mercoledì 2 agosto 2023

Atlantide – Yuri Ancarani

un po' documentario, un po' film d'arte visiva e musicale, un film su giovani senza domani, un film comunque unico.

la parte memorabile è la parte visiva e la musica che accompagna, in un crescendo discontinuo, con l'ultima parte che ti resta addosso, da vedere e rivedere.

Venezia senza turisti è un'altra cosa, e avere un barchino è la libertà, finché durerà.

buona (ipercolorata) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

Quello che accade negli ultimi 10 minuti di Atlantide è un qualcosa di così bello, impressionante ed emozionante che raramente avevo visto prima in sala.

Qualcosa di "tecnico", è vero, ma talmente straordinario che acquista una valenza sensoriale, emozionale, oltre che metaforica.
Ma tutta l'ultima mezz'ora di questo film così strano ed unico, un film che racconta di una generazione di giovani veneziani completamente staccati dalla società, una generazione nichilista che pensa solo ai propri barchini e alla laguna, tutta l'ultima mezz'ora di questo film è qualcosa che si avvicina molto all'esperienziale.

Prima ho faticato, tanto, non solo per la dilatazione eccessiva delle scene ma per il trovarmi davanti quasi sempre la stessa cosa.

Eppure il film è un continuo regalarci una perla dietro l'altra. E raccontando del Nulla alla fine ci sembra che racconti del Tutto, persino della vita e della morte.

Svuotate i vostri occhi prima di vederlo.

Perchè si riempiranno completamente…

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…Si tratta di un universo dalle grandi potenzialità, originale e complesso, e Ancarani riesce a trasmettere molto efficacemente la mentalità di questi giovani senza prospettive, che sognano di correre più veloci di tutti ma non hanno un reale posto dove andare, sullo sfondo di una Venezia mai così dark. La mancanza di una progettualità tradizionale nella costruzione del film, però, se da un lato accentua il senso di realismo e di autenticità della messa in scena, dall’altro genera una narrazione troppo frammentaria e confusa.

A volte si ha quasi la sensazione che manchino dei pezzi tra una scena e l’altra; ci sono personaggi a cui vengono dedicate singole, lunghe sequenze, ma che poi spariscono. Manca un vero approfondimento psicologico che consenta di affezionarsi seriamente a questi ragazzi, che invece vengono sempre percepiti con distacco dallo spettatore.

L’ultima sequenza del film, un’infinita carrellata su Venezia alle prime luci dell’alba, basata su un’unica inquadratura “sghemba” che rende difficile capire cosa sia il riflesso di cosa, è la perfetta sintesi, nel bene e nel male, dell’intero film: un’esperienza visiva suggestiva e intensa, ma che al di là dell’estetica affascinante e perfettamente curata rischia di apparire un po’ vuota e poco coinvolgente. Siamo davvero al confine tra cinema e video-arte.

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En una isla, en los bordes. La laguna de Venezia. Concretamente, Sant’Erasmo. Allí, Daniele (Daniele Barison) dedica sus días, usando el ingenio, a sobrevivir. Una supervivencia delimitada por el culto sacro al barchino y, a la vez, a la búsqueda de placeres que llenen lo inocuo. Una inocuidad que la propia ciudad devuelve sumergida en la belleza. Una ciudad, un estado del ser que, como el propio mito de la ‘Atlantide’ que no existe, se (re)presenta.

Una (re)presentación que, en la laguna, se convierte en un contraste entre el centro y los márgenes pero también entre lo deseado y lo obtenido, lo presente.

Un presente que, como el de Daniele (Daniele Barison) y sus coetáneos, dibujan un sinfín de dimensiones en el mismo plano terrenal. Unas dimensiones que, veloces sobre el agua y vividas en el subidón de la droga con una banda sonora bacala, son el propio reflejo.

Un reflejo que, como otra dimensión que cobra vida como si de un personaje más se tratara, se materializa en (y por) el agua.

Un elemento, el agua, que lo envuelve todo: la ciudad, la vida de lxs chicxs con las lanchas, sus actuaciones, e incluso es donde, en nuestra mitología colectiva, reside la Atlantide.

Una Atlantide que Yuri Ancarani personifica como un reflejo, entre neones, de Venezia. Una Venezia fantasmagórica, como un limbo, donde habitan unxs diosxs caidxs —las generaciones futuras— entregadas al placer, como epicúreo. Un placer que solo guía el ahora, que lo sitúa en los márgenes.

Con una fotografía hipnótica y con pocas palabras, Ancarani consigue que, desde nuestras butacas, habitemos el reflejo de su Venezia, de esta Atlantide (re)presentada. Una (re)presentación imbuida en el gesto, en la acción, en una dimensión aproximativa a la realidad.

‘Atlantide’ es música bacala, velocidad, drogas, belleza clásica, diosxs contemporánexs caidxs, luces de neón y el aquí y el ahora.

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Lo sguardo fantascientifico è probabilmente una delle possibilità per avvicinare la visione stratificata di Yuri Ancarani. Film dopo film, l’artista ravennate disinnesca la rappresentazione scopica del paesaggio, circoscritto o espanso che sia, preferendo l’esperienza immersiva, a partire dalla prassi del filmmaking. Dentro realtà inconoscibili, talvolta nascoste nelle stanze della nostra psiche, individua luoghi dell’immaginario, ben radicati nella fusione tra ambiente e tempo. E la concezione del tempo in particolare, vive solo in parte attraverso la restituzione di quello storico, perché ne sonda conseguenze e derive inattese, rivelando la sopravvivenza di ritualità sconosciute, improvvisamente visibili con i corpi situati nell’essenza transtorica del soggetto. Atlantide in particolare, sin dal riferimento esplicito ad un territorio dell’immaginario che risiede tra antropologia e letteratura fantastica, è l’avventura più coraggiosa di Ancarani, perché sceglie volontariamente Venezia, la cui immagine di massa è ormai mappata dalle consuetudini che hanno generato i fenomeni di overtourism, per chi ne promuove i meccanismi e per chi contesta gli effetti. La geografia qui è un’altra. Eminentemente acquatica, esplora un territorio più vasto, dove i luoghi sono più di uno e la città che conosciamo vive in una relazione costante con altri satelliti. Spazio concreto e allo stesso tempo di fluidità impalpabile, Venezia prende forma attraverso i gesti, le abitudini e il punto di vista degli adolescenti che passano il tempo a bordo dei barchini, dove suono e velocità spezzano i rumori della laguna, con i diffusori a bordo sparati al massimo e i codici della trap ad unificare l’esperienza collettiva…

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martedì 1 agosto 2023

Il poliziotto è marcio – Fernando di Leo

un film nel quale il poliziotto protagonista è corrotto, nella busta paga e nelle mani di un boss come poteva avere la vita facile?

e però ci sono una grande regia, una storia inquietante, che ti lascia senza fiato, colpi di scena, insomma, niente da invidiare ai migliori polar francesi.

e poi gli attori sono veramente convincenti, e tutti soffriranno del marciume dominante.

Il poliziotto è marcio è un gioiellino da (ri)scoprire, nessuno se ne pentirà.

buona (corrotta) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo

 

  

Per la prima edizione del film, la Commissione di revisione cinematografica esprime parere favorevole alla proiezione del film in pubblico con divieto di visione ai minori di 18 anni, in considerazione delle scene di violenza in esso presenti e della rappresentazione irriverente delle forze di Pubblica Sicurezza (25 febbraio 1974). La seconda edizione del film ottiene il nulla osta per la proiezione in pubblico, senza limiti di età (14 novembre 2012).

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… Supportato da dialoghi efficacissimi e dall’ottima interpretazione degli attori - con Salvo Randone e Vittorio Caprioli sugli scudi - Di Leo riesce in pieno nei suoi intenti. E la violenza verbale -  che spesso supera quella delle scene d’azione – trova il suo climax nel drammatico scontro tra il maresciallo Malacarne e suo figlio Domenico, un commissario ormai alle strette costretto a rivelare tutto al padre in un ultimo estremo tentativo di salvargli la pelle:

‘Tu sei un complice dei delinquenti?! Tu, mio figlio! Oh Madonna santa, ma che dici?!’

‘E non facciamo il melodramma! Sissignore, sono corrotto, sono un infame, un traditore. Ho 60 milioni da parte, un'amante di lusso e quando alzo la voce tutti si scattano sull'attenti. E allora?' '

‘Ti pagano! Ti sei vendu…venduto! Tu? Tu! Mio figlio!' '

‘Ma chi sei tu per farmi la morale? Io ti ho visto leccare le scarpe per tutta la vita...tutta una vita per diventare un maresciallo di merda! Quante volte hai massacrato di botte dei poveracci con la benedizione dei superiori? Quante prove hai fabbricato per trovare dei colpevoli qualsiasi? Quanti soprusi? Quanti inghippi per un panettoncino a Natale?! Pure questa, sì, pure questa è corruzione! Ma corruzione da fessi!'

Qui non solo collidono due generazioni e due modi diversi di vedere la vita, c’è di più: c’è il sogno di un padre – quello di vedere nel proprio figlio la realizzazione di qualcosa che da sé non si è riusciti a realizzare - che si frantuma in un istante; e c’è anche la condanna a morte di un’esistenza che giunta al capolinea, nelle dure parole di un figlio verso il padre, si rivela per quello che è stata, cioè povera e meschina. Gli occhi pieni di lacrime di Randone e il suo sguardo perso nel vuoto sono qualcosa difficile da dimenticare.

Osteggiato fin dalla sua prima uscita, il film verrà sequestrato e sparirà praticamente dalla circolazione per circa trent’anni (è del 2012 l’uscita in dvd a cura della RaRo). Inutile aggiungere che si tratta di un film imprescindibile per gli amanti del noir italiano. Ultime note conclusive: decisamente interessanti la cupa colonna sonora di Luis Bacalov e il montaggio di Amedeo Giovini; riusciti e spettacolari gli inseguimenti dell’equipe di Remy Julienne; solita comparsata di Di Leo, stavolta seduto alla cassa di un bar.

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…Un film che, fin dalla storia nei suoi tratti generali, appare scomodo, irritante, antipatico come il protagonista, bello e dannato in quei suoi abiti eleganti inappuntabili vestiti con grande disinvoltura e fiero portamento e che, al pari di altri progetti ambiziosi e fuori dagli schemi partoriti dalla fertile vena narrativa di Di Leo, fu destinato a subire una sorta di censura non ufficiale, ma nei risultati, isolato e mal distribuito come fu al momento dell'uscita in sala.

Il film infatti pone al centro della storia un personaggio altamente negativo, senza appello, e non il classico eroe problematico e pieno di complessi, costretto a prendersi colpe in realtà non sue ma attribuibili a terze responsabilità.

Qui invece la legalità affonda, degenera, annega in una pozza schiacciata dal piede prevaricatore di una malavita che trova il modo di insinuarsi nelle istituzioni, corrompendole e promettendo loro contropartite difficili da rifiutare anche se si è figli educati con sani principi di fedeli sottufficiali dell'arma più antica e celebrata tra le forze dell'ordine.

Come di consueto, il racconto di Di Leo alterna personaggi monolitici e privi di sfumature, ad altri legati alla tradizione popolare che di sfumature ne mostrano sin troppe, dando luogo ad un avvicendarsi di personaggi talvolta inquadrati e precostituiti come formine, ad altri straripanti e colorati fino a sfiorare la farsa.

Il tutto all'interno di un poliziottesco di tutto rispetto, violento e teso, diretto e senza cornici edulcorate o inutili ricorsi a scorci o panoramiche, intento piuttosto a concentrarsi su grandi scene di inseguimenti in macchina, scazzottate e sanguinolente sparatorie.

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Muy buen thriller polizziesco firmado por uno de los maestros indiscutibles del género, el gran Fernando Di Leo (“Milano Calibro 9”, 1972). “Il polizziotto é marcio” (“El policía es corrupto”) va más allá de las típicas escenas de acción características del género, y si bien a lo largo del metraje no se escatima en trepidantes persecuciones automovilísticas, peleas a puñetazo limpio y tiroteos varios, la historia también tiene una profundidad narrativa que transciende las apariencias – algo a lo que Di Leo ya nos tiene acostumbrados.

Luc Merenda, que ya protagonizó otro memorable film de Di Leo como “Kidnap Syndicate” (1975), interpreta al policía Domenico Malacarne; joven, apuesto y prometedor comisario… que tras las apariencias de policía modélico lleva una doble vida. Cobra un sueldo del crimen organizado a cambio de proteger los negocios de los grandes jefes, y además recibe chivatazos para arrestar a pequeños delincuentes y a los rivales de los contrabandistas que le pagan; lo que le paradójicamente – pese a su corrupción – le posibilita adquirir prestigio en su trabajo “oficial” de policía. Sólo cuando los contrabandistas que le han estado “untando” desde hace años dejan de mover café y tabaco para pasarse a algo mucho más lucrativo, como son las armas y las drogas, Malacarne entiende que se encuentra en una peligrosa encrucijada… ¿Será ya demasiado tarde?...

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Di Leo ci regala una regia indimenticabile, andando oltre il divino nella prima scena di inseguimento che, per perizia tecnica, non ha nulla da inviadire nemmeno al miglior Friedkin. La storia è coraggiosa (parlare di polizia corrotta in quegli anni non era semplice) e la violenza è bella tosta e funzionale al racconto. Un punto in più per la stratosferica cornice milanese che offre quel pizzico di diversità in più rispetto alla "solita" Roma. Merenda monoespressivo ma adattissimo al personaggio privo di sfumature. Purissimo cinema di regia.

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Nelle intenzioni di Di Leo il film è la sua risposta a Indagine di Petri (da cui provengono Randone e Santuccio) raccontando la corruzione nella polizia in maniera lucida e verosimile. Ne esce un film coraggioso e spietato, che sa "competere" con il successo dei poliziotteschi sul versante spettacolare (l'inseguimento sui navigli è da antologia) ma ne prende definitivamente le distanze sul versante drammatico. Nemo propheta in patria a ogni modo e questo gioiello è rimasto invisibile per 40 anni.

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Il titolo fa tremare i muri per le inconfutabili verità che purtroppo rivela: la corruzione nelle basse sfere di chi dovrebbe tutelare i più deboli, con l'infima meschinità per la salita a una misera carriera e in quelle alte invischiate con i "diamanti" della criminalità. In questo bergonzelliano porco mondo si aggiunge la miopia delle autorità che prendono solo i "pesci piccoli" della delinquenza. Il film è un vaccino-antidoto anti-poliziottesco che demolisce i cliché concettuali e ideologici del genere sulla rettitudine delle forze dell'ordine.

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…Il poliziotto è marcio passa in censura con visione interdetta ai minori di 18 anni, il 25 febbraio 1974, dopo che la produzione rifiuta di apportare i tagli richiesti.

Dal verbale allegato al n.o. n. 64039:

"Poiché l'interessato dichiara di non poter aderire alla proposta dei tagli, la Commissione esprime parere favorevole alla concessione del n.o. di proiezione in pubblico, con il divieto di visione ai minori degli anni 18. Tale divieto è in relazione, innanzitutto, alla tematica del film, che ha come protagonista un commissario di P.S. ed un suo dipendente che si lasciano corrompere da una banda di delinquenti al solo fine di appagare desideri di vita agiata e lussuosa; né alla conclusione del film si ha uno spiraglio di luce, poiché al capo della banda ed al commissario uccisi subentrano altri da una parte e dall'altra decisi a perseverare nella losca ed illegale attività. A ciò si deve aggiungere che il film consiste in una serie ininterrotta di scene di violenze, alcune delle quali presentano carattere di particolare ferocia ed efferatezza."

Metri di pellicola dichiarata: 2595 (circa 94'40" su pellicola in 35 mm, uguale a 90'-91' su dvd o nei passaggi televisivi codificati PAL).

 

Una seconda commissione, datata 14 novembre 2012 (v.c. n. 106749), esprime parere favorevole al rilascio del n.o. per la proiezione in pubblico, senza più limitazioni per i minori.

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lunedì 31 luglio 2023

Al cinema Odissea di Cagliari il premio Carlo Lizzani

 


Stefania e Tiziana Medda e Alessandro Murtas sono gli “esercenti italiani più coraggiosi”



Arriva un prestigioso riconoscimento per il cinema cagliaritano di viale Trieste: il premio Carlo Lizzani 2023 per la categoria “Cinema a carattere imprenditoriale”. È stato assegnato a Stefania e Tiziana Medda e Alessandro Murtas, in qualità di “esercenti italiani più coraggiosi”. Il riconoscimento dell’Anac, associazione nazionale autori cinematografici, è stato loro consegnato a Roma, alla Camera dei Deputati, dal vice presidente della Camera, Giorgio Mulè.

Questa la motivazione: “per aver superato caparbiamente i momenti più difficili delle chiusure degli anni 2020 e 2021, in una Regione dove il numero delle sale è sempre più ridotto ed essere diventato il punto di riferimento del pubblico, grazie a una programmazione di qualità, che si avvale anche della consulenza degli autori. Per dedicare spazi significativi anche alla visione di film in lingua originale e alla formazione del giovane pubblico, contribuendo alla diffusione della cultura cinematografica, in particolare tra le nuove generazioni”.

L’8 settembre saranno presenti alla Mostra del cinema di Venezia per assegnare il Premio Carlo Lizzani – Film per la miglior opera italiana. Un premio che attesta l’importante attività culturale svolta dai fondatori e soci di Spazio 2001, che gestisce il Cinema Odissea per la promozione della settima arte: nelle due sale intitolate rispettivamente a Kubrick e Truffaut all’interno di uno storico edificio, un esempio di archeologia industriale nel cuore della città dove vengono programmate proiezioni di film d’autore, rassegne cinematografiche, eventi e anteprime regionali e nazionali. Il Cinema Odissea rappresenta un punto di riferimento importante per registi affermati e esordienti, un luogo in cui è possibile incontrare e confrontarsi con critica e pubblico.

La programmazione privilegia il cinema di qualità di prima visione, anche in lingua originale, accanto a interessanti retrospettive nel corso dell’anno. In estate, il Cinema Odissea cura la rassegna Nottetempo, a Sa Manifattura a Cagliari con la riproposizione di alcuni dei titoli più significativi e incontri con i registi e gli attori, oltre a eventi speciali.

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sabato 29 luglio 2023

Classifica 2022-2023 (al cinema)

anche quest'anno (agosto 2022 - luglio 2023) faccio una specie di classifica dei film visti al cinema (solo 54), e qualcosa di ottimo e buono c'è (cliccando su ogni titolo c'è il link alla piccola recensione che avevo scritto a suo tempo), gli altri, comunque buoni, si trovano nel blog - Ismaele


venerdì 28 luglio 2023

Circuito chiuso – Giuliano Montaldo

in un cinema romano proiettano E per tetto un cielo di stelle, con Giuliano Gemma, a un certo punto uno spettatore muore.

interviene la polizia, che non fa uscire nessuno, indaga, senza capire nulla, e succede ancora.

solo uno degli spettatori, un sociologo "strano", riesce a capire tutto, citando un racconto di Bradbury e il potere delle immagini.

un gran bel film, un gioiellino solo per la tv, a quei tempi, sottovalutato.

cercatelo e godetene tutti.

buona (misteriosa e imperdibile) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

 

Sconosciuto ma intrigante fanta-giallo che parla di cinema e si "nutre" di cinema. Lo spunto di partenza è un bel racconto del solito Bradbury che Montaldo rilegge arricchendolo di spunti interessanti e bizzarri quali la spiegazione finale del mistero. Girato bene e pur ambientato in un unico luogo e presentando qualche ripetizione, mantiene bene la tensione e conseguentemente l'interesse dello spettatore. Godibilissimo specie per chi ama il cinema di una volta. Oggi è utile anche per capire come sia cambiata la fruizione dei film in sala nel corso del tempo.

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Suspense magistrale, che monta lentamente ma senza mai annoiare! Colpisce per il rispetto per l'unità di tempo e luogo dell'azione, un perfetto equilibrio tra la riflessione autoriale sul meta-cinema e l'aderenza alle regole narrative di genere e per i riferimenti cinefili molto vari (dalle musiche hitchockiane che fanno il verso a Bernard Hermann alla locandina di I giorni dell'ira su cui scorrono i titoli di testa). Cast corale ed ottimo. Davvero un gioiello nascosto.

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Quello di Circuito chiuso è sicuramente un caso più unico che raro all’interno della nutrita filmografia di Giuliano Montaldo, perché si affranca quasi totalmente dal coté storico-drammatico che solitamente ha abbracciato il regista, ma al tempo stesso riesce a mantenere al suo interno una certa radicalità politica (contro il potere) che ha permeato gran parte della sua produzione.

In origine il progetto (finanziato dalla Rai) era stato pensato come film per la Tv, ma portato al Festival internazionale del cinema di Berlino e avendo riscosso un buon successo di pubblico e critica, la Rai pensò di distribuirlo in sala, anche se alla fine non ci arrivò mai per dei disaccordi di carattere economico tra la produzione e gli interpreti.

Ora il film (che peraltro è stato cruciale per la formazione del cineasta romeno Cristi Puiu) è disponibile sulla piattaforma gratuita di Raiplay e rivedendolo oggi si nota che all’interno della evidente confezione da prodotto televisivo, Montaldo lavora audacemente traendone un oggetto totalmente spiazzante anche a distanza di oltre quarant’anni. L’autore di Sacco e Vanzetti e Giordano Bruno mantiene saldo lo sguardo sulla temperie sociopolitica dell’epoca, trasformandolo in una vera e propria lente deformante del reale.

Circuito chiuso è girato quasi interamente all’interno di un cinema romano, dove si sta proiettando uno spaghetti western con protagonista Giuliano Gemma e presenta la struttura tipica del whodonit, dato che uno spettatore viene assassinato all’interno della sala proprio nel momento in cui il pistolero sullo schermo (interpretato da Gemma) spara verso il pubblico.

Montaldo però, già in apertura, inserisce degli elementi caricaturali e grotteschi che ci preannunciano che non stiamo assistendo a un classico giallo, ma a un pamphlet politico che ironizza sulla paura dilagante negli anni di piombo e soprattutto sull’indottrinamento violento delle immagini.

La prima sequenza ci mostra un bambino che punta la pistola giocattolo contro il cartellone fuori dal cinema, poi iniziano ad arrivare altri strani avventori in attesa che la sala apra, tra cui uno strambo sociologo interpretato da Flavio Bucci.

Prima della proiezione in sala, sullo schermo si susseguono una serie di finti spot pubblicitari dal gusto fortemente parodico. Una sorta di preludio al discorso finale esposto da Flavio Bucci, il quale svela e riassume al contempo il portato allegorico del film che abbiamo appena visto. Una riflessione teorica sulle immagini che ci stanno sempre più cannibalizzando, ispirata a un racconto fantastico di Ray Bradbury.

Pur non essendo il lavoro più riuscito di Montaldo, Circuito chiuso è sicuramente una delle sue operazioni più bizzarre, curiose e coraggiose. Il portato politico della vicenda si incarna nel più sovversivo dei generi attraversati dal cinema italiano di quegli anni, ovvero lo spaghetti western, che diventa un meccanismo di messa a morte ripetendosi come un rituale ogni volta che sullo schermo si ripresenta il pistolero che spara verso il pubblico. Montaldo traduce in immagini la teoria di André Bazin contenuta nel famoso saggio Morte ogni pomeriggio, trasformando un classico prodotto di genere in un metafilm che coniuga il lato politico con quello più dichiaratamente teorico.

Circuito chiuso se da un lato pare riproporre il gioco deduttivo della ricostruzione di un crimine all’interno di uno spazio chiuso, come avveniva nell’episodio televisivo Il tram di Dario Argento, dall’altro anticipa il capolavoro di Bigas Luna Angustia, in cui la minaccia che serpeggia all’interno di un film fuoriesce dallo schermo.

A tutti gli effetti Circuito chiuso resta un esperimento seminale, che in embrione preannuncia un preciso e radicale discorso sulla violenza delle immagini e sulla loro potenza condizionatrice che andrà ad esplicitarsi nel successivo Il giocattolo.

Giusto un anno dopo, Montaldo rilegge allegoricamente attraverso la figura di Nino Manfredi la violenza degli anni di piombo e torna la riflessione sulla forza sovversiva del cinema di genere. Non a caso il travet interpretato da Manfredi è un appassionato di spaghetti western che un giorno inizia a impugnare la pistola.

Le immagini ci hanno ucciso per farci rinascere assassini, il discorso di Montaldo non fa una grinza.

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…"Perché le immagini, di cui si nutrono le nostre fantasie, non dovrebbero, a sua volta, nutrirsi di noi?”

“-A volte le immagini, come l’immaginazione, possono essere più forti della realtà!

-Il suo è solo un gioco di parole!

-Lei crede?”

 

In questo botta e risposta tra un ispettore di polizia incredulo e sfiduciato ed un bizzarro sociologo, si chiude, lasciando completamente aperto ogni dubbio, l’enigma cinefilo che sta al centro di questo curioso piccolo film, non si sa bene per quale motivo destinato alla televisione, girato con pochi mezzi ma tante idee ed estro da Giuliano Montaldo nel 1978.

Come nel successivo horror di Lamberto Bava del 1985, Demoni, Circuito chiuso si svolge tutto all’interno di una sala cinematografica romana, in un pomeriggio come tanti quando ancora le sale erano affollate. Il film in programmazione è uno spaghetti western con Giuliano Gemma (ufficialmente il film dovrebbe essere I giorni dell’ira, di Tonino Valerii, ma in realtà lo spezzone del duello-fulcro del mistero della vicenda è tratto da “..e per tetto un cielo di stelle” di Giulio Petroni.

Succede che, al momento del duello risolutivo, nell’esatto momento in cui Gemma spara per uccidere il suo avversario (William Berger), un proiettile uccide uno spettatore, colpendolo al cuore.

Il locale viene subito preso d’assedio dalle forze dell’ordine, che, nel ricostruire la scena esattamente come si è verificata, vanno incontro ad un secondo omicidio. Interviene il Questore, le indagini si fanno serrate, la stampa esige spiegazioni, ma l’assassino non si trova…. Non si trova perché forse nemmeno esiste, e il potere della suggestione ha finito per essere letale ai danni di due innocenti, rei solamente della circostanza, nel primo episodio del tutto casuale, di trovarsi seduti nella poltrona sbagliata.

La povertà dei mezzi a disposizione, la sciatteria della fotografia senza filtri che rende particolarmente vintage e ben poco fotogenico il piccolo film, non impediscono alla pellicola di manifestare, anche con una certa esuberanza, la sua impellente, galvanizzante natura cinefila, conducendo lo spettatore in un percorso un po’ diabolico, un po’ a ritroso negli anni del boom delle sale cinematografiche, in cui non farsi coinvolgere risulta davvero difficile.

 

FlavioBucci con il suo bel timbro vocale, si guadagna poco per volta il suo spazio tra i molti personaggi coinvolti, interpretando lo strambo ed occhialuto sociologo, scambiato inizialmente per matto, ma successivamente ascoltato con un po’ più di riguardo, ma non senza una forte titubanza di fondo.

E la vicenda procede in modo piuttosto coinvolgente, attraverso un’inchiesta che ricostruisce le dinamiche fisico-pratiche di un avvenimento dai contorni misteriosi, e che, col passare del tempo, si rivela sempre più appannaggio di fenomeni che ben poco hanno a che fare con la materialità della vita di tutti i giorni…

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mercoledì 26 luglio 2023

Il processo – Luigi di Gianni

la sfida di ricavare un film da un'opera di Franz Kafka fa tremare i polsi, mai si arriverà alla potenza delle pagine dello scrittore.

detto questo, Il processo di Luigi di Gianni merita, l'atmosfera di sospensione, minaccia, timore viene resa bene.

il regista, poco conosciuto, a torto, fa la sua parte diligentemente, nell'adattamento dell'opera di Kafka.

attori bravi, angoscianti e angosciati, personaggi di un processo inarrestabile e inconoscibile.

buona (kafkiana) visione - Ismaele 


QUI il film completo, in due parti, su Raiplay


 

Strepitosa trasposizione televisiva del 1978 del romanzo di Kafka quando la RAI era davvero servizio pubblico, che restituisce pienamente il senso di cupezza e angoscia che caratterizza la vicenda. Le atmosfere stranianti e inquietanti sono sostenute da una certa lentezza dell'incedere, sia della narrazione che da parte del cast stesso, un espediente chiaramente voluto dal regista per restituire quel senso di decadimento progressivo e inesorabile. Un cast maestoso in cui brillano su tutti il protagonista e una grandiosa Vukotic. Da recuperare assolutamente.

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…Questa versione de Il processo di Kafka ha un’indubbia importanza: ci mostra infatti le capacità di Luigi Di Gianni, documentarista sofisticato e decisamente personale nelle scelte e nello stile, come illustratore, come semplice miseur en scéne di un’opera altrui. E che opera, peraltro: i paragoni con il romanzo e, perché no?, con la trasposizione cinematografica offerta un quindicennio prima da Orson Welles sono inevitabili e Di Gianni non sfigura in nessuno dei due casi, per quanto si tratti di opere ben differenti tra loro. Il regista napoletano sceglie di aderire quanto più possibile alla pagina kafkiana, soprattutto per quanto riguarda le atmosfere lugubri e dense di presagi negativi; così facendo il suo Processo risulta un po’ pesantuccio alla visione, in particolare considerando la durata standard decisa dalle esigenze produttive: oltre tre ore di metraggio per la trasmissione televisiva in due puntate. Le ombre e le assenze nella cupa fotografia di Bruno Saccheri si accompagnano bene alla colonna sonora minimalista di Egisto Macchi (oramai storico collaboratore di Di Gianni); anche la recitazione sempre un po’ impostata, in odore di teatro insomma, contribuisce al senso di pulizia, precisione, rispettosità verso il testo di origine che l’opera emana…

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Le scenografie sono adatte, la fotografia (in video-tape) scura e sbiadita è indovinata, gli attori sono bravi, e vi sono divere buone idee per la rappresentazione di questa curiosa vicenda. Il vero problema è secondo me il ritmo, che è fiacco e lento. Ciò risiede in gran parte nella tecnica di ripresa e nel montaggio, che sono decisamente da teatro filmato. Se di Gianni fosse riuscito (o avesse voluto, perché forse non lo ha) ad imprimere un vero ritmo e un'aria di cinema alle riprese avrebbe ottenuto un gran risultato. E' un vero peccato che sia andata così, perché i meriti che ho citato all'inizio non sono piccoli. Diverse buone idee per la rappresentazione, infatti, riescono a cogliere le atmosfere e l'ambientazione particolarissima del romanzo di Kafka. Ciò non è affatto facile, anche pensando a quanto pochi ci sono riusciti (secondo me solo Orson Welles e il duo Straub-Huillet). Nonostante io sia un patito del Franz di Praga, e i meriti dell'opera che ho elencato qui sopra, mi ci è voluta un po' di buona volontà per arrivare fino in fondo.

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