martedì 29 ottobre 2019

Un gatto nel cervello - Lucio Fulci

il film sembra un gioco, un regista di film horror (Lucio Fulci in persona) comincia a essere ossessionato dalle storie terribili che filma, e incrocia uno psicopatico a cui si affida, è un incrocio e una lotta fra finzione e realtà.
la storia è chiara e semplice, e però ha una sua dignità e profondità, e, sembra dirci, la realtà è molto peggio e più pericolosa della finzione.
merita la visione, se uno può sopportare teste e braccia tagliate con la sega elettrica (nella finzione, naturalmente) - Ismaele





L'idea di base è buona, ardita, intelligente: Fulci butta in campo tutto il suo coraggio, ci mette la faccia in tutti i sensi, pone parzialmente in discussione il suo ruolo di autore splatter negli ultimi anni di carriera ipotizzando e poi smentendo nettamente un'ipotetica nocività a livello nervoso di questo genere cinematografico, girando con molta autoironia, seppur in modo autoreferenziale e grezzo, e tratteggiando un'inquietante figura di psichiatra (categoria da lui mai troppo amata) completamente folle.
Un gatto nel ce
rvello 
è stato uno degli ultimi film da lui diretti, ormai malato e ancora sottovalutato, se non proprio stroncato, in Italia dalla critica (mentre ad esempio in Francia era già apprezzato), alle prese ormai da anni con produzioni e budget miseri, i quali hanno inficiato non di poco le sue ultime opere. Qui, invece, abbiamo a che fare con un film sperimentale e simpatico quanto si vuole e, a maggior ragione, ho voluto rimarcare i pregi che questa "chicca" per appassionati dell'innovativo "regista-artigiano" porta con sé, anche se non tanto a livello realizzativo ma a livello concettuale. Volendo essere obiettivo e sincero, però, è veramente un brutto film. E mi dispiace. A volte è proprio vero che "chi ha pane non ha i denti e chi ha i denti non ha pane".

Il regista Lucio Fulci (nella parte di se stesso!) è ossessionato dalle immagini crude contenute nei suoi lavori. Dopo l'ennesimo incubo si reca dallo psicologo che lo convince di essere l'autore di una serie di delitti. In realtà...Ispirandosi (probabilmente!) in parte al romanzo di Clive Barker "Cabal" (del quale nello stesso anno verrà girata la trasposizione cinematografica!) e (ri)utilizzando sequenze dei suoi ultimi film (e qualche insert dai backstage!) Fulci tenta la via sperimentale per raccontare quali potrebbero essere le ossessioni di un intellettuale che ha spesso a che fare con immagini di violenza che finiscono per ossessionarlo. Girato cucendo assieme maestria e rozzezza infila anche scene ironiche ma banali (il finale sulla barca con motivetto comico) per creare un interessante HELZAPOPPIN della follia artistica. Eccellente gioco intellettuale!!!

Serie Z pura, film estremamente brutto esteticamente e rozzo tecnicamente, ma a differenza degli analoghi americani (vedi gran parte della produzione Troma) assolutamente intelligente, sopra le righe, non gratuito e con numerose intuizioni geniali.
Lucio Fulci protagonista (dimostrandosi un discreto attore, purtroppo l’unico nel film) mette in gioco la sua persona, le sue ossessioni, la sua malattia (nella realtà colpito da un’epatite virale) ed il suo cinema (tutti gli spezzoni di scene horror mostrati provengono realmente da suoi lavori minori, all’epoca inediti) con grande abilità ed autoironia, riuscendo a fare di un film all’apparenza bruttissimo un lavoro capace di una riflessione profonda e abbastanza complessa sul ruolo del regista, i gusti del pubblico e i percorsi del cinema di genere (horror nel caso specifico).

Se siete deboli di stomaco, Un gatto nel cervello non è certo il film che fa per voi. La pellicola è infatti un campionario splatter, un concentrato di scene truculente che non risparmiano alcun orrore: corpi fatti a pezzi con la motosega, bambini decapitati, cadaveri in putrefazione con tanto di vermi, arti che saltano via a suon di accettate; e ancora: orge depravate, sesso e sadismo, necrofilia. Insomma, Un gatto nel cervello è un film perverso e morboso, oltreché un gioiellino gore tutto italiano. Si può dire infatti che sia uno dei pochi film italiani (e non) in cui le sequenze splatter non rappresentano un di più, ma costituiscono l’ossatura della pellicola: non si tratta di un thriller, né di un horror in senso stretto, ma di una pellicola “gustosamente” gore.
Un gatto nel cervello è certamente un film innovativo, e ciò si vede innanzitutto da come Fulci ne imposta la trama. E’ egli stesso, infatti, il protagonista del film, un regista ossessionato da visioni orripilanti e spaventose, preso di mira da uno psicopatico assassino. E’grazie a quest’impronta (già di per sé originale) che Fulci può inserire nella pellicola un elemento pressoché estraneo al cinema horror-splatter: l’autoironia. Il regista romano non solo sceglie se stesso come preda di turbe psichiche, non solo fa di sé la vittima ideale per un crudele assassino, ma infarcisce il film di momenti risibili, faceti, che controbilanciano la violenza efferata presente nella gran parte delle sequenze. Inoltre, le visioni terrificanti a cui è soggetto il regista non sono altro che scene di altri suoi film (Il fantasma di Sodoma, Quando Alice ruppe lo specchio) o di pellicole da lui presentate (Bloody Psycho – Lo specchio, Non aver paura della zia Marta): tutto ciò però non vuol essere assolutamente un’autocelebrazione; al contrario, Fulci ironizza sulla sua opera, facendo dei suoi film, che lo hanno reso immortale, il suo incubo peggiore: più autoironico di così si muore!...

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