quasi da non credere una storia così, è successa davvero.
in 72 minuti Erik Poppe mostra la paura, senza che si veda niente, solo la paura, l'ansia, la preoccupazione, la ricerca della sorella, l'angoscia di Kaja.
una volta iniziato a vedere il film è impossibile staccarsi, si sta male, si soffre (in poltrona, meno male).
il dio del cinema sostenga e promuova Andrea Berntzen (che interpreta Kaja).
buona (dolorosa e imperdibile) visione - Ismaele
Il
regista norvegese Erik Poppe mette in scena uno dei capitoli più tragici della
storia recente del suo Paese optando per un thriller che accantona la politica
e la follia del killer (mai esplicitamente identificato) e si concentra
sull'aspetto umano, sulle vittime, la cui corsa per la sopravvivenza è
rappresentata tramite un ininterrotto piano-sequenza che restituisce in modo
viscerale e coinvolgente il caos e il panico del 22 luglio 2011. Impeccabile la
giovane Andrea Bertnzen, che domina praticamente ogni inquadratura.
…Un film decisamente controverso e ansiogeno a livelli
estremi, che si discosta molto dai film più celebri con al centro stragi
(perlopiù scolastiche), come ELEPHANT, ZERO DAY e POLYTECHNIQUE. La differenza
è la ricerca estrema nel mostrare e raffigurare la paura della morte,
attraverso primi piani e situazioni di angoscia da guerriglia e di incertezza
degli eventi che travolgono i giovani dell’isola. A convincere a piene mani,
abbiamo non solo una regia fenomenale e convincente, ma a sorprendere in
maniera crescente, e di pari passo con l’angoscia vissuta da parte sua, la
priva della protagonista Kaja, interpretata da una sconosciuta quanto
eccezionale Andrea Berntzen. Finiremo, oltre a rimanere incollati allo schermo,
per dimenticarci molto presto di visionare un film fittizio, vivendo quasi in
simbiosi con Kaja quei minuti interminabili e senza fine che la porteranno a
toccare con mano la paura primordiale della morte che alberga in ognuno di noi,
con annesso istinto di sopravvivenza, accentuata ancora di più quando si
finisce per divenire prede senza senso di un folle armato fino ai denti. Se la
prima parte ci catapulta in maniera claustrofobica in un’apnea indescrivibile,
il finale finirà per colpirci l’anima definitivamente, una mazzata vera e
propria. Un’opera nuova e diversa da quanto visionato fino ad ora, destinata ad
essere apprezzata non nell’immediato ma in un prossimo futuro, proprio per la
sua capacità semplice di infondere tensione estrema secondo dopo secondo e
senza un attimo di tregua, doverosa per mostrare, da parte di un regista
norvegese, la follia di quel funesto 22 luglio 2011. Pellicola scioccante,
dell’orrore reale e disturbante quanto (se non di più) di un documentario
estremo!
…la scelta forse più incredibile e ammirevole è quella di
non mostrare mai Breivik, l'assassino.
Tutti, ripeto, tutti i registi ce lo avrebbero mostrato.
Chi continuamente, chi tanto, chi poco.
Avremmo assistito a film di uno vestito da poliziotto che massacra ogni ragazzo
gli passa davanti. Probabilmente se qualche altro regista avesse anch'esso
scelto il piano sequenza avrebbe seguito lui, l'assassino.
Poppe, invece, tranne che in un paio di secondi, non ce lo fa vedere mai.
E così questo film di nascondimenti e di minaccia invisibile diventa ancora più
potente, ancora più verosimile.
Del resto quei ragazzi non videro quasi mai Breivik o, se lo fecero, fu per
morire.
In questo modo è ancora più forte l'immedesimazione con loro quando si
interrogano su chi sia a sparare, su quanti siano (fino alla fine del film - e
della vicenda - penseranno fossero più d'uno).
Bellissima la scena dietro l'albero, reale, tesissima.
Queste telefonate soffocate a polizia e genitori, questa incredulità, questo
ancora non riuscire a capire se quello che stava accadendo fosse tutto vero.
E voglio fermarmi lì un attimo, dietro quell'albero.
Perchè è in questa scena che avviene uno stranissimo e per me geniale corto
circuito.
Il piano sequenza poteva essere di due tipi.
O alla mockumentary, ovvero con uno dei ragazzi che aveva una telecamerina
o "esterno", semplicemente una tecnica di regia coinvolgente che
ci mostra le cose da vicino.
E invece in questo film c'è un grande ibrido.
La macchina da presa è sì esterna - "la regia" - ma al tempo stesso è
uno di loro, un ragazzo.
E proprio in questa scena delll'albero lo vediamo.
Quando si sentono gli spari la macchina da presa sbircia dietro gli alberi, poi
si nasconde, poi riguarda, poi di nasconde ancora.
E' come se anche "noi" (lo sguardo della telecamera) fossimo un
ragazzo invisibile che compie gli stessi gesti degli altri ma, in realtà, non è
presente nei fatti.
E questo accadrà continuamente, penso ad esempio alle suggestive scene sulla
scogliera dove, anche lì, ad ogni sparo la macchina da presa di schiaccia alle
rocce.
Cristo, un film incredibile.
Spari, spari, spari, sempre spari, più lontani e a volte più vicini.
E lei che fugge nel bosco, che cerca tra le tende, che scende verso il mare e
corre lungo la scogliera…
una commedia degli equivoci, tutta in poche ore, una follia perfettamente costruita, nei tempi e nei personaggi, con Louis de Funès al meglio, scatenato per far ridere tutti.
se non vi fa divertire questo film avete un problema, sicuro - Ismaele
Che risate ragazzi! Era un pezzo che non ridevo così, cioè
fino alle lacrime. E dire che dopo i primi minuti volevo spegnere perché lo
ritenevo un po' stracco, e forse lo era. Ma ho continuato, e che divertimento.
Subito dopo il film prende quota e ci si trova in un reticolo di inganni,
scambi di persona, scambi di valigia, colpi di scena dove tutti perseguono fini
diversi. Le cose però andranno nell'unico verso giusto. Molinaro non è un
maestro del cinema, ma qui, con l'aiuto di un'ottima sceneggiatura e di una
trama molto ben costruita, ci regala un'ora e mezza scarsa di risate a getto
continuo, con un De Funès che offre tutto il suo repertorio di smorfie e mosse
esagitate. Anzi, il film funziona anche perché al bravo attore fu dato un
copione degno di questo nome, e non un canovaccio vago e pasticciato come
altrove. L'idea delle tre valigie che continuano a scambiarsi contro i piani di
tutti è proprio geniale, come pure si ride ogni volta di più, fino a cadere
dalla sedia, quando viene estratto dalla valigia sempre il reggiseno della
cameriera. Il protagonista lavora anche qui con quell'attrice (come si chiama?)
che spesso faceva sua moglie. Finale scoppiettante, come nelle comiche di una
volta. Perché non si può anche oggi divertirsi con film innocenti, ben
costruiti, non volgari, ben interpretati? E perché trasmetterli sempre in orari
in cui non li guarda nessuno?
…Véritable typhon humain, il emporte tout sur son
passage. Les autres comédiens sont portés et emportés d’ailleurs par ce
personnage de dessin-animé, sorte d’incarnation humaine du diable de Tasmanie -
version Looney Tunes bien sûr - qui court, gesticule, saute, crie, et pique une
crise monumentale devant les yeux hallucinés de sa famille. Il faut dire que
Fufu transcende la mécanique déjà bien huilée de Claude Magnier et s’en sert
comme une véritable rampe de lancement pour le propulser au firmament des
icônes du cinéma français. Il est extraordinaire dans Oscar.
De son côté, Molinaro parvient à restituer le rythme trépident de la pièce
originale en tournant d’une part dans l’ordre chronologique, mais aussi en
jouant habilement avec le cadre et le montage frénétique pour éviter la
sensation de théâtre filmé…
…les
rebondissements incessants maintiennent l’intérêt du spectateur et la star
comique nous gratifie d’une crise d’hystérie particulièrement mémorable,
peut-être la plus grande de sa carrière, fondée sur une pantomime géniale.
a cavallo fra la realtà e il sogno, un nonno e un bambino si incontrano, per non lasciarsi più.
un omaggio continuo al cinema, quello western, gli spaghetti western che si giravano in Spagna, e poi restano solo i ricordi.
il sogno e il passato costruiscono il futuro, sta a noi non farlo diventare un incubo.
sceneggiatura piena di colpi di scena, impossibile annoiarsi.
un piccolo gioiellino poco conosciuto, cercatelo e godetene tutti - Ismaele
Con la sua regia efficace, Álex de la
Iglesia è molto attento a riprodurre tutti gli stilemi dei western più celebri,
facendo in modo che lo spettatore si illuda per qualche istante di guardare un
vero e proprio western, sin dai titoli di testa e dall’incipit del “film nel
film”. L’aspetto più interessante di 800 balas è
proprio il suo continuo oscillare tra realtà e finzione, come nella scena della
morte di Julián, trasmessa al ralenti in tv come se fosse la scena di un film.
Girato nella vera Texas-Hollywood, set di
molti spaghetti western negli anni Sessanta, 800 balas inserisce
elementi di comicità e di inaspettata violenza nella narrazione della ricerca
di una figura paterna da parte del ragazzino protagonista. Costretti a vivere
in una realtà ricreata artificialmente, quella del villaggio western, Julián e
i suoi colleghi sembrano prigionieri di un infantilismo e di una routine
che subiscono uno scossone solamente con l’arrivo di Carlos. Il vivace
Carlos proviene da un altro mondo, da Madrid, dove vive con la nonna Rocío e
con la ricca madre Laura, che pensa solo agli affari e non gli parla mai del
marito defunto. Il film diventa un vero e proprio romanzo di formazione nel
momento in cui Carlos, pesce fuor d’acqua, abbandona la casa materna per
seguire le tracce del padre, trovando gradualmente nel nonno Julián un
sostituto del genitore perduto. Tanto Laura rappresenta, con il socio
Scott, il predominio del valore del denaro, quanto Julián, invece, è il simbolo
di una libertà senza freni, che si manifesta anche nel sapersi godere la vita,
in tutti i suoi aspetti. Alla nuova casa con piscina di Laura, che a Carlos non
piace affatto, si contrappone simbolicamente il saloon di Texas-Hollywood,
pieno di prostitute seminude, in cui il ragazzino si trova decisamente più a
suo agio. Carlos lascia la vita piena di regole, tra casa e scuola, che è la
triste quotidianità per molti bambini, per vivere, unico minorenne, in una
nuova famiglia molto particolare, che ha in Julián, inizialmente diffidente
verso il nipote, il suo fulcro. I due mondi, quello metropolitano di Laura
e quello del villaggio western, entrano definitivamente in conflitto quando
Julián decide di utilizzare per la prima volta pallottole vere (le ottocento
“balas” del titolo, cioè tutte quelle in vendita all’armeria), per impedire che
Texas-Hollywood venga rasa al suolo. È allora che il film, da commedia western,
assume un tono più drammatico, conservato anche nella parte finale, in cui
Julián viene ferito a morte, in un vero e proprio duello.
Tutti i registi (o quasi), anche i più insospettabili,
vorrebbero girare un western almeno una volta nella vita. C’è chi non lo fa per
timore e chi, invece, ci prova. Tra questi, il re del black humour Alex de la
Iglesia che, per il suo film di cowboy, sceglie la via dell’omaggio.
Il film si svolge quasi interamente in Almeria (storica
location di numerosi western italiani e non), dove un gruppo di vecchi stuntman
organizza spettacoli per turisti ambientati, appunto, nel vecchio west. A
tenere le redini dello spettacolo c’è il veterano Julián, personaggio
carismatico che afferma di essere molto amico di Clint Eastwood e di aver
partecipato, come controfigura, a molti film importanti. C’è aria di crisi, gli
spettacoli non vanno più bene come una volta e, a peggiorare le cose, ci si
mette pure il piccolo Carlos, scappato di casa per passere un po’ di tempo col
nonno Julián. I vecchi stuntman, messi sotto sfratto, dovranno difendere il loro
regno: cowboy contro polizia e carri armati.
Girato subito dopo La Comunidad (uno dei
capolavori del regista di Bilbao), 800 balas riprende dal
predecessore buona parte del cast e il gusto per la caratterizzazione folle dei
personaggi, anche e soprattutto quelli di contorno. Ma, i due film, sono anche
opposti per certi versi: se con La Comunidad abbiamo
conosciuto il de la Iglesia più cupo, cinico e cattivo, con 800 balas ci
troviamo di fronte al de la Iglesia più giocoso e solare, un po’ più aperto al
sentimento e un po’ più chiuso al grottesco. Ma il suo riconoscibile ‘‘tocco
diabolico’ capace di improvvisi eccessi, c’è e si sente. (Saverio O.
DeSantis)
…Verbenera
y delirante, atiborrada de personajes secundarios que ejercen magníficamente su
papel y donde destaca un Sancho Gracia que, en virtud a su propia leyenda de
Curro Jiménez, adquiere ante nuestros ojos en la pantalla una estatura de actor
verdaderamente mítico, 800 balas es una película gozosa y
fascinante, una vuelta de tuerca a nuestro sentido de la realidad y de la vida,
a la que sólo se le puede reprochar que, a veces, de la Iglesia se deleite
demasiado con los efectos pirotécnicos y deje escurrirse una historia mucho más
humana cuya moraleja final hubiera debido de ser más grande.
provo a dire a cosa assomiglia, questo film, al primo Giorgio Diritti, a Lisandro Alonso e a Carlos Reygadas, per la storia e i personaggi/attori.
non è un film di molte parole, il silenzio, il paesaggio e la musica sono protagonisti anch'essi, come le tre mucche, sola proprietà di Benedicta e Amador, insieme all'orto.
bisogna farsi bruciare l'anima dal film, nessuno se ne pentirà, promesso - Ismaele
Cuando algunos dicen que no hay buen cine español, no
tengo mucha idea de qué es lo que ven. Supongo que no son cosas comoLo
que arde, una de las películas cromáticamente más bellas que he
visto en mucho, muchísimo tiempo.
Es una pena que esta belleza venga dada de los
atronadores incendios de Galicia, juntando en un mismo plano la objetiva
belleza de la imagen con el terror que asola nuestra mente al pensar en lo que
está ocurriendo realmente y que se ve acrecentada por los planos de bomberos en
primer plano, tratando de extinguir el incendio y encontrándose entre la espada
y la pared. Lo que arde, durante gran parte
de su metraje, se desvela como la película definitiva de incendios,
especialmente a nivel artístico. Es imposible que no te deje con la boca
abierta.
El resto del metraje es inferior a todos los niveles, sin
llegar nunca a la desazón y el aburrimiento, contando la historia
de un pirómano que vuelve a casa tras realizar dos tercios de su condena. La
película de Oliver Laxe habla
del amor materno incondicional, del rechazo, de lo difícil que es hacer una
vida nueva cuando nadie confía en ti y de superar el pasado. Son unas escenas
bien rodadas y con un guión que deja entrever más de lo que muestra, pero en
cuanto aparecen los incendios, la trama anterior se derrumba por su propio peso
y deja paso a unos minutos de auténtico escándalo cinematográfico. Maravilla.
…Al termine di un prologo ultra
coinvolgente a livello visivo e sonoro, con i fari delle macchine edili che
squarciano l'oscurità della notte mentre aprono un buco nella foresta,
abbattendo un numero impressionante di eucalipti prima di fissarsi di fronte a
un albero maestoso, il film segue le orme del suo protagonista, Amador (Amador
Arias), un quarantenne rilasciato dopo due anni di carcere, che prende
l'autobus per raggiungere il suo villaggio natale, in Galizia. Di ritorno nella
casa isolata nel cuore delle montagne dove vive la sua vecchia madre Benedicta
(Benedicta Sanchez) che accetta di ospitarlo senza fare
domande superflue ("Posso rimanere per un po’? - Hai fame?"), il
nostro uomo iper laconico si immerge in una routine quotidiana che consiste nel
portare al pascolo le loro tre mucche, accompagnato dal cane Luna. Un po’ più
lontano, alcuni vicini ristrutturano un edificio nella speranza di attirare
turisti e nel villaggio che frequenta molto poco, Amador viene ignorato o
raramente preso in giro ("hai da accendere?") in segno di rispetto
per la sofferenza che ha sopportato sua madre. Un rigido inverno scorre sotto
le piogge torrenziali nella routine minimalista della vita quotidiana della
madre e di suo figlio profondamente immersi nella natura. Poi giunge la
primavera, e con essa una simpatica veterinaria (Elena Fernandez)
appena arrivata nella regione, prima dell’arrivo dell'estate, la stagione più
pericolosa per gli incendi boschivi...
Affidandosi al notevole lavoro del
direttore della fotografia Mauro Herce, Oliver Laxe crea
un'opera sorprendente la cui asciuttezza narrativa è compensata dall'intensità
delle sequenze quando il film vira improvvisamente nel cuore dell’incendio. Una
vera prodezza di messa in scena che ricompensa profumatamente la pazienza
precedentemente richiesta dalla narrazione estremamente spoglia e che dà la
priorità alle sensazioni dello spettatore. Perché nel cinema, quando c’è
l'eccellenza, e come dice su un altro tema uno dei personaggi del film,
"per apprezzare la musica, non è necessario capire le parole".
…lo
que le interesa a Laxe es mostrar que todo lo que tiene lugar —las acciones,
las dinámicas sociales, las actividades laborales— es fruto de los escenarios
donde tienen lugar, un espacio donde el contacto íntimo entre personas y
naturaleza pone de relieve la importancia de esta última como paisaje, como exposición
emocional y cultural de sus vidas. Pero los espacios naturales, más allá de
mostrar aspectos del universo recreado que no podrían ser expresados de otra
forma, también funcionan como un ente con personalidad propia. El monte
gallego, símbolo cultural de la región, se comporta como un personaje más,
indomable, misterioso y, por momentos, místico. Estos momentos de recreación
poética alcanzan el cénit en dos escenas, el prólogo y el clímax, de radiante
preciosismo visual. Turbadoras, evocadoras, ambas representan la relación
tensa, compleja, inexplicable mediante el discurso oral, entre el ser humano y
la naturaleza. Una relación principalmente destructiva, no solo por la
presencia del fuego sino por la explotación inmisericorde de los recursos naturales,
poniendo en riesgo la estabilidad de los ecosistemas —la introducción
artificial del eucalipto en los bosques como estrategia comercial se deja notar
en la cinta como una manera de exponer el debate irresoluble que se vive en el
seno de la sociedad gallega. Es en estas escenas donde la presencia humana se
reduce a la de diminutos seres, incapaces de modificar el curso de los
acontecimientos, que solo pueden hincar la rodilla ante unos seres ancestrales
—el fuego y el monte— a los que, ante la imposibilidad de comprensión, solo
queda admirar…
…Lo que Ardees una
película dura, lenta y minuciosa. Las relaciones lacónicas de los personajes
pueden hacer parecer que existe una ausencia de drama, o que el drama que
pretende contarse en relación con el personaje de Amador y los diferentes
personajes secundarios queda evaporado con esos tiempos largos y pausados.
El clímax final es una
explosión de la naturaleza que condena sin remisión a todos los presentes. Los
prejuicios de las personas ya están hechos. La naturaleza simplemente sigue su
camino. La ambigüedad queda implícita en todo el relato. Un relato que aunque
funcional, resulta muy duro de digerir.
… En O que arde se revelan
de un modo sosegado todas las aristas que conforman el medio rural. En Benedicta
se conjuga esa ternura incondicional por su hijo y el inmenso amor y cuidado
por los animales y el huerto; en Amador la mirada amarga de quien se ha
resignado a una vida efímera y leve; en su vecino Inazio, ese afán por mejorar
y buscar otras vías que aseguren la permanencia del lugar; en la veterinaria,
el convencimiento de que la vida en el campo es viable. Y el gran acierto de
todo ello es revelarlo a través de conversaciones mínimas, de momentos fugaces
dentro de la cotidianeidad crepuscular del entorno. El control sobre el espacio
y el tiempo, tanto real como fílmico, del que hace gala Laxe nos desvela, de
nuevo, un director audaz, atento a lo que necesita cada segundo de metraje. La
construcción minimalista del diálogo, que otorga un halo austero y misterioso a
los personajes, junto con una imagen grandiosa y apabullante que nos presenta
el preciosismo y la belleza de todo lo que les rodea, tiene como resultado un
retrato entre lo místico y lo mundano. El dominio absoluto por parte del director
en estos dos polos sobre los que se asienta la puesta en escena convierte
a O que arde en una película viva y dinámica, extremadamente
rica en su propuesta y en los distintos significantes. Porque la aproximación
de Laxe a Benedicta, Amador, los animales, el monte y el fuego está lejos de
regirse por conflictos simplistas, maniqueos o lugares comunes. Hay una mirada
honesta y veraz sobre los personajes y los lugares, la mirada de alguien que
conoce y ama lo que está contando; un acercamiento alejado de la
condescendencia, desde la serena y temprana nostalgia que otorga la observación
de una realidad que parece apagarse ante nuestros ojos. Aunque más que
apagarse, se enciende. Y cuando prende, esa fragilidad se convierte en un dolor
que parte de la propia imagen. La película del director de Mimosas,
uno de los mejores funambulistas en el arte de transitar entre la ficción y el
documental, se convierte en una pesadilla envuelta en llamas.
O que arde es una película lenta, con planos fijos mantenidos durante mucho más
tiempo de lo habitual, silencios inusualmente largos y una historia que parece
no avanzar. Odio ese tipo de películas. Y, aún así, salí del cine absolutamente
enamorado.
Pero mejor vuelvo a empezar.
O que arde no es una película lenta, lleva el ritmo de una vida ya casi perdida,
la de la montaña lucense; no es que sus planos fijos se mantengan mucho tiempo,
es que cada plano es un cuadro que hay que observar y absorber; no importa que
los silencios sean inusualmente largos, porque son los que construyen la
historia; y no pasa nada porque la historia no avance en la narración, porque
la historia sucede dentro de los personajes. ¿Cómo no iba a salir del cine
completamente enamorado?
Vídeo
promocional de O que arde.
La película cuenta la historia de Amador, un pirómano que sale de la cárcel
y vuelve a casa de su madre, Benedicta, en una aldea de la sierra de Os
Ancares, y de su nueva vida allí, que no es más que un retomar vida en el punto
en el que la dejó antes de entrar en prisión. Esto, que parece suficiente para
sostener la película no es más que una excusa para hablar de la soledad y el
aislamiento de la montaña; de la fragilidad de todo el entorno, tanto natural
como humano; de la precariedad de las brigadas antiincendios… envolviéndolo
todo en una poesía visual que justifica por sí sola todo el metraje. Valgan
como ejemplo los primeros minutos, en los que Oliver Laxe y Mauro Herce
convierten la tarea de crear un cortafuegos en un ballet cargado de suspense
que hace que O que arde nos lleve a un clímax estético del que
casi no nos bajará hasta los créditos finales.
La película se construye fundamentalmente en torno al silencio de los
personajes. Amador y Benedicta apenas hablan. Ni entre ellos ni con los demás.
Las interacciones de Amador con todo lo que le rodea acrecientan su aura de ser
solitario. Una soledad en parte voluntaria y en parte impuesta. Como cuando en
un entierro alguien le pregunta entre risas y desde la distancia ¿tes
lume? (¿tienes fuego?); la única reacción de Amador es
encogerse y mirarse los pies. Amador siempre está solo, evita la compañía por
saberse evitado; la rechaza por saberse rechazado.
Así que, repito, ¿cómo no iba a salir del cine completamente enamorado?
lasciate ogni speranza voi che guardate questo film, e se avevate intenzione di fare un viaggio a Medellin, come turisti, forse è meglio cambiare destinazione.
non c'è futuro, le cose vanno sempre peggio, pensa Fernando, il protagonista del film.
Fernando è tornato dopo 30 anni, dice, per morire, intanto vede i morti, quelli veri, quotidianamente.
Barbet Schroeder sa come si fanno i film, a me è piaciuto.
buona visione - Ismaele
C’è
una profonda tristezza radicata all’interno dell’universo chiuso, asfittico e
violento di Medellin, in Colombia. Una tristezza strutturale che intasa
qualsiasi via d’uscita. O forse non si tratta di tristezza, ma di un’improvvisa
tenerezza, di un’inattesa, incredibile innocenza che ritorna sempre, perfino
negli episodi più brutali e gratuiti. La città che racconta La
Vergine dei sicari di Barbet Schroeder,
tratto dal libro autobiografico di Fernando Vallejo, è in
realtà un inferno privato, un circolo chiuso dominato dal più inumano degli
automatismi: l’omicidio. Eppure, all’interno del peccato per eccellenza,
laddove l’azione non segue il pensiero, ma ne è compagna simultanea, si
riscopre un’umanità talmente intensa da diventare inammissibile…
…Schroeder
ha l’invidiabile capacità di portare il suo cinema tra la gente, di pedinare il
quotidiano, di osservare lo sguardo altrui, perfino il volto uno sconosciuto
(in questo senso l’intuizione di raccontare l’intera storia in digitale, ci
rende ancora più partecipi di questa presenza/assenza del cinema): non c’è
nessuno stucco, nessun abbellimento, nessun tipo di edulcorazione. La camera è
per strada, accanto ai suoi personaggi, è in pericolo come loro, sempre pronta
a cadere: emerge la fibrillazione inquieta del movimento, mentre la paura che
attraversa ogni immagine è il timore stesso di filmare senza alcun tipo di
filtro. Ne La Vergine dei sicari tutto è peccato e violenza,
non c’è più spazio per la redenzione, non c’è più spazio per Cristo, ma solo
per i suoi retaggi invertiti…
…La visione cinica e drammatica di un mondo dove gli
avvenimenti si ripetono analoghi e senza via d'uscita (la nuova relazione con
Wilmar [Juan David Restrepo]), fortemente accusatoria, scettica nei confronti
delle credenze religiose e pure offensiva (anche se trasmette un modo di
pensare alternativo un po' limitato e semplicistico) , non è però
gratuita e soprattutto è sostenuta da dialoghi diretti e freschi e da un'ironia
persino umoristica per gran parte del film, stranamente non percepita da molti
detrattori e che al contrario mi sembra molto evidente e riuscita senza che per
questo vengano soffocati i necessari e ben calibrati momenti di tenerezza o di
malessere dello spettatore, più che di Fernando, ormai così abituato ai tragici
fatti della vita che pare sentire più dispiacere che dolore. Oppure è una
capacità logorata e in via di estinzione del sentire dolore, come la malinconia
discreta e sullo sfondo della sporadica musica di Jorge Arriagada che si
scontra con l'apparente allegria di certe canzoni? Le risposte possono essere
ancora una volta numerose e spesso complesse, come nella
attrazione/repulsione verso le chiese e la presenza/assenza della Chiesa
stessa nella coscienza popolare.
Barbet Schroeder esordì a fine '60 con un film
sugli hippy arenati a Katmandu o da quelle parti, e già allora ci fu chi parlò
di voyeurismo: voyeurismo intellettuale europeo sul mondo altro, anzi
voyeurismo parigino, che ha continuato a marciare e marcia ancora. Il film
dedicato ora a Medellín, Colombia, patria dei narcos, parte da un romanzo che
non conosciamo ma che dev'essere tremendo, di Fernando Vallejo, e narra in
prima persona di uno scrittore che torna in patria e la trova più disastrata
che mai e che, essendo gay, si trova un amico adolescente gay venuto dagli
ambienti più miserabili, che gioca la sua adolescenza giorno per giorno vivendo
di morte, da sicario e da killer, in un paese dove la vita umana vale davvero
niente. Bene, un vero scrittore o un grande regista potevano tirarne fuori un
capolavoro, un demagogo tipo "cinema politico italiano" un filmone di
denuncia e successo. Uno scrittore di destra o un regista di destra di statura
alta e tragica un esempio di alto nichilismo; ma ci voleva un Céline, un Drieu,
e non il fascismo incosciente e saccente che sembra essere di questo Vallejo,
un personaggio, a giudicare dal film, peggio che odioso. In un festival
veneziano pieno di omosessuali "politicamente correttissimi", il film
offre un esempio di omosessuale abbietto e di intellettuale abbietto. Ma il
peggio è, ovviamente, il regista, autore del film più immorale che si veda da
anni.
La
divergenza di opinioni, anche frontale, sorta a proposito del film di Barbet
Schroeder spiega meglio di tante parole l’intima conflittualità dell’opera. Chi
si ferma all’aspetto allegorico del testo, con quell’aria pericolosamente
magico-realistica, può infatti rifiutare in blocco La vergine dei sicari quando, al contrario, si
tratta di uno dei film per i quali si può reinvestire l’abusato termine di
“visionario”. La storia dello scrittore e del suo giovane amante colombiano,
deambulanti per le strade di Medellin e coinvolti in terribili quanto surreali
sparatorie, assume presto un’atmosfera da incubo che non viene più abbandonata
per il resto del film. Metafora della prossimità tra vita e morte in un mondo
che si crede civilizzato e invece viene dominato dalla violenza dei forti sui
deboli? Brutale poesia sull’amore e sul vitalismo impastato di “thanatos”?
Forse. Ma quello che più interessa è la radicalità del discorso sul cinema:
Schroeder, irriconoscibile rispetto alla sua carriera “di mezzo” hollywoodiana,
mantiene tutto il racconto in quella fertilissima terra che si situa tra
realismo e anti-realismo senza che mai si riesca a decidere per l’uno o per
l’altra. Così facendo, il regista evita ogni pericolo didascalico e conduce lo
spettatore senza filtri nei gangli di un’opera viscerale come poche altre. A
ulteriore conferma dell’attenta riflessione sui mezzi espressivi, si pensi che
il film è girato in video digitale, così da destrutturare selvaggiamente il
lato “apologico” e conquistare uno statuto da cinema diretto sempre
contraddetto dagli avvenimenti. E’ forse la prima volta che non si usa il video
per ottenere certificati di realismo (cfr. Blair Witch Project)
bensì per insinuare contraddizioni sulla veridicità delle immagini e del
significato che veicolano. Inutile sottolineare che i quotidianisti nostrani
nemmeno si sono accorti della tecnica utilizzata e hanno stroncato il film per
le ragioni più viete.
…Can a man of 60 have a romantic relationship with a boy of
16? In a sane world, no. They would drive each other crazy. In a world where
both expect to die in the immediate future, where plans are meaningless, where
poverty of body and soul has left them starving in different ways, there is
something to be said for sex, wine, music, and killing time in safety. And
there is an agelessness in Fernando, who has no family, no plans, no bourgeois
preoccupations, and has simplified his life to a zen emptiness--he and these
boys share the same cool disinterest in tomorrow.
…sobresale una observación de Judith
Steiner, crítica de literatura en la popular revista Les inrockuptibles:
‘Una prosa furibunda, imprecatoria, apocalíptica, cuya desesperanza deja
entrever una profunda ternura’. Steiner detecta algo que pocos verán: tras la
pose de maldito, en Fernando Vallejo hay un santo laico. Un hombre incapaz de
hacer daño, que sin embargo disfruta enormemente abrir cualquier caja de
Pandora disponible: un eterno niño que ha vivido mucho y sabe demasiado…
a suo tempo, se fosse passato nei cinema italiani, il film di Feo Aladag sarebbe stato fra i migliori dell'anno, almeno allo stesso livello de La sposa turca (di Fatih Akin), di qualche anno prima.
la protagonista è Sibel Kekilli (già interprete inLa sposa turca) , e appare Florian Lukas (già interprete in Good Bye Lenin!).
il film ha per protagonisti una donna e il suo bambino (Umay e Cem), che cercano di uscire da un medioevo che ancora incatena il mondo.
i costi per uscirne sono immensi, ma la forza di chi ci prova non è da meno.
il film è doloroso, insostenibile a tratti, eppure grandissimo.
lasciate ogni speranza, voi che lo guardate, ma non per sempre.
buona (imperdibile) visione - Ismaele
…Dopo aver rifiutato le tradizioni
moraliste ne La sposa turca, Sibel Kekilli ritorna ad
interpretare un personaggio ribelle che non accetta di essere sminuita dal
maschilismo imperante del fondamentalismo musulmano. Lo sguardo impaurito
contraddice la sua forza di reagire, anche quando la riconciliazione con i
parenti che la rifiutano, sembra impossibile da portare a termine. Come nel
film di Akin, anche qui la stretta culturale della famiglia porta allo
sfinimento chi non accetta quelle convenzioni, fino a costringerlo a punirsi
con atti violenti vicini alla morte. La regista Feo Aladag affronta la
drammaticità del tema con coraggio, andando a fondo della questione; più che
alla forma, pensa al contenuto, e non sbaglia a mettere al centro
dell'attenzione gli occhi di Umay. Lo spettatore osserva la storia dal punto di
vista della donna, entra a contatto con un sistema di valori restrittivo che
bada all'apparenza di un rigore da mostrare agli altri, non a se stessi.
L'immedesimazione con la protagonista avviene a piccoli passi. Dopo le prime
rappresaglie, la sua lotta di indipendenza ci coinvolge emotivamente fino a
lasciarci impotenti di fronte alla crudeltà inaccettabile del delitto d'onore.
La reputazione è salva, l'umanità no.
…Ogni personaggio della storia, tranne Umay e il piccolo Cem, è
blindato nella sua cultura originaria e nulla lo può cambiare. Anche vivere in
un paese completamente diverso e in cui hanno lavorato e cresciuto i figli non
ha minimamente scalfito le loro certezze. E poi questo giudicare la figlia e il
nipotino senza amore, senza l’affetto dei genitori verso una figlia sfortunata
e, infine, il disprezzo dei fratelli verso la sorella. E in tutta questa cieca
e sorda immutabilità dei genitori e dei fratelli c’è Umay e il suo bambino che
non riescono a comprendere, loro che sono diversi, come la propria famiglia
possa giungere a questo. Lei e il suo bambino sono, nella cultura della sua
famiglia anche se vissuta in Germania, delle cose, degli oggetti senza
sentimenti, senza pensieri propri e senza nessuna possibilità di percorrere una
strada diversa da quella loro assegnata dalla cultura della loro etnia.
Eppure basterebbe così poco ad Umay per essere serena, un piccolo
lavoro, suo figlio e la possibilità di vedere i suoi. Il titolo del film in
tedesco è La straniera ed Umay per i suoi è una straniera, un'aliena che deve
essere eliminata.
…Ogni via di uscita è un miraggio passeggero: un
magnifico sogno che irrompe nell’immagine come un lampo di luce,
per rivelarsi, subito dopo, come il passeggero riflesso di un’assurda
illusione. Il romanticismo si affaccia timidamente, di tanto in tanto, nei
momenti in cui il dramma si concede una pausa, e la freddezza del cinismo
cede il passo all’infiammato coraggio della passione. Ma l’intermezzo dura lo
spazio di un secondo, come un guizzo del pensiero che riesca
fortuitamente a sfuggire all’ottuso peso del rigore. La poesia è imprigionata
in un sistema che sa solo emettere giudizi e valutare le convenienze, e si
rifiuta di riconoscere l’imperfezione che produce la debolezza e scatena il
dolore, e la bellezza che chiama con sé la spontaneità e la fantasia. Un
figlio non è un virgulto di gioia, ma solo un articolo da possedere: il piccolo
Cem è ridotto ad un oggetto conteso, al termine di un ricatto, e quindi è trattato
come un essere inanimato, di cui si dimenticano i sentimenti e si
calpestano i desideri. Tutto ciò fa parte di un gioco spietato in cui
sopravvivere significa resistere, e resistere significa essere ciechi.
Significa, in altre parole, negare la vita stessa, che è fatta di
movimento e di diversità. Il movimento del titolo inglese, When We Leave, che ci fa andare via, lasciandoci
qualcosa alle spalle. E la diversità del titolo originale Die Fremde (La straniera), che ci vede esuli
in mezzo a gente estranea, costringendoci ad affermare la nostra identità, a
dispetto di quelli che si ostinano a non volersi mettere in discussione e
cercare di cambiare.
…Ogni via di uscita è un miraggio passeggero: un
magnifico sogno che irrompe nell’immagine come un lampo di luce,
per rivelarsi, subito dopo, come il passeggero riflesso di un’assurda
illusione. Il romanticismo si affaccia timidamente, di tanto in tanto, nei momenti
in cui il dramma si concede una pausa, e la freddezza del cinismo cede il
passo all’infiammato coraggio della passione. Ma l’intermezzo dura lo spazio di
un secondo, come un guizzo del pensiero che riesca fortuitamente a
sfuggire all’ottuso peso del rigore. La poesia è imprigionata in un sistema che
sa solo emettere giudizi e valutare le convenienze, e si rifiuta di riconoscere
l’imperfezione che produce la debolezza e scatena il dolore, e la bellezza che
chiama con sé la spontaneità e la fantasia. Un figlio non è un virgulto
di gioia, ma solo un articolo da possedere: il piccolo Cem è ridotto ad un
oggetto conteso, al termine di un ricatto, e quindi è trattato come un essere
inanimato, di cui si dimenticano i sentimenti e si calpestano i desideri.
Tutto ciò fa parte di un gioco spietato in cui sopravvivere significa
resistere, e resistere significa essere ciechi. Significa, in altre
parole, negare la vita stessa, che è fatta di movimento e di diversità.
Il movimento del titolo inglese, When We Leave, che
ci fa andare via, lasciandoci qualcosa alle spalle. E la diversità del titolo
originale Die Fremde (La straniera),
che ci vede esuli in mezzo a gente estranea, costringendoci ad affermare
la nostra identità, a dispetto di quelli che si ostinano a non volersi mettere
in discussione e cercare di cambiare.
Umay
é uma alemã de origem turca que após casar, vive em Instambul com o marido e o
filho. Extremamente infeliz com o seu casamento, decide partir com o filho para
Berlim, onde se encontram os seus pais e irmãos, a fim de trabalhar e levar uma
vida independente. Esta situação não é bem aceite no seio de uma família
demasiado rígida nos seus princípios conservadores característicos da religião
muçulmana. Umay terá então de sair de casa para viver sozinha, sendo
completamente negligenciada pela família. No entanto, a sua luta e persistência
irão continuar para que volte a ser aceite. Um filme poderoso e corajoso que
denuncia os excessos resultantes do fanatismo de uma religião severa.
… Mención especial merece la preciosa
fotografía a cargo de Judith Kaufmann que embellece (al igual que ocurre con la
partitura de Stepháne Moucha) de manera poética el vía crucis de esta mártir.
Aunque la película tenga para un servidor un final un tanto efectista que no
hace sino presagiar un desenlace fatal, sí es cierto que la realizadora sabe
manejar a la perfección los recursos técnicos. La extraña es
un filme muy duro, pero al final nos deja una puerta abierta, quizá a la
controversia, pero también y sobre todo, a la reflexión sobre cómo liberarnos
de nuestras ataduras, o si de verdad debemos hacerlo.
…In an
interview, the director Feo Aladag comments:
"Even
if the story takes a tragic course, it was important for me to make clear to
the audience how close the characters in the story come to a possible
reconciliation and how hard it is for them at the end to overcome these
problems in spite of themselves. That makes the absurdity of the dynamic of honor
crimes more tangible. There are no winners in crimes of honor and honor
killings. Even if it might appear from the outside that the family's honor has
been restored, most families fall apart as a result."
It is
also shocking to realize that according to UN Reports, there are more than
5,000 cases of honor crimes committed against women each year.