domenica 5 aprile 2026

The Last Viking ( Mio fratello è un vichingo) - Anders Thomas Jensen

Mio fratello è un vichingo è molto meglio di quanto mi aspettassi. 

i due fratelli sono perfetti, Mads Mikkelsen può fare tutto ormai, e il fratello grande è Nikolaj Lie Kaas (il Carl Mørck, poliziotto eccezionale con l'altrettanto eccezionale Fares Fares, in alcuni memorabili film).

Anders Thomas Jensen è davvero bravo, riesce a rendere credibile tutta la storia, Manfred/John non è mai una macchietta, e Anker è davvero un fratello che tutti vorrebbero.

un film da non perdere, promesso.

buona (John) visione - Ismaele



Se il punto di partenza del film è inaspettato, Mio fratello è un vichingo è un susseguirsi di svolte spiazzanti, che strappano una risata nei passaggi più cupi mettendo lasciando allo stesso tempo intravedere qualcosa di sinistro nei momenti più buffi dei suoi personaggi. Eppure, incredibilmente, il suo cinema è uno dei prodotti culturali danesi d’esportazione più di successo degli ultimi anni, secondo solo alla sua musa: Mads Mikkelsen, il campione del cinema nordeuropeo, alla sua sesta collaborazione con Jensen. Non è l’unico regista danese ad utilizzarlo quasi come un feticcio (basti pensare a Nicolas Winding Refn e Susanne Bier), ma è sicuramente quello con cui Mikkelsen si prende i rischi maggiori, in una carriera costellata di ruoli estremi e sopra le righe sia a Hollywood sia in Europa.

In Mio fratello è un vichingo Anders Thomas Jensen gli chiede di trasformarsi in un uomo che sta da qualche parte nello spettro autistico (dove, di preciso, non è volutamente chiarito). Mentre il fratello è in prigione per aver organizzato e messo a segno con successo una rapina milionaria, riuscendo a nasconderne il bottino prima di essere arrestato, suo fratello minore Manfred si è convinto di essere John Lennon. Quando viene liberato, il rapinatore ha bisogno che il fratello lo porti al luogo in cui è nascosto il bottino, ma per farlo deve assecondare la sua convinzione, in un crescendo surreale e assurdo che porta i fratelli e uno psichiatra a tentare una reunion tra pazienti convinti di essere uno o più membri dei Beatles.

Questo crescendo folle, in molti sensi, è l’occasione di parlare d’identità e ruoli che ci cuciamo addosso e che ci aspettiamo la società ci riconosca, che hanno molto a che fare con la percezione di ciò che è mascolino e maschile, di come ci si aspetta che funzioni l’amore fraterno. Il protagonista del film infatti è il fratello “sano” che, pur sinceramente affezionato a Manfred-John Lennon, fatica a ricostruire il rapporto con il fratello, ostinato e volubile. Il rapporto con Manfred è però uno specchio in cui si riflette la sua ostinazione nel presentarsi come un duro, un criminale, una persona razionale. Per trovare il bottino, però, Anker deve cedere progressivamente alla visione del fratello, indulgere nelle sue follie…

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The Last Viking non smarrisce più la bussola dopo un primo tempo folgorante, come avveniva ai tempi di Le Mele di Adamo, ma tiene perfettamente insieme pezzi e tempistiche di un ingranaggio narrativamente complesso, che gioca di accumulazioni e colpi di scena, mescolando singolarmente umorismo, follia e sentimento, cui si accompagna una regia classicamente ambiziosa, che interpella il grande pubblico.
Per usare a nostra volta un paradosso, diremo che qualcosa fatalmente si è perso insieme alle imperfezioni, che la macchina cinema si avverte molto più distintamente ora, ma non si sono ridotti né lo standard altissimo della recitazione né l'umanità dello sguardo. Jensen e Mikkelsen evitano in ogni modo che il personaggio di Manfred diventi una macchietta, consapevoli che a cadere sarebbe l'intero castello di carte del film.

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Il motore dell’intera operazione e in parte anche il suo vero punto di vera forza sono però i due protagonisti, che con Jensen avevano già fatto coppia ne Le mele di Adamo e nel più recente Riders of Justice: non ostante una carriera ormai lunga trent’anni esatti e 43 film agli ordini di grandi nomi della regia mondiale in generi cinematografici lontanissimi gli uni dagli altri, col sui vichingo scollato dalla realtà Mikkelsen rischia di regalare al cinema una performance attoriale difficile da superare nei giorni a venire: il suo straordinario Manfred è al tempo stesso ridicolo, imprevedibile e profondamente umano, capace di radicare anche le sequenze più bizzarre in una credibilità emotiva autentica. Lie Kaas (il fratello criminale che si porta dietro un segreto innominabile che è la grande sorpresa finale della sceneggiatura da non rivelare a nessuno che abbia intenzione di visionare il film) gli risponde con una stanchezza malinconica, e con una catatonia emotiva nello sguardo spento di chi ha pagato un conto salatissimo con la Vita senza aver avuto in cambio nulla che possa compensare le conseguenze di troppe scelte sbagliate ma anche di opportunità mai veramente avute…

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