giovedì 16 aprile 2026

Bastarden (La terra promessa) - Nikolaj Arcel

pur non avendo alcuna conoscenza della lingua danese, ho il sospetto che il titolo italiano non sia la traduzione letterale del titolo originario.

il film è come un western, in salsa danese, l'epica di un uomo contro la natura e tutti i potenti nobili merdosi (a cui sarebbe stato giusto tagliare la testa).

il protagonista è Ludvig (il sempre bravissimo Mads Mikkelsen), ma anche Anmai Mus (la bambina zingara) è bravissima.

un film che non delude, promesso.

buona (bastarda) visione - Ismaele


 

 

Mads Mikkelsen offre una performance straordinaria nel ruolo del capitano Khalen, la cui determinazione e forza di volontà lo rendono un personaggio affascinante e profondamente umano. La sua solitudine iniziale viene gradualmente mitigata dall'arrivo di due figure femminili: la vedova di un contadino fuggitivo e la cugina/fidanzata di De Shinkel, entrambe vittime delle crudeltà del nobile. Queste alleanze contribuiscono a rendere la narrazione più ricca e stratificata, aggiungendo ulteriori livelli di emotività e conflitto.

Arcel dirige con maestria un film che richiama il western americano e il mito biblico della Terra Promessa, offrendo uno sguardo crudo e realistico sulla brutalità dell’epoca. La rappresentazione delle classi sociali svantaggiate, esposte alla ferocia e alla tirannia dei nobili, è potente e straziante. Il film non esita a mostrare la violenza e la sofferenza inflitte da De Shinkel, rendendo palpabile l'ingiustizia sociale e la lotta per la sopravvivenza…

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Bastarden non è un film ottimista, anche se non manca qualche momento di umorismo. La maggior parte delle scene ruotano attorno a Ludvig e al suo estenuante impegno nella coltivazione del suolo e nella rimozione delle rocce, incurante di vento, pioggia, sole e neve. E la sua determinazione si fonde con la sua solitaria disperazione, almeno fino a quando non inizia a capire che la sua non può essere un’impresa da compiere da solo e che la famiglia che trova lungo la strada può valere più di un titolo nobiliare.

Ed è qui che il film mostra il suo valoreAiutato anche da un Mikkelsen magnetico: stoico, riservato ma anche colmo di emozioni. I suoi occhi, il suo volto espressivo danno al personaggio molta profondità, nonostante parli a malapena! Ludvig è fondamentalmente una brava persona e, anche se non è sempre buono, è così affascinante che ci immedesimiamo con lui. E questo è un aspetto essenziale, perché gran parte del film si basa sulla nostra capacità di connetterci con il protagonista.

La terra promessa riesce a essere esteso ma allo stesso intimo, perché lascia che l’occhio dello spettatore viaggi lungo terre brulle e sterminate per poi posarsi sulla vita di un singolo uomoLa sua narrazione procede con fluidità, senza la fretta di fornire momenti spettacolari, ma al contempo è intrisa di emozioni. C’è una bellezza intrinseca nella sua desolazione e, così come il primo germoglio che spunta dalla terra arida, il film si rivela un’esperienza che cresce nell’animo di chi guarda.

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Mads Mikkelsen è il mattatore, figura alla Clint Eastwood, sguardo di ghiaccio e quasi immune a ogni accadimento: eccezionale. Il resto è freddo e western, dove al posto del deserto c'è la brughiera, dove i "villains" sono facilmente riconoscibili e dove si empatizza in cinque minuti con questo comandante severo ma dal cuore puro. Insomma, il film ha tutti i crismi del kolossal, ma non affoga nello zucchero e quando deve colpire duro lo fa senza problemi. Due ore di visione mai noiosa, con attori, tutti, in splendida forma. Un western in costume di buona efficacia che sta già riscuotendo i suoi bei premi, del tutto meritati. Viva la Danimarca e il suo Cinema.

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La terra promessa è ispirato a una storia vera, ma è soprattutto una trasfigurazione cinematografica di un episodio poco noto della storia danese, raccontato con il linguaggio del western e con un forte centro morale. Un film che non idealizza il passato, ma ne recupera la forza narrativa, dimostrando che si possono ancora realizzare epici storici adulti, complessi e profondamente umani.

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Arcel imposta la narrazione seguendo la traccia, a volte in modo un po' troppo pedissequo, di un glorioso genere cinematografico: il western. Abbiamo la terra da conquistare e bonificare, abbiamo i coloni più o meno recalcitranti, abbiamo la donna forte pronta ad affrontare le avversità e, soprattutto, abbiamo l'eroe e abbiamo il cattivo. Quest'ultimo è un perfido perverso e crudele da far invidia agli spaghetti western, capace di far seguire ad un'efferatezza un'altra ancor più sadica e distruttiva. In nome di un preteso diritto sostenuto da una sostanziale stupidità.
Contro di lui ovviamente abbiamo l'eroe che però, nella concezione del regista non rappresenta l'utopista pronto a sfidare chiunque pur di tentare l'impossibile. Arcel lo vede piuttosto come colui che è praticamente posseduto da un'unica idea che gli fa perdere di vista la complessità di una vita che può essere pienamente vissuta solo se se ne colgono i molteplici aspetti, talvolta anche caotici, ma degni di attenzione e partecipazione emotiva…

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Mads Mikklesen è il perno attorno al quale ruota tutto il film, ma il suo magnetismo non basta a far scivolare due ore che risultano a tratti pesanti e che dopo un inizio “ad ampio respiro”, dove a dominare è il taglio epico da epopea western, scivola sempre di più verso un melodramma delirante e un finale quasi dovuto.

La terra promessa è un film godibile, ma non necessario. Apprezzabile per il comparto tecnico e per la recitazione, oltre che di Mikkelsen, della giovane Hagberg Melina e Simon Bennebjerg, nei panni di un De Schinkel sempre più fuori controllo.

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La terra promessa è un film avvincente e concreto, dal forte impatto (l’aria di casa deve essere stata salutare per il regista) e scandito da una linea di condotta esemplare/inalterabile, che pianta con fermezza le sue bandierine per poi stazionare al fianco di quei reietti che tentano disperatamente di rovesciare le sorti a loro assegnate, di far valere quei diritti fondanti, arbitrariamente negati. Con una road map coerente e pugnace, che sa esattamente quali fini raggiungere, e una rappresentazione integrativa, piena di risorse, tra obiettivi da non farsi sfuggire e danni collaterali, armi impari e determinazioni incrollabili, criticità putrefatte e arricchimenti frontali, con un respiro che non si preclude alcun orizzonte (vedasi una prolungata e toccante chiusura).

Spigoloso e coriaceo, disilluso e aspro, suffragato da parametri di autorevole/evidente spessore.

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