venerdì 20 gennaio 2023

Il Caso Collini - Marco Kreuzpaintner

un assassinio "politico" 57 anni dopo.

un avvocato di origine turca, al primo caso, contro i migliori avvocati del paese, una missione impossibile, visto che l'assassino (interpretato da Franco Nero) non dice neanche una parola.

un po' thriller da tribunale, un po' ricerca storica, nell'abisso delle stragi naziste in Italia, l'avvocato (se fosse in Turchia sarebbe lui a marcire in galera, ma questo è un altro discorso) riesce a capire tutto, insieme ai suoi collaboratori.

la fine è molto amara, ma così vanno le cose.

di Marco Kreuzpaintner avevo visto un gran film, del 2007, Trade, bello e terribile, cercatelo, non ve ne pentirete.

intanto guardate Il Caso Collini, non vi dispiacerà.

buona (antinazista) visione - Ismaele


QUI si può vedere il film completo, in italiano, su Raiplay

 

 

…Il caso Collini riprende un filone già percorso con Il labirinto del silenzio, film del 2014 che partiva da un caso giudiziario, proseguito con Remember del 2015 dove il thriller divenne psicologico, e che adesso arriva in un incontro tra giudiziario e psicologico con il lavoro compiuto da Marco Kreuzpaintner. Una fotografia che appare di cristallo tendente verso il seppia, inquadrature ampie sui luoghi, in particolare sul palazzo di giustizia tedesco dove si gioca la partita del giovane avvocato ma anche quella della stessa giustizia tedesca, che di pozzanghere nel suo passato sembra nasconderne.

Il film di Marco Kreuzpaintner è senza dubbio un buon thriller che non perde mai ritmo, e tiene sospeso lo spettatore fino all’ultima scena grazie ad un procedere per colpi di scena, mostrando come un’intuizione o un particolare può capovolgere le situazioni e portarne in luce altre. Notevole anche l’utilizzo della musica che conferisce la giusta drammaticità ad un caso dove la pace è lasciato solo ai morti ma non ai vivi, destinati e rassegnati a convivere con una colpa che non può e non deve essere dimenticata.

da qui


…La película es representativa de un cine alemán más interesado en la forma que en el contenido, representación que responde a los nuevos cánones industriales y a una mirada del mundo globalizada y estandarizada, lo que a postre genera una sensación de artificialidad. Lo mejor del film es la denuncia de los crímenes nacionalsocialistas en Italia y el manejo de los protocolos jurídicos mientras que el estilo aséptico de la narración cinematográfica solo produce extrañamiento ante el caso en lugar de la empatía que el protagonista y su abogado defensor deberían generar. Marco Kreuzpaintner logra en El Caso Collini una obra correcta producto de un guión respetuoso de Christian Zübert, Robert Gold y Jens-Frederik Otto que se ciñe a la novela original para aprovechar las excelentes reconstrucciones de los procesos jurídicos que caracterizan la narrativa de Ferdinand von Schirach, un autor que también es abogado, profesión que ejerció antes de convertirse en un exitoso escritor traducido a más de treinta idiomas.

da qui

 


…Comme nous le voyons à chaque étape, de nouveaux éléments font surface, au grès de l’enquête menée par le personnage central qui se rendra jusqu’en Italie pour trouver les réponses que son client silencieux refuse de lui apporter. S’ajoute pour lui une dimension personnelle : il se trouve être l’ancien protégé de Meyer, qui l’a élevé comme son fils sans jamais lui révéler son passé. Il vit également une relation avec la fille de ce dernier, qu’il connaît depuis l’enfance. C’est donc l’affaire d’une famille qui voit réapparaître un passé étouffé et qui se trouve confronté au dilemme de sa dénonciation. Soit précisément le même enjeu que celui de "Music Box", de Costa-Gavras, où Jessica Lange jouait une avocate chargée de défendre son père accusé à juste titre d’être un ancien nazi, ce qu’elle finira par découvrir.

da qui

 

Un bell'esempio di legal thriller tedesco, ben girato e ben recitato, che pare una boccata d'aria fresca dopo i tanti film americani di questo tipo. Il soggetto è un libro di Ferdinand von Schirach che ha avuto un certo successo. L'unico serio limite è proprio l'essere un film di genere, che corre lungo binari fissi senza cercare una sua forma di indipendenza, questo è anche il motivo che spiega alcune cadute del film, come l'atteggiamento sarcastico della corte, usato come modo grossolano per rimarcare una situazione di conflitto con l'avvocato protagonista, eroe buono che vincerà sul conformismo della società.  Alcuni elementi accessori, inseriti per accentuare la tensione e i conflitti interni, sono francamente fastidiosi, come il fatto che l'avvocato era legato alla famiglia della vittima da una relazione di amcizia quasi figliale con questa e da una relazione amorosa con la figlia; questi in effetti sono limiti propri del soggetto letterario ancor prima che del film. Tutto sommato sarebbe potuto essere qualcosa di più.

da qui

 

…Las películas malas no son lo peor que el cine puede parir; esos fetos son las películas vagas. El cine malo tiene siempre coletazos de creatividad, de locura única y disfrutable; el cine vago quizá tenga una imagen de mayor calidad, con mayor estabilidad, con más localizaciones y mejor reparto, pero esto no importa si está al servicio de una imaginación muerta. The Collini Case, por desgracia, pertenece por méritos propios a la jarra de las películas vagas. Película de siesta. El entremés rancio que se queda en el plato. Ni por la honrilla, vaya. 

da qui

 

giovedì 19 gennaio 2023

Grazie ragazzi – Riccardo Milani

una storia di teatro e carcere, come avevano fatto i fratelli Taviani nel 2012 (Cesare deve morire, lì l'autore teatrale era Shakespeare, qui è Beckett).

Antonio Albanese è perfetto nella parte, e si assomiglia molto a Kad Merad, protagonista del film francese, del 2020, di cui Grazie ragazzi è un remake.

il film di Riccardo Milani è semplice, apparentemente, un attore senza un lavoro decente accetta una missione impossibile, quella di far diventare attori una banda di galeotti (bravissimi tutti gli attori).

e ci riuscirà, naturalmente.

come e perché lo scoprirete guardando il film, che farà ridere, pensare e anche emozionare, fino all'ultima scena, è sicuro.

non ve ne pentirete, e vedrete non la Madonna, ma Godot.

buona (beckettiana) visione - Ismaele

 

 

 

…Quando al cinema arrivano prodotti nostrani il cui genere è la commedia, storcere il naso non è una reazione strana. Nel panorama cinematografico italiano, dove le commedie costituiscono il prodotto principale offerto, rendendo saturo un mercato già in difficoltà, essere scettici è lecito. Eppure, a volte, arriva un regista in grado di aprire una finestra più conturbante delle solite in cui, seppur a dominare è il genere della commedia, l’opera risulta ben riuscita. Le ragioni risiedono nella sua struttura compositiva che, oltre a essere studiata per il grande pubblico, si pone l’obiettivo di apparire corposa nella materia trattata, delineando un messaggio di spicco.

Sembra questa l’idea con cui Milani ci presenta il suo Grazie ragazzi, una pellicola in cui sceneggiatura e immagini hanno lo stesso peso e lo stesso spazio nel piano della messinscena, fatta di equilibri semplici ma efficaci. Operare con semplicità qui diventa un escamotage per mettere in luce la potenza del contenuto proposto, il quale non esige toni forbiti e montaggi particolari per risultare appetibile, quanto piuttosto di una forma basilare ma autentica per mostrarsi nella sua essenza più pura. Seppur la durata dilati in maniera eccessiva gli eventi, Grazie ragazzi con il suo ritmo incalzante e coinvolgente, regala al pubblico un’opera dignitosa e sincera, conscia del carico che si porta sulle spalle e sicura di dove vuole arrivare.

Il teatro: una forma d’arte salvifica

La scrittura di Grazie ragazzi pone al centro della sua trama un ringraziamento speciale al teatro, una forma d’arte al servizio di tutti, anche dei discriminati e dei criminali, che in essa cercano e trovano rifugio. Il teatro è potente, liberatorio, salvifico e nel film ci viene restituito nella sua accezione più vera e universale. I personaggi qui tracciati sono dei detenuti che hanno perso il sapore della vita e, al tempo stesso, hanno smarrito loro stessi.

Come essi stessi dicono, la loro quotidianità è colma di attese infinite: il pasto, il colloquio, l’ora d’aria ma soprattutto il giorno della libertà. Ecco perché il dramma teatrale Aspettando Godot di Beckett non è una scelta casuale: proprio come Estragone e Vladimiro che aspettano Godot, i ragazzi aspettando con ansia la loro libertà, fra dibattiti, insicurezze e grandi speranze. E non è forse questo il teatro? Un palcoscenico in cui fingere diventa, paradossalmente, l’unico accesso al proprio Io reale, dando così un senso alla vita.

Albanese veste i panni di un attore deluso dalla sua carriera, che cerca di riscattarsi facendo diventare il suo spettacolo un veicolo di sfogo per quei ragazzi costretti – seppur per colpa loro – ad una condizione sociale limitante e frustrante, proprio come la sua. Il teatro, per questi, diventa l’unica strada percorribile per essere “liberi di volare”, come dice la canzone di Vasco Rossi e, in qualche modo, perdonarsi.

Un teatro, quello sullo schermo, che sembra elogiare il metodo Stanislavskij, la cui base sta proprio nell’approfondire la psicologia del personaggio in scena e, al tempo stesso, ricercare l’affinità fra il suo mondo interiore e quello dell’attore. Il processo che si mette in moto in Damiano, Mignolo, Aziz, Diego e Radu costituisce la cifra dominante di Grazie ragazzi: tramite la connessione creatasi fra loro e i personaggi che rappresentano, riescono a trovare una voce, a riscattarsi e soprattutto a credere ancora in loro stessi.

In conclusione Grazie ragazzi diventa una bella parabola sulla vita, sul teatro e sulle sue verità. Un inno a questa forma d’arte liberatoria e a tutta la cultura in generale, spesso svalorizzata e dimenticata, ma la cui potenza, come il cinema, è talmente forte da poter rivoluzionare il mondo. Un’arte che andrebbe incentivata e usata per alleviare, come una medicina, le sofferenze degli uomini.

da qui

 

…“Grazie ragazzi!” è una storia che, attraverso la figura di cinque detenuti e del loro insegnante di teatro interpretato efficacemente da Antonio Albanese, pone l’accento sull’importanza del diritto di ogni uomo alla propria realizzazione e sulla necessità della cultura quale antidoto efficace alla distruttività umana. In sintesi il film ricorda come educare alla creatività significhi educare alla vita, un concetto sostenuto da Erich Fromm.

“Grazie ragazzi!” racconta di un certo Antonio Cerami (Antonio Albanese), un uomo di mezza età che avrebbe voluto fare l’attore, ma ora, separato dalla moglie e solo, sopravvive come doppiatore di film porno per riuscire a pagare l’affitto di un monolocale in una delle periferie fuori Roma, disturbata dallo sferragliare della vicina ferrovia. Un giorno un suo vecchio amico (Fabrizio Bentivoglio), impresario teatrale, gli offre un piccolo lavoro come regista di uno spettacolo in un penitenziario e, date le difficoltà di realizzazione, lui è titubante. “Aspetto l’ora d’aria, aspetto di mangiare, aspetto i colloqui, aspetto che venga sera, che venga giorno”: così raccontano la loro esistenza i detenuti al regista il quale, appena entrato, non può far altro che pensare di trasformarli in attori mettendo in scena un testo universale: “Aspettando Godot”.

Sarà un faticoso eppur travolgente tentativo di crescita e riappropriazione della propria dignità, non solo per i carcerati, ma anche per il loro formatore. Il film dimostra – e lo provano i molti esperimenti realmente fatti – che anche le persone più difficili possono essere recuperate se impegnate in un’attività gratificante. “Grazie ragazzi!” argomenta tale concetto nello stile della parabola, senza tacerne le difficoltà attraverso un finale spiazzante, vero e non cinematografico. E tuttavia, pur rimandando alla complessità del vivere e ai fallimenti che ne derivano, lascia un’impronta di speranza.

da qui

 

… Antonio Albanese è il perno emotivo attorno al quale ruota la storia, letteralmente e figurativamente, e gli fanno corona Vinicio Marchioni, Andrea Lattanzi, Giorgio Montanini e Bogdan Ioardachioiu, anche se il più toccante è Giacomo Ferrara nel ruolo di Aziz. Peccato non poter vedere più a lungo (per motivi che non possiamo spiegare) Gerhard Coloneci, mentre Sonia Bergamasco è opportunamente formale (ma sempre pronta a scongelarsi) nella parte di Laura.

Grazie ragazzi è il tipo di film che negli Stati Uniti si definisce "crowd pleaser", cioè disegnato per andare incontro al gradimento del grande pubblico, dunque si risparmia digressioni filosofiche vezzi autoriali per mettersi a servizio del racconto con onestà e gentilezza, e tuttavia si concede un finale non del tutto encomiabile.

Le musiche di Andrea Guerra (più la canzone di Vasco "I soliti") accompagnano la piacevolezza dell'insieme che, pur rimanendo orgogliosamente sul versante dell'accessibilità, ha il dono di raccontare gente semplice, spesso non per scelta, con disarmante semplicità.

da qui

 

…Tratta da un film francese di successo, Un anno con Godot (2020) di Emmanuel Courcol con Kad Merad (Giù al nord, 2008 e Les choristes – I ragazzi del coro, 2004), la storia di Grazie ragazzi è ispirata ad un fatto realmente accaduto nel 1985 in Svezia, quando l’attore e regista svedese Jan Jönson decise di mettere in scena “Aspettando Godot” di Samuel Beckett con i detenuti del carcere di massima sicurezza di Kumla. Il giorno della prima a Göteborg, cinque dei sei attori fuggirono prima dello spettacolo.

B. Iordachiou, A. Lattanzi, G. Montanini, G. Ferrara, V. Marchioni, A. Albanese, F. Bentivoglio, S. Bergamasco , Grazie Ragazzi di Riccardo Milani

Grazie ragazzi prende però le distanze tanto dal film quanto dal fatto reale, attualizzando il racconto e spingendo tanto sull’aspetto umano della storia, quanto su una riflessione più profonda sulla giustizia e la pena.

Con cast assolutamente avvezzo all’emozione e all’impegno che richiede il palcoscenico, Grazie ragazzi riesce a coniugare i diversi sensi della storia, arte, bellezza, disperazione e desiderio di libertà, in modo armonioso e coinvolgente. Al cospetto di un racconto che percorre una strada articolata e ricca di momenti profondi anche nella leggerezza, l’epilogo finale, tanto importante nel film francese, diventa quasi trascurabile.

da qui

  


lunedì 16 gennaio 2023

Close - Lukas Dhont

(dello stesso regista cercate Girl, non vi deluderà)

due ragazzini, Remi e Leo, come tanti, hanno 13 anni, sono amici, amici per la pelle, è la cosa più normale del mondo.

se non capita che i loro compagni e le loro compagne cominciano a prenderli in giro, a sottolineare che forse sono omosessuali, come un peccato e una punizione.

Leo per dimostrare che lui è "maschio" (infatti inizierà anche a giocare a hockey su ghiaccio, uno sport davvero maschio) si stacca da Remi, lo rifiuta proprio, anche con violenza, davanti a tutti i compagni.

e da lì nasce il dramma.

nonostante i genitori siano bravissimi (la mamma di Remi è Rosetta, dei fratelli Dardenne) le cose vanno per una strada non voluta.

buona (imperdibile) visione - Ismaele



 

 

 

 

,,,Close segue dunque con maggior attenzione i canoni e le classiche tappe di questa tipologia di racconti, proponendo un percorso durante il quale i due protagonisti cambiano il proprio modo di rapportarsi con sé stessi e il mondo circostante. All’interno di questa cornice Dhont inserisce tutti quelli che già in Girl apparivano essere i suoi principali interessi come regista. Come suggerisce il titolo del film, egli rimane particolarmente vicino ai suoi personaggi, facendoli esprimere più con i gesti e gli sguardi che non con le parole. Non per niente egli ha affermato di scrivere i suoi film più con l’animo del coreogrago che non con quello dello sceneggiatore.

Tra primi e primissimi piani, dettagli e particolari, Dhont trova dunque il modo di far emergere dalle immagini tutte quelle piccole grandi emozioni che un racconto come questo porta naturalmente con sé. Ci sono calore e tenerezza in Close, che la splendida fotografia di Frank van den Eeden (qui alla sua seconda collaborazione con Dhont) sottolinea ripetutamente attraverso l’esaltazione di determinati colori, luci e di quei primi piani struggenti. Con questo stesso calore, però, sono raccontati anche i momenti più intensi e drammatici, che colpiscono proprio per via della loro semplicità e che tutti potremmo aver vissuto crescendo.

Come avvenuto per Girl, inoltre, anche in questo caso il regista trova gli interpreti ideali e si conferma un abile direttore d’attori, capace di tirar fuori da loro la più pura sincerità e tutte le emozioni presenti nell’animo dei loro personaggi. Gli sguardi spaventati o sconcertati di Dambrine, in particolare, sono realmente capaci di scavare di rimanere impressi nella mente e nel cuore dello spettatore. Oltre a tutto ciò, Dhont dà in generale ulteriore prova di possedere un grande controllo come regista, dosando al punto giusto il dramma, la spensieratezza e le emozioni, facendo sì che ogni parte del film risulti coesa e coerente con quella prima e quella seguente…

da qui

 

…rimane fuori dall’orizzonte definito dal film il fatto che la scoperta del sesso, con la pubertà, sia a sua volta una frattura ineluttabile, il riconoscimento dell’impossibilità per molti versi di quell’uno, la perdita proprio di quell’innocenza, il necessario confronto con l’altro. Dhont si concentra su un non dichiarato processo alle intenzioni, su una rottura della relazione tra i protagonisti, del recinto del paradiso, a monte del problema della pubertà; una perdita che comincia nel momento in cui una condizione vissuta in maniera naturale e spontanea viene definita e categorizzata dal mondo esterno, quando qualcuno sente la necessità di trovarle un nome: “fidanzati”, “gay”, “froci”.

E noi spettatori, che fino a quel momento ne abbiamo seguito la descrizione intima, in piani ravvicinati (close-up), siamo sicuri, noi, progressisti, illuminati, solidali, di non aver pensato a quella categoria, a quei nomi? Il film di Dhont, nel suo essere stiloso senza cercare uno stile proprio, esplicitamente manipolatore quando spinge sull’immagine, sugli immaginari e sul pedale delle lacrime e dei sentimenti è un po’ questo, un j’accuse rivolto a noi, che siamo ancora, volenti o nolenti, aggrappati a quei nomi, a quegli aggettivi, a quelle categorie: un invito a riflettere sulle radici culturali e semantiche dell’omofobia, quelle che rapidamente si fanno strada, interiorizzate, nei silenzi di Léo. «Lo ha fatto per colpa mia». Potrebbe succedere di nuovo, per colpa nostra.

da qui

 

…Close es una película llena de sensibilidad y de pequeños detalles, que nos llega directamente al corazón y pone en relieve un problema que afecta gravemente a la sociedad, pero que no se ataja directamente desde su raíz, la educación. Todo este discurso está apoyado por un estilo de dirección centrado en el punto de vista del protagonista, al que seguimos en plano medio hasta la extenuación.

Lukas Dhont logra una obra mayúscula, demostrando que es uno de los grandes creadores de la actualidad, esperemos que siga haciendo un cine tan personal, que nos haga disfrutar, comprender, pero, sobre todo, aprender que debemos romper con los esquemas actuales, para conseguir alcanzar una sociedad mejor en la que todos seamos libres e iguales.

Dejemos que los hombres sean como quieran ser y definan su masculinidad en función de cómo se sientan en el entorno, no demos cosas por sentado, la sociedad está cambiando y los hombres ya no debemos relacionarnos a través de la rabia y la fuerza. Por todo ello, es sin lugar a dudas una de las mejores películas del año.

da qui

 

…La cinta es un prodigio, dura como el hielo, te deja sin aliento durante todo su visionado. Visualmente es estupenda, y relata muy bien lo que es el amor en la edad de la inocencia. 

Nos lleva por las cuatro estaciones a través del espejo de la familia trabajando en un campo de flores, y todo ello siempre con la cámara en mano, para darle más veracidad a todo lo que vemos. 

Uno de los aspectos que más me ha entusiasmado de la película son las miradas entre los jóvenes protagonistas. Las madres de ambos también tienen un papel fundamental en la trama. 

Tengo que reconocer que la película te deja muy tocado. A mí me costó unos minutos abandonar la sala después de que terminara la película. Muy recomendable.

da qui

 

…L’ elemento che rende Close, mi azzardo a dire, un piccolo capolavoro è sicuramente la sceneggiatura. Scritta a quattro mani dal regista Lukas Dhont e da Angelo Tijssens, ha un ritmo estremamente calmo, riesce a giocare molto sui silenzi senza sprecare parole inutili. Sono proprio le pause e i “non detti” nel film che rendono la storia così profondamente reale, la difficoltà della comunicazione che si abbraccia ad una bravura immensa da parte degli interpreti di riuscire a urlare senza emettere nemmeno un suono.

Tutto è equilibrato, parole calibrate alla perfezione, non ci sono esagerazioni e nemmeno quelle “frasi ovvie” tipiche, tendenzialmente, del cinema italiano come di quello hollywoodiano. Una sceneggiatura che, leggendola senza guardare le immagini, probabilmente ci darebbe la sensazione di leggere il diario segreto di qualcuno. Sicuramente gli interpreti hanno svolto un lavoro eccezionale dando alle lunghe scene di silenzi mille significati. Non solo Eden Dambrine e Gustav de Waele sono stati incredibili, ma anche Émilie Dequenne ha dato prova di controllo ed esperienza per quanto riguarda il suo personaggio, la madre di Remi.

da qui

 

…La última película de Lukas Dhont es, sin duda, una obra hecha de emociones. Si la sensibilidad es uno de los rasgos más denostados en las masculinidades normativas. En el caso de Close este molde se rompe a fuerza de lágrimas. En la audiencia, queda un sabor agridulce que se convierte así en una de las firmas de autor del cineasta belga.

Pero la empatía con el protagonista Léo es incuestionable. Es imposible no sentir en tu propia piel lo que siente el pequeño. Así como dejar correr una lágrima, o un llanto incontenible, al mismo tiempo que lo hacen ellos. Y también reír. Las carcajadas y sonrisas más honestas también son contagiosas.

La teórica feminista Sara Ahmed dice que las emociones y los afectos se forman a través de la circulación de estos. Como una emoción social que recorre la piel de cada persona en colectividad. Y la película Close es un ejemplo paradigmático de ello. Mientras se visiona la cinta, se puede sentir en la atmósfera de la sala cómo una amalgama de emociones irrefrenables llena cada rincón de la estancia. Emociones que buscan transgredir las discriminaciones sociales a través de historias reales y honestas.

da qui

 

Director Lukas Dhont met his leading actor Eden Dambrine on a train ride. The young boy was sitting in front of him and speaking to friends, but Dhont couldn't hear what he was saying as he himself was listening to Max Richter's music and could only see his facial expressions. He found Eden the perfect fit for the character and approached him if he wouldn't want to take part in a casting. Eden Lambrine immediately said yes and eventually got offered the role of Leo.

da qui

 


domenica 15 gennaio 2023

La mano (Ruka) - Jirí Trnka

 


LA MANO - Il valore della libertà - Emanuel Carlo Micali 

Jîrí Trnka, pittore, illustratore e marionettista, nel 1965 realizza il suo ultimo lavoro d’animazione, il cortometraggio La mano. L’animatore cecoslovacco, che sarebbe purtroppo morto quattro anni più tardi, con questa opera tocca il punto più alto della sua creatività, grazie soprattutto alla potenza simbolica ed eversiva che appare in tutta la sua lampante lucidità. 
Apologia della libertà artistica, La mano ci mostra il destino di un vasaio-scultore che riceve da un’enorme mano l’ordine di modellare un monumento grandioso a lei dedicato. L’artista rifiuta più volte ed essa, dopo esser ricorsa a doni e soldi per corromperlo, passa alla violenza. Il vasaio non può che obbedire e, rinchiuso in una gabbia, modella una mano di marmo.
Meraviglioso esempio di animazione “a passo uno” (stop motion), La mano appartiene a un periodo particolarmente fortunato della carriera di Trnka, ovvero quello successivo a Sogno di una notte di mezza estate del 1959: circa un lustro di cortometraggi in cui il regista boemo – dopo aver tentato tutto ciò che si poteva fare con film di marionette, sperimentato tutti i generi dalle favole fino agli antichi tempi eroici – cerca, riuscendovi, di investigare la contemporaneità a lui contigua approdando ad una animazione di genere civile ed impegnata. Difatti i toni si fanno più cupi, più introspettivi, e la gravità della situazione di una nazione, quella cecoslovacca, stretta nella morsa tra occidente e oriente – tra sogni mitteleuropei pangermanici prima e influenze politico/culturali socialiste poi – entra con forza nel tessuto scrittorio da La passione del 1962 fino a La mano. 
Jîrí Trnka, attraverso il personaggio del vasaio-scultore, dà vita ad un antieroe che si fa carico del peso del proprio ruolo e, pur di perseguire la libertà contro il controllo oppressore dell’ideologia di Stato, va incontro alla morte. Se da un punto di vista tematico questo cortometraggio appare di una poeticità unica, toccante ma greve, lo stile messo in scena da Trnka non può che accrescerne il valore simbolico. Se prima di lui uno dei problemi più difficili da risolvere era quello legato all’animazione del viso, egli intuisce che il volto e la fisionomia del pupazzo da animare deve essere più simile a quello della maschera teatrale che a quello dell’attore in carne e ossa. 
Così, il protagonista de La mano si mostra come il perfetto personaggio di Trnka: occhi dipinti che suggeriscono una certa fissità e indefinitezza dello sguardo, e una bocca immobile che tocca gli apici più tragici dell’incomunicabilità; il tutto gestito con sapienza nell’uso dell’illuminazione e della messa in scena. Proprio a quest’ultima, e al montaggio, va la capacità di caratterizzare così bene sia l’artista che la mano. Incredibile, a tal proposito, la sequenza centrale del cortometraggio in cui essi, su un contrappunto jazzistico, si danno battaglia per conquistare la libertà da una parte e il potere dall’altra.
Il finale di questa opera filmica ci offre un affresco chiaro e sardonico della contraddittorietà del potere: l’artista riesce a scappare dal suo oppressore che, però, ne causa la morte. Al vasaio sono così riconosciuti dei magnifici e pomposi funerali di stato con tutti gli onori. Visione tragicomica di un’apologia al lavoro creativo e critica dissacrante, ma mai deprimente, del potere costituito, La mano di Jîrí Trnka segna l’apice della poetica del regista boemo e del cinema d’animazione cecoslovacco. Un’opera da (ri)scoprire, da godere e su cui riflettere.

da qui



sabato 14 gennaio 2023

Le Vele Scarlatte – Pietro Marcello

il film "francese" di Pietro Marcello è una storia di un secolo fa, dopo la prima guerra mondiale, con immagini d'epoca che potrebbero benissimo essere prese da J'accuse, di Abel Gance.

è la storia di Raphael che torna dalla guerra, sua moglie è morta, e poi si scoprirà come e perché, resta una bambina, Juliette, che lui alleva con infinito amore.

intanto Raphael cerca di sopravvivere lavorando onestamente, è un operaio-artigiano come pochi.

Juliette cresce, sempre brava a scuola, in un villaggio di merda, e sì scoprirà perché.

Juliette, che intanto è diventata bella e ha conosciuto l'amore di un aviatore, è sempre tormentata dai ragazzi del paese (fra i quali per un attimo appare Quinquin del film P'tit Quinquin, di Bruno Dumont.

un film d'altri tempi, che non sfigura nei nostri.

buona (volante) visione - Ismaele


ps: la canzone che canta Juliette è una poesia di Louise Michel

eccola:

Les hirondelles 

Hirondelle qui vient de la nue orageuse

Hirondelle fidèle, où vas-tu ? dis-le-moi.
Quelle brise t’emporte, errante voyageuse ?
Écoute, je voudrais m’en aller avec toi,

Bien loin, bien loin d’ici, vers d’immenses rivages,
Vers de grands rochers nus, des grèves, des déserts,
Dans l’inconnu muet, ou bien vers d’autres âges,
Vers les astres errants qui roulent dans les airs.

Ah ! laisse-moi pleurer, pleurer, quand de tes ailes
Tu rases l’herbe verte et qu’aux profonds concerts
Des forêts et des vents tu réponds des tourelles,
Avec ta rauque voix, mon doux oiseau des mers.

Hirondelle aux yeux noirs, hirondelle, je t’aime !
Je ne sais quel écho par toi m’est apporté
Des rivages lointains ; pour vivre, loi suprême,
Il me faut, comme à toi, l’air et la liberté.

da qui


 

…“Le vele scarlatte” è ambientato nel periodo storico tra le due guerre mondiali in un piccolo paesino di campagna. Un ambiente e un tempo che sanno di antico, di semplice, di situazioni legate alla natura e alla genuinità di cibo, relazioni e amicizie.

Purtroppo gli eventi non andranno tutti in questa direzione svelando anche caratteristiche poco costruttive nel paese come l’invidia, la gelosia, l’arroganza e l’egoismo di diversi personaggi. Una dinamica ben organizzata da una buona sceneggiatura e da delle ottime interpretazioni magistralmente dirette da Pietro Marcello. La sua regia da spazio non solo alla vicenda e ai personaggi ma anche alla natura, ai paesaggi, ai colori dei prati, delle case facendoci respirare proprio l’atmosfera.

Juliette inesorabilmente avrà anche fame d’amore, quell’amore che cade letteralmente dal cielo e che gonfia quelle vele che metaforicamente danno una spinta inesauribile a una barca per affrontare il mare aperto. Andare oltre le difficoltà, intraprendere il cammino anche se il traguardo sembra lontano, mai arrendersi sono gli ingredienti per realizzare i propri sogni.

Un ottimo film, di quelli che parlano al cuore, lo interrogano e il cuore si chiede come mai, oggi, non può essere così tutto benedettamente genuino.

da qui

 

…Una película encantadora que enamora por la humanidad de sus personajes y la belleza de su composición. El trabajo del reparto ayuda a olvidar que ya hemos visto esta historia otras veces, y los interludios musicales acabarán por hacernos salir del cine con una sonrisa.

da qui

 

…Il film potrebbe piacere agli estimatori del cinema di Pietro Marcello, avendo dalla sua una costruzione scenografica ed estetica di per sè non sgradevole (anche se si potrebbe discutere su quanto questa riesca a essere efficace nei suoi intenti) e qualche richiamo al suo precedente film “Martin Eden” (che però era più centrato e attento). A mantenere vivo l’interesse sono quantomeno le interpretazioni principali e alcune sequenze di maggior respiro, in cui si fa risaltare la bellezza (esteriore e interiore) della protagonista, totalmente in comunione con i luoghi in cui vive (su tutte la scena del canto).

da qui

 

…Juliette, però, non abbandonerà mai la fattoria dove è nata e cresciuta e resterà sempre a fianco del padre e delle persone che hanno aiutato Raphael a tirare su la figlia, aiutandolo sempre per quanto le è possibile. Juliette, quindi, per quanto ammaliata da una profezia – che in parte sembra avverarsi – resta fino in fondo padrona del proprio destino, padrona delle proprie scelte, in modo indipendente e fiero in una storia malinconica e profondamente nostalgica, ma anche piena di speranza per il futuro di una giovane donna che sa come affermarsi nel mondo…

da qui

 

…Le vele scarlatte è il primo film francese di Marcello e si cala profondamente nell'estetica della Normandia dei primi del Novecento, fino ad estendere la grana delle immagini d'archivio a quelle realizzate dal direttore della fotografia Marco Graziaplena (ma a manovrare la cinepresa c'è come sempre il regista cadreur). Maria Giménez Cavallo, già collaboratrice di Abdellatif Kechiche e Marco Graziaplena per il dittico Mektoub, My Love e per Futura del trio Marcello-Munzi-Rohrwacher, firma la "direzione artistica".

Tutta l'iconografia di Le vele scarlatte è fedele ad un mondo scomparso e una società che Juliette vuole trascendere, anticipando quell'emancipazione femminile lontana a venire, perché la maga le ha detto che "se sei una femmina soprattutto non tremare davanti al drago". La dimensione del racconto è avventurosa (come il nome della casa di produzione di Marcello, Sara Fgaier e Gianfranco Rosi), con tanto di pilota temerario sulla macchina volante dal volto antico e romantico dell'onnipresente Louis Garrell.

Nei panni di Juliette c'è un'attrice esordiente, Juliette Jovan, ma a reggere tutta l'architettura narrativa sono Raphael Thiéry e Noemie Lvovsky nei panni di Raphael e Adeline: non solo due interpreti ma due formidabili presenze cinematografiche. E il cammeo di Yolande Moreau nei panni della maga si concentra sul suo sguardo azzurro che sembra nato per il vaticinio. Al centro della storia c'è l'abilità manuale come veicolo (non arma!) di riscatto, e le mani da lavoratore di Thiéry, che "possono fare i cosiddetti miracoli", come scrive Grin, raccontano da sole tutto un vissuto leggendario.

Le vele scarlatte è una fiaba semplice e antica, raccontata secondo codici scomparsi, fedele a ritmi e relazioni che non ci sono più, e che invece sarebbe importante ritrovare. La regia di Marcello accarezza con gentilezza ed empatia i suoi personaggi, li racconta senza fretta, li circonda di un'atmosfera sospesa ma anche ben radicata nel reale. Il suo Rapahel è, come lui, un artista che non si esprime in parole ma in gesti, che produce note musicali (bellissimo il commento sonoro di Gabriel Yared) e giocattoli creati per nutrire quell'immaginazione che l'epoca e le circostanze negano alle persone. E il potere dell'immaginazione si rivela il vero eroe della storia.

da qui