lunedì 16 novembre 2015

45 anni - Andrew Haigh

quando sono entrato nel cinema per un attimo ho pensato che fosse un film vietato ai minori di 45 anni, in realtà è solo il titolo del film.
una storia senza effetti speciali, senza urla, piccoli spostamenti del cuore e dell'anima.
dopo 45 anni Kate scopre qualcosa che ignorava, e tra loro emerge una montagna a dividerli.
Kate non conosceva il segreto di Geoff e Katia, Geoff è turbato da quel ricordo, da quel fantasma, Kate sembra non farcela a farsene una ragione.
grandissimi i due attori, in una specie di "Segreti e bugie".
mica li conosco, Geoff e Kate, i giorni dopo il sabato, ultimo giorno della settimana, e anniversario del loro matrimonio, qualche giorno dopo spero che ascoltino una grande canzone dell'immenso Jacques Brel.
non perdetevelo, sconsigliato a chi si aspetta gli effetti speciali, ci sono solo sguardi, parole, ricordi, fantasmi, un futuro da disegnare e tanta buona musica - Ismaele






…Chi pensava di vedere, come spesso sta accadendo nel cinema, una storia zuccherosa e con eventuali toni di commedia consolatoria e celebrativa di un grande amore poco o nulla scalfito dal tempo, sarà rimasto deluso nelle sue aspettative. Invece no, in questo film duro e freddo a tratti come il vento del luogo (si pensa alla lontana anche ad Haneke ) si mostra la possibilità che i drammi e le delusioni d’amore possono turbare anche ad età avanzata e che la cifra della riuscita del film sta nel mistero del non detto o detto troppo tardi per cui giustamente viene lasciata allo spettatore la scelta dell’evoluzione della storia…

…45 anni non ha nulla di sentimentale o di patetico. È al contrario molto trattenuto, costruito su dettagli, su frasi dette a mezza bocca, su di un propalarsi di ipocrisia borghese che ammanta le vite dei protagonisti e che pian piano, di fronte ad ogni nuova rivelazione, li avvolge in una sorta di abbraccio mortale, dal quale è impossibile liberarsi…

…Non si può non apprezzare un dramma di tale levatura filmica. Infatti 45 anni, diretto dal britannico Andrew Haigh, è un film riuscito in ogni sua piccola sfaccettatura, in ogni suo piccolo mutamento d’emozione. Perché il dramma, che pesca a piene mani da un passato che ritorna prepotente e che si consuma fuori campo, sfigura i volti dei due protagonisti, li cambia silenziosamente e profondamente. Perché la pellicola non esaspera, non ne ha l’interesse; scava nei sentimenti e nelle convinzioni di una donna che dopo quarantacinque anni di matrimonio si accorge di quanto sia stata un’ordinaria sostituta. Tutto ciò passa attraverso gli espressivi sguardi di Charlotte Rampling, una donna intensa che misura la propria vita e ne trae una disamina impietosa…

…45 anni è infatti un film che scandaglia con acume e dolente puntualità la complessità delle relazioni sentimentali, le difficoltà di costruire una intimità condivisa e la volubilità di certezze che si credono acquisite. Un film sulla coppia e sulla memoria, dunque, come dichiarato fin dai titoli di testa che non a caso scorrono uno dopo l'altro accompagnati dal tipico rumore delle diapositive.
Al centro di questa analisi struggente e amarissima ci sono Kate e Geoff, amanti affiatati e compagni sodali, che, forse per la prima volta, si trovano costretti a confrontarsi con i ricordi e i non detti di una relazione apparentemente inossidabile…

…Lo spettatore scopre con la protagonista la dissimulazione del marito attraverso un’inquadratura che racconta simultaneamente passato e presente: Kate è davanti alla diapositiva di una giovane donna che cinquant’anni prima guarda il suo fotografo, Geoff. Chi guarda e l’oggetto guardato divengono sintesi di un triangolo che prende vita da una sommatoria di tempi, di rimandi, di vecchiaia e giovinezza. Emerge chiaro un sentimento nascosto, forte e inalterato che da 45 anni vive parallelo a un matrimonio apparentemente riuscito…

…Haigh ricostruisce il teorema intimo di un matrimonio con delicata raffinatezza. L’impianto visivo, asciutto e nel contempo denso di particolari, ci restituisce nelle immagini tutta la profondità di un rapporto che si esprime anche nella condivisione dello spazio. Kate e Geoff, infatti, lo occupano. Non sono semplicemente “lì” ma all’interno di un’inquadratura essi materializzano, nell’intesa di un semplice gesto o di uno sguardo fugace, una simbiosi che si fa quasi tangibile. A pochi giorni da un traguardo importante l’inattesa “entrata in scena” di Katya sembra polverizzare ogni certezza. Il fantasma di quell’amore che Kate voleva credere svanito tra le nebbie del tempo è, invece, più che mai presente e forse, come la protagonista stessa dice: “E’ sempre stato qui, dietro di noi”…

…una cinta que juega la engañosa baza del relato amable de pareja anciana que redescubre su amor en los últimos estadios de su vida; pero aportando una oscuridad de sentimientos que, bajo la superficie, se intuyen duros, especialmente los de ella que, a la manera de una Joan Fontaine luchando contra el recuerdo de la eterna Rebecca, debe sobreponerse a los recuerdos del pasado ocultando en su interior cuestiones que podrían arruinar todo aquello que para ella significaba seguridad. En los últimos minutos, sólo queda la certeza de algo terrible, de una verdad desgarradora que se queda en el aire. Haigh se ha superado a sí mismo con 45 Years. Es un filme que crece en el recuerdo, merced a un cierre magnífico, y que seguramente le valdrá nuevos éxitos a Charlotte Rampling, no sin merecimiento.

…It’s breathtaking, abrasive drama that relies on subtle infractions to deliver a gut punch of emotion. There’s nothing vulgar here. Instead the lens through which Kate is required to reconsider her entire life is a series of small, cumulative transgressions not against her, but her perception of life. The final moments of the film recall an offhand suggestion made in the first few minutes, but stretch beyond that to what must have once been the happiest day of her life. Words take on new meaning, as a clarion call for a life not lived is echoed in a final expression, which may be one of the most authentic moments of lucidity ever captured on screen.








sabato 14 novembre 2015

Khadak - Peter Brosens, Jessica Woodworth

la storia di Bagi, della sua gente, dell'abbandono forzato della steppa e degli animali, in cambio di un cubo di cemento di città, una storia di sciamani, e visioni, una storia comune a tutti i popoli minoritari del mondo, ma non meno grandi, lotta per la sopravvivenza, il destino è l'estinzione o l'omologazione, un film che non si può raccontare, guardalo, dentro c'è un mondo - Ismaele



QUI il film completo sottotitolato in inglese



…The movie moves at a deliberately slow pace that may put off some viewers. I have always felt that slow movies work much better in the theater where there is nothing to distract you during the time you have dedicated to concentrating on the movie. Watching this movie at home, I must admit that the fast-forward button was awfully tempting at times. I would not say any shot lasts too long—every scene is beautiful and a joy to watch—but a lot of shots are long.
Speaking of fast-forward, the ability to scan forward or backward is disabled on the featurette. It's also not possible to skip chapters on the half-hour program. This is a big inconvenience that greatly reduces the supplement's repeat viewing potential…

… This spiritual adventure story was shot in Mongolia and directed by Peter Brosens and Jessica Woodworth. The film ambitiously melds a political critique of modernism with a deep respect for nomadic tradition and the value of shamanism, a spiritual perspective that embraces mysticism and a reverence for nature and animals. Brosens and Woodworth have made an unusual work that challenges us to choose the mysteries of the spirit world over the reason of commercial ventures that mine and destroy the riches of the earth.


mercoledì 11 novembre 2015

Mustang - Deniz Gamze Ergüven

un'opera prima semplice di una regista turca, senza le complicazioni di sceneggiatura che a volte rendono il film troppo da interpretare.
qui no, è tutto chiaro, lo capisce anche un ragazzino, scusate, una ragazzina.
è un mondo così strano, moderno e antico, quello di un villaggio sul Mar Nero, ma non troppo diverso dal nostro 60-70 fa, i giovani non lo sanno, chi ha sentito di qualche storia familiare anche tragica, una vita spezzata, capisce che è quasi cronaca.
Lale è straordinaria, fortissima, una Lale l'abbiamo incontrata, la incontriamo e la incontreremo anche noi, nella vita, bisogna saperla riconoscere.
le cinque ragazzine sono una forza che l'ambiente maschilista e tradizionale non può sopportare, sono la vita, la sorpresa, la gioia, troppo per quel mondo chiuso, e le sbarre lo faranno capire a tutti e tutte.
diventeranno come uccelli in cattività, accettano la perdita della libertà, Lale no, è una potenza della natura, e riesce a fuggire, con la sorella, e non puoi non commuoverti, se non ti succede vai da qualche specialista, non perdere tempo.
e il ragazzo che le aiuta è uno davvero in gamba, non lo sa mica, solo fa la cosa giusta.
come fai a non volere bene a questi prigionieri di un mondo che dev'essere liberato?
se Elsa Morante l'avesse visto avrebbe scritto una recensione dal titolo "Il mondo salvato dalle ragazzine", lo so.
vuoiti bene, vai a vederlo, sarà una bellissima sorpresa - Ismaele


ps: so che fra i venticinque lettori di questo blog ci sono alcuni insegnanti, sappiamo che se ha un senso portare i ragazzini al cinema e se un film merita di essere visto in sala, se uno solo dovesse essere visto in quest'anno scolastico, ecco, questo film è Mustang.






…il punto di vista che viene assunto sin dalla prima inquadratura è quello di Lale, la più piccola, la quale vede nelle sorelle e in ciò che debbono subire il suo futuro in anticipo e decide di non volervi sottostare. In questo nucleo familiare decentrato (Istanbul resta la meta lontana che si vorrebbe raggiungere) si trova rappresentata la società turca più arretrata che trova nella nonna e nello zio i suoi più emblematici esponenti. Se lo zio-padrone è dispotico ed arrogante, degno prodotto di una cultura maschilista che affonda le proprie radici in un passato ancestrale, la nonna ne subisce le reprimende e si trova ad agire su entrambi i fronti: quello della repressione così come quello del sostegno più o meno indiretto. 
Le ragazze, la cui differente psicologia è descritta con grande sensibilità, fanno parte (o vorrebbero farne parte) di quel futuro che nella grande città è già presente ma dinanzi al quale altrove si ergono i muri delle nozze combinate e della pretesa della verginità femminile. Uno dei maggiori pregi del film è costituito dal mancato rifugio nel manicheismo. La regista e la co-sceneggiatrice Alice Winocour non denunciano a priori l'altro sesso perché trovano nel giovane che aiuta Lale la speranza di un diverso futuro per il rapporto tra maschi e femmine. Con in più un'importante annotazione: quell'abbraccio iniziale di Lale all'insegnante che sta per lasciarla ci ricorda quanta importanza possa avere il ruolo di un docente nella formazione di un carattere. In qualsiasi società, non solo in quella turca.

…La regista racconta, con grazia e sensibilità, una storia di straordinario realismo il cui dramma monta, in crescendo, come un’onda che travolge le scelte di ogni personaggio. La Ergüven traccia il ritratto di una società ancora sotto il giogo di tradizioni antiche che sviliscono la figura femminile e fanno del sopruso e della minaccia le armi subdole attraverso le quali sottomettere la donna. Con sguardo partecipe, ma senza mai cedere alla commozione ricattatoria, segue le sue piccole eroine (tutte meravigliosamente in parte) nel percorso, difficile e pericoloso, delle loro vite imbrigliate rivelando, nella regia, una precisa idea di cinema, una qualità della visione che denota personalità e talento.
Nella tenacia di queste creature “selvagge”, i cui capelli sciolti evocano le criniere lucide dei cavalli di razza, la regista di Ankara simboleggia la forza dell’indipendenza, l’anelito degli oppressi ad una libertà meritata e giusta, seppur strappata a forza dalle viscere familiari o da un inconfessabile orrore domestico. Tutti i “no” della piccola e indomabile Lale coprono, come un’eco, la distanza della fuga che, inevitabilmente, separerà le ragazze ma, nel contempo, le riuniscono – su un finale onesto e affatto consolatorio – nel momento cristallizzato del ricordo di un’imperitura sorellanza.

…A destacar, además, la excelente mano de su joven directora, Denis Gamze Ergüven, que plasma con elegancia el equilibrio entre la dureza y la energía liberadora que transmite, aunque esta sea a menudo canalizada de una forma más o menos irónica como una fuerte denuncia ante la universalidad de la vejación. Manifiesto de alguien que tiene muy claro qué es lo que quiere contar porque probablemente lo haya vivido. En la distancia, más allá de los barrotes de la prisión familiar, la multicultural Estambul, la tierra prometida de la libertad a la que una vez más se accede después de atravesar el desierto. Atreverse a dejar a tras lo obvio, las comodidades de una vida de cautiverio o correr hacia un incierto futuro en una libertad que puede dar miedo. Ese es el dilema que corren las protagonistas y, junto a ellas, millones de mujeres que sufren en la sombra un patriarcado machista y opresor.

...Rimane, fortunatamente, il ritratto di un’adolescenza deturpata ma conscia del proprio significato e pronta a lottare per ottenere ciò che è giusto. La riottosità delle cinque ragazzine (tutte perfettamente a proprio agio di fronte alla macchina da presa) sgorga con una naturalezza insospettata, e illumina lo schermo di una forza che a volte la regia della Ergüven sopprime involontariamente con una regia troppo pulita e aggraziata. I nomi di Güneş Şensoy, Doğa Doğuşlu, Elit İşcan, Tuğba Sunguroğlu e İlayda Akdoğan meritano di essere appuntati: per loro l’adolescenza è già assai meno tarpata di quella dei personaggi che interpretano. Il futuro potrebbe essere radioso.
da qui                                                                     

…quella di Lale è la descrizione di un processo di autoconsapevolezza, un diario senza diario di una bambina che prende le misure del mondo adulto per elaborare una risposta acuta, un piano di fuga come fosse la protagonista di un film carcerario (fuggire da Alcatraz ad esempio) o l’eroina di una fiaba (con tanto di aiutante magico). E per far questo sposta il suo occhio vivace sulle sorelle, mettendole al centro del suo racconto, una dopo l’altra, espediente narrativo che permette alla regista di avvicinarsi (con lo spettatore) alle protagoniste, senza sfilacciare la vicenda narrata…


lunedì 9 novembre 2015

Tutto può accadere a Broadway (She's Funny That Way) - Peter Bogdanovich

mica lo sai prima di entrare in sala che cosa ti capiterà.
è un film che Woody Allen sogna di girare (come sapeva fare, era il migliore, nel suo genere, ora da un bel po' di anni arranca, o fa film dimenticabili)
la sceneggiatura è perfetta, tutto gira a dovere, e non ti annoi un attimo.
e ridi molto, anche a voce alta, tutti penseranno che sei pazzo, lasciali perdere, il dio del cinema li perdoni, non sanno più ridere, o non sanno perché ridere.
e poi Peter Bogdanovich è un grande, ha fatto pochi film, che hanno lasciato il segno (eccone uno, per esempio).

cercate qualche difetto, non lo troverete, se li sono presi, i difetti, molti altri film, qui non ne è rimasto nessuno.
citazioni e rimandi a mille altri film, per esempio qualcosa di Venere in pelliccia, di Polanski, e mille altri (Billy Wilder, naturalmente, su tutti), in questo film c'è il Cinema.
vogliatevi bene, cercatelo e godetene tutti - Ismaele





Meraviglia. Smagliante ritorno del 76nne Bogdanovich al cinema dopo un’assenza durata parecchio. Una commedia scatenata e insieme di infinita grazia, dai tempi perfetti, dialoghi di inarrivabile brio, attori benissimo diretti. Una giovane escort che vuol far l’attrice innesca senza volerlo una girandola di qui-pro-quo, inganni, tradimenti, mentre vecchie coppie scoppiano e nuove coppie si formano. Terso come una mattina dopo una notte di temporali. Preciso come un orologio svizzero. Cinema semplice e complesso, che rifà la commedia sofisticata dei tempi migliori…

…Uno script impeccabile, sorretto da un cast affiatatissimo e non meno brillante. Bogdanovich cesella ogni personaggio, pur secondario o di passaggio, con arguzia e precisione sottile, regalando a ciascuno un piccolo, esilarante momento di cinema puro (si pensi alla prostituta inebetita di Lucy Punch o alla casalinga coatta interpretata dalla sua musa ed ex compagna di vita Cybill Sheperd). Nella folla dei molti attori, vale la pena citare almeno l'efficacissima e insolita prova di Jennifer Aniston, finalmente libera dalla sua maschera di America's Sweetheart e mai così convincente nei panni di questa psicologa nevrotica, arrogante e sboccata. La vera sorpresa è tuttavia Imogen Poots, venticinquenne inglese dalla voce profonda e l'espressione buffa, che con ammirevole abilità dà vita alla sua travolgente Izzy, ciclone di vitalità miracolosamente in bilico tra malizia e candore, scaltrezza e ingenuità, sfrontatezza e pudore. Una irresistibile commistione di cinismo e romanticismo, proprio come il film.

…un tempo le commedie erano macchine di incastri perfette, dove tutto doveva tornare e essere girato a ritmi indiavolati e le battute dovevano fulminare lo spettatore. Erano gli anni eroici di Charles Brackett e Billy Wilder.
Ovvio che siamo di fronte all'ombra di un cinema che non esiste più da anni, ma è davvero piacevole questo tuffo lontano dai supereroi e dagli effetti speciali. Un cinema di pura ingegneria di sceneggiatura e messa in scena. Imperdibile.

domenica 8 novembre 2015

Crimson Peak – Guillermo del Toro

Guillermo del Toro, quando va male, fa film molto belli, le altre volte eccezionali.
forse qui va male, ma non troppo.
la prima parte è davvero lenta, poi si parte davvero,.
il film cita molti altri film, e ognuno vede e ricorda qualcosa.
a me ha ricordato un poco Shutter Island, molto Eliza Graves, di Brad Anderson, e i fantasmi finali mi sembrano arrivare da Sospesi nel tempo di Peter Jackson (con Michael J. Fox).
si tratta di una storia gotica maledetta, amore (non quello preferito dalla santa romana chiesa per gli altri) e morte.
attori bravi, e Jessica Chastain da Oscar.

se pensate agli altri film di Guillermo del Toro potreste restare delusi, astraete, fate finta che sia il suo primo film che vi capita di vedere, allora di sicuro non vi deluderà - Ismaele




… Crimson Peak gioca con le aspirazioni letterarie di Edith, in bilico tra Jane Austen e Mary Shelley, e con cromatismi elementari ma suggestivi: il bianco del vestito e della neve, il rosso dell’argilla, del sangue, della passione. Ed è così che rintracciamo facilmente i cliché del genere, coi luoghi che si fondono col subconscio e i suoi rimossi, con il superamento dell’essere figlia e vergine, col trauma della crescita, della disillusione dell’amore romantico e travolgente. C’è un po’ de Il sospetto, di Angoscia e di Tragico segreto, ma c’è soprattutto la follia di Lucille, di un amore che è costretto a farsi morte per sperare di sopravvivere. Più (iper)melodrammatico di così…
Crimson Peak trova la propria fertilità nelle emozioni inconfessabili, negli abissi di angoscia evocati dalla profondità di campo (e dalle maschere dell’immancabile Doug Jones), nell’amore per un cinema che non ha paura di essere bigger than life, eccessivo, citazionista, cinefilo, finto eppure verissimo e vivissimo.

…Più che sugli aspetti inquietanti e orrorifici della storia, la sceneggiatura si concentra sulle dinamiche amorose, ma lo fa in maniera dozzinale, quasi che si trattasse di un qualsiasi romanzo d’appendice, e finanche il presunto colpo di scena viene dato per scontato sin dai primi minuti di film. Tra tutti solo Tom Hiddleston dà l’impressione di aver cercato di dare una maggiore profondità al proprio personaggio, ma i dialoghi sono talmente intrisi di elementi grotteschi non voluti da renderne vano ogni tentativo.
Crimson Peak è un esercizio di stile stanco nonostante la facciata sontuosa…
da qui

…Peccato che del Toro non riesca o non voglia liberarsi di tanti segni  e modi dell’horror più di consumo, col risultato di inquinare la cifra stilistica di Crimson Peak, il suo tono, il suo clima. Tutta la parte supernatural e ghost, con il potere di Edith di vedere, materializzare i fantasmi e di parlarci, è del tutto superflua, e non si salda mai davvero con la storia della ragazza venuta dal mondo nuovo alle prese con un vecchio sinistro castello, un marito indecifrabile e un’inquietante cognata. Sarebbero bastati questi elementi a tenere in piedi il film, ma del Toro non si è fidato e ha infarcito con troppo d’altro. Comunque il nucleo tiene, e si arriva alla fine con la sensazione di aver visto un prodotto anomalo rispetto alla media corrente. Certo, vien da chiedersi come i consumatori dei blockbuster possano accogliere un film dall’impianto così classico e old fashioned, per quanto astutamente aggiornato. Le prime due settimane nei cinema americani la risposta l’hanno data, ed è stata negativa...

… Che il male si annidi proprio nelle parti più presentabili e attraenti dell’umanità mentre il paranormale, proprio nel suo essere spaventoso ma genuino, raccapricciante ma onesto, esprima invece i valori più ragionevoli e positivi, è il concetto che il film esprime meglio, con convinzione e proprietà di linguaggio filmico da parte di un cineasta che è bravissimo a generare immagini ma stavolta annoia con la storia. In quella fantastica ambientazione che davvero pare viva (è un clichè, la casa che è un personaggio, ma stavolta è così) non si trova però niente di interessante e le dinamiche tra irreale e reale, tra orrido e ripulito di Crimson Peak in nessun caso tutto possono essere considerata farina del sacco di Guillermo Del Toro. Quello che quest’autore ha da dire sul cinema e sui rapporti è rimasto tutto negli altri titoli della sua filmografia.
…detrás de todo está Guillermo Del Toro, uno de los mejores realizadores del momento que se reafirma como una máquina de creatividad y maravilla visual, capaz de cambiar de géneros mientras estos acompañen las ideas que surgen de su mente. La cumbre escarlata es su carta de amor al género gótico y en general, es la demostración del alma hecha película, un producto tan original como benevolente con el espectador. Nunca es autocomplaciente en la puesta de escena (en contraposición, por ejemplo, al decadente cine de Tim Burton), sabiendo siempre como supeditar lo visual al guión, y puedo decir sin temor a equivocarme que es una de las películas que más he disfrutado en lo que va del año, un espectáculo visual inteligente, creativo y maravilloso en su lúgubre modo, con la marca inequívoca del brillante director mexicano, que afrontando muchos riesgos, saca adelante una nueva obra original para gusto de todos los espectadores.

… la película se encuentra llena de referencias a varios clásicos fílmicos y literarios, y éstas son a veces tan evidentes que perjudican la originalidad del relato. No se trata sólo de que Edith sea verbalmente comparada con la figura central de “Jane Eyre” en la primera parte, marcada por no tan discretas referencias a la Cenicienta, o de que ella misma se apellide Cushing; el asunto se acentúa en lo que viene después, cuando la estancia en la mansión de incontables habitaciones y el enfrentamiento con la hermana -que es a la vez ama de llaves- remiten de inmediato a “Rebecca”, lo que se suma a detalles visuales y argumentales relacionados a otras obras de Hitchcock, sobre todo “Notorious”. Cerca del final, hay incluso un momento que, salgo mejor parecer, se inspira en el desenlace de “The Shining”.
Esta abundancia de tributos (porque está bastante claro que eso es lo que son) le quita a la cinta la posibilidad de alcanzar un grado de excelencia, al igual que lo hace una trama que, en medio de la sofisticación de sus detalles y de sus personajes, puede llegar a ser predecible; y tampoco hay una extensión mayor del tema feminista que se insinuaba al principio.
Pero “Crimson Peak” introduce a cada momento circunstancias inusuales que son capaces de tocar fibras particulares en el espectador y nos sumerge con habilidad pasmosa en el ambiente que fabrica, ofreciendo con ello una propuesta que no se suele encontrar en el cine de terror comercial, ya que, sin salirse del todo de las fórmulas, les brinda un tratamiento extremadamente creativo. Y uno de los aspectos más importantes es que, como suele suceder en las cintas de Del Toro, las criaturas no son las que más hay que temer, por más espantosas que parezcan; ése es un privilegio que le corresponde a los humanos.






venerdì 6 novembre 2015

Corn Island - George Ovashvili

una piccola storia, di sapore biblico.
il contadino cerca di sfruttare quello che la natura gli offre, benigna o matrigna, dipende dai momenti.
la guerra è lì, a portata d'orecchio, una guerra inutile, per confini, una guerra dimenticata.
vennero in barca dei gendarmi
vennero in barca con le armi
chiesero al vecchio se lì vicino
fosse passato un assassino.
un gran bel film, cercatelo, non ve ne pentirete, promesso - Ismaele




…Estaríamos pues ante una especie de estado de la naturaleza que, con todo, lleva en él una violencia latente e inminente. En este caso la misma queda claramente ilustrada por la lucha armada, pero también por sus consecuencias indirectas, como la escena nocturna en que unos soldados matan a un ciervo que se había refugiado en el islote. Luego lo arrastran por los brotes verdes para cargarlo en su bote, dejando en la plantación rastros de sangre que a la mañana siguiente la nieta descubre, más desconsolada por este detalle visible de la muerte que por el parcial estropicio causado a la plantación. Mientras tanto, sin embargo, el abuelo confía en poder terminar su labor y cosechar sus frutos. Y la meticulosidad que le dedica, de la que se nos hace directamente partícipes, permite que sintamos verdadero desasosiego cuando, inevitablemente, la empresa fracasa. Lo hace en un clímax portentoso, que en una tempestad implacable culmina y resuelve los distintos frentes del drama, desde el apuntado contraste entre los protagonistas hasta su subtexto metafísico. A ello sigue aún una escena final que marca la estructura simétrica de Corn Island, reflejando el propio ciclo de la naturaleza. Se trata de un detalle que refuerza más si cabe el desgarrador humanismo de una película que no podemos sino calificar de obra maestra. 

…Un film dove l'immagine ha la meglio sulla parola, esibendoci, in tutto il suo crudele splendore, una natura tanto generosa quanto capricciosa. Il regista ce la mostra con estremo realismo, ai limiti del documentario. I due attori protagonisti contribuiscono a rafforzare questa poetica del reale, agendo davanti alla macchina da presa con grande naturalezza, parlando solo con gli occhi: solcato, lui, dalla fatica dell'età e dalle intemperie della vita - ma nonostante tutto determinato e teneramente preoccupato per la nipote - e animata, lei, da un bisogno di vita che la spaventa e la incoraggia al contempo. In questo deserto di comunicazione, non è tanto la parola a mancare, quanto le risposte alle domande che questa storia incompiuta di uomini suscita. Curiosità e desiderio di emozioni più forti che il regista non soddisfa, interessato più ai capricci della natura che a quelli degli uomini.

…la sceneggiatura di Corn Island si rivela altrettanto solida e potente quando, attraverso una serie ben calibrata di “colpi di scena”, va ad arricchirsi di elementi drammatici e simbolici forti, dal potenziale tragico esplosivo.
Tre sono i fondamentali pericoli in agguato, pronti a contrastare l’obiettivo dei due protagonisti: da un lato abbiamo la natura effimera dell’isola, che potrebbe sgretolarsi da un momento all’altro e mandare in rovina il raccolto, dall’altro c’è la presenza costante sul fiume delle motovedette dell’esercito regolare georgiano alla ricerca dei ribelli. E poi c’è un altro aspetto della natura foriero di tumultuosi sviluppi: è l’adolescenza incipiente e inarrestabile della ragazza. Quando sull’isoletta sbarcherà un ribelle gravemente ferito, i reagenti, accuratamente approntati, innescheranno una miscela esplosiva.
Fa capolino di quando in quando, in Corn Island, qualche leggera forzatura “fictionale”: un movimento di macchina che attraversa dal basso i primi pilastri della capanna edificata dal nonno e ci palesa la presenza dell’autore, qualche gesto o espressione dell’anziano protagonista è un po’ troppo “recitata” e un erotismo insistito nella contemplazione del corpo “in transito” della ragazza rivela la volontà, sempre calata dall’alto, di incrementare la tensione del racconto. Ma si tratta di brevi istanti, di peccati veniali immediatamente riassorbiti nell’incanto visivo e nel solido tessuto narrativo del film…

... Corn Island cuando busca ciertas condiciones arquetípicas de un relato y las explicita suprimiendo el alejamiento que el abuelo ha impuesto, parece sentirse insegura y acaba sacrificando en contra de su voluntad cierta capacidad de fascinación. Como si el creyente al final se derrota y se negase a sí mismo la posibilidad de lo que parecía apuntarse al principio. Es imposible mantenerse al margen de todo. Al final, aunque uno no quiera, acaba impregnado de la violencia de esta sociedad enfrascada en enfrentamientos irracionales.