lunedì 23 marzo 2026

La torta del presidente - Hasan Hadi

ispirandosi alla lezione del cinema neorealista e del grande cinema iraniano (Kiarostami, Panahi e Majid Majidi, per esempio), Hasan Hadi gira un'opera prima davvero potente.

in un Iraq sotto sanzioni degli stati canaglia (Usa, Israele e paesi Nato, sempre gli stessi) la povera gente cerca di sopravvivere.

il film mostra le vicissitudini di Lamia (col suo gallo), Saeed e Bibi, alle prese con problemi insolubili, per i poveri. 

Lamia "vince" l'onore e sopratutto l'onere di preparare una torta per il suo maestro, un compito quasi impossibile, Ercole avrebbe avuto  difficoltà insormontabili, ma Lamia è un'eroina, contro tutti e tutto.

e per fortuna c'è uno straordinario portalettere.

un piccolo grande film, da non perdere.

buona (dolceamara) visione - Ismaele



questa straordinaria capacità di saper mostrare la violenza e la dolcezza di protagonisti e comprimari vari, mostri di feroce adattamento ai dettami dittatoriali come il maestro o nonne compassionevoli come Bibi che è disposta a dare in affidamento l’amata nipote per toglierla dal futuro di povertà che le toccherebbe, ad elevare l’esordio del regista iracheno dalla fiaba sociale – genere che fornisce comunque l’intera struttura della sceneggiatura con l’unico passaggio a vuoto del film, ovvero il classico momento di crisi tra i due co-protagonisti che qui appare troppo posticcio – verso un cinema più poetico e allo stesso tempo piacevolmente leggibile nella sua denuncia. Il paese guidato con polso di ferro da Saddam Hussein sconta infatti sulla propria carne viva le conseguenze dell’isolameno internazionale, tra un’inflazione galoppante che rende la corruzione un grasso necessario a tutti i livelli per oliare i gangli dell’amministrazione o della semplice vita civile e le conseguenze sulla popolazione della prima campagna di bombardamenti U.S.A….

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La torta del presidente è anche la dimostrazione che il particolare, quando sincero e sentito, ha risonanza universale: per quanto fuori dalle rotte conosciute, comprese quelle del cinema, l'Iraq di Lamia, Saeed e Bibi è quello sempre riconoscibile del cinema neorealista, con il teatro a cielo aperto delle strade (qui anche del fiume, che dà luogo alle sequenze più suggestive), l'uso di attori non professionisti, la verità della luce naturale; un luogo a suo modo ancestrale e archetipico, non a caso collocato nel Sud del paese, alla confluenza del Tigri e dell'Eufrate.

Ma ciò che conta di più è la visione del regista, incarnata dalla giovanissima protagonista, della vita in quel luogo e in quel tempo (ricostruito nell'aspetto e nell'atmosfera) come di una continua peripezia, un cammino scandito da un imprevisto dopo l'altro, che, nell'accezione aristotelica, forma e trasforma. Come i bambini delle fiabe classiche, Lamia cammina e cammina alla ricerca di zucchero, uova e farina, e intanto conosce il peggio e il meglio del genere umano, e si forma e trasforma, costretta a crescere in fretta, come ci racconta l'immagine, tenera e straziante, di lei col bastone (simbolo anche felice, nonostante tutto, di una preziosa eredità).
In un'epoca in cui tanti cineasti, anche espertissimi, sentono il bisogno di spiegare ogni cosa, forse poco fiduciosi delle capacità intellettive del loro pubblico, Hasan Hadi, nel suo debutto, non aggiunge una parola di troppo e lascia invece che siano le immagini a fare il racconto e gli spettatori e formulare le loro considerazioni. Un'immagine in particolare, quella di Saddam Hussein, è ovunque nel film - muri, scuole, manifesti, statue-, quasi un santo protettore, eppure il paese è abbandonato a se stesso e, a proteggere Lamia e la gente come lei, non c'è nessuno.

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Hasan Hadi mostra una maturità inconsueta per un’opera prima, perché non usa mai la bellezza come compensazione estetica del trauma, né la miseria come certificato di autenticità. La forma resta sensibile, mobile, porosa, ma non tradisce mai la durezza materiale delle cose; semmai la rende ancora più dolorosa, proprio perché si rifiuta di ridurre quel mondo a semplice fondale della sofferenza. Anche il paesaggio sonoro, dominato dalle corde del liuto arabo, contribuisce a questa qualità insieme lirica e inquieta, perché non accompagna semplicemente il racconto, ma lo avvolge, lo rende permeabile, lasciando che il mondo sensibile continui a respirare anche mentre il potere tenta di soffocarlo. In fondo, la forma del film trova la propria misura proprio in questa tensione: Hasan Hadi l’ha pensato come una sorta di favola pervasa di realismo naturalistico, e la definizione è tanto più felice quanto più il racconto evita sia l’astrazione simbolica sia il naturalismo greve. La torta, il gallo, il viaggio, gli incontri, perfino certi scarti solo apparentemente lievi del percorso non alleggeriscono il dolore: gli danno una cadenza obliqua, lo fanno passare attraverso il tremore instabile dell’infanzia invece che attraverso la rigidità della denuncia…

Hadi realizza un’opera prima di rara compattezza, capace di tenere insieme precisione storica, finezza sensibile e dolore politico, e soprattutto di restituire all’infanzia non un valore simbolico astratto, ma la sua concreta, vulnerabile esposizione al male del mondo.

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Con un occhio al grande Abbas Kiarostami ma anche e forse soprattutto al Neorealismo di casa nostra, Hasan Hadi segue e pedina, stazione per stazione, le varie avventure dei due piccoli protagonisti, le loro liti, il pennuto che compare, scompare e ricompare, le soste ai posti di polizia, la prigione, il minareto, per non parlare poi di squallidissime, losche persone che si vogliono approfittare dell’ingenuità di Lamia.

A parte forse qualche lungaggine al centro con un leggero calo dell’intensa tensione narrativa generale, La torta del Presidente è un piccolo grande film  (per altro interpretato dai bravissimi protagonisti) in cui, con sovrana leggerezza e, a tratti, con sotterraneo umorismo, si narra, senza mai cadere nella farsa, la storia di un inconsueta avventura giovanile. In essa si mischiano impegno e devozione che vanno a confondersi con il sogno e la speranza, a partire da un complesso background storico-sociale nel quale ogni parola o gesto potrebbero pesare negativamente e ogni piccola azione portare a delle conseguenze imprevedibili. Da segnalare poi, in modo molto positivo e grazie alla fotografia del rumeno Tudor Vladimir Panduru (ha lavorato, tra l’altro, con autori del calibro di Cristian Mungiu Cristi Puiu), la qualità della resa visuale dell’ambientazione, soprattutto quella iniziale nella zona degli acquitrini particolarmente affascinante – Hasan Hadi ci ha tenuto a girare il film nel suo paese e in alcuni luoghi reali della storia. Ci sembra che abbia fatto benissimo.

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