giovedì 5 novembre 2026

Dio ride – Giovanni Veronesi

già ne Il nome della rosa Jorge da Burgos aveva avvelenato le pagine del libro di Aristotele, perché ridere fa molto male, sopratutto alla fede.

Leopoldo di Casamacchia è un povero frate che ha il dono di diffondere il vangelo riuscendo a far ridere la gente, e i bambini.

ma ridere ascoltando le storie di Gesù è vietato davvero, e il Sant'Uffizio, da par suo, interviene.

e, come Beniamino Zuncheddu, fra Leopoldo rifiuta di dichiararsi colpevole.

Pierfrancesco Favino è il frate, in modo davvero convincente, e Silvio Orlando (bravo come sempre) è l'inquisitore col tarlo del dubbio, ma non abbastanza.

un film che non delude, non perfetto (ma che importa?), ma è un film che merita.

buona (ridente, ma non troppo) visione - Ismaele



 

…La forza di Dio ride sta nella capacità di tenere insieme commedia e tragedia, leggerezza e pensiero, fede e dubbio. Fa ridere e fa piangere, come le grandi commedie italiane evocate dal regista, senza trasformare il dolore in spettacolo né la spiritualità in retorica. Si esce dalla sala commossi, ma soprattutto con una sensazione di forza: la possibilità di essere liberi, di amare davvero e di non smettere di cercare la propria voce. Il potere teme le persone che ridono insieme perché, in quell’istante, non sono più sole. Ed è forse proprio dietro quel sorriso che l’amore trova il suo nascondiglio più luminoso.

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…La sceneggiatura preferisce continuamente la strada più semplice. Quando si affacciano questioni complesse legate al rapporto tra istituzione religiosa e spiritualità popolare, il film tende ad alleggerirle rapidamente. È una scelta precisa e probabilmente coerente con le intenzioni degli autori, ma finisce anche per ridurre l’impatto complessivo dell’opera. Lo stesso processo inquisitorio che costituisce il cuore della vicenda viene affrontato più come occasione narrativa che come autentico confronto ideologico.

Da questo punto di vista il film sembra raccogliere idealmente una parte del messaggio reso popolare da Papa Francesco, la cui idea di una Chiesa capace di portare gioia, serenità e vicinanza umana attraversa molti passaggi del racconto. È probabilmente uno degli aspetti che potrebbero favorire l’incontro con il grande pubblico. La regia di Veronesi accompagna questa impostazione con eleganza e senza particolari virtuosismi.

Alla fine della visione rimane la sensazione di aver assistito a un’opera onesta, costruita con professionalità. Rimane però anche il dubbio che, con un po’ più di coraggio narrativo e una maggiore profondità nella scrittura, il film avrebbe potuto lasciare un segno più duraturo. Dio Ride non cambierà il panorama del cinema italiano né diventerà un riferimento del genere. È però una commedia storica garbata, positiva. E, in un periodo spesso dominato da opere che cercano continuamente di stupire, la sua semplicità può rappresentare tanto un limite quanto una qualità

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…Alla fine resta la sensazione di aver visto un film davvero bello, ma anche di aver assistito a un’occasione in parte mancata. Giovanni Veronesi dimostra di saper affrontare un territorio nuovo con personalità, costruendo un’opera visivamente splendida e sostenuta da un cast meraviglioso. Tutti gli interpreti offrono prove di grande livello, ma sono soprattutto Pierfrancesco Favino e il solito, straordinario Silvio Orlando a giganteggiare, dando vita a un confronto attoriale che da solo vale la visione. La ricostruzione storica, le location, i costumi, la fotografia e la regia sono elementi di assoluto pregio. È proprio per questo che dispiace vedere una sceneggiatura che non riesce sempre a tenere il passo, lasciando alcune intuizioni per strada e togliendo forza a un racconto che avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare qualcosa di memorabile. E qui sta il nostro rammarico: Dio ride aveva il potenziale per essere un capolavoro. Non gli mancavano le idee, gli interpreti, la bellezza delle immagini o l’ambizione. Gli è mancata soltanto quella compattezza narrativa necessaria per far funzionare tutto alla perfezione. Rimane comunque un ottimo film, una piacevole sorpresa e una prova importante per Veronesi, che dimostra di poter fare cinema anche lontano dai generi che lo hanno accompagnato finora.

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…Casamacchia non esiste, Leopoldo se l’è inventato perché il nome gli piaceva, è un orfano che si è dato un’origine e un cognome da solo, ancora prima di crearsi un Dio. In sostanza, Leopoldo è un resistente, un antagonista della Chiesa cattolica romana del suo tempo, un outsider che non chiede di essere integrato nell’istituzione, ma le si oppone dall’esterno con le sue armi in maniera quasi involontaria. Viene da pensare a frate Ginepro e al Francesco “giullare di Dio” di Rossellini, altro folle santo che sceglieva il riso e la povertà come forma di dissenso più che di dottrina, o, spostandosi sul piano storico, a una figura come Giordano Bruno, bruciato proprio a Roma pochi decenni prima per una cosmologia personale che la Chiesa non poteva assimilare. Leopoldo appartiene a quella stessa genealogia di eretici gentili, di uomini che l’istituzione non riesce a correggere e quindi deve eliminare…

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martedì 3 novembre 2026

Maccheroni – Ettore Scola

il film è tutto nei personaggi interpretati da Marcello Mastroianni e Jack Lemmon, il film non sarà un capolavoro, ma vedere loro due insieme, in una sceneggiatura di Ettore Scola e Ruggero Maccari, è proprio un regalo.

buona (napoletana) visione - Ismaele

 

 

QUI o QUI si può vedere il film completo

 

 

Una gustosa commedia, interpretata con grande convinzione da due "mostri sacri" del cinema, Marcello Mastroianni e Jack Lemmon in piena forma,  che il regista Ettore Scola ha saputo dirigere con sapiente maestria, nonostante i ruoli tanto distanti e non facili: un americano e un napoletano devono confrontarsi, dopo quarant'anni, su una vicenda che per il primo non esiste più nella sua memoria, mentre per il secondo è stata una delle sue ragioni di vita, dettata da un altruismo facilmente riscontrabile in ambito partenopeo…

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La storiella può sembrare all'acqua di rose ma Scola ha saputo dirigerla con delicatezza, gusto e humor.

Un americano torna a Napoli dopo quarant'anni e ritrova il fratello della sua fidanzata di allora. Si accorge quindi che quest'ultimo gli ha costruito addosso un personaggio eroico che non esiste ed ha anche scritto delle lettere inventate...

La storiella può sembrare all'acqua di rose ma Scola ha saputo dirigerla con delicatezza, gusto e humor. I personaggi sono tutti ben costruiti, il ritmo regge bene e Mastroianni e Lemmon, insieme, sono uno spettacolo unico al mondo.

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Sicuramente Ettore Scola ha fatto film migliori,e non mancano le banalita'in questa commedia motlo napoletana su un'amicizia tra l'impiegato partenopeo Antonio Cifariello (Mastroianni) e il manager Robert(Lemmon). Ma "Maccheroni" e'un film che,nonostante in alcuni momenti lasci trasparire una confezione televisiva,ha anche momenti toccanti,battute memorabili ("L'amicizia serve a non rompere i coglioni agli amici") e il duello amichevole,tra due grandissimi della recitazione. Cinema di sentimenti ma non di sentimentalismi,il film di Scola e'gradevole,che certamente poteva risultare un capolavoro, ma forse il regista avellinese si e'lasciato "corrompere" dalla bravura dei suoi splendidi interpreti: e quando il film si conclude, ci si scopre anche nostro malgrado un po'commossi.

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…La storia è quella di un impiegato napoletano che per quarant’anni ha scritto finte lettere ai familiari spacciandosi per il giovane soldato americano che ebbe un flirt con la di lui sorella; quando l’americano giunge a Napoli, ormai ricco industriale sessantenne, scopre la verità e un affetto sconfinato da parte della comunità. Perché tutto ciò è accaduto?

La trama, di un’esilità abbastanza palese, è l’occasione per affrontare almeno tre temi: Napoli, raffigurata con le luci sporche di Claudio Ragona, nei suoi aspetti più antiretorici ed inconsueti; i sentimenti senza doppi fini, presi per ciò che sono e nella dimensione più intima e sincera; la sceneggiata napoletana che si incontra col melodramma moderno a sua volta contaminato con la commedia all’italiana e con il camorra movie…

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…Sono pochissime le scene in cui si nota il tocco profondo di Ettore Scola, come ad esempio nella scena del pre-finale, in cui il regista riesce a ritrovare il tatto filmico adeguato, sapendo dosare l’emozione, a cui si aggiunge la bravura dei due attori, che finalmente trovano il giusto equilibrio recitativo. Sullo sfondo di questo inno all’amicizia, appare Napoli. La città partenopea non ha la funzione di semplice fondale, ma diviene quasi sineddoche dell’intero paese Italia degli anni Ottanta. Ettore Scola non abbellisce completamente Napoli abbellita, perché cerca di mostrarcela con i suoi problemi quotidiani, ad esempio il grottesco traffico napoletano o la camorra (benché argomentazioni rappresentate in modo velleitario), però non riesce ad evitare i dozzinali luoghi comuni sulla città campana, come la presenza del presepio, l’intonazione della canzone napoletana oppure il babà, come attesta la scena in cui Mastroianni decanta a Lemmon un “ode” al maxi super babà tipico di Napoli.

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domenica 1 novembre 2026

Don't Be Afraid - Mats Udd

 

Silvano Agosti a 88 anni è un genio della libertà, ora anche premiato dalla Federazione italiana cineclub - Ricky Farina

Ho conosciuto Silvano Agosti presentandogli Alda Merini, fu un incontro spettacolare tra due anime e due corpi meravigliosi (i poeti sono tutti belli), portai la signora Merini a vedere La seconda ombra, il film che Silvano dedicò al suo amico Franco Basaglia, un altro grande liberatore. Silvano le schioccò un bacio portentoso sul volto e Alda esclamò: “Ma che bacio eclatante“.

Eclatante, poteva scegliere tra mille aggettivi, scelse “eclatante”. Perfetto, non poteva dirlo meglio. I poeti hanno questo di meraviglioso: sanno scegliere le parole giuste. E provate ad ascoltare Silvano Agosti quando parla di libertà, della nostra libertà, la libertà che ci è dovuta e che dobbiamo conquistare ogni giorno, non c’è una parola fuori posto, e i concetti più complessi diventano magicamente lievi come il volo di una farfalla.

Quell’incontro tra due titani gentili è un mio vanto, ne sono stato l’artefice, ma la cosa che mi colpì di più furono le parole che mi disse Silvano: “Sento che tra noi due sta per nascere una bellissima amicizia”. Era il Duemila, sono passati 26 anni, 26 anni di un’amicizia inestinguibile. Pensate all’emozione per un filmmaker dilettante come me, sentirsi dire queste parole da un poeta del cinema; dico sempre che la mia scuola di cinema è stata Silvano Agosti, passare con lui giornate deliziose a Roma o a Milano,
osservarlo, filmare il suo sguardo che si posa sul mondo per ricrearlo, sentirlo dire: “Guarda quei piccioni, camminano tutti con le mani in tasca”, tutto questo ha più valore di cento lezioni sul piano sequenza o il montaggio alternato.

Uno dei ricordi più suggestivi (tra i tanti) è stato vederlo uscire dalla presentazione del suo libro Lettere dalla Kirghisia alla Feltrinelli di piazza Piemonte, dopo essere stato più di un’ora a firmare il libro e a trovare per ogni copia una dedica speciale, Silvano aveva la vescica piena e doveva fare la pipì, capita anche ai poeti di fare la pipì, eravamo proprio fuori dalla libreria, vicino a un’aiuola in mezzo al traffico, l’ho visto tirare giù la cerniera e svuotarsi allegramente su un docile e accogliente alberello, come un fanciullo innocente, intoccabile da qualsiasi multa, puro come un sogno, e mi sono detto: “E’ immortale, non poteva che fare la pipì così, è un poeta”. Poi ha accarezzato l’erba per asciugarsi le mani, ha raccolto tre piccole margherite e me le ha donate.

Le volte che ha dormito a casa mia, l’ho visto togliersi un calzino e metterlo delicatamente sul cuscino mentre mi parlava di Fellini, e ho pensato: “Ecco che cosa voleva dire Mallarmé quando dice ‘il fantasma di un gesto’.” La mattina, prima di ripartire per Roma, mi lasciava sempre una composizione colorata di peperoni sul tavolo, con un biglietto di ringraziamento per l’ospitalità. I fiori sarebbero stati banali, niente fiori, peperoni. Ecco che cosa hanno di straordinario i poeti, ti sorprendono, ti lasciano a bocca aperta, fanno sempre qualcosa d’insolito che ti resta dentro e che ti suggerisce un altro modo di vivere, di stare al mondo, un altro modo di pensare e di godere, godere di ogni attimo che ci trafigge con amore.

Silvano è un genio della libertà, stare vicino a lui ti fa sentire possibile questa fantomatica felicità che tutti cercano, ti fa capire che la felicità non è nulla di estatico o eclatante (come direbbe Merini), me lo insegnò una notte, bevendo alla fontanella che sgorga vicino al suo cinema Azzurro Scipioni, “Sai, Riccardo, la felicità non è un fenomeno isterico, non significa fare salti di gioia, la felicità è la cosa più semplice e naturale che ci sia, ti devi immaginare di avere una macchina con la benzina, le ruote gonfie, poi infili le chiavi, metti in moto e vai, tutto qui”. Nonostante i rincari del carburante, penso sia la definizione di felicità più bella che abbia mai sentito.

Ridendo e scherzando Silvano è arrivato a 88 anni, età ancora acerba per lui che vuole dimostrare che un uomo felice può in tutta tranquillità spegnere 140 candeline, se non 150. Del resto che cosa vuoi dire a un uomo che sulla sua lapide vuole incidere questa frase: “Torno subito”. Che altro c’è da aggiungere?

Solo la vita. Nient’altro. Ho saputo che recentemente Silvano ha ricevuto un premio dalla Fedic, la federazione italiana dei cineclub, ecco a voi la motivazione: “Per una vita dedicata a un cinema libero, radicale e indipendente, capace di interrogare il potere, difendere l’autorialità e fare della cultura cinematografica uno spazio di libertà”. Mi sembra un’ottima motivazione, è vero, Silvano ha sempre interrogato il Potere e lo ha sempre rimandato a settembre, chissà, magari un giorno anche il Potere si risveglierà fanciullo e verrà finalmente promosso… nel regno dei viventi.

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venerdì 30 ottobre 2026

Alberi erranti – Salvatore Mereu

tratto da un romanzo di Alberto Capitta, Alberi erranti e naufraghi, (che è piaciuto molto a Goffredo Fofi) il film è un oggetto strano nel cinema italiano.

un film come questo solo Alice Rohrwacher, mi sembra, può farlo, e l'ha fatto, Lazzaro felice.

la storia di Alberi erranti è una storia di potenti arroganti e violenti (il fascismo sarà la loro casa) contro i diversi, Giuliano e il babbo, e di sopraffazione verso Maddalena (Giulia Maenza, già protagonista di Orfeo), e la resistenza al male di Giuliano e Maddalena.

e poi ci sono i bambini e le bambine (che salveranno il mondo).

il film dura tre ore, che non stancano per niente.

il direttore della fotografia del film è Francesco Piras, il regista di Zustissia.

Alberi erranti è un film da non perdere (come pure il libro di Capitta).

buona (realistica e fantastica) visione - Ismaele


 

da un’intervista a Salvatore Mereu:

…Un altro elemento ricorrente nel suo cinema è l’attenzione per l’infanzia e l’adolescenza. Da dove nasce questa sensibilità?

‘È un interesse che attraversa molte delle mie scelte narrative. Forse perché l’infanzia e l’adolescenza sono età che ho già vissuto e che, proprio per questo, sento di avere maggiori possibilità di raccontare rispetto a una stagione della vita che deve ancora arrivare’.

In Alberi erranti la natura non è soltanto un paesaggio, ma sembra proporre un modello alternativo di società. Piero e Giuliano si prendono cura degli animali feriti, mentre chi rappresenta il potere economico considera intollerabile la loro esistenza. Più che tra natura e civiltà, il conflitto sembra essere tra possesso e cura. Quanto c’è di politico in questa contrapposizione?

‘Credo che il film sia fortemente politico, pur senza essere ideologico o aderire a una precisa visione di parte. Affronta una serie di questioni aperte che ci riguardano da vicino.

Una di queste è il mondo che stiamo consegnando alle generazioni future. Abbiamo ereditato un patrimonio ancora relativamente integro, che non ci appartiene e del quale dovremmo considerarci soltanto custodi temporanei.

È come una lunghissima staffetta cominciata diecimila o quindicimila anni fa, della quale qualcuno sembra essersi dimenticato.

Non riguarda soltanto la cannibalizzazione del territorio, ma anche quella delle nostre vite e del nostro modo di pensare.

Questa dinamica può manifestarsi persino nel microcosmo familiare. Il rapporto con chi ci mette al mondo e ci indirizza può essere fecondo, ma anche violento, come accade a Emilio. Sono questioni profondamente umane e, proprio per questo, politiche. Ritengo che Alberi erranti porti avanti questa riflessione senza proclami, lasciandola emergere dal racconto’…

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Sardo, proprio come Antonio Cabiddu, Bonifacio Angius, Peter Marcias e diversi altri registi che hanno saputo lasciare un segno importante, nel cinema italiano di queste ultime decadi, Salvatore Mereu si è sempre fatto promotore di un cinema ruvido, urticante sul piano dei contenuti e rigoroso a livello formale. Volendo, sin dal lungometraggio d’esordio Ballo a tre passi, che trionfò alla 60esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Settimana Internazionale della Critica, assicurandogli poi nel 2004 un altro riconoscimento molto ambito come il David di Donatello per il miglior regista esordiente. Ma ricordiamo con estremo favore anche i successivi Sonetàula (2008) e Bellas mariposas (2012)…

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…Se in Assandira, Mereu si confrontava con la fine della tradizione isolana davanti allo sviluppo della modernità, in Alberi erranti trova spazio per la resistenza attraverso la fiaba e lo spiritualismo. Il rapporto con la terra, autodistruttivo per il protagonista incarnato da Gavino Ledda, evolve in una comunione più ampia con il territorio, e l’impossibilità di lasciare da parte la tradizione diventa recupero del folklore attraverso il nomadismo. Tutto questo trova sintesi visiva nel simbolo della sedentarietà, la sedia che Giuliano si porta alle spalle durante la ricerca del padre, e che lascia per diventare a sua volta la figura genitoriale dei ragazzi sperduti.

Alberi erranti si dimostra un’opera complessa, ambiziosa, un film fiume che rappresenta un’evoluzione per il regista e una sfida di partecipazione per il pubblico. Il Nuovo Cinema Sardo, di cui Mereu è rappresentante, continua a dimostrarsi in grado di utilizzare il racconto di radici e ferite regionali elevandole ad allegoria universale.

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…Il settimo lungometraggio di Salvatore Mereu ci parla di «tutte le creature costrette a correre e a nascondersi», per le quali «non ci sarà mai pace», perché da ogni stazione di serenità si finirà un giorno con l’essere espulsi, costretti a mettersi nuovamente in cammino: ce lo dice il film riprendendo le parole del romanzo di Alberto Capitta a cui è ispirato.

In quelle pagine il cineasta (vincitore alla Settimana Internazionale della Critica e ai David di Donatello con l’esordio del 2003 Ballo a tre passi) ha riconosciuto la “sua” Sardegna, già raccontata nei precedenti film, ma stavolta come «luogo dell’anima», che «affonda direttamente nel mito» e «può essere palcoscenico del creato».

Sono infatti rarefatte quasi come quelle di una fiaba le coordinate spazio-temporali del lungometraggio, ridotte a poli essenziali quanto universali ed evocativi: il centro abitato, la campagna-periferia, il mare (nella toccante scena tra Giuliano e Piero al termine della parte iniziale), la selva, le case che già dicono tanto dei diversi e contrapposti modi di pensare e vivere dei personaggi...

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…La componente arcaica e tradizionalista si lega al mondo infantile: il film si caratterizza per numerosi personaggi bambini, intendendo con questo concetto sia i molti attori in età infantile che la capacità degli adulti di sorprendersi e di gioire per le piccole meraviglie che la realtà offre. Si tratta dunque dello sguardo carico di meraviglia che contraddistingue non solo Giuliano, tanto che questo personaggio finisce per vivere in un mondo fatato composto da una comunità di bambini radicati in un bosco magico, ma anche di Maddalena, trait d’union fra i mondi contrapposti rappresentati dalle due famiglie e che, non a caso, al termine del film sceglie il giovane Arca come compagno…

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…Alberi erranti è una favola profondamente toccante che racconta le difficoltà dell’essere sé stessi all’interno di una società che ci vorrebbe mansueti, dei bravi soldatini che seguono le regole senza porsi troppe domande. Il coraggio e la determinazione con la quale Giuliano porta avanti il suo sogno di vivere in un mondo in cui la diversità non sia motivo di esclusione, ci tocca nel profondo. Fra speranza e disperazione, Alberi erranti parla di quanti non hanno la possibilità di mettere radici e sono costretti a vagare per il mondo senza meta nascondendosi negli angoli oscuri per poter riprendere fiato.

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…Sotto la superficie fiabesca, Alberi Erranti affronta il rapporto tra le generazioni e il diritto dei figli di scegliere la propria identità. I Nonne difendono un ordine fondato sull’esclusione, mentre Piero offre a Giuliano un modello di vita alternativo, vicino alla natura e distante dalle convenzioni.

La scomparsa del padre obbliga il ragazzo a trasformare ciò che ha imparato in una scelta personale. Il suo viaggio diventa così un percorso di crescita, nel quale amore e ricerca delle proprie origini si intrecciano. Anche la comunità di rifugiati rappresenta una possibilità concreta di appartenenza, al di fuori delle strutture che hanno prodotto sofferenza.

Il film di Salvatore Mereu trova nella natura il principale veicolo della propria riflessione, alternando suggestioni simboliche e violenza concreta. La sua dimensione poetica accompagna una storia che invita a prendere le distanze dalle aspettative altrui e a riconoscere il valore delle proprie inclinazioni.

Gli alberi del titolo evocano lo sradicamento e la ricerca di una nuova casa: essere erranti significa perdere punti di riferimento, attraversare luoghi ostili e trovare il coraggio di cambiare direzione. Alberi Erranti affida così alla libertà di scegliere il proprio cammino il suo messaggio più significativo, ricordando quanto sia difficile costruire la propria identità in un mondo che teme ciò che è diverso.

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giovedì 29 ottobre 2026

Into Paradiso – Paola Randi

un piccolo film, a cento all'ora.

a Napoli c'è davvero una zona che si chiama Paradiso, abitato da indiani, un enclave ben integrata.

un ricercatore (il bravissimi Gianfelice Imparato) cerca una raccomandazione presso un politico camorrista, e da lì nasce l'avventura, fra solidarietà e rischio di essere ammazzati.

opera prima di Paola Randi, riuscita perfettamente.

buona (pericolosa) visione - Ismaele

 

 

Almeno stiamo facendo un tentativo di cinema diverso e non allacciato al dramma, come l'argomento propone a piene mani e senza disminuire i problemi che avvolgono il racconto, ma solo narrarli in maniera diversa, come in altre cinematografie già avviene da anni. Noi italiani che veniamo proprio dalla commedia all'italiana, che è stata un po' il capostipite di un racconto amaro ironico, e che ne abbiamo fatta una bandiera nazionale e in parte internazionale, lo avremmo dovuto scoprire da un bel po'. E' un film di esordio per Paola Randi, che certamente ha difetti di sceneggiatura, più che di regia, che fanno disperdere qualcosa di cruciale in varie fasi del racconto, ma l'idea regge in pieno, collocandoci con un sorriso quasi naif di fronte ad una situazione di corruzione politica, di trama camorristica, di convivenza, di problemi di immigrazione, sia in entrata che in uscita. Un manifesto della nostra società messa a confronto con i luoghi comuni degli altri, le mentalità vecchie messe a confronto con le nuove, dovutesi formare con la realtà che ci circonda…

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…Into Paradiso è peraltro uno di quei film a cui risulta difficile avanzare delle critiche, perché sembra quasi che, facendole, non si comprenda o non si condivida il suo “messaggio”, che è un messaggio di speranza (sulla possibilità di una riscossa civile della città di Napoli nei confronti della criminalità organizzata e verso la reciproca comprensione tra italiani e immigrati). Messaggio condivisibile e necessario, ma che il film esprime in modo assai didascalico.

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…Commedia ben lontana dalla presunzione di voler riscrivere il genere, Into Paradiso ne asseconda i tratti caratteristici puntando però all’atipicità: in questo senso talvolta il film pare perdere la messa a fuoco dei propri obiettivi, perdendo in efficacia. La scrittura solida e dialoghi ben scritti rappresentano una stabile  àncora per l’opera, che predilige uno schema lineare dove ogni elemento appare congeniale all’assecondamento dei dati della storia (ne sono un lampante esempio le musiche composte da Fausto Mesolella , che giocano sul tema della contaminazione sonora e della “simulazione” dell’esotico).
Con tutte le giustificabili incertezze di un esordio, Into Paradiso è un progetto interessante, magari non propriamente costante nel proprio sviluppo espressivo, ma senz’altro abile nell’amalgamare elementi formalmente differenti trasformandoli in un tutt’uno solo relativamente omogeneo – in perfetta armonia quindi con il sottotesto sociale narrativo della vicenda. Paola Randi firma un ritratto metropolitano originale, lavorando sul materiale partenopeo autentico per trarne una Napoli nuova, immaginaria ma realistica: sullo schermo prende forma una lettura accattivante della socialità multietnica penalizzata da un’aritmicità di fondo che rende meno fluida del previsto la fruizione.

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Trenque Lauquen - Eiko Ishibashi (Japan) x Laura Citarella (Argentina)

 

lunedì 26 ottobre 2026

La seconda ombra - Silvano Agosti

Silvano Agosti racconta cosa è successo al manicomio di Gorizia dopo che Franco Basaglia diventa il direttore.

lui parla coi malati, coi medici, con gli infermieri e butta giù i muri.

un film da vedere, ricordando che in manicomio andavano persone che oggi non sarebbero rinchiuse, e che lì si ammalavano.

buona (matta) visione - Ismaele

 

 

La cosiddetta legge Basaglia, nel 1978, rivoluzionò il sistema di cura dei malati mentali in Italia; ma di Franco Basaglia poco o niente è stato detto nel nostro cinema. Chi poteva dedicargli quindi un film, se non Silvano Agosti, cineasta da sempre attento alla questione del disagio sociale (D'amore si vive) e psichico (Matti da slegare, con Bellocchio e Rulli & Petraglia)? Fedele alla sua linea contraddistinta da basso (ma mai penalizzante) budget e basso profilo (l'interesse è nell'informazione e certo non nella spettacolarizzazione dei fatti), Agosti scrive, dirige, monta e produce un film 'sincero', dalle prospettive chiare e oneste fin dal primo minuto, per di più con l'onorevole intento di raccontare l'esperienza encomiabile di un uomo come Basaglia. Due soltanto sono i nomi di un certo rilievo nel cast: quello del protagonista Remo Girone e quello del musicista Nicola Piovani (il cui apporto si sente decisamente), grande amico del regista e suo collaboratore fin dagli esordi; il resto degli interpreti è realmente preso da ospedali psichiatrici e, fondamentalmente, la scelta premia Agosti: perché  soprattutto in questo caso nessuno recita meglio di chi è sè stesso. La seconda ombra sarebbe una sorta di rifugio interiore, quello in cui è costretto a riparare il malato mentale per sfuggire alle brutali condizioni in cui si ritrova a vivere.

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domenica 25 ottobre 2026

En el camino - David Pablos

il film racconta la storia di due poveracci che vivono ai margini di tutto, soli contro tutti.

fra loro scatta un po' di affetto, di solidarietà, in un mondo che non li vuole. 

poi il mondo, in realtà la polizia e i narcos, li cerca, e non sarà bello essere ritrovati.

un film on the road, nelle pericolose strade del Messico.

bravissimi i due protagonisti.

di sicuro il film non è stato finanziato dall'Ente del Turismo messicano.

buona (disperata) visione - Ismaele




La composizione dell'immagine lavora molto sulla profondità, come a includere quanti più dettagli possibili del contesto in cui si muovono Veneno e Muñeco, un milieu che gioca sul dentro e il fuori, su un complesso, precario sistema economico e di potere che però in qualche modo si tiene insieme.

Così come si tiene insieme il sottile mélange di tensione e approfondimento psicologico, che si concede qualche momento di leggerezza pur nella gravità generale. C'è l'impressione diffusa di un cinema fatto secondo formula, dosando i necessari ingredienti arthouse e provocatori su una base attenta a rimanere accessibile e patinata anche nei suoi momenti più brutali. Si tratta però di un prodotto solido per Pablos - la cui poetica si mette sempre più a fuoco - e con sufficiente capacità di evocare un luogo e il peculiare equilibrio umano che lo popola.

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…la storia di Veneno e Muñeco può apparire anche come uno sguardo sulla solitudine degli uomini e su ciò che può scaturirne fuori, in una realtà, come quella messicana, che non concede nulla in termini di leggerezza. Costretti a condividere perennemente ogni spazio, in un ambiente cameratesco che rifiuta il segreto (la chat di gruppo dei camionisti), i maschi di En el camino si trovano sempre in situazioni precarie, lontani dal calore sentimentale della famiglia (Veneno è orfano, mentre Muñeco non vede i figli da mesi) e delle donne, qui ridotte a mero oggetto (la scena del bordello/sfasciacarrozze).

Accade così che le terribili torture inflitte dai criminali appaiono più come una punizione al tentativo di diversità dei protagonisti, piuttosto che al loro furto di droga: un gesto che sembra voler ribadire il dominio della forza nei rapporti tra le persone, di fatto costretti a sottostare alle durissime leggi di sopravvivenza del deserto, pena la loro morte…

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…Il dramma on the road di David Pablos ha il merito di raccontare un rapporto gay in un contesto ostile , violento e machista con sincerità e crudezza e anche osando con audacia, soprattutto nelle scene erotiche parecchio esplicite nel mostrare i corpi in atti sessuali. La relazione, pur di natura erotica, finisce per ricalcare un legame padre/figlio, un tentativo di colmare le mancanze affettive di un ragazzo abbandonato dal padre e di un uomo separato dai suoi figli. 

 

Il fascino della pellicola risiede nei paesaggi desertici, nelle lande desolate del Nord del Messico attraversate dai rettilinei delle autostrade, così come nello squallore delle bettole dove ci si imbatte in camionisti drogati e prostitute. Incontri che il regista David Pablos afferma di aver coltivato in mesi di ricerche nei luoghi di ambientazione. Se le dinamiche tra i due protagonisti funzionano, la trama thriller/noir però è un po' meccanica e abbondano gli stereotipi già visti e rivisti sul Messico criminale dei cartelli.

Andando verso il finale poi le cose peggiorano: ho trovato inverosimilmente esagerata la parte sugli schiavi sessuali dei cartelli narcos, così come un finale eccessivo nella sua esplosione di violenza sanguinolenta: un'orrenda evirazione non era il miglior modo di concludere la pellicola.

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…Osa molto il regista messicano classe 1983 David Pablos, regista del buon La Vida después (2013), anche lui presente a Venezia Orizzonti di quello stesso anno, qui impegnato a presentare il suo quarto film da regista.

Osa attraverso la ripresa di scene di sesso piuttosto esplicite, che non disdegnano di mostrare membri eretti e posizioni che appaiono molto poco simulate.

Ma queste immagini forti, a cui si sommano quelle ben più disturbanti di torture ed amputazioni punitive, si alternano alla intensità di un rapporto padre e figlio che rende migliori entrambi i protagonisti, buttati in pasto e fagocitati da una dilagare di violenza ed illeciti da cui tirarsi fuori appare davvero un'ardua impresa.

Forse un po' frettoloso nel finale, il film si apprezza anche per la bravura dei due attori protagonisti, Victor Prieto Simental (il giovane irrequieto ma consapevole Veneno) e Osvaldo Sanchez Valenzuela (il malinconico, irrisolto e solitario camionista Muneco).

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… Patti chiari, amicizia lunga: Muñeco dice a Veneno di non farsi illusioni, lui NON è omosessuale, e Veneno capisce, non insiste. Le cose andranno diversamente, lo si può intuire fin da subito, ma questa che all’apparenza potrebbe sembrare la vicenda principale non solo sarà in grado di sviluppare una disperata tenerezza, ma viene a combinarsi con la vita pregressa dei due, soprattutto quella di Veneno,  in fuga da un uomo corpulento che viene più volte inquadrato in modo fantasmatico e minaccioso e una sola volta in modo chiaro; un uomo disgustoso che a un certo punto capiremo esser stato un vero e proprio padrone/aguzzino non solo di Veneno ma anche di moltissimi altri, aitanti, ragazzi e giovanotti.

E scappando dalla gabbia “dorata”, Veneno è condannato a scappare per sempre. A tutto questo – e il film qui assume delle valenze thriller  – viene ad aggiungersi il fatto che anche la polizia sta braccando Veneno, con un finale tremendo che va a colpire entrambi i personaggi principali.

En el camino di David Pablos – con cui il quarantatreenne regista messicano vinse l’anno scorso la sezione “Orizzonti” a Venezia (quest’anno ci è tornato da giurato) – arriva oggi in Italia distribuito da Cat People. Si tratta un film spietato, crudo e crudele che riesce a raccontare, con sorprendenti momenti di dolcezza, disperazione e abbandono nonché una relazione non del tutto privo di valenze edipiche: Muñeco, fra le altre cose cerca un figlio che la moglie (stante la sua continua assenza e la tossicodipendenza) gli nega e per Veneno, reduce da un padre che lo ha cacciato deprecando la sua omosessualità e l’altro padre/padrone, il rapporto con il più maturo Muñeco potrebbe configurarsi come un breve e impalpabile riscatto.

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…Nel film ci sono molte scene – dopo la prima immagine di Veneno nel deserto, assistiamo subito a un coito – in cui vediamo rapporti sessuali di diverso genere e valore, come per esempio la sequenza in un enorme spazio “carro attrezzi” in cui tutti fanno sesso tra camion e macerie metalliche, o le immagini più “algide” in campo lungo che sottolineano dominazione e potere. Pablos di certo non si tira indietro nel mostrare erezioni e una quantità di uomini nudi integralmente non facile da avvistare al cinema (il film ha una distribuzione italiana: chissà se uscirà senza alcun taglio). L’altro elemento che rende il film messicano degno di un’occhiata è quello citato inizialmente, ossia una certa precisione rispetto ai luoghi, compresi i dettagli fetidi, capace di restituire, ben più della vicenda stessa, la percezione di una società allo sbando. Normativa nell’unica legge che conosce: quella della forza. En el camino è un film di spazi e di spazi occupati quasi esclusivamente da maschi, in cui le donne non hanno ruoli chiari e tutto si risolve in un affare di uomini dunque in una lotta tra dominanti e dominati, nella determinazione di chi sia il più potente e quindi imporrà la propria legge. Nell’ineluttabile parabola della relazione tra i protagonisti, il film suggerisce il bisogno di una nuova norma, che neghi quella precedente con le sue “dipendenze”, ripetizioni, vie senza uscita: è l’unico modo per cui si può tornare, semplicemente, a fidarsi gli uni degli altri, a lasciarsi andare alla tenerezza di cui i due protagonisti hanno tanto bisogno.

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sabato 24 ottobre 2026

Trenque Lauquen – Laura Citarella

nella pampa argentina succedono piccole cose, grandissime per Laura.

Laura è una ricercatrice botanica, ha un contratto di ricerca a Trenque Lauquen (che si può tradurre con Laguna Rotonda) e scopre, per caso, una serie di lettere fra due amanti, nascoste nelle pagine di alcuni libri.

Laura cerca quei fiori, ma anche le tracce di quegli amanti.

come se non bastasse, un altro mistero cattura Laura, quello di un essere (che non vediamo mai) trovato nella laguna da una donna che cerca quei fiori cercati da Laura.

Laura cerca e ritrova quella donna e poi, senza vedere quell'essere misterioso, ne ne va, si perde nella pampa.

il film è un'opera complessa, con una sceneggiatura a incastri, tutti cercano qualcosa, ma anche sono cercati.

il film è pieno di riferimenti letterari, ma anche cinematografici, che non disturbano per niente.

un gioiellino da non perdere, promesso.

buona (misteriosa) visione.

 

QUI si può vedere sottotitolato in italiano, su Raiplay

QUI si può vedere in spagnolo

  

…Come con qualunque capolavoro, spiegare Trenque Lauquen è impossibile. Non c’è niente di più di quello che si vede e si sente, ma ogni immagine e ogni parola è potenziale scrigno di altre storie, di altri percorsi e di altre prospettive, e non tutti potranno essere mostrati. Nonostante il sapore letterario, Citarella usa al massimo il mezzo cinematografico fra dissolvenze incrociate allucinanti e voice over che si innestano nel racconto in modi curiosi e affabulatori. Alla fine il film dura 4 ore ma poteva durarne 8, come 2, come 16. Il punto è il gusto per la storia, per l’allaccio narrativo e per i modi in cui le storie si influenzano a vicenda (l’aspetto che dà a Citarella una personalità autonoma anche rispetto a Llinás): forse ogni storia non si limita ad aprirne altre, ma è una variante di altre. Forse una storia può crearne un’altra in parallelo. Forse tra una storia e un’altra la membrana che le separa è più che permeabile. Sicuramente, è una storia anche l’atto del raccontare, e l’unico risultato del raccontare non è mai solo il contenuto del racconto. Questo per dire che Trenque Lauquen è soprattutto una doppia storia d’amore (una nella prima parte e una nella seconda), e sono le storie in generale che attivano questi amori. Nessuno si azzarderebbe, nel film, a dare una definizione di amore, ma tramite mille perifrasi fantastiche, fra i generi cinematografici e i colpi di scena, alla fine sembra di riceverla ugualmente, e in quell’amore potremmo potenzialmente essere invischiati anche noi dall’altra parte. Se un’altra parte esiste davvero.

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…Le due parti in cui è suddiviso “Trenque Lauquen” sono profondamente diverse, per stile, struttura e punto di vista: più incentrata sulla visione maschile è la prima parte, in cui il secondo e il settimo capitolo sono esplicitamente intitolati a Ezequiel e Rafael. Totalmente al femminile è invece la seconda – e qui sono l’ottavo e il dodicesimo capitolo a essere intitolati, rispettivamente, “La parte di Juliana” e “La parte di Laura”. 

La seconda parte introduce inoltre temi e registri che nella prima si erano soltanto affacciati: la struttura dei capitoli si fa più complessa, la narrazione si fa scheggia impazzita, incontrollabile, con i piani temporali che si affastellano disordinatamente fino a registrare continui balzi in avanti e indietro tra epoche diverse: il capitolo nono è in tal senso indicativo, dopo che l’ottavo – il primo della seconda parte – aveva avuto essenzialmente la funzione di introdurre il personaggio fondamentale di Juliana.

Nella seconda parte si inseriscono elementi misteriosi – il riferimento alla “creatura” della laguna, la figura di Elisa Esperanza – che richiamano quel realismo magico che nel Sudamerica ha una solida base letteraria. Per quanto riguarda l’Argentina, in particolare, non si può prescindere dal menzionare le opere di Jorge Luis Borges, personaggio ingombrante e per certi aspetti controverso della cultura di quel paese, che “Trenque Lauquen” sembra evocare, innanzitutto, per la sottotrama bibliofila che si sviluppa nella Parte I e per la stessa idea di una struttura labirintica e potenzialmente infinita della narrazione. Ma a Borges rimanda anche la stessa suddivisione in capitoli collegati ma dai registri differenti (e peraltro preceduti da prologhi, fondamentali in Borges), una ripartizione che non può non richiamare il format della raccolta di racconti, strumento narrativo prediletto dallo scrittore di Buenos Aires, qui riproposto in una variante cinematografica e totalmente al femminile. In tal senso, le storie di Lady Godiva, Aleksandra Kollontaj, Carmen Zuna, Elisa Esperanza e ovviamente della stessa Laura sono le partizioni di un grande affresco che Citarella dedica alla donna (come già fatto in “Ostende” e “La mujer de los perros”), alla sua libertà e alla sua condizione nei secoli, nonché allo spirito di sacrificio connaturato alla sua specificità morale (Lady Godiva) o fisica (le gravidanze di Carmen Zuna ed Elisa Esperanza). La donna di Citarella è una donna consapevole della propria condizione, libera e indocile, che prende le redini della propria esistenza infrangendo regole, norme, ruoli e consuetudini sociali, con la dirompenza di chi scompiglia lo status quo, anche a costo di rischiare il biasimo o l’emarginazione. È una donna che incarna il mistero (Carmen Zuna, Elisa Esperanza) o che di esso si nutre (Laura) fino a esserne sconvolta, divorata…

…Nel silenzio finale di Laura si risentono le riflessioni di Henry David Thoreau che in “Walden ovvero Vita nei boschi” scriveva: “Davanti a tutte le case solitarie che incontro nella campagna, mi dico che potrei passare soddisfatto lì la mia vita, perché esse mi sembrano prive di inconvenienti, a loro piacimento”. Sono le infinite possibilità offerte dall’andare a zonzo, riuscendo a vivere senza corrompere il paesaggio coi propri pensieri, col proprio tedio; quello che fa Laura è uscire dalla forma, rompere la maschera pirandelliana e fondersi con gli impulsi contraddittori e irrazionali del flusso vitale. Michail Bachtin diceva che dall’interno di sé la vita non può generare una forma dotata di valore estetico, ma deve superare i propri limiti, cessare di essere sé stessa. “Trenque Lauquen” mette a punto un dispositivo per osservare l’attraversamento di queste soglie, in una narrazione per immagini che si caricano di un potere trasformativo sui rivoli che compongono l’esistenza della protagonista, finché questa non ne viene travolta. Se “la parola rappresenta in un certo senso lo ‘scenario’ di un evento”4, la regia si concentra sulla relazione esistente tra gli interlocutori mettendo in scena le parole e la fascinazione da esse provocate. Appare chiaro come l’intreccio della vita di Laura sia composta da più fili e più strati che assumono un significato globale solo se raccontati e ascoltati da altri. Fino alla resa di fronte a un nuovo mistero, quello della propria vita interiore.

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…La mastodontica opera di Laura Citarella usa il pretesto drammatico della scomparsa di Laura (Laura Paredes) per indagare, nella prima parte, l’effetto della sua dipartita sugli affetti e, nella seconda parte, la sua curiosa ricerca di un mistero. L’indagine nelle prime due ore di film sulla corrispondenza epistolare anni sessanta tra gli innamorati Carmen Zuna e Paolo Bertino condurrà Laura nelle ultime due ore a toccare le soglie di ciò che per l’umano è inaccessibile.

All’interno del più ampio quadro, Zuna e Bertino sono un MacGuffin che condurrà la protagonista al vero racconto e cuore del film. La prima parte è pertanto resoconto epidermico di un noumeno kantiano intravisto nella seconda parte e che la protagonista può toccare soltanto quando ella realmente scompare. Il viaggio tra i paesini limitrofi di Trenque Lauquen (Argentina) è un viaggio circolare per tutti i personaggi entro le nuvole dell’infranto. Tutte le strade conducono alla città di Trenque Lauquen, custode dell’occulto: ad esempio, Laura scopre qui le lettere dell’insegnante Carmen Zuna e, sempre qui, ella è testimone della comparsa di un essere extra-terrestre. La protagonista partecipa così tanto alla storia della maestra innamorata e “in fuga” fino a diventare ella stessa errante e alieno. L’ingresso nel mistero ha dunque il potere di provocare una sovrapposizione identitaria, fino a creare una poetica confusione delle parti e dello scibile…

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…Citarella rivendica la letterarietà del racconto – ci sono riferimenti alle lettere, ai giornali, alle trasmissioni radiofoniche – ma lo fa da una prospettiva in tutto e per tutto cinematografica, dove lo sguardo non ha timore di dover rimanere immoto in attesa, in attesa di qualcosa che possa svelare il mistero che non è più e non è mai stato solo quello della scomparsa di Laura, ma è il mistero del conoscersi, del relazionarsi con l’esterno, di esistere al di fuori di sé come singolarità e perciò di doversi connettere al collettivo, a qualcosa che era lì da prima e sarà lì ancora dopo (il luogo inteso come terra, spazio già calpestato da miliardi di individui nella storia), per trovare il proprio spazio e di conseguenza il proprio senso. Viaggio misterico nel significato del racconto, il film di Citarella divaga con una grazia irresistibile, riuscendo a mettere in scena il desiderio dell’esperienza della vita come in pochi negli ultimi anni si sono dimostrati in grado di fare.

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…Se esiste un ostacolo per la piena consacrazione di Trenque Lauquen è quello di un evidente, quanto inatteso squilibrio tra la prima e la seconda parte del film. La teorizzazione narrativa, seguita da una pratica fattiva del racconto, come forma dell’affabulazione infinita e autogenerante della prima parte, sembra doversi piegare ad una necessità del racconto più tradizionale in quella seconda più convenzionalmente adatta ad una specie di noir dell’anima in cui la complessità della parte precedente, cerca e trova soluzioni narrative più adatte ad un racconto classico. Ma è pur vero che in questa seconda parte, sembrano accentuarsi i temi di un fantastico quasi casalingo, i temi di una visionaria consistenza dei personaggi e delle situazioni. Un racconto che si annoda all’incipit, apparentemente quasi trascurabile dal punto di vista dello sviluppo della vicenda, ma che si enfatizza nel suo svolgersi, in una infinita gamma di detour narrativi che, calvinianamente, fondano una teorica vivente del racconto e una possibile rinnovata ripetizione di quel testo narrativo fatto di inesauribili scatole cinesi senza centro e senza univoca direzione che è l’ottocentesco e precursore Manoscritto trovato a Saragozza.

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…Dire che la visione di Trenque Lauquen lasci in un certo qual modo a metà strada tra la maraviglia della fiaba e lo stupore di una opera magnifica è affermazione certamente non iperbolica; " Il mio film è una specie di trattato sul mistero" , così la regista si è espressa in una intervista, ed è una affermazione che spiega molto, perchè in effetti nel film esiste l'esplorazione del mistero , sia quello del carteggio amoroso, che quello di taluni personaggi che sembrano apparirle come fantasmi, che quello della creatura misteriosa e Laura non solo possiede una curiosità brillante , ma è anche in grado di farsi coinvolgere nel mistero, come ad esempio avviene nelle indagini sul carteggio amoroso dai toni spinti e pruriginosi che sembra un po' essere il "libro galeotto" di Paolo e Francesca.

Ma al contempo nella pellicola esiste anche la necessità di sostenere la complessità dell'intreccio narrativo che si va sviluppando con il bisogno di fare comunque chiarezza sugli eventi, pur non disvelando il mistero, come chiaramente fa la regista con un finale enigmatico ed aperto, in cui è forse chi guarda che deve trovare le riposte che mettano la parole fine al film.

Trenque Lauquen è film costruito come una matrioska, o come un infinito racconto nel racconto , moderno  La Mille e una notte o una diabolica scatola cinese  e tutto ciò sembra proprio essere l'ideologia che sta alla base del film: libera espressione che abbraccia arte, letteratura (numerosi i riferimenti letterari e le citazioni) poesia , romanzo e filosofia…

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