione del cinema neorealista e del grande cinema iraniano (Kiarostami, Panahi e Majid Majidi, per esempio), Hasan Hadi gira un'opera prima davvero potente.
in un Iraq sotto sanzioni degli stati canaglia (Usa, Israele e paesi Nato, sempre gli stessi) la povera gente cerca di sopravvivere.
il film mostra le vicissitudini di Lamia (col suo gallo), Saeed e Bibi, alle prese con problemi insolubili, per i poveri.
Lamia "vince" l'onore e sopratutto l'onere di preparare una torta per il suo maestro, un compito quasi impossibile, Ercole avrebbe avuto difficoltà insormontabili, ma Lamia è un'eroina, contro tutti e tutto.
e per fortuna c'è uno straordinario portalettere.
un piccolo grande film, da non perdere.
buona (dolceamara) visione - Ismaele
…questa straordinaria capacità di saper mostrare la violenza e
la dolcezza di protagonisti e comprimari vari, mostri di feroce adattamento ai
dettami dittatoriali come il maestro o nonne compassionevoli come Bibi che è
disposta a dare in affidamento l’amata nipote per toglierla dal futuro di
povertà che le toccherebbe, ad elevare l’esordio del regista iracheno dalla
fiaba sociale – genere che fornisce comunque l’intera struttura della
sceneggiatura con l’unico passaggio a vuoto del film, ovvero il classico
momento di crisi tra i due co-protagonisti che qui appare troppo posticcio –
verso un cinema più poetico e allo stesso tempo piacevolmente leggibile nella
sua denuncia. Il paese guidato con polso di ferro da Saddam Hussein sconta
infatti sulla propria carne viva le conseguenze dell’isolameno internazionale,
tra un’inflazione galoppante che rende la corruzione un grasso necessario a
tutti i livelli per oliare i gangli dell’amministrazione o della semplice vita
civile e le conseguenze sulla popolazione della prima campagna di bombardamenti
U.S.A….
…La torta del presidente è anche la dimostrazione che il
particolare, quando sincero e sentito, ha risonanza universale: per quanto
fuori dalle rotte conosciute, comprese quelle del cinema, l'Iraq di Lamia,
Saeed e Bibi è quello sempre riconoscibile del cinema neorealista, con il
teatro a cielo aperto delle strade (qui anche del fiume, che dà luogo alle
sequenze più suggestive), l'uso di attori non professionisti, la verità della
luce naturale; un luogo a suo modo ancestrale e archetipico, non a caso
collocato nel Sud del paese, alla confluenza del Tigri e dell'Eufrate.
Ma ciò che conta di più è la visione del regista,
incarnata dalla giovanissima protagonista, della vita in quel luogo e in quel
tempo (ricostruito nell'aspetto e nell'atmosfera) come di una continua peripezia,
un cammino scandito da un imprevisto dopo l'altro, che, nell'accezione
aristotelica, forma e trasforma. Come i bambini delle fiabe classiche, Lamia
cammina e cammina alla ricerca di zucchero, uova e farina, e intanto conosce il
peggio e il meglio del genere umano, e si forma e trasforma, costretta a
crescere in fretta, come ci racconta l'immagine, tenera e straziante, di lei
col bastone (simbolo anche felice, nonostante tutto, di una preziosa eredità).
In un'epoca in cui tanti cineasti, anche espertissimi, sentono il bisogno di
spiegare ogni cosa, forse poco fiduciosi delle capacità intellettive del loro
pubblico, Hasan Hadi, nel suo debutto, non aggiunge una parola di troppo e
lascia invece che siano le immagini a fare il racconto e gli spettatori e
formulare le loro considerazioni. Un'immagine in particolare, quella di Saddam
Hussein, è ovunque nel film - muri, scuole, manifesti, statue-, quasi un santo
protettore, eppure il paese è abbandonato a se stesso e, a proteggere Lamia e
la gente come lei, non c'è nessuno.
…Hasan
Hadi mostra una maturità inconsueta per un’opera prima, perché non usa mai la
bellezza come compensazione estetica del trauma, né la miseria come certificato
di autenticità. La forma resta sensibile, mobile, porosa, ma non tradisce mai
la durezza materiale delle cose; semmai la rende ancora più dolorosa, proprio
perché si rifiuta di ridurre quel mondo a semplice fondale della sofferenza.
Anche il paesaggio sonoro, dominato dalle corde del liuto arabo, contribuisce a
questa qualità insieme lirica e inquieta, perché non accompagna semplicemente
il racconto, ma lo avvolge, lo rende permeabile, lasciando che il mondo
sensibile continui a respirare anche mentre il potere tenta di soffocarlo. In
fondo, la forma del film trova la propria misura proprio in questa tensione:
Hasan Hadi l’ha pensato come una sorta di favola pervasa di realismo
naturalistico, e la definizione è tanto più felice quanto più il racconto evita
sia l’astrazione simbolica sia il naturalismo greve. La torta, il gallo, il
viaggio, gli incontri, perfino certi scarti solo apparentemente lievi del
percorso non alleggeriscono il dolore: gli danno una cadenza obliqua, lo fanno
passare attraverso il tremore instabile dell’infanzia invece che attraverso la
rigidità della denuncia…
…Hadi realizza un’opera prima di
rara compattezza, capace di tenere insieme precisione storica, finezza
sensibile e dolore politico, e soprattutto di restituire all’infanzia non un
valore simbolico astratto, ma la sua concreta, vulnerabile esposizione al male
del mondo.
…Con un
occhio al grande Abbas Kiarostami ma anche e forse
soprattutto al Neorealismo di casa nostra, Hasan Hadi segue
e pedina, stazione per stazione, le varie avventure dei due piccoli
protagonisti, le loro liti, il pennuto che compare, scompare e ricompare, le
soste ai posti di polizia, la prigione, il minareto, per non parlare poi di
squallidissime, losche persone che si vogliono approfittare dell’ingenuità di
Lamia.
A parte forse
qualche lungaggine al centro con un leggero calo dell’intensa tensione
narrativa generale, La torta del Presidente è
un piccolo grande film (per altro interpretato dai bravissimi
protagonisti) in cui, con sovrana leggerezza e, a tratti, con sotterraneo
umorismo, si narra, senza mai cadere nella farsa, la storia di un inconsueta
avventura giovanile. In essa si mischiano impegno e devozione che vanno a
confondersi con il sogno e la speranza, a partire da un complesso background
storico-sociale nel quale ogni parola o gesto potrebbero pesare negativamente e
ogni piccola azione portare a delle conseguenze imprevedibili. Da segnalare
poi, in modo molto positivo e grazie alla fotografia del rumeno Tudor
Vladimir Panduru (ha lavorato, tra l’altro, con autori del
calibro di Cristian Mungiu o Cristi
Puiu), la qualità della resa visuale dell’ambientazione, soprattutto
quella iniziale nella zona degli acquitrini particolarmente affascinante
– Hasan Hadi ci ha tenuto a girare il film nel suo
paese e in alcuni luoghi reali della storia. Ci sembra che abbia fatto benissimo.
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