domenica 23 agosto 2020

Utøya 22nd Juli - Erik Poppe

quasi da non credere una storia così, è successa davvero.

in 72 minuti Erik Poppe mostra la paura, senza che si veda niente, solo la paura, l'ansia, la preoccupazione, la ricerca della sorella, l'angoscia di Kaja.

una volta iniziato a vedere il film è impossibile staccarsi, si sta male, si soffre (in poltrona, meno male).

il dio del cinema sostenga e promuova Andrea Berntzen (che interpreta Kaja).

buona (dolorosa e imperdibile) visione - Ismaele


 

 

 

Il regista norvegese Erik Poppe mette in scena uno dei capitoli più tragici della storia recente del suo Paese optando per un thriller che accantona la politica e la follia del killer (mai esplicitamente identificato) e si concentra sull'aspetto umano, sulle vittime, la cui corsa per la sopravvivenza è rappresentata tramite un ininterrotto piano-sequenza che restituisce in modo viscerale e coinvolgente il caos e il panico del 22 luglio 2011. Impeccabile la giovane Andrea Bertnzen, che domina praticamente ogni inquadratura.

da qui

 

Un film decisamente controverso e ansiogeno a livelli estremi, che si discosta molto dai film più celebri con al centro stragi (perlopiù scolastiche), come ELEPHANT, ZERO DAY e POLYTECHNIQUE. La differenza è la ricerca estrema nel mostrare e raffigurare la paura della morte, attraverso primi piani e situazioni di angoscia da guerriglia e di incertezza degli eventi che travolgono i giovani dell’isola. A convincere a piene mani, abbiamo non solo una regia fenomenale e convincente, ma a sorprendere in maniera crescente, e di pari passo con l’angoscia vissuta da parte sua, la priva della protagonista Kaja, interpretata da una sconosciuta quanto eccezionale Andrea Berntzen. Finiremo, oltre a rimanere incollati allo schermo, per dimenticarci molto presto di visionare un film fittizio, vivendo quasi in simbiosi con Kaja quei minuti interminabili e senza fine che la porteranno a toccare con mano la paura primordiale della morte che alberga in ognuno di noi, con annesso istinto di sopravvivenza, accentuata ancora di più quando si finisce per divenire prede senza senso di un folle armato fino ai denti. Se la prima parte ci catapulta in maniera claustrofobica in un’apnea indescrivibile, il finale finirà per colpirci l’anima definitivamente, una mazzata vera e propria. Un’opera nuova e diversa da quanto visionato fino ad ora, destinata ad essere apprezzata non nell’immediato ma in un prossimo futuro, proprio per la sua capacità semplice di infondere tensione estrema secondo dopo secondo e senza un attimo di tregua, doverosa per mostrare, da parte di un regista norvegese, la follia di quel funesto 22 luglio 2011. Pellicola scioccante, dell’orrore reale e disturbante quanto (se non di più) di un documentario estremo!

da qui

 

la scelta forse più incredibile e ammirevole è quella di non mostrare mai Breivik, l'assassino.
Tutti, ripeto, tutti i registi ce lo avrebbero mostrato.
Chi continuamente, chi tanto, chi poco.
Avremmo assistito a film di uno vestito da poliziotto che massacra ogni ragazzo gli passa davanti. Probabilmente se qualche altro regista avesse anch'esso scelto il piano sequenza avrebbe seguito lui, l'assassino.
Poppe, invece, tranne che in un paio di secondi, non ce lo fa vedere mai.
E così questo film di nascondimenti e di minaccia invisibile diventa ancora più potente, ancora più verosimile.
Del resto quei ragazzi non videro quasi mai Breivik o, se lo fecero, fu per morire.
In questo modo è ancora più forte l'immedesimazione con loro quando si interrogano su chi sia a sparare, su quanti siano (fino alla fine del film - e della vicenda - penseranno fossero più d'uno).
Bellissima la scena dietro l'albero, reale, tesissima.
Queste telefonate soffocate a polizia e genitori, questa incredulità, questo ancora non riuscire a capire se quello che stava accadendo fosse tutto vero.
E voglio fermarmi lì un attimo, dietro quell'albero.
Perchè è in questa scena che avviene uno stranissimo e per me geniale corto circuito.
Il piano sequenza poteva essere di due tipi.
O alla mockumentary, ovvero con uno dei ragazzi che aveva una telecamerina o "esterno", semplicemente una tecnica di regia coinvolgente che ci mostra le cose da vicino.
E invece in questo film c'è un grande ibrido.
La macchina da presa è sì esterna - "la regia" - ma al tempo stesso è uno di loro, un ragazzo.
E proprio in questa scena delll'albero lo vediamo.
Quando si sentono gli spari la macchina da presa sbircia dietro gli alberi, poi si nasconde, poi riguarda, poi di nasconde ancora.
E' come se anche "noi" (lo sguardo della telecamera) fossimo un ragazzo invisibile che compie gli stessi gesti degli altri ma, in realtà, non è presente nei fatti.
E questo accadrà continuamente, penso ad esempio alle suggestive scene sulla scogliera dove, anche lì, ad ogni sparo la macchina da presa di schiaccia alle rocce.
Cristo, un film incredibile.
Spari, spari, spari, sempre spari, più lontani e a volte più vicini.
E lei che fugge nel bosco, che cerca tra le tende, che scende verso il mare e corre lungo la scogliera…

da qui

1 commento:

  1. https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2021/11/30/norvegia-breivik-invia-minacce-ai-sopravvissuti-di-utoya_bdf18c53-ed8a-4bf3-ab39-a2b09cc3ba95.html

    RispondiElimina