domenica 11 luglio 2021

I figli della notte – Andrea de Sica

opera prima di Andrea de Sica, una storia di ragazzini chiusi in un collegio di montagna, dove studiano per essere la nuova classe dirigente, in realtà parcheggiati da genitori pieni di soldi più che d'amore.

i ragazzini crescono in fretta, conoscono il bullismo, la sopraffazione, il sesso, l'amore, l'amicizia, la paura, la disobbedienza.

nel film ci sono tante cose già viste, ma rielaborate in modo personale.

il film non è perfetto, sembra a volte che vaghi senza meta, ma è comunque un buon film.

buona visione - Ismaele

 

 

 

"Siete la classe dirigente del futuro, non dimenticatevelo" tuona il preside del collegio dai tratti esternamente imperiali e internamente kubrickiani, tanto di Shining quanto di Arancia Meccanica per alcuni "giochetti" sulle matricole. Esso si staglia nel bianco abbacinante di un incipit fortissimo, evidente contrasto con quel nero notturno e violento che andrà a raccontare.
I rampolli sono diversamente viziati, la disciplina militaresca serve "a ritrovare il giusto passo", anche difendendosi da un bullismo controllato con videocamere nascoste. Il Grande Fratello costituito da "angeli" ex alunni e ora impiegati vede tutto, controlla tutto: scappatelle e tentativi di fuga, miseria e nobiltà di comportamento. "Io non vi spio, io imparo a conoscervi" è la giustificazione degli educatori non dissimili dai manipolatori di Hunger Games. De Sica indugia con coraggio sui volti e i corpi di questi teenager sulla via della disumanizzazione, consapevole che nulla di buono è loro destinato. Il suo "Bildungsroman" diviso fra il giorno e la notte invernali ha il sapore di un già visitato probabilmente attraverso letture e visioni suggestive alla materia, ma non è privo di una sua forza intima e coraggiosa…

da qui

 

…Non mancano simmetrie ardite e riferimenti debiti, dall’Overlook di Shining in giù, e nemmeno un’idea di regia, un’ambizione di indagine, una riflessione di sistema – come conciliare homo homini lupus e privilegio di classe? – ma I figli della notte ha tutte le debolezze dell’opera prima, e anche qualcuna in più: la copertura delle carte poetiche non sempre è funzionale, ma spesso confonde e basta; la baita delle stripper è imbarazzante, oltre la consapevolezza stessa di Edoardo/Succio: perché, si veda anche Indivisibili di Edoardo De Angelis, non sappiamo trattare l’erotico, il postribolo, il partouze?; alcune scene, purtroppo anche nel finale, sono pletoriche nelle immagini, didascaliche nei dialoghi.

Nondimeno, la meccanicità del privilegio, la sociopatia di classe, l’estremizzazione del compromesso vanno da qualche parte, e non disprezzabile affatto: gli interpreti, Succio à la Ezra Miller su tutti, sono congrui, la macchina da presa spesso è al posto giusto, manca, e dici poco, una scrittura, una scansione narrativa all’altezza delle intese ambizioni. Che per volare alto servono le ali in sceneggiatura e, ancor prima, non serve essere confusi per convincere. Anzi. Si veda, a proposito, Afterschool, esordio di Antonio Campos.

da qui

 

I figli della notte convince appieno sul piano della messa in scena e della capacità di creare senza soluzione di continuità un'atmosfera molto intrigante. De Sica dimostra così di avere delle indiscutibili abilità dietro la macchina da presa e rivela inoltre di non aver paura di osare nel proporre un ritratto duro di adolescenti molto diversi da quelli cui siamo abituati nel panorama televisivo e cinematografico italiano. Meno soddisfacenti, invece, sono lo sviluppo narrativo legato alla descrizione della quotidianità nel collegio (sarebbe stato interessante concentrarsi più a fondo su questo aspetto per mettere maggiormente in risalto il percorso di "deformazione" dei ragazzi) e soprattutto la gestione della componente paranormale, risolta frettolosamente e in una maniera che risulta troppo superficiale per giustificarne davvero l'introduzione. Ad ogni modo, al netto di questi difetti di sceneggiatura (scritta dallo stesso De Sica insieme a Mariano Di Nardo con la collaborazione di Gloria Malatesta), I figli della notte nel complesso è un esordio cinematografico molto interessante che vale la pena di essere visto e che fa senz'altro ben sperare per il prosieguo della carriera del suo regista.

da qui

 

E’ troppo pieno di cinema altrui per aver già trovato, al primo film, il proprio. Viste le premesse pensiamo gli riuscirà, o quanto meno glielo auguriamo. Per adesso però il risultato è non soltanto un lavoro difficile da catalogare fin dal genere di appartenenza, ma un frullato di richiami ad altri film, più o meno noti. Appare un po’ forzato, per fare un esempio, mostrare Giulio accovacciato per terra nell’atto di lanciare una pallina contro il muro e riprenderla allo scopo di alludere al suo desiderio di “grande fuga” in stile Steve McQueen. La citazione non permette mai di capire se chi vi ricorre lo fa per rendere un omaggio, trovare una scorciatoia per esprimersi o nascondere la mancanza di idee. Quel che è certo è che utilizzandola in modo così ampio ed eterogeneo si rischia di rimanerne prigionieri e di rendere il film frammentario al punto da far perdere di vista la personalità del suo autore e quel che vuole trasmettere.

A lungo ci si domanda quindi dove voglia andare questa storia e perché. La risposta spunta forse nell’ultima scena. Anche in questo caso con una citazione, di certo la più sentita dall’autore. Il tuffo del protagonista, qualche tempo dopo i fatti, nella piscina della sua bella villa e persino la dedica che chiude il film (che là era a Vittorio e qui è a Manuel De Sica) sono un riferimento chiarissimo alle immagini finali di C’eravamo tanto amati e dunque al suo intento di denuncia contro il cinismo di chi comanda e l’influenza che denaro e potere riescano ad esercitare anche sui giovani più idealisti. Un tema però già sviscerato in ogni modo, non soltanto dal film di Scola. Nel riproporlo con abbondanza di riferimenti a grandi lavori del passato si rischia di apparire superflui oltrechè non all’altezza dei modelli. Parafrasando un vecchio slogan: “una citazione ci seppellirà”.

da qui



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