Mio fratello è un vichingo è molto meglio di quanto mi aspettassi.
i due fratelli sono perfetti, Mads Mikkelsen può fare tutto ormai, e il fratello grande è Nikolaj Lie Kaas (il Carl Mørck, poliziotto eccezionale con l'altrettanto eccezionale Fares Fares, in alcuni memorabili film).
Anders Thomas Jensen è davvero bravo, riesce a rendere credibile tutta la storia, Manfred/John non è mai una macchietta, e Anker è davvero un fratello che tutti vorrebbero.
un film da non perdere, promesso.
buona (John) visione - Ismaele
…Se il punto
di partenza del film è inaspettato, Mio fratello è un vichingo è
un susseguirsi di svolte spiazzanti, che strappano una risata nei passaggi più
cupi mettendo lasciando allo stesso tempo intravedere qualcosa di sinistro nei
momenti più buffi dei suoi personaggi. Eppure, incredibilmente, il suo
cinema è uno dei prodotti culturali danesi d’esportazione più di
successo degli ultimi anni, secondo solo alla sua musa: Mads
Mikkelsen, il campione del cinema nordeuropeo, alla sua sesta collaborazione
con Jensen. Non è l’unico regista danese ad utilizzarlo quasi come un feticcio
(basti pensare a Nicolas Winding Refn e Susanne Bier), ma è sicuramente quello
con cui Mikkelsen si prende i rischi maggiori, in una carriera costellata di
ruoli estremi e sopra le righe sia a Hollywood sia in Europa.
In Mio
fratello è un vichingo Anders Thomas Jensen gli chiede di
trasformarsi in un uomo che sta da qualche parte nello spettro autistico (dove,
di preciso, non è volutamente chiarito). Mentre il fratello è in prigione per
aver organizzato e messo a segno con successo una rapina milionaria, riuscendo
a nasconderne il bottino prima di essere arrestato, suo fratello minore Manfred
si è convinto di essere John Lennon. Quando viene liberato, il rapinatore ha
bisogno che il fratello lo porti al luogo in cui è nascosto il bottino, ma per
farlo deve assecondare la sua convinzione, in un crescendo surreale e assurdo
che porta i fratelli e uno psichiatra a tentare una reunion tra
pazienti convinti di essere uno o più membri dei Beatles.
Questo
crescendo folle, in molti sensi, è l’occasione di parlare d’identità e
ruoli che ci cuciamo addosso e che ci aspettiamo la società ci riconosca, che
hanno molto a che fare con la percezione di ciò che è mascolino e maschile, di
come ci si aspetta che funzioni l’amore fraterno. Il protagonista del film
infatti è il fratello “sano” che, pur sinceramente affezionato a Manfred-John
Lennon, fatica a ricostruire il rapporto con il fratello, ostinato e
volubile. Il rapporto con Manfred è però uno specchio in cui si
riflette la sua ostinazione nel presentarsi come un duro, un criminale, una
persona razionale. Per trovare il bottino, però, Anker deve cedere
progressivamente alla visione del fratello, indulgere nelle sue follie…
…The Last Viking non smarrisce più la bussola dopo un primo tempo folgorante, come
avveniva ai tempi di Le Mele di Adamo, ma tiene perfettamente insieme pezzi e
tempistiche di un ingranaggio narrativamente complesso, che gioca di
accumulazioni e colpi di scena, mescolando singolarmente umorismo, follia e
sentimento, cui si accompagna una regia classicamente ambiziosa, che interpella
il grande pubblico.
Per usare a nostra volta un paradosso, diremo che qualcosa fatalmente si è
perso insieme alle imperfezioni, che la macchina cinema si avverte molto più
distintamente ora, ma non si sono ridotti né lo standard altissimo della
recitazione né l'umanità dello sguardo. Jensen e Mikkelsen evitano in ogni modo
che il personaggio di Manfred diventi una macchietta, consapevoli che a cadere
sarebbe l'intero castello di carte del film.
…Il motore dell’intera operazione e in parte anche il suo
vero punto di vera forza sono però i due protagonisti, che con Jensen avevano
già fatto coppia ne Le mele di Adamo e nel più
recente Riders of Justice: non ostante una carriera ormai
lunga trent’anni esatti e 43 film agli ordini di grandi nomi della regia
mondiale in generi cinematografici lontanissimi gli uni dagli altri, col sui
vichingo scollato dalla realtà Mikkelsen rischia di regalare al cinema una
performance attoriale difficile da superare nei giorni a venire: il suo
straordinario Manfred è al tempo stesso ridicolo, imprevedibile e profondamente
umano, capace di radicare anche le sequenze più bizzarre in una credibilità
emotiva autentica. Lie Kaas (il fratello criminale che si porta dietro un segreto
innominabile che è la grande sorpresa finale della sceneggiatura da non
rivelare a nessuno che abbia intenzione di visionare il film) gli risponde con
una stanchezza malinconica, e con una catatonia emotiva nello sguardo spento di
chi ha pagato un conto salatissimo con la Vita senza aver avuto in cambio nulla
che possa compensare le conseguenze di troppe scelte sbagliate ma anche di
opportunità mai veramente avute…
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