sabato 21 maggio 2022

Liberi - Gianluca Maria Tavarelli

la critica non è stata clemente con questo film, ma non sono d'accordo.

attori bravi, una storia un po' triste, ma così va il mondo.

Vincenzo (Elio Germano) va a fare la stagione al mare, aiutocuoco, la mamma, già lì, gli ha trovato il lavoro.

Vincenzo padre è un disoccupato, depresso, lavoratore socialmente utile, resta solo nel paesetto nella montagna abruzzese.

è poi c'è anche l'amore, per l'aiutocuoco.

non è certo un capolavoro, ma un bel film sì.

buona (tormentata) visione - Ismaele


 

 

 L'utilizzo della voce fuori-campo non è poi un mezzo, come lo utilizza Virzì, di parlare di se stesso, ma al contrario un'insopprimibile esigenza di parlare e di far parlare gli altri personaggi. Così le traiettorie disordinate di Vince, gli spostamenti nell'ora assolata ora notturna città abruzzese diventano il modo per aprire i personaggi, per mettere a nudo la loro coinvolgente disperazione (i brevi momenti dei licenziamenti e degli scioperi hanno una verità che non possiede Il posto dell'anima di Milani in tutta la sua durata) o per inseguire i loro istinti da dove sembrano fuggire provvisoriamente dalla sceneggiatura scritta. Nella scena in cui Cenzo si arrampica sull'impalcatura di un palazzo in costruzione per poter vedere Anita (che si è legataa un altro uomo) e poi, una volta sceso, si sfoga col figlio, prefigurandogli un futuro uguale al suo, rappresenta il cuore di un "cinema paterno/filiale" e contro un cinema dei padri, che non si vergogna di mostrare l'ultimo ballo tra il padre e la madre, di far urlare "I Will Survive"e di staccarsi con decisione dalle zone paludate del cinema italiano più sicuro. Un cinema che si ama con lo stomaco più che con gli occhi, fragile e libero.

da qui

 

Quarto lungometraggio del quarantenne regista torinese da molti apprezzato nel ’99 con Un amore, questo Liberi è in realtà un film davvero mediocre, che mai avrebbe meritato la vetrina del Festival di Venezia 2003 ma che solo con una vetrina simile può sperare di attirare l’attenzione di stampa e pubblico, vista la sua pochezza.

A dir la verità, l’inizio del film è più che convincente: il modo in cui la situazione viene presentata è infatti piuttosto efficace, ma tutto si spegne molto in fretta, in un accavallarsi di rimandi più o meno evidenti, più o meno voluti, ad altri film (da Muccino a Radiofreccia, a Virzì).

Tecnicamente, il film non ha praticamente nulla di valido. Belle le musiche, di repertorio e di composizione, che sono però utilizzate in maniera troppo didascalica. Gli attori sembrano tutti mediocri con l’esclusione di un eccezionale Luigi Maria Burruano. I dialoghi sono spesso ridicoli, sempre finti, e la voce fuori campo risulta fastidiosa fin dall’inizio. La fotografia appare sciatta e la confezione generale è del tutto indecorosa. Ripensando alla sceneggiatura viene da chiedersi quanto in basso possa ancora cadere il cinema italiano…

da qui

 

Le storie e i destini incrociati di Cenzo, buttato fuori dalla fabbrica; Vince, suo figlio che sogna di andar via mentre Elena, la sua ragazza, ad andar via da Bussi, il paesino vicino Pescara dove vivono, non ci pensa nemmeno; Genny fa la cameriera in un ristorante a Pescara dove sua madre Anita fa la cuoca. Tra spiagge affollate, liti, amori, treni presi e treni persi, un'estate passa portando ai nostri la scoperta di cosa significhi essere liberi… Dopo qualche pellicola carina ma fragile, Tavarelli sembra voler tentare il salto di qualità: temi forti, sguardo intergenerazionale, radicamento nella realtà. Ma lo fa con sciatteria e timidezza, sovrapponendo disoccupazione ed educazione sentimentale, con molto didascalismo (alcuni dialoghi sembrano discendere dal peggior Brecht) e una regia incerta su toni e ritmo da tenere. E certi passaggi vagamente onirici lasciano il tempo che trovano. Si intuisce del talento: ma andrebbe disciplinato. Insignificante.

da qui

  

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