La Academy of Motion Picture Arts and Sciences(AMPAS)
che assegna ogni anno i prestigiosi premi Oscar al cinema di tutto il mondo ha
un problema di discriminazione? Nel 2015 dopo che
era stato annunciato che gli attori candidati all’Oscar nelle varie categorie
erano tutti bianchi, alla presidente dell’AMPAS Cheryl BooneIsaacs
(afroamericana) venne chiesto se per caso la Academy aveva problemi di
discriminazione. Lei rispose “assolutamente no!” L’episodio è ricordato
all’inizio di un articolo di Kyle Buchanan sul The New York Time di due giorni
fa “The Oscars’ New Diversity Rules Are Sweeping but Safe” sulle nuove regole
antidiscriminazione che la Academy si è
data per le candidature dei film ai prossimi premi Oscar (a partire dal 2024).
Le nuove regole non
riguardano solo come dovranno essere assegnati i premi senza discriminazioni ma
anche i criteri con cui vengono scelti
coloro che i film li realizzano. Per essere candidati i film devono avere dei
requisiti, almeno due sui quattro indicati. Con l’idea di allargare il quadro
delle possibili storie e l’utilizzo di pratiche più egualitarie. E’ stato uno
shock ma ci sono anche reazioni divertite.
Nessun eschimese
Primo gruppo di criteri, Standard A. Nessuna
discriminazione davanti alla macchina da presa.
– Almeno un attore dei gruppi etnici e razziali sotto
rappresentati (che le razze non esistono, solo nella lontana preistoria, esiste
solo l’Homo Sapiens, non lo sanno?) deve essere nel cast in un ruolo
significativo. Netflix si è premurata di
avvertire che nel film “The Irishman” ci sono solo attori bianchi (perché i
banditi irlandesi sono solo bianchi?) ma ha lavorato al casting una donna
(????) e anche un direttore della fotografia messicano. Nessun nero? Nessun
esquimese, nessun Bantù?
Già, la regola vale per i film USA o girati in lingua
inglese o anche per quelli stranieri (Un film curdo deve avere un pellerossa
tra gli interpreti?)
– la storia deve essere centrata sulle donne,
sulla comunità LGTBQ, un gruppo razziale (e dai!) o etnico o i disabili.
(Ovviamente l’ideale sarebbe che il film comprendesse tutti i gruppi citati).
– almeno il 30 per cento del cast devono essere attori
di almeno due di queste categorie sottorappresentate. (Ombre rosse ci rientra:
ci sono pellirossa, forse ci sono dei messicani? “Joker” ci rientra perché vi
compare ZazieBeets, tedesca, nera e naturalizzata USA. (Vale due volte?) ed
anche “LaLaLand” con John Legend afroamericano in un ruolo di supporto.
Ma non preoccupatevi, perché dopo avere scritto questi
criteri, è stata aggiunta la frase “basta soddisfare uno solo dei criteri
elencati”. Ci sono analoghe condizioni per le produzioni, tra il regista,
direttore della fotografia, musicista almeno uno deve essere donna, ovvero le
categorie elencate prima. Di tutto lo staff tecnico, almeno sei devono essere
come sopra e regole analoghe per i distributori, ecc.ecc.
Probabilmente l’intento era dei migliori, l’effetto
potrebbe essere il soggetto di un film di uno dei grandi comici del
cinema USA, o forse è meglio che siano almeno tre i comici, uno una
donna……..ecc. ecc
Nota: il papa nella ultima Enciclica ha scritto: “E’
necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della
piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze,
che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità.”
protagonista della commedia agrodolce, come tante commedie italiane a cui si è ispirata la regista, è la straordinaria Golshifteh
Farahani (interprete in Niwemang, About Elly e Paterson, fra gli altri film), attrice iraniana esiliata, per fare film sgraditi agli ayatollah e ai dittatori di quello sfortunato paese.
si prendono in giro i tunisini, senza cattiveria, scavando, come fa la psicanalista, nei loro cervelli e nella loro anima.
il film non è un capolavoro, ma è un soffio di aria fresca, anche in Tunisia, se e quando lo proietteranno, ridere, sopratutto di se stessi, è una cosa impagabile, buon segno.
per i poveri incassi dei cinema è un piccolo miracolo, vanno in pochi in sala di questi tempi, ma un po' vanno a vedere questo film (ed escono contenti).
cercatelo e godetene tutti - Ismaele
…Tra personaggi onirici e a
tratti fumettistici, “Un divano a Tunisi” è metafora di vita e Storia, dove per
Storia si intende anche quella che ha fatto della terapia psicanalitica una
strada in salita, che sempre più persone smettono di avere paura di percorrere.
Con una fotografia
caratterizzata da colori caldi rappresentativi di un luogo vivace, dove vigono
norme e canoni che rispettano un ideale diverso di libertà, la regista Manele
Labidi Labbé traccia con mano sicura un ritratto sociale, economico e politico
di un Paese che si ricostruisce giorno dopo giorno. Tra personale e universale,
privato e pubblico “Un divano a Tunisi” racconta difficoltà e lotte interne,
dove l'importanza di conoscersi, resistere e combattere non è poi così ovvia e
banale come ci piace credere.
…Impeccabile nella confezione e garbato
come ci aspettada
una commedia di stampo classico, categoria a cui tutto sommato Un Divano a
Tunisi appartiene, secondo noi il film non è altrettanto efficace nel
perseguire il suo intento più profondo e cioè quello di fare le pulci e
denunciare il malessere esistenziale del paesaggio politico, istituzionale ma
anche sociale che concorre con le sue liturgie e i suoi rappresentanti a
movimentare la vicenda. Nonostante la simpatia dei personaggi e la leggerezza
con cui questi si relazionano alla protagonista Un divano a Tunisi non riesce
mai a diventare altro, rimanendo in qualche modo irretito dall’intrigante
sguardo della bella protagonista.
…Racconta un paese dal quale i giovani come Olfa, Aisha
Ben Miled, vogliono fuggire anziché restare per costruire una Tunisia
nuova, ora che hanno conquistato libertà e democrazia. Un paese ancora
arretrato, che fatica a misurarsi con questa libertà, anche nei costumi e nel
modo di essere. Si parla di integralismo religioso, di matrimoni combinati, di
omosessualità – soprattutto grazie al personaggio del fornaio Raouf,
interpretato da Hichem Yakoubi – ma anche di
gestione clientelare della cosa pubblica. Il poliziotto Naim, Majd
Mastoura – Orso d’oro a Belino per Hedi di Mohamed
Ben Attia – paladino della legalità, appare come una mosca bianca.
Insomma una Tunisia piena di potenzialità ancora per buona parte inespresse.
L’auspicio di Labidi è quello di una liberazione
finalmente anche culturale e mentale. È questa la scommessa sul proprio paese
che la protagonista porta alla storia, col suo studio di psicoterapia.
Per accompagnarla, la regista sceglie la voce di Mina e
le note di un classico della canzone italiana anni ’60 come Città
vuota, assieme alla meno conosciuta Io sono quel che sono,
che ben si confà al mood della protagonista e suggerisce un
parallelo tra l’Italia del boom e la Tunisia di oggi, proprio in termini di
opportunità di progresso da cogliere e potenzialità da sfruttare.
…"Un divano a Tunisi" è
un'opera leggera che trova nella terapeutica virtù del sorriso la ricetta per
costruire un dialogo intorno a questioni delicate, rimaste in silenzio negli
anni più bui del governo tunisino. A metà strada tra la vivacità maghrebina e
l'essenza della commedia francese un "Divano a Tunisi" è stato
premiato dal pubblico delle Giornate degli Autori durante l'ultima Mostra del
Cinema. L'entusiasmo degli accreditati in sala lascia ben sperare per un buon
risultato nelle sale che affrontano i dubbi della riapertura. Sperando che il
film, inizialmente programmato ad aprile, riesca a farsi strada nella calca dei
prossimi mesi. Lo meriterebbe la bella e coraggiosa Selma vera anima
battagliera che si nasconde dietro al dissimulato candore di Golshifteh
Farahani.
…Cinema d’autore? Intelligente? Bene intenzionato?
Qualunque sia l’etichetta, Manele Labidi filtra il mondo sotto una lente
tragicomica, guardando (per sua esplicita ammissione) al modello della commedia
all’italiana; risate, malinconia e una spruzzatina di satira sociale. Rispetto
allo standard di Monicelli & Co. uno sguardo più affettuoso, e un’umanità
meno cinica. Ma dal momento che parliamo di sguardi sul mondo e non di dogmi,
va bene così. In fondo il secondo pregio del film è di scegliere l’umorismo,
rigettando la fosca pesantezza del cinema di qualità alle prese con grandi
idee, uno stereotipo dannosissimo, quando si tratta di scandagliare le pieghe
più aspre del racconto.
Quello che manca è lo scarto di una regia capace di
irrobustire il film al di là dello spunto di partenza. Nel vissuto problematico
dei pazienti di Selma, il riflesso di un paese traballante che si apre alla
modernità, alla libertà e alla democrazia senza un’idea chiara della direzione
da prendere. Saldare i fantasmi del passato, le angosce del presente e le ombre
del futuro per far la pace (dentro e fuori) e razionalizzare i traumi di un
vissuto, pubblico e privato, problematico. Questa è la nobile sfida di un film
che si sforza di parlare in prima persona, singolare e plurale. E che funziona
solo a metà. Quella pubblica. Perché la traiettoria della protagonista
Golshifteh Farahani, professionale e sentimentale, finisce per rimanere un po’
inespressa e sacrificata.
Un divano a Tunisi tenta di illuminare il filo sottile che lega mondi all’apparenza
poco propensi a comunicare e influenzarsi. Politica, famiglia e femminilità,
tanto per citarne alcuni. Un discorso comune, di libertà e emancipazione che
parte dall’intimo per sfociare nel sociale e tornare di nuovo nell’intimo.
Selma cura i suoi pazienti, cura il suo paese, cura la sua famiglia, cura sé
stessa. Ma il film non ha la forza di restituire fino in fondo il senso e la
fatica immane di questa sfida. Ne coglie la necessità, e il senso aleatorio di
un presente in continua transizione. Non è poco, ma non si va molto oltre.
…El tono demasiado ligero de Un diván en Túnez puede
ir en detrimento de la propia película. Sin embargo, su duración breve y su
tono fresco hacen que la película resulta divertida y agradable. Pero deja en
el tintero algunas cuestiones y reflexiones como la fascinación de la
protagonista hacia un personaje de carácter más autoritario. Si se emplea a
fondo en las relaciones familiares y sobre todo es muy destacable el empleo que
se hace de la figura de Sigmund Freud a lo largo de Un diván en Túnez.
Quizás pierda un poco por dejar de lado o tratar de forma
tangencial los problemas de Túnez actualmente tratando de construir su
democracia y la situación en la que se encuentra. A mi parecer, aunque la
situación personal de los personajes es interesante, ese punto de profundidad
política engrandecería la cinta.
Un diván en Túnez se
suma a la serie de comedias franco árabes que sirven como un excelente retrato
de nuestros vecinos del Norte de África y una forma de visualizar un tipo de
filmografía amable y que generalmente no es la más comercial. Un debut notable.
…La directora nos ha querido mostrar todo
esto a través de una comedia amable, en todo momento se ha desvinculado del
drama y no ha querido hacer una cinta de denuncia. Todo está contado desde un
punto de vista femenino. Llama la atención muchas situaciones que tiene que
sufrir la protagonista, como la nefasta burocracia que impide un ejercicio
administrativo ágil y eficiente y también el rechazo de muchas personas que
creen que, por venir de Francia, no conocen el funcionamiento del país y la
consideran inferior a los demás. La película es entretenida, nos muestra la
convivencia entre pasado y presente en una sociedad en la que tradición y
modernidad todavía chocan, pero no les queda más remedio que tirar para
adelante. La interpretación de Golshifteh Farahani es parte fundamental de la
película. Tiene unas miradas, unos gestos y muecas bastante llamativas, porque
en ningún momento da crédito a todo lo que está viendo y le está sucediendo.
Merece la pena su visionado.
…Una brava protagonista
– Golshifteh Farahani – un soggetto coraggioso –
scritto dalla regista Manèle Labidi insieme a Maud
Ameline – una love story prevedibile e un epilogo un po’
stiracchiato fanno di Un divano a Tunisi un’opera
riuscita solo a metà: il coraggio può essere una buona arma, ma se non se ne fa
un buon uso ci si può ritorcere contro.
La solita
polemica ha accompagnato il palmares di questo Festival di Venezia, per una
volta dimentichi dell’eccezionalità pandemica: nessun titolo nazionale ha
vinto, in un’edizione ricca di film italiani. Inserirsi in questa polemica è
rischioso perché spesso è strumentale, eppure qualcosa bisogna dire.
Gli
organizzatori sempre si appellano all’autonomia decisionale delle giurie che
però qualcuno ha voluto così formate. Una volta il direttore/regista di un
festival italiano non di secondaria importanza ci disse: programmare un
festival, ovvero scegliere i film, è come costruire una macchina, ma se sbagli
il pilota (ovvero la giuria) si rischia di fallire il progetto. Proviamo a fare
un ragionamento.
Composte da
“professionisti” del cinema e dintorni, le giurie sono perlopiù capitanate e
rimpolpate da attori e attrici, meglio se hollywoodiani, che valutano e
giudicano i film con il metro della loro esperienza cinematografica ed
esistenziale. Questa tendenza, comune ai tre maggiori festival europei (Cannes,
Berlino, Venezia), ha avuto una svolta che sembra programmatica negli ultimi
quattro anni, una svolta che non si può unicamente addebitare alle necessità
imposte dal tappeto rosso. C’è qualcosa di più profondo legato ai rapporti con
il Mercato. Analizziamo il caso di Venezia. Nel quadriennio 2013/2016 accade
che un regista italiano, Bernardo Bertolucci, premia per la prima volta un
documentario, Sacro Gra di Rosi; l’anno dopo un regista di
Hong Kong, Ann Hui, premia il film dello svedese Roy Anderson, Un
piccione seduto su un ramo…; nel 2015, un regista ancora messicano, Alfonso
Cuaron, premia il misconosciuto venezuelano Lorenzo Vidas con Ti guardo;
infine nel 2016 l’americano Sam Mendes premia l’ostico Lav Diaz con La
donna che se n’è andata. Dopo questo poker di film documentari,
d’autore, misconosciuti e ostici in molti hanno denunciato lo “snobbismo” di un
festival che voltava le spalle al pubblico, alla sala, agli incassi e al buon
senso. In pochi andarono a vedere quei film, anzi alcuni titoli non trovarono
neanche una distribuzione. Il collasso tra la Mostra e il Mercato sembrava
radicale. Bisognava metterci una pezza. Rapida occhiata al quadriennio
successivo: Annette Benning premia La forma dell’acqua di Del
Toro (2017); Del Toro premia Roma di Alfonso Cuaron (2018);
Lucrecia Martel premia Jocker di Todd Phillips (2019); ora
Cate Blanchet premia Nomadland della regista cino-americana
Chloe Zhao, film prodotto dalla Disney. La ricucitura con il Mercato (e con gli
Oscar) è compiuta. I film conquistano il pubblico e una critica sempre più
appiattita e pedissequa. È vero: le giurie sono autonome e imprevedibili, ma
qualcuno le sceglie e i risultati sono l’unico elemento su cui ragionare.
Nonostante le eccezioni, a risalire la china dunque sono quei film che hanno
capito quale è la miscela per conquistare tutti e tutto: pubblico, critica,
mercato e premi. Il neo-maccartismo del politicamente corretto che sta
imperversando è la ciliegina sulla torta: al Mercato si unisce la Politica,
travestita da ideologia. Non c’è scampo.
L’abbiamo
presa alla lontana per arrivare a dire qualcosa su Notturno di
Gianfranco Rosi. Uno dei film più complessi e ambiziosi del regista di Sacro
Gra e Fuocoammare non solo non ha preso nulla a
Venezia, ma è stato paradossalmente oggetto di un attacco vetusto e ideologico
(riservato esclusivamente agli autori di cinema documentario) che ancora devono
difendersi dalle accuse di estetismo utilitaristico ai danni di poveri
disgraziati. Una questione estetica che nel documentario diventa subito una
questione etica, senza che i detrattori nulla eccepiscano sul ricatto
“fotografico” di film come Roma di Cuaron (con il suo patinato
bianco e nero) o Jocker di Phillips (con la sua pellicola
scolorita da film anni Settanta). Al cinema di finzione tutto è permesso, al
cinema documentario molto poco, perché la “realtà” documentaria (soprattutto in
un film “sociale”) non può essere oggetto di una rielaborazione estetica che
tradisca la matrice antropologica e diretta. Questo si dice.
Più
velatamente nella critica ufficiale (che pur ha ben compreso e riconosciuto il
senso dell’operazione), più frontalmente nella critica sul web (con punte di
estremismo davvero insostenibili), la “questione Rosi” ha assunto una domanda
che è parsa ineludibile: a Rosi interessa più il cinema o la realtà? Al fondo,
la “questione Rosi” è tutta qua! Non si tratta di un accanimento personalistico
(anche se qualcosa di moralistico serpeggia tra le note critiche), perché Rosi
è solo il capofila di una serie di registi che hanno provato a riconnettersi
(superandola nei modi e negli intenti) con una tradizione documentaria che non
temeva affatto il confronto estetico, fino ai casi di lirismo poetico come le
struggenti “sonate documentaristiche” di Vittorio De Seta. Se c’è un erede di
De Seta e Flaherty è proprio Rosi. Ma ora, come allora, non si perdona il
peccato originario del cinema che inquadra, monta e ricostruisce la realtà per
sublimarla, raccontarla meglio, entrando nella sua profondità proprio
attraverso la forma. Senza negare il contenuto e la sostanza, senza negare
l’esistenza di una Storia complicatissima e contorta (quella che ha definito il
Medio Oriente), Rosi in Notturno, come in tutti i suoi film, compie
una serie di evidentissimi gesti cinematografici che sono il risultato di una
ricerca (i luoghi), di un incontro (i personaggi), di una trattativa (le
situazioni) e di uno sguardo (l’inquadratura, quasi sempre fissa); gesti
cinematografici preceduti da una domanda che ha mosso tutta la ricerca
(dopo Fuocoammare: da dove vengono i disperati sbarcati a
Lampedusa?) e da una sola certezza: andare oltre il già visto, la paccottiglia
di immagini legate alla cronaca. Tutte queste fasi sono connesse una all’altra
e sono tenute da una ferrea lega che le fonde: la fiducia. Tutto il cinema di
Rosi è un atto di fiducia nei suoi personaggi e con lo spettatore. Se non si
crede a quella, crolla tutto.
Cosa si
chiede a un documentario? Non certo di raccontare la realtà (pensate che i film
di Moore rappresentino la realtà?). A un documentario si chiede un atto di
onestà, l’essere intellettualmente e poeticamente sincero. Ma che vuol dire
essere onesti quando si ha a che fare con il reale? Vuol dire non tradire la
carica di verità e di necessità che il reale si porta dentro. Chi la stabilisce
questa verità? L’incontro tra il regista e i testimoni che nella narrazione
diventano personaggi.
In questo
consiste il reale nel cinema: mantenere il patto di fiducia e sincerità con i
personaggi e le situazioni attraverso storie che sublimano il reale e lo
trasformano in un racconto a cui si crede. Nessun altro al di fuori del regista
può sapere la necessità e l’aderenza a quel patto. Così stanno le cose! Se ci
si crede, bene, inizia il viaggio. Se non ci si crede, male, si rimane a casa!
In questo, nella sospensione dell’incredulità, il cinema documentario e quello
di finzione si assomigliano, anzi si equivalgono.
Riprendere
una madre anziana mentre prega e piange aggrappata al muro della prigione dove
il figlio è stato torturato in un’inquadratura fissa e pensare che questa
immagine sia ricattatoria perché il regista ha fatto una “ricerca”, un
“incontro”, una “trattativa” e deciso uno “sguardo”, vuole dire scambiare il
dito per la luna, vuol dire credere che a Rosi interessi più il cinema che la
realtà.
Sul
film Notturno c’è molto da dire, a partire dalla scelta di
fondo, quasi contro-intuitiva: lasciare ai margini la Storia, abolendone i
confini, per entrare idealmente in una zona d’ombra, in un crepuscolo notturno
indefinito da dove emergono figure di uomini e donne, vittime e carnefici,
tutte prese tra la vita e la morte mentre la guerra viene “lasciata” in un assordante
fuori campo. Un film metafisico, un viaggio interiore, quasi un’allucinazione
visiva che nella forma alta del cinema di poesia restituisce il senso di un
tempo sospeso, quasi inerte, profondamente dolente. Ma di tutto questo altri
diranno meglio.
Scarlett Johansson è la protagonista di questo film spiazzante, ambientato fra Glasgow e le Highlands. Scarlett, che non ha nome, è un'aliena in missione sulla terre, attira con la sua bellezza gli uomini, presi a caso, ma non è una donna, per dei motivi che non conosciamo.
gran brutta specie, quella umana, viene spontaneo pensare vedendo il film.
non ci sono tante parole, non c'è bisogno, bisogna solo guardare le immagini.
i motociclisti sembrano essere alieni complici che la scortano da lontano e la proteggono, se possono.
il finale è sconvolgente.
gran film, con pochi spettatori al cinema (ingiustamente) - Ismaele
…Under the Skin, ovvero, sotto la pelle: proprio dove è situata la
vera bellezza che nessuno riesce a vedere, forse perché si è troppo
superficiali, troppo libidinosi, troppo (poco) umani. Sotto la materia, sotto
la carne, in quella dimensione in cui sarebbe possibile superare il desiderio
fisico, se solo l’uomo riuscisse a farne a meno; nella quale ogni tentativo di
penetrazione implode, collassa. Ecco che, allora, Under the Skin è
già sotto il cinema stesso, proprio perché impenetrabile – sia
a livello tramico che formale. E come l’alieno – interpretato da una più che
mai seducente Scarlett Johansson – porta all’interno di un fatiscente monolito
nero le sue vittime destinate ad affrontare chissà quale moderna odissea,
Jonathan Glazer invita lo spettatore ad immergersi in questa cupa e misteriosa
esperienza.
La pellicola, come il personaggio
principale del film, non si concede né si apre mai del tutto, ma, piuttosto che
farsi compenetrare, preferisce lasciarsi contemplare in maniera transitoria da
un occhio – quello di chi assiste a questo spettacolo – disabituato a vedere o,
meglio, avvezzo a guardare in modo classico ciò che si trova
davanti. Ecco che allora, ancor prima di poter tradurre l’immagine, prima di
toccare quella carne cinematografica, il pubblico sta già
affondando. La sostanza filmica diviene (o)scura, insondabile, perché la
visione, appunto, si fa abissale e ultima: poiché (già) pronta a rinnovarsi e
rinascere. E così sfugge via, scivola, sprofonda in un nero liquido
primordiale, uterino, da cui tutto nasce e fa ritorno, compreso il cinema,
compresa l’arte…
…Le avventure dell’aliena che, mimetizzata da
terrestre, scorrazza sul nostro pianeta e attira uomini, col pretesto di un
passaggio e un miraggio sessuale, appare allora nella forma fuorviante di uno
psycho-thriller con protagonista una serial killer che, attraverso gli omicidi,
soddisfa un impulso malato, in una pura coazione a ripetere. Ma solo in
apparenza, perché in realtà (una realtà che si annida nei fatti e può non
essere recepita) non c’è ninfomania e non c’è psicosi: qui si dà conto dello
scientifico massacro di una specie animale (vi ricorda qualcosa?) perpetrato da
un’altra specie vivente per soddisfare l’effimera fame di un cibo raffinato, la
Terra riducendosi a paradossale riserva di caccia. Il tutto attraverso immagini
di altissima suggestione (gli omicidi si volatilizzano in dissociazioni
metaforiche), momenti di malìa disturbante (l’incontro con il ragazzo deforme,
quel poppante abbandonato sulla spiaggia - perché inutile allo scopo -),
esaltati da un uso altamente espressionista di una colonna sonora da sturbo (non
si avevano dubbi) e di un decisivo sound design, in simbiosi miracolosa con
quanto mostrato…
…Insultare “Under The Skin” è come insultare la “Mona Lisa” di Da
Vinci: osano farlo solo gli ignoranti.
E non si rendono conto di quello che fanno.
Perché?
Perché Jonathan Glazer è l’unico regista nella Storia
del Cinema il quale abbia tentato di avvicinarsi allo stile di Stanley Kubrick
ottenendo un risultato che nessuno prima di lui (soprattutto Nolan) aveva
raggiunto: ci è riuscito.
Non posso elogiare la trama più di tanto, perché lo
spunto è minimo e spesso ripetitivo: un’aliena prende le sembianze di una donna
(perfettamente interpretata dalla sensuale Johansson, in più di un nudo
integrale) e viaggia su di un furgone spostandosi per tutta la Scozia con
l’obiettivo di adescare uomini. La situazione inizierà a ribaltarsi quando la
cacciatrice comincierà a scoprire la sua umanità (sia fisica che psicologica),
assumendo il ruolo di preda che verrà portato a massimo compimento nel
bellissimo finale innevato.
Quello che conta non è la trama, bensì le bellissime
ambientazioni scozzesi (le Highlands), la colonna sonora alla Ligeti e
soprattutto la superba regia di Glazer che rende “Under The Skin” uno dei più
importanti e riusciti esperimenti di arte audio-visiva della Storia. Un
racconto di formazione con cadenze da thriller fantascientifico, caratterizzato
da un ritmo praticamente inesistente ma da un indiscutibile fascino.
È un film che ipnotizza.
Un’opera di grandissimo talento che annoierà a morte i
più mentre catturerà le menti e le anime di chi crede nella potenza artistica
della Settima Arte.
Inutile soffermarsi ad interpretare, a tentare di capire più di quello che il
regista vuole farci capire.
Glazer ci regala un’esperienza cinematografica unica nel suo genere.
E a caval donato non si guarda in bocca…
…Il personaggio di Scarlett Johansson non è il
suo corpo, ma ha il suo corpo. All’inizio del film il corpo
è usato come arma di seduzione delle sue prede, ma poi, una volta guardatasi
allo specchio, diventa un vestito ingombrante e incomprensibile.
Quando Scarlett Johansson si ferisce, guarda con
aria stranita quella cosa rossa che esce dalle sue mani; quando mangia una
torta la vomita con disgusto senza capire perché lo faccia. Insomma che
cosa è questo corpo? Di chi è? Nella scena di sesso con un umano
– un sesso che l’aliena vive senza capirlo, senza identificarcisi – si desta
con terrore quando scopre una parte di sé di cui non sospettava
l’esistenza.
L’interesse di Under the Skin non
sta allora tanto nello sguardo straniato di chi sta al mondo senza farne parte,
ma nell’idea di rappresentare la distanza che separa un soggetto
dal proprio corpo, il fatto che – come insegna la psicoanalisi –
tra i due non ci possa mai essere una soddisfacente e definitiva
sovrapposizione. Tramite le vicende di questa enigmatica aliena finisce allora per
venire alla luce un’efficace riflessione sul rapporto degli esseri
umani con il proprio corpo. Perché non c’è cosa che definisce in modo
più limpido gli esseri umani che non quella di avere un rapporto mai risolto
con il corpo che ci portiamo appresso. Non capita forse a tutti quando ci si
guarda allo specchio di chiedersi: “ma allora, chi siamo?”
A estas alturas, que una película como
Under the skin no haya encontrado distribución en España es un síntoma claro de
cómo funciona la industria en este país. Una de las obras clave del pasado año,
la última creación de Glazer no ha dejado indiferente a nadie por todos los
festivales por el que ha pasado (se pudo ver en las últimas ediciones de Sitges
y Gijón). El extraño argumento (Scarlett Johansson es una especie de mujer
fatal que seduce a hombres al atardecer en Escocia) se ve superado por una
imagen capaz de generar una verdadera ruleta rusa de sensaciones que van desde el
asombro visual (sirva de ejemplo el inicio de la película, diseñado
expresamente para establecer el tono de la cinta a nivel casi sensorial) hasta
la repulsa (la escena de la playa es de las escenas más perturbadoras del cine
reciente, y realizada sencillamente con el mínimo de elementos, sin recurrir a
efectismos de género).
Under the skin es una película
sorprendente, capitaneada por una Scarlett Johansson en un papel diferente al
que no nos tiene acostumbrados, capaz de llevarte a rincones insospechados y
crear la belleza más pura a partir de un fondo en negro que engulle el cuerpo
de un hombre desnudo mientras persigue absorto la desnudez femenina. Pero todo
su derroche visual no es en vano. Glazer concreta, por un lado, una serie de
bajezas humanas que conforman la espina dorsal de su propuesta, como el deseo,
el impulso a lo desconocido o la violencia como instinto; por otro, consigue
dejar su cinta abierta al espectador y sus propias sensaciones, que serán las
que le guiarán a un lugar donde caben las más variadas interpretaciones del la
condición humana. Una cinta imprescindible para entender los caminos que puede
tomar la ciencia ficción para salir de su zona de confort.
…Glazer
mette in scena a tutti gli effetti un film concept, dove la
narrazione è al grado zero e l'importante è ciò che lo spettatore vede e
percepisce attraverso i sensi dell'aliena. La sceneggiatura non spiega fino in
fondo volutamente la vera ragione della cattura degli uomini (nel romanzo è
esplicitato che gli umani sono cibo prelibato, catturati, mutilati e messi
all'ingrasso), né chi sono gli uomini in motocicletta che assistono fin dall'inizio
l'aliena (anch'essi altri alieni?). Non concede nessuna spiegazione logica né
digressioni drammaturgiche della vicenda, lasciando lo spettatore sospeso nel
vuoto delle immagini.
Questo si sposa con la scelta della protagonista Scarlett Johannson che
diviene corpo filmico attraverso cui lo spettatore osserva
il mondo e dove la macchina da presa si sofferma nella scoperta superficiale
dell'involucro attoriale. Quando l'aliena inizia lentamente a essere
"infettata" dalle emozioni del mondo - il cibo, il contatto fisico, i
volti, i suoni, le parole, i paesaggi - perde lo scopo
della missione e il suo corpo, da strumento di predazione primaria,
si trasforma in scarto secondario fino all'eliminazione finale.
Se "Under the Skin" rimanesse in questo ambito si potrebbe gridare al
capolavoro, ma i tanti pregi sono offuscati da molti difetti…
…Under the Skin lancia
protagonista e spettatori nel bel mezzo delle strade di una Glasgow a
tinte gelide in scene improvvisate con passanti ignari che
sotto la nera chioma di Laura ci sia Scarlett
Johansson, investendo in egual misura con cacofonie e (fin troppo) lunghi
silenzi un viaggio tra le idiosincrasie dell’umanità poco interessante e nullo
dal punto di vista dell’intimismo di vittime e carnefice. La Johansson esaspera
per passività e totale inadeguatezza nel passare dall’improvvisazione alle
sequenze di finzione, e sebbene l’attrice americana non si faccia problemi a
regalare nudi frontali alla macchina da presa, interpretazione e personaggio
non interessano e tantomeno convincono.
Glazer dal canto suo applica la logica videoclippara al comparto visivo, ma si tratta di
una semplice esibizione tecnica fine a sé stessa che tappa le faglie di un
lungometraggio pretenzioso, vacuo e lungi dall’essere il capolavoro visionario
decantato da tanta critica. Dalla A24, la casa di produzione
di The VVitch e Spring Breakers, è lecito aspettarsi qualcosa di
più.
Lati
positivi
·Regia
·Fotografia
·
Lati
negativi
·L’interpretazione
passiva ed esasperante di Scarlett Johansson
…Glazer è un creatore d’immagini senza eguali, di
universi sonori e visivi di una stranezza e di una bellezza sconvolgenti
e Under the Skin un’esperienza sensoriale che ritrascrive lo
sguardo di un alieno sul nostro mondo. è un grande film sul tema dell’incontro e
dell’alterità, pone uno sguardo inedito sulla solitudine e sulla mostruosità
ordinaria attraverso dei ritratti maschili sconvolgenti, di ambienti urbani
iperrealisti, catturati da una camera in miniatura inventata appositamente per
il film. Glazer è anche il solo cineasta dopo Woody Allen a guardare veramente
Scarlett Johansson, magnifica in un ruolo agli antipodi di tutto ciò che ha
potuto fare finora. Come Holy
Motors, Under the Skin è un film viaggio
con le sue tappe, i suoi accidenti e le sue uscite di strada. È una triste
odissea dei nostri tempi e un poema sulla femminilità, carico d’angoscia e di
questioni esistenziali.
…La sceneggiatura
di Glazer e dell’esordiente Walter Campbell attinge
al romanzo di Faber per ottenere una narrazione minimale, più lynchiana che
kubrickiana nella voluta intenzione di generare domande ma non di offrire
risposte. Le derive mostruose dell’universo fantascientifico di Faber vengono
allora sacrificate alla messa in scena di una realtà inquietante e surreale, in
bilico tra l’orrore e l’onirico, e volta al denudamento (metaforico e
letterale) di una coscienza aliena alle prese con il desiderio, impossibile e
dunque disperato, di esperire l’umano.
Laddove The
Tree of Life di Terrence Malickaspirava
a cogliere l’essenza universale del vivere umano, dalle prime cellule alla
compiutezza dell’individuo, dai primi passi al violento impatto con la
realtà, Under the Skin interroga piuttosto la “natura” del
vivere alieno, dell’essere cioè mandati nel mondo senza libero arbitrio,
con il solo scopo di assolvere una funzione dettata da altri. La
cognizione del reale, ossia la percezione fenomenologica dell’”essere nel
mondo” come Dasein heideggeriano, è allora per la creatura aliena
incarnata da Scarlett Johansson un processo impossibile, giacché
la nascita le è negata, e ad essa si oppone piuttosto la freddezza
dell’assemblaggio meccanico e dell’apprendimento linguistico ottimizzato…
non è la prima volta che il regista gira un film a partire da un libro di Domenico Starnone, e anche Silvio Orlando appare spesso, nei suoi film.
si tratta di una storia in tre parti, nella prima i due protagonisti sono ancora giovani, e incasinati, con due bambini, nella seconda parte i due protagonisti sono invecchiati, e sempre vicini, ma lontani, è la convivenza di due solitudini, nella terza parte, contemporanea alla seconda, i due bambini sono grandi, e senza troppa voglia di perdonare i genitori.
film di attori (bravi), anche un po' thriller (familiare), dove tutto, tristemente o allegramente, dipende dai gusti, si incastra.
non è il miglior film di Luchetti, ma non si può sempre girare il film migliore.
di sicuro merita la visione - Ismaele
…Lacci è un film che
procede adagio, senza colpi di scena [se non per il finale], in un binario già
prestabilito eppure così piacevolmente percorribile. Forse, ogni tanto,
soprattutto alla fine del secondo atto, potrebbe risultare lento, ma non
lasciatevi ingannare: è soltanto il respiro di quei sentimenti narrati, che
hanno bisogno di tempo per essere compresi, accettati e solo dopo espressi…
…All’inizio, il prologo è ritmato
dalle note del letkiss, reperto sonoro anni ’60 sopravvissuto alla
trasmigrazione della storia negli anni ’80. Il brano, divenuto un hit delle
sorelle Kessler, non solo diventa il leitmotiv ritmico del film, ma fornisce
anche una possibile referenza italiana: in Io la
conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, infatti, è proprio questo
brano che accompagna il personaggio di Stefania Sandrelli in uno dei
passaggi-chiave della storia. Il riferimento a Pietrangeli offre una chiave e
un’ascendenza: siamo di fronte a un cinema che ambisce ad allacciare, prima di
tutto, la microfisica dei sentimenti con l’analisi della società.
Perché quello che racconta Lacci,
in fondo, è la storia di una ribellione generazionale: il gesto finale dei
figli (la sorpresa che non si può rivelare) va in questa direzione. È un atto
d’accusa contro i padri e le madri incapaci di svolgere il loro ruolo
genitoriale. Prima di ribellarsi però,
manco a dirlo, il figlio si slaccia il nodo della
cravatta.
…L'interesse del dramma familiare
di Daniele Luchetti risiede soprattutto nell'originalità e nella gestione della
sua struttura narrativa. Struttura polifonica che lascia coesistere fluidamente
personaggi e pensieri. Tra fughe, ritorni e collassi, i membri della famiglia
protagonista provocano un carnage domestico che affonda le radici nel libro omonimo di
Domenico Starnone. Ma è lo sguardo di Daniele Luchetti a mettere in scena
l'iperattività dei sentimenti che agitano tutto il tempo la coppia
protagonista, a osservarli negli spazi chiusi alla ricerca dell'amore residuale
e della collera che l'ha soppiantato.
La tensione è costante e trova la sua detonazione nella coppia Laura Morante -
Silvio Orlando, Vanda e Aldo in fondo al matrimonio e agli anni. Entrambi di
una precisione estrema nel restituire la forza dell'inerzia e il logorio lento
dell'economia sentimentale…
…Luchetti
non risparmia che quell’odio rappreso tra i denti arrivi a tirare sferzate in
un istante successivo tra improvvisi strappi di rabbia e caraffe frantumate in
terra, anche se riuscendo nel complesso e ancor più straziante compito di
lasciar permeare il film di una tanto aspra quanto fondamentale patina di
ironia, tipica di chi è allo stremo e cosciente che non esiste un tasto
“rewind” per riavvolgere i nastri di una vita che ha preso una piega sbagliata.
«Se c’è qualcosa da
recuperare, la recuperiamo», ma siamo oltre il tempo limite per raccogliere i
cocci di vetri che sono come istantanee forse nascoste e forse delle quali si
prova vergogna, o forse solo custodite gelosamente come memorandum di una vita
vissuta nell’intercapedine di una paternità non voluta e di una maternità
abbandonata a sé stessa. Perché, in fin dei conti, a farne le spese sono
proprio quei figli che osservano un padre traditore e una madre spezzata,
cresciuti all’ombra di un amore disfunzionale dove o si assimila o si rigetta,
dove l’unico vincitore è chi non ha partecipato a un dramma tanto vivido perché
umano e tristemente universale.
…Ma questo ritorno al futuro è costruito dal regista de Il portaborse come in uno specchio deformante, necessario proprio per
rimettere a posto i pezzi del passato, a dare forma compiuta a strade
apparentemente senza uscita. Tutto procede come in una sorta di competizione
tra quello che è stato e quello che ci viene svelato pezzo dopo pezzo. I cocci
di un appartamento devastato dai vandali, da cui emergono le verità tenute tra
parentesi o chiuse/nascoste in una scatola impossibile da aprire. Emerge la rabbia
dei figli spettatori, sempre dentro e fuori l’inquadratura a seconda delle
necessità di un copione da recitare. Non è un caso che nel montaggio di Lacci stia il segno più forte e più incisivo. Il gesto stesso del
creare raccordi imprevisti e liberi e raccontare la storia essenziale e crudele
di una famiglia ordinaria a partire dalla fine stessa di quella famiglia,
nonostante le riappacificazioni, le vacanze, la reciproca sopportanzione. Tutto
è crollato tempo addietro e quello che vediamo è solo il suo continuo
ripensamento.
…Lacci ha frammenti
di un dramma francese nel mostrare la malattia d’amore ma non riesce a reggerne
il peso emotivo, malgrado la bravura di Alba Rohrwacher. L’attrice, nei panni di
Vanda, riesce a trasmettere ansie, paura, desideri, delusioni del suo
personaggio. Ma gioca quasi da sola, l’unica a entrare nel cuore di un film che
mostra l’amore come dei tentativi provvisori di tregua. Da questo punto di
vista, diventa esemplare un’immagine della coppia molti anni dopo, stavolta
interpretati da Silvio Orlando e Laura Morante. Sono su una spiaggia in cui
sono da soli ma non c’è nessun contatto. Non stanno più insieme, ma di fatto
continuano a vivere come una coppia. “Per stare insieme bisogna parlare poco,
l’indispensabile” dice a un certo punto Aldo. E Lacci è proprio
anche un film sulla mancanza di dialogo, dove però i personaggi sono sommersi
dalla scrittura…
…Manca la verve, manca la vis
polemica, manca la voglia di trasformare queste funzioni sociali – marito,
moglie, figlie – in qualcosa di vivo, pulsante, magari persino maleodorante.
Non c’è nulla che puzzi nelle inquadrature di Luchetti, nonostante i personaggi
esplicitino sofferenze, dolori, rabbie, rancori inespressi. Alcuni passaggi
mostrano un totale disinteresse in tal senso. La cena di Aldo a casa del suo
collega, per esempio, con quest’uomo e sua moglie che cercando di spiegargli
come gestire la delicata situazione. Ma ancor più la sequenza del ritorno a
casa di Aldo e Vanda dopo che la loro casa è stata devastata (da chi? Si scoprirà
solo nel finale, anche se Lacci non fa nulla
per elaborare un giallo): nessun gattofilo si ricorderebbe solo dopo svariati
minuti, dopo aver raccolto cocci in giro per l’appartamento, di controllare che
fine abbia fatto il micio, quel Labes sul cui nome si avvilupperà parte del
“dramma…