Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
mercoledì 18 novembre 2015
lunedì 16 novembre 2015
45 anni - Andrew Haigh
quando sono entrato nel cinema per un attimo ho pensato che
fosse un film vietato ai minori di 45 anni, in realtà è solo il titolo del
film.
una storia senza effetti speciali, senza urla, piccoli
spostamenti del cuore e dell'anima.
dopo 45 anni Kate scopre qualcosa che ignorava, e tra loro
emerge una montagna a dividerli.
Kate non conosceva il segreto di Geoff e Katia, Geoff è
turbato da quel ricordo, da quel fantasma, Kate sembra non farcela a farsene
una ragione.
grandissimi i due attori, in una specie di "Segreti e
bugie".
mica li conosco, Geoff e Kate, i giorni dopo il sabato, ultimo
giorno della settimana, e anniversario del loro matrimonio, qualche giorno dopo spero che ascoltino
una grande canzone dell'immenso Jacques Brel.
non perdetevelo, sconsigliato a chi si aspetta gli effetti
speciali, ci sono solo sguardi, parole, ricordi, fantasmi, un futuro da
disegnare e tanta buona musica - Ismaele
…Chi pensava di vedere, come spesso sta accadendo nel cinema,
una storia zuccherosa e con eventuali toni di commedia consolatoria e
celebrativa di un grande amore poco o nulla scalfito dal tempo, sarà rimasto
deluso nelle sue aspettative. Invece no, in questo film duro e freddo a tratti
come il vento del luogo (si pensa alla lontana anche ad Haneke ) si mostra la
possibilità che i drammi e le delusioni d’amore possono turbare anche ad età
avanzata e che la cifra della riuscita del film sta nel mistero del non detto o
detto troppo tardi per cui giustamente viene lasciata allo spettatore la scelta
dell’evoluzione della storia…
…45 anni non
ha nulla di sentimentale o di patetico. È al contrario molto trattenuto,
costruito su dettagli, su frasi dette a mezza bocca, su di un propalarsi di
ipocrisia borghese che ammanta le vite dei protagonisti e che pian piano, di
fronte ad ogni nuova rivelazione, li avvolge in una sorta di abbraccio mortale,
dal quale è impossibile liberarsi…
…Non si può non apprezzare un dramma di tale levatura
filmica. Infatti 45 anni,
diretto dal britannico Andrew Haigh, è un film riuscito in ogni sua piccola
sfaccettatura, in ogni suo piccolo mutamento d’emozione. Perché il dramma, che
pesca a piene mani da un passato che ritorna prepotente e che si consuma fuori
campo, sfigura i volti dei due protagonisti, li cambia silenziosamente e
profondamente. Perché la pellicola non esaspera, non ne ha l’interesse; scava
nei sentimenti e nelle convinzioni di una donna che dopo quarantacinque anni di
matrimonio si accorge di quanto sia stata un’ordinaria sostituta. Tutto ciò
passa attraverso gli espressivi sguardi di Charlotte Rampling, una donna
intensa che misura la propria vita e ne trae una disamina impietosa…
…45 anni è
infatti un film che scandaglia con acume e dolente puntualità la complessità
delle relazioni sentimentali, le difficoltà di costruire una intimità condivisa
e la volubilità di certezze che si credono acquisite. Un film sulla coppia e
sulla memoria, dunque, come dichiarato fin dai titoli di testa che non a caso
scorrono uno dopo l'altro accompagnati dal tipico rumore delle diapositive.
Al centro di questa analisi struggente e amarissima ci sono Kate e Geoff, amanti affiatati e compagni sodali, che, forse per la prima volta, si trovano costretti a confrontarsi con i ricordi e i non detti di una relazione apparentemente inossidabile…
Al centro di questa analisi struggente e amarissima ci sono Kate e Geoff, amanti affiatati e compagni sodali, che, forse per la prima volta, si trovano costretti a confrontarsi con i ricordi e i non detti di una relazione apparentemente inossidabile…
…Lo spettatore
scopre con la protagonista la dissimulazione del marito attraverso
un’inquadratura che racconta simultaneamente passato e presente: Kate è davanti
alla diapositiva di una giovane donna che cinquant’anni prima guarda il suo
fotografo, Geoff. Chi guarda e l’oggetto guardato divengono sintesi di un
triangolo che prende vita da una sommatoria di tempi, di rimandi, di vecchiaia
e giovinezza. Emerge chiaro un sentimento nascosto, forte e inalterato che da
45 anni vive parallelo a un matrimonio apparentemente riuscito…
…Haigh ricostruisce il teorema intimo di un matrimonio con
delicata raffinatezza. L’impianto visivo, asciutto e nel contempo denso di
particolari, ci restituisce nelle immagini tutta la profondità di un rapporto
che si esprime anche nella condivisione dello spazio. Kate e Geoff, infatti, lo
occupano. Non sono semplicemente “lì” ma all’interno di un’inquadratura essi
materializzano, nell’intesa di un semplice gesto o di uno sguardo fugace, una
simbiosi che si fa quasi tangibile. A pochi giorni da un traguardo importante
l’inattesa “entrata in scena” di Katya sembra polverizzare ogni certezza. Il
fantasma di quell’amore che Kate voleva credere svanito tra le nebbie del tempo
è, invece, più che mai presente e forse, come la protagonista stessa
dice: “E’ sempre stato qui, dietro di noi”…
…una cinta
que juega la engañosa baza del relato amable de pareja anciana que redescubre
su amor en los últimos estadios de su vida; pero aportando una oscuridad de
sentimientos que, bajo la superficie, se intuyen duros, especialmente los de
ella que, a la manera de una Joan Fontaine luchando contra el recuerdo de la
eterna Rebecca, debe sobreponerse a los recuerdos del pasado
ocultando en su interior cuestiones que podrían arruinar todo aquello que para
ella significaba seguridad. En los últimos minutos, sólo queda la certeza de
algo terrible, de una verdad desgarradora que se queda en el aire. Haigh se ha
superado a sí mismo con 45 Years. Es un filme que crece en el
recuerdo, merced a un cierre magnífico, y que seguramente le valdrá nuevos
éxitos a Charlotte Rampling, no sin merecimiento.
…It’s breathtaking,
abrasive drama that relies on subtle infractions to deliver a gut punch of
emotion. There’s nothing vulgar here. Instead the lens through which Kate is
required to reconsider her entire life is a series of small, cumulative
transgressions not against her, but her perception of life. The final moments
of the film recall an offhand suggestion made in the first few minutes, but
stretch beyond that to what must have once been the happiest day of her life.
Words take on new meaning, as a clarion call for a life not lived is echoed in
a final expression, which may be one of the most authentic moments of lucidity
ever captured on screen.
sabato 14 novembre 2015
Khadak - Peter Brosens, Jessica Woodworth
la storia di Bagi, della sua gente, dell'abbandono forzato della steppa e degli animali, in cambio di un cubo di cemento di città, una storia di sciamani, e visioni, una storia comune a tutti i popoli minoritari del mondo, ma non meno grandi, lotta per la sopravvivenza, il destino è l'estinzione o l'omologazione, un film che non si può raccontare, guardalo, dentro c'è un mondo - Ismaele
…The movie moves at a deliberately slow pace that may
put off some viewers. I have always felt that slow movies work much better in
the theater where there is nothing to distract you during the time you have
dedicated to concentrating on the movie. Watching this movie at home, I must
admit that the fast-forward button was awfully tempting at times. I would not
say any shot lasts too long—every scene is beautiful and a
joy to watch—but a lot of shots are long.
Speaking of fast-forward, the ability to scan forward
or backward is disabled on the featurette. It's also not possible to skip
chapters on the half-hour program. This is a big inconvenience that greatly
reduces the supplement's repeat viewing potential…
… This spiritual adventure story was shot in Mongolia and
directed by Peter Brosens and Jessica Woodworth. The film ambitiously melds a
political critique of modernism with a deep respect for nomadic tradition and
the value of shamanism, a spiritual perspective that embraces mysticism and a
reverence for nature and animals. Brosens and Woodworth have made an unusual
work that challenges us to choose the mysteries of the spirit world over the
reason of commercial ventures that mine and destroy the riches of the earth.
mercoledì 11 novembre 2015
Mustang - Deniz Gamze Ergüven
un'opera prima semplice di una regista turca, senza le complicazioni di
sceneggiatura che a volte rendono il film troppo da interpretare.
qui no, è tutto chiaro, lo capisce anche un ragazzino, scusate, una ragazzina.
è un mondo così strano, moderno e antico, quello di un villaggio sul Mar Nero, ma non troppo diverso dal nostro 60-70 fa, i giovani non lo sanno, chi ha sentito di qualche storia familiare anche tragica, una vita spezzata, capisce che è quasi cronaca.
Lale è straordinaria, fortissima, una Lale l'abbiamo incontrata, la incontriamo e la incontreremo anche noi, nella vita, bisogna saperla riconoscere.
le cinque ragazzine sono una forza che l'ambiente maschilista e tradizionale non può sopportare, sono la vita, la sorpresa, la gioia, troppo per quel mondo chiuso, e le sbarre lo faranno capire a tutti e tutte.
diventeranno come uccelli in cattività, accettano la perdita della libertà, Lale no, è una potenza della natura, e riesce a fuggire, con la sorella, e non puoi non commuoverti, se non ti succede vai da qualche specialista, non perdere tempo.
e il ragazzo che le aiuta è uno davvero in gamba, non lo sa mica, solo fa la cosa giusta.
come fai a non volere bene a questi prigionieri di un mondo che dev'essere liberato?
se Elsa Morante l'avesse visto avrebbe scritto una recensione dal titolo "Il mondo salvato dalle ragazzine", lo so.
vuoiti bene, vai a vederlo, sarà una bellissima sorpresa - Ismaele
ps: so che fra i venticinque lettori di questo blog ci sono alcuni insegnanti, sappiamo che se ha un senso portare i ragazzini al cinema e se un film merita di essere visto in sala, se uno solo dovesse essere visto in quest'anno scolastico, ecco, questo film è Mustang.
qui no, è tutto chiaro, lo capisce anche un ragazzino, scusate, una ragazzina.
è un mondo così strano, moderno e antico, quello di un villaggio sul Mar Nero, ma non troppo diverso dal nostro 60-70 fa, i giovani non lo sanno, chi ha sentito di qualche storia familiare anche tragica, una vita spezzata, capisce che è quasi cronaca.
Lale è straordinaria, fortissima, una Lale l'abbiamo incontrata, la incontriamo e la incontreremo anche noi, nella vita, bisogna saperla riconoscere.
le cinque ragazzine sono una forza che l'ambiente maschilista e tradizionale non può sopportare, sono la vita, la sorpresa, la gioia, troppo per quel mondo chiuso, e le sbarre lo faranno capire a tutti e tutte.
diventeranno come uccelli in cattività, accettano la perdita della libertà, Lale no, è una potenza della natura, e riesce a fuggire, con la sorella, e non puoi non commuoverti, se non ti succede vai da qualche specialista, non perdere tempo.
e il ragazzo che le aiuta è uno davvero in gamba, non lo sa mica, solo fa la cosa giusta.
come fai a non volere bene a questi prigionieri di un mondo che dev'essere liberato?
se Elsa Morante l'avesse visto avrebbe scritto una recensione dal titolo "Il mondo salvato dalle ragazzine", lo so.
vuoiti bene, vai a vederlo, sarà una bellissima sorpresa - Ismaele
ps: so che fra i venticinque lettori di questo blog ci sono alcuni insegnanti, sappiamo che se ha un senso portare i ragazzini al cinema e se un film merita di essere visto in sala, se uno solo dovesse essere visto in quest'anno scolastico, ecco, questo film è Mustang.
…il punto di vista che viene assunto sin dalla prima
inquadratura è quello di Lale, la più piccola, la quale vede nelle sorelle e in
ciò che debbono subire il suo futuro in anticipo e decide di non volervi
sottostare. In questo nucleo familiare decentrato (Istanbul resta la meta
lontana che si vorrebbe raggiungere) si trova rappresentata la società turca
più arretrata che trova nella nonna e nello zio i suoi più emblematici
esponenti. Se lo zio-padrone è dispotico ed arrogante, degno prodotto di una
cultura maschilista che affonda le proprie radici in un passato ancestrale, la
nonna ne subisce le reprimende e si trova ad agire su entrambi i fronti: quello
della repressione così come quello del sostegno più o meno indiretto.
Le ragazze, la cui differente psicologia è descritta con grande sensibilità, fanno parte (o vorrebbero farne parte) di quel futuro che nella grande città è già presente ma dinanzi al quale altrove si ergono i muri delle nozze combinate e della pretesa della verginità femminile. Uno dei maggiori pregi del film è costituito dal mancato rifugio nel manicheismo. La regista e la co-sceneggiatrice Alice Winocour non denunciano a priori l'altro sesso perché trovano nel giovane che aiuta Lale la speranza di un diverso futuro per il rapporto tra maschi e femmine. Con in più un'importante annotazione: quell'abbraccio iniziale di Lale all'insegnante che sta per lasciarla ci ricorda quanta importanza possa avere il ruolo di un docente nella formazione di un carattere. In qualsiasi società, non solo in quella turca.
Le ragazze, la cui differente psicologia è descritta con grande sensibilità, fanno parte (o vorrebbero farne parte) di quel futuro che nella grande città è già presente ma dinanzi al quale altrove si ergono i muri delle nozze combinate e della pretesa della verginità femminile. Uno dei maggiori pregi del film è costituito dal mancato rifugio nel manicheismo. La regista e la co-sceneggiatrice Alice Winocour non denunciano a priori l'altro sesso perché trovano nel giovane che aiuta Lale la speranza di un diverso futuro per il rapporto tra maschi e femmine. Con in più un'importante annotazione: quell'abbraccio iniziale di Lale all'insegnante che sta per lasciarla ci ricorda quanta importanza possa avere il ruolo di un docente nella formazione di un carattere. In qualsiasi società, non solo in quella turca.
…La regista racconta, con grazia e
sensibilità, una storia di straordinario realismo il cui dramma monta, in
crescendo, come un’onda che travolge le scelte di ogni personaggio. La Ergüven
traccia il ritratto di una società ancora sotto il giogo di tradizioni antiche
che sviliscono la figura femminile e fanno del sopruso e della minaccia le armi
subdole attraverso le quali sottomettere la donna. Con sguardo partecipe, ma
senza mai cedere alla commozione ricattatoria, segue le sue piccole eroine
(tutte meravigliosamente in parte) nel percorso, difficile e pericoloso, delle
loro vite imbrigliate rivelando, nella regia, una precisa idea di cinema, una
qualità della visione che denota personalità e talento.
Nella tenacia di queste creature
“selvagge”, i cui capelli sciolti evocano le criniere lucide dei cavalli di
razza, la regista di Ankara simboleggia la forza dell’indipendenza, l’anelito
degli oppressi ad una libertà meritata e giusta, seppur strappata a forza dalle
viscere familiari o da un inconfessabile orrore domestico. Tutti i “no” della
piccola e indomabile Lale coprono, come un’eco, la distanza della fuga che,
inevitabilmente, separerà le ragazze ma, nel contempo, le riuniscono – su un
finale onesto e affatto consolatorio – nel momento cristallizzato del ricordo
di un’imperitura sorellanza.
…A destacar, además, la excelente mano de su joven
directora, Denis Gamze Ergüven, que plasma con elegancia el equilibrio entre la
dureza y la energía liberadora que transmite, aunque esta sea a menudo
canalizada de una forma más o menos irónica como una fuerte denuncia ante la
universalidad de la vejación. Manifiesto de alguien que tiene muy claro qué es
lo que quiere contar porque probablemente lo haya vivido. En la distancia, más
allá de los barrotes de la prisión familiar, la multicultural Estambul, la
tierra prometida de la libertad a la que una vez más se accede después de
atravesar el desierto. Atreverse a dejar a tras lo obvio, las comodidades de
una vida de cautiverio o correr hacia un incierto futuro en una libertad que
puede dar miedo. Ese es el dilema que corren las protagonistas y, junto a
ellas, millones de mujeres que sufren en la sombra un patriarcado machista y opresor.
...Rimane, fortunatamente, il ritratto di
un’adolescenza deturpata ma conscia del proprio significato e pronta a lottare
per ottenere ciò che è giusto. La riottosità delle cinque ragazzine (tutte
perfettamente a proprio agio di fronte alla macchina da presa) sgorga con una
naturalezza insospettata, e illumina lo schermo di una forza che a volte la
regia della Ergüven sopprime involontariamente con una regia troppo pulita e
aggraziata. I nomi di Güneş Şensoy, Doğa Doğuşlu, Elit İşcan, Tuğba Sunguroğlu
e İlayda Akdoğan meritano di essere appuntati: per loro l’adolescenza è già
assai meno tarpata di quella dei personaggi che interpretano. Il futuro
potrebbe essere radioso.
…quella di Lale è la descrizione di un processo di autoconsapevolezza, un
diario senza diario di una bambina che prende le misure del mondo adulto per
elaborare una risposta acuta, un piano di fuga come fosse la protagonista di un
film carcerario (fuggire da Alcatraz ad esempio) o l’eroina di una fiaba (con
tanto di aiutante magico). E per far questo sposta il suo occhio vivace sulle
sorelle, mettendole al centro del suo racconto, una dopo l’altra, espediente
narrativo che permette alla regista di avvicinarsi (con lo spettatore) alle
protagoniste, senza sfilacciare la vicenda narrata…
lunedì 9 novembre 2015
Tutto può accadere a Broadway (She's Funny That Way) - Peter Bogdanovich
mica lo sai prima di entrare in sala che cosa ti capiterà.
è un film che Woody Allen sogna di girare (come sapeva fare, era il migliore, nel suo genere, ora da un bel po' di anni arranca, o fa film dimenticabili)
è un film che Woody Allen sogna di girare (come sapeva fare, era il migliore, nel suo genere, ora da un bel po' di anni arranca, o fa film dimenticabili)
la sceneggiatura è perfetta, tutto gira a dovere, e non ti annoi un attimo.
e ridi molto, anche a voce alta, tutti penseranno che sei pazzo, lasciali perdere, il dio del cinema li perdoni, non sanno più ridere, o non sanno perché ridere.
e poi Peter Bogdanovich è un grande, ha fatto pochi film, che hanno lasciato il segno (eccone uno, per esempio).
cercate qualche difetto, non lo troverete, se li sono presi, i difetti, molti altri film, qui non ne è rimasto nessuno.
citazioni e rimandi a mille altri film, per esempio qualcosa di Venere in pelliccia, di Polanski, e mille altri (Billy Wilder, naturalmente, su tutti), in questo film c'è il Cinema.
vogliatevi bene, cercatelo e godetene tutti - Ismaele
e ridi molto, anche a voce alta, tutti penseranno che sei pazzo, lasciali perdere, il dio del cinema li perdoni, non sanno più ridere, o non sanno perché ridere.
e poi Peter Bogdanovich è un grande, ha fatto pochi film, che hanno lasciato il segno (eccone uno, per esempio).
cercate qualche difetto, non lo troverete, se li sono presi, i difetti, molti altri film, qui non ne è rimasto nessuno.
citazioni e rimandi a mille altri film, per esempio qualcosa di Venere in pelliccia, di Polanski, e mille altri (Billy Wilder, naturalmente, su tutti), in questo film c'è il Cinema.
vogliatevi bene, cercatelo e godetene tutti - Ismaele
Meraviglia. Smagliante ritorno del 76nne Bogdanovich al
cinema dopo un’assenza durata parecchio. Una commedia scatenata e insieme di
infinita grazia, dai tempi perfetti, dialoghi di inarrivabile brio, attori
benissimo diretti. Una giovane escort che vuol far l’attrice innesca senza
volerlo una girandola di qui-pro-quo, inganni, tradimenti, mentre vecchie
coppie scoppiano e nuove coppie si formano. Terso come una mattina dopo una
notte di temporali. Preciso come un orologio svizzero. Cinema semplice e
complesso, che rifà la commedia sofisticata dei tempi migliori…
…Uno script impeccabile, sorretto da un cast affiatatissimo e
non meno brillante. Bogdanovich cesella ogni personaggio, pur secondario o di
passaggio, con arguzia e precisione sottile, regalando a ciascuno un piccolo,
esilarante momento di cinema puro (si pensi alla prostituta inebetita di Lucy
Punch o alla casalinga coatta interpretata dalla sua musa ed ex compagna di
vita Cybill Sheperd). Nella folla dei molti attori, vale la pena citare almeno
l'efficacissima e insolita prova di Jennifer Aniston, finalmente libera dalla
sua maschera di America's
Sweetheart e mai così
convincente nei panni di questa psicologa nevrotica, arrogante e sboccata. La
vera sorpresa è tuttavia Imogen Poots, venticinquenne inglese dalla voce
profonda e l'espressione buffa, che con ammirevole abilità dà vita alla sua
travolgente Izzy, ciclone di vitalità miracolosamente in bilico tra malizia e
candore, scaltrezza e ingenuità, sfrontatezza e pudore. Una irresistibile
commistione di cinismo e romanticismo, proprio come il film.
…un tempo le commedie erano macchine di incastri perfette,
dove tutto doveva tornare e essere girato a ritmi indiavolati e le battute
dovevano fulminare lo spettatore. Erano gli anni eroici di Charles Brackett e
Billy Wilder.
Ovvio che siamo di fronte all'ombra
di un cinema che non esiste più da anni, ma è davvero piacevole questo tuffo
lontano dai supereroi e dagli effetti speciali. Un cinema di pura ingegneria di
sceneggiatura e messa in scena. Imperdibile.
domenica 8 novembre 2015
Crimson Peak – Guillermo del Toro
Guillermo
del Toro, quando va male, fa film molto belli, le altre volte eccezionali.
forse qui va male, ma non troppo.
la prima parte è davvero lenta, poi si parte davvero,.
il film cita molti altri film, e ognuno vede e ricorda
qualcosa.
a me ha ricordato un poco Shutter
Island, molto Eliza
Graves, di Brad Anderson, e i fantasmi finali mi sembrano arrivare da Sospesi
nel tempo di Peter Jackson
(con Michael J. Fox).
si tratta di una storia gotica maledetta, amore (non quello
preferito dalla santa romana chiesa per gli altri) e morte.
attori bravi, e Jessica Chastain da Oscar.
se pensate agli altri film di Guillermo del Toro potreste
restare delusi, astraete, fate finta che sia il suo primo film che vi capita di
vedere, allora di sicuro non vi deluderà - Ismaele
… Crimson Peak gioca con le aspirazioni letterarie di Edith, in
bilico tra Jane Austen e Mary Shelley, e con cromatismi elementari ma
suggestivi: il bianco del vestito e della neve, il rosso dell’argilla, del
sangue, della passione. Ed è così che rintracciamo facilmente i cliché del
genere, coi luoghi che si fondono col subconscio e i suoi rimossi, con il
superamento dell’essere figlia e vergine, col trauma della crescita, della
disillusione dell’amore romantico e travolgente. C’è un po’ de Il sospetto, di Angoscia e di Tragico segreto,
ma c’è soprattutto la follia di Lucille, di un amore che è costretto a farsi
morte per sperare di sopravvivere. Più (iper)melodrammatico di così…
Crimson Peak trova la propria fertilità nelle emozioni inconfessabili, negli abissi di angoscia evocati dalla profondità di campo (e dalle maschere dell’immancabile Doug Jones), nell’amore per un cinema che non ha paura di essere bigger than life, eccessivo, citazionista, cinefilo, finto eppure verissimo e vivissimo.
Crimson Peak trova la propria fertilità nelle emozioni inconfessabili, negli abissi di angoscia evocati dalla profondità di campo (e dalle maschere dell’immancabile Doug Jones), nell’amore per un cinema che non ha paura di essere bigger than life, eccessivo, citazionista, cinefilo, finto eppure verissimo e vivissimo.
…Più
che sugli aspetti inquietanti e orrorifici della storia, la sceneggiatura si
concentra sulle dinamiche amorose, ma lo fa in maniera dozzinale, quasi che si
trattasse di un qualsiasi romanzo d’appendice, e finanche il presunto colpo di
scena viene dato per scontato sin dai primi minuti di film. Tra tutti solo Tom
Hiddleston dà l’impressione di aver cercato di dare una maggiore profondità al
proprio personaggio, ma i dialoghi sono talmente intrisi di elementi grotteschi
non voluti da renderne vano ogni tentativo.
Crimson
Peak è un esercizio di stile stanco nonostante la facciata
sontuosa…
…Peccato che del Toro non riesca o non
voglia liberarsi di tanti segni e modi dell’horror più di consumo, col
risultato di inquinare la cifra stilistica di Crimson Peak, il suo tono, il suo clima. Tutta la
parte supernatural e ghost, con il potere di Edith di vedere, materializzare i
fantasmi e di parlarci, è del tutto superflua, e non si salda mai davvero con
la storia della ragazza venuta dal mondo nuovo alle prese con un vecchio
sinistro castello, un marito indecifrabile e un’inquietante cognata. Sarebbero
bastati questi elementi a tenere in piedi il film, ma del Toro non si è fidato
e ha infarcito con troppo d’altro. Comunque il nucleo tiene, e si arriva alla
fine con la sensazione di aver visto un prodotto anomalo rispetto alla media
corrente. Certo, vien da chiedersi come i consumatori dei blockbuster possano
accogliere un film dall’impianto così classico e old fashioned, per quanto
astutamente aggiornato. Le prime due settimane nei cinema americani la risposta
l’hanno data, ed è stata negativa...
… Che il male si annidi proprio
nelle parti più presentabili e attraenti dell’umanità mentre il paranormale,
proprio nel suo essere spaventoso ma genuino, raccapricciante ma onesto,
esprima invece i valori più ragionevoli e positivi, è il concetto che il film
esprime meglio, con convinzione e proprietà di linguaggio filmico da parte di
un cineasta che è bravissimo a generare immagini ma stavolta annoia con la
storia. In quella fantastica ambientazione che davvero pare viva (è un clichè,
la casa che è un personaggio, ma stavolta è così) non si trova però niente di
interessante e le dinamiche tra irreale e reale, tra orrido e ripulito di
Crimson Peak in nessun caso tutto possono essere considerata farina del sacco
di Guillermo Del Toro. Quello che quest’autore ha da dire sul cinema e sui
rapporti è rimasto tutto negli altri titoli della sua filmografia.
…detrás de todo está Guillermo Del Toro, uno de los
mejores realizadores del momento que se reafirma como una máquina de
creatividad y maravilla visual, capaz de cambiar de géneros mientras estos
acompañen las ideas que surgen de su mente. La cumbre escarlata es su carta de
amor al género gótico y en general, es la demostración del alma hecha película,
un producto tan original como benevolente con el espectador. Nunca es
autocomplaciente en la puesta de escena (en contraposición, por ejemplo, al
decadente cine de Tim Burton), sabiendo siempre como supeditar lo visual al
guión, y puedo decir sin temor a equivocarme que es una de las películas que
más he disfrutado en lo que va del año, un espectáculo visual inteligente,
creativo y maravilloso en su lúgubre modo, con la marca inequívoca del
brillante director mexicano, que afrontando muchos riesgos, saca adelante una
nueva obra original para gusto de todos los espectadores.
… la película se
encuentra llena de referencias a varios clásicos fílmicos y literarios, y éstas
son a veces tan evidentes que perjudican la originalidad del relato. No se
trata sólo de que Edith sea verbalmente comparada con la figura central de
“Jane Eyre” en la primera parte, marcada por no tan discretas referencias a la
Cenicienta, o de que ella misma se apellide Cushing; el asunto se acentúa en lo
que viene después, cuando la estancia en la mansión de incontables habitaciones
y el enfrentamiento con la hermana -que es a la vez ama de llaves- remiten de
inmediato a “Rebecca”, lo que se suma a detalles visuales y argumentales
relacionados a otras obras de Hitchcock, sobre todo “Notorious”. Cerca del
final, hay incluso un momento que, salgo mejor parecer, se inspira en el
desenlace de “The Shining”.
Esta abundancia
de tributos (porque está bastante claro que eso es lo que son) le quita a la
cinta la posibilidad de alcanzar un grado de excelencia, al igual que lo hace
una trama que, en medio de la sofisticación de sus detalles y de sus
personajes, puede llegar a ser predecible; y tampoco hay una extensión mayor
del tema feminista que se insinuaba al principio.
Pero “Crimson
Peak” introduce a cada momento circunstancias inusuales que son capaces de
tocar fibras particulares en el espectador y nos sumerge con habilidad pasmosa
en el ambiente que fabrica, ofreciendo con ello una propuesta que no se suele
encontrar en el cine de terror comercial, ya que, sin salirse del todo de las
fórmulas, les brinda un tratamiento extremadamente creativo. Y uno de los
aspectos más importantes es que, como suele suceder en las cintas de Del Toro,
las criaturas no son las que más hay que temer, por más espantosas que
parezcan; ése es un privilegio que le corresponde a los humanos.
venerdì 6 novembre 2015
Corn Island - George Ovashvili
una piccola storia, di sapore biblico.
il contadino cerca di sfruttare quello che la natura gli offre, benigna o matrigna, dipende dai momenti.
la guerra è lì, a portata d'orecchio, una guerra inutile, per confini, una guerra dimenticata.
il contadino cerca di sfruttare quello che la natura gli offre, benigna o matrigna, dipende dai momenti.
la guerra è lì, a portata d'orecchio, una guerra inutile, per confini, una guerra dimenticata.
vennero in barca dei gendarmi
vennero in barca con le armi
chiesero al vecchio se lì vicino
fosse passato un assassino.
vennero in barca con le armi
chiesero al vecchio se lì vicino
fosse passato un assassino.
un gran bel film, cercatelo, non ve ne pentirete, promesso - Ismaele
…Estaríamos pues
ante una especie de estado de la naturaleza que, con todo, lleva en él una
violencia latente e inminente. En este caso la misma queda claramente ilustrada
por la lucha armada, pero también por sus consecuencias indirectas, como la
escena nocturna en que unos soldados matan a un ciervo que se había refugiado
en el islote. Luego lo arrastran por los brotes verdes para cargarlo en su
bote, dejando en la plantación rastros de sangre que a la mañana siguiente la
nieta descubre, más desconsolada por este detalle visible de la muerte que por
el parcial estropicio causado a la plantación. Mientras tanto, sin embargo, el
abuelo confía en poder terminar su labor y cosechar sus frutos. Y la
meticulosidad que le dedica, de la que se nos hace directamente partícipes,
permite que sintamos verdadero desasosiego cuando, inevitablemente, la empresa
fracasa. Lo hace en un
clímax portentoso, que en una tempestad implacable culmina y resuelve los
distintos frentes del drama, desde el apuntado contraste entre los
protagonistas hasta su subtexto metafísico. A ello sigue aún una escena final
que marca la estructura simétrica de Corn
Island, reflejando el propio ciclo de la naturaleza. Se trata de un detalle
que refuerza más si cabe el desgarrador humanismo de una película que no
podemos sino calificar de obra maestra.
…Un film dove l'immagine ha la meglio sulla
parola, esibendoci, in tutto il suo crudele splendore, una natura tanto
generosa quanto capricciosa. Il regista ce la mostra con estremo realismo, ai
limiti del documentario. I due attori protagonisti contribuiscono a rafforzare
questa poetica del reale, agendo davanti alla macchina da presa con grande
naturalezza, parlando solo con gli occhi: solcato, lui, dalla fatica dell'età e
dalle intemperie della vita - ma nonostante tutto determinato e teneramente
preoccupato per la nipote - e animata, lei, da un bisogno di vita che la
spaventa e la incoraggia al contempo. In questo deserto di comunicazione, non è
tanto la parola a mancare, quanto le risposte alle domande che questa storia
incompiuta di uomini suscita. Curiosità e desiderio di emozioni più forti che
il regista non soddisfa, interessato più ai capricci della natura che a quelli
degli uomini.
…la
sceneggiatura di Corn Island si rivela altrettanto solida e potente
quando, attraverso una serie ben calibrata di “colpi di scena”, va ad
arricchirsi di elementi drammatici e simbolici forti, dal potenziale tragico
esplosivo.
Tre sono i fondamentali pericoli in agguato, pronti a contrastare l’obiettivo dei due protagonisti: da un lato abbiamo la natura effimera dell’isola, che potrebbe sgretolarsi da un momento all’altro e mandare in rovina il raccolto, dall’altro c’è la presenza costante sul fiume delle motovedette dell’esercito regolare georgiano alla ricerca dei ribelli. E poi c’è un altro aspetto della natura foriero di tumultuosi sviluppi: è l’adolescenza incipiente e inarrestabile della ragazza. Quando sull’isoletta sbarcherà un ribelle gravemente ferito, i reagenti, accuratamente approntati, innescheranno una miscela esplosiva.
Tre sono i fondamentali pericoli in agguato, pronti a contrastare l’obiettivo dei due protagonisti: da un lato abbiamo la natura effimera dell’isola, che potrebbe sgretolarsi da un momento all’altro e mandare in rovina il raccolto, dall’altro c’è la presenza costante sul fiume delle motovedette dell’esercito regolare georgiano alla ricerca dei ribelli. E poi c’è un altro aspetto della natura foriero di tumultuosi sviluppi: è l’adolescenza incipiente e inarrestabile della ragazza. Quando sull’isoletta sbarcherà un ribelle gravemente ferito, i reagenti, accuratamente approntati, innescheranno una miscela esplosiva.
Fa
capolino di quando in quando, in Corn Island, qualche leggera forzatura
“fictionale”: un movimento di macchina che attraversa dal basso i primi
pilastri della capanna edificata dal nonno e ci palesa la presenza dell’autore,
qualche gesto o espressione dell’anziano protagonista è un po’ troppo
“recitata” e un erotismo insistito nella contemplazione del corpo “in transito”
della ragazza rivela la volontà, sempre calata dall’alto, di incrementare la
tensione del racconto. Ma si tratta di brevi istanti, di peccati veniali
immediatamente riassorbiti nell’incanto visivo e nel solido tessuto narrativo
del film…
... Corn Island cuando busca ciertas condiciones arquetípicas
de un relato y las explicita suprimiendo el alejamiento que el abuelo ha
impuesto, parece sentirse insegura y acaba sacrificando en contra de su voluntad
cierta capacidad de fascinación. Como si el creyente al final se derrota y se
negase a sí mismo la posibilidad de lo que parecía apuntarse al principio. Es
imposible mantenerse al margen de todo. Al final, aunque uno no quiera, acaba
impregnado de la violencia de esta sociedad enfrascada en enfrentamientos
irracionales.
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