Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
giovedì 15 ottobre 2026
mercoledì 14 ottobre 2026
La rimpatriata - Damiano Damiani
un gruppo di amici si ritrova dopo molti anni, ma non sono più quelli di allora.
si illudono che il tempo non sia passato, sono sposati, ma ognuno ha una vita della quale non è soddisfatto.
il film inizia come una commedia, ma presto diventa tragico, il boom economico è un'illusione, come la loro amicizia.
Walter Chiari è straordinario, in una piccolissima parte Gastone Moschin eccelle, e tutti sono bravissimi.
un gioiellino da non perdere, promesso.
buona (amichevole, ma non troppo) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film completo
…Non è dato sapere se questo film abbia in qualche modo
influenzato, come il già citato Amici miei, ma sicuramente sembra anticipare delle tematiche
che sarebbero state ulteriormente esplorate persino nel decennio successivo con
il bellissimo Regalo di Natale, con il quale ha in comune sostanziale tradimento
del sentimento dell’amicizia, così come Compagni di scuola di cui sembra anticipare la constatazione della
solitudine del protagonista. Notevole prova di Walter Chiari che sviluppa
coraggiosamente questo personaggio dallo sguardo da eterno ragazzo, privo di
malizia. Purtroppo Chiari, nonostante un talento indiscutibile non riuscì ad
affermarsi al cinema rispetto a quando fece in teatro o in tv, difatti l’anno
successivo fu protagonista de Il giovedì di Dino Risi, in cui il protagonista ha
diversi aspetti in comune con Cesarino e che fu uno dei film più amati dello
stesso regista (ma anche di Monicelli) ma che non ebbe riscontro significativo
tra il pubblico, forse proprio per la scelta di Chiari. Tra gli aspetti più
sorprendenti del film, si osserva una libertà di linguaggio e di contenuti
inusitata per l'epoca, che appunto sembra aver procurato qualche noia con la
censura.
… Tutta la storia mostrerà il divario che separa
Cesarino dai suoi vecchi amici, sia nel successo sociale che in
una nobiltà di carattere mai sbiadita. Quando il gruppo decide di intraprendere
una escursione in ricordo dei bei tempi andati, la differenza sarà più
marchiata, anche a causa di un certo malessere che vive in quegli uomini e che
ha l’ombra della misoginia. Infatti, l’accento polemico del regista, che
influisce in un cambio di tono del film, trasforma la commedia ridanciana in
una critica sociale molto amara. Ed in questo, se c’era un attore capace di
esprimere malinconia, Walter Chiari era insuperabile e che il cinema non abbia sfruttato le
sue grandi qualità è stato sempre un rammarico per tutti. Famoso come grande
affabulatore, era potenzialmente anche un attore superlativo. Che morì in
solitudine. E attorno a Cesarino, irresponsabile ma illuso e innocente, ruota una serie
di personaggi più o meno consapevoli, ipocriti e volgari che pensano a una cosa
sola. Quella lì…
…Emerge su tutti il personaggio di Cesarino, bigamo
conclamato ma non pago, tirato in mezzo dagli amici per un'ultima notte di
follie, e tuttavia privo di quella cattiveria che ognuno degli altri
protagonisti sembra portare indelebilmente con sè. Il film, in alcuni punti
abbastanza esplicito per il periodo (cosa che gli procurò anche qualche grana
con la censura) oltre ad essere una delle più efficaci pellicole sullo
spaesamento generazionale nell'ingresso nell'età adulta, è anche un'ottima
occasione per rivedere Walter Chiari, attore forse un pò troppo facilmente
dimenticato rispetto ad altri contemporanei, ma non privo di un suo indubbio
talento.
Il boom economico è stato un’illusione, così come lo è
l’amicizia eterna a cui si crede da giovani. Sono entrambe illusioni di gioventù,
a ben vedere. L’Italia del dopoguerra è un paese di freschi natali, che vede la
luce sull’onda entusiastica della ricostruzione postbellica e della democrazia
repubblicana. È un Paese dal viso giovane, fin dal sorriso di Anna Iberti che
sfonda la prima pagina del Corriere della Sera annunciando la vittoria della
Repubblica al referendum del 2 giugno 1946. Nell’arco di un quindicennio
l’Italia assiste a una strabiliante crescita economica, che cambia
letteralmente volto architettonico e geo-antropologico all’intero paese. La
trasformazione da paese agricolo a industriale è rapida e feroce. Prodotto
dalla gloriosa 22 dicembre di Ermanno Olmi e Tullio Kezich, realtà purtroppo
di vita breve, La rimpatriata (Damiano Damiani, 1963) si apre esattamente su
questa suggestione. L’Alberto che ritorna a Milano dopo qualche anno si aggira
sui titoli di testa in mezzo a enormi palazzi in costruzione. «Lì una volta
c’era la mia scuola» dice malinconicamente. Si è cambiati anche dentro, ed è un
cambiamento insieme individuale e sociale. Il mutare dell’età comporta
inevitabili mutamenti esistenziali, ma c’è anche qualcos’altro, intimamente
legato alle trasformazioni antropologiche in corso. Con finissima nota, Alberto
vede da lontano un caro amico di un tempo, e sul momento finge di non vederlo.
È già subentrato un senso di estraneità in luogo della spontanea complicità che
anni prima li teneva uniti. Crescere dà vita a inediti imbarazzi. Nonostante
l’iniziale tentativo di sottrarsi all’incontro, Alberto e Sandro poi si
salutano e convocano altri amici storici per passare una serata insieme come ai
vecchi tempi. Si ricostituisce un quartetto di maschi più o meno affermati, che
sul momento non hanno intenzione di coinvolgere un quinto componente del gruppo
dal destino decisamente diverso. È Cesarino, tanto entusiasta e vincente con le
donne quanto immaturo e trasognato, protagonista di una vita privata quanto mai
aggrovigliata. Fra una chiacchiera maschilista e l’altra sempre intorno a donne
e sesso, alla fine i quattro decidono di ritrovare anche Cesarino per vedere se
riesce ancora a procurare loro facili conquiste femminili. Nella lunga notte
che li vede protagonisti emerge un’apparente solidità di rapporti che in realtà
non nasconde neanche troppo una reciproca indifferenza. Trascorrere un’intera
nottata a rievocare le gesta del passato in mezzo alle risate è abbastanza
facile. Ma la sorprendente generosità di Cesarino, che sembra mettere al primo
posto la felicità altrui, non è più commovente come una volta. Adesso è accolta
dagli altri amici con uno sguardo cinico e pietistico, e al fondo si agita una
malcelata invidia di indecifrabile natura…
…Disincantata e quasi sconosciuta opera di Damiano
Damiani, che propone un argomento ripreso con alterni risultati da vari autori:
l’incontro – a distanza d’anni – tra alcuni amici di gioventù come triste occasione
per constatare i propri fallimenti e le proprie meschinità, che il divertimento
e l’allegria forzata, patetici tentativi di nascondersi che l’età verde è
finita per sempre, non riescono a nascondere. Il regista friulano mette in
risalto la complessità e le contraddizioni dei personaggi, soprattutto il
“puro” Cesarino, il melanconico Alberto (esaltati dalle interpretazioni di
Chiari e Rabal) e le donne, che dimostrano più maturità degli uomini. Ad acuire
l’amarezza che si percepisce per tutto il film contribuisce la canzone di
Sergio Endrigo che lo introduce e lo conclude: La rosa bianca, un malinconico inno all’amicizia tratto da una poesia del
cubano Josè Martì. Film da riscoprire anche come sguardo disincantato
sull’Italia del boom economico, che proprio attorno al 1963 cominciò a
rallentare e a mostrare le sue ombre.
martedì 13 ottobre 2026
L’estranea – Paolo Strippoli
sembra una storia di Stephen King, ed è un complimento.
l'estranea è una specie moderna di Mefistofele, che fa patti con Anna, novella Faust, vite in cambio di vite.
una famiglia di successo a Bari viene colpita da una maledizione da cui è impossibile fuggire.
attrici e attori bravi (forse l'estranea è un po' troppo fuori di testa, ma va bene lo stesso).
Romana Maggiora Vergano (Alice, la figlia) è una grande sorpresa, ha un'aria di Tecla Insolia, ha una bella carriera di fronte.
la storia è convincente, una storia circolare, alla fine bisogna pagare il conto all'estranea, una storia d'orrore.
e il regista è sempre più bravo.
un film da non perdere, al cinema.
buona (circolare) visione - Ismaele
…Jasmine Trinca è perfetta nel rendere Anna una figura
tragica, suscitando tanta irritazione quanta empatia, ed evita di misurare il
rischio misoginia che si annida dietro ogni storia conflittuale di madri e
figlie. L'estranea è diviso in quattro capitoli più un epilogo, e il
capitolo più breve è dedicato alla Madre, non solo perché è quello conclusivo,
ma perché di fatto per Anna non c'è spazio, anche se è apparentemente sempre al
centro della scena. La sua irrequietezza è tenuta a freno, ma si intravvede in
una sigaretta fumata in chiesa di soppiatto o in una liquirizia srotolata
furtivamente.
Accanto a lei Adriano Giannini è un marito del sud tracotante e fragile e
Romana Maggiora Vergano un'Alice insicura e determinata (Mariandrea Cesari, che
la intrepreta da adolescente, è altrettanto efficace), mentre fra i tre giovani
attori che interpretano Tobia nel corso del tempo colpisce soprattutto
l'adolescente Andrea Rossini. Ma la parte del leone spetta alla magistrale Valeria
Bruni Tedeschi, un'estranea che si fa carico anche della piega ironica del
film, che come ogni horror (e melodramma) che scelga (coraggiosamente) di
mantenersi frontale ha bisogno di un occasionale comic relief per non prendersi
troppo sul serio e per neutralizzare il pericolo di suscitare una comicità
involontaria.
L'estranea pesca probabilmente in un vulnus famigliare del regista,
che firma anche la sceneggiatura insieme a Salvatore De Chirico, come
radice della sua cifra autoriale. Il lavoro sulle immagini (il direttore della
fotografia è Cristiano Di Nicola, il
montatore Federico Palmerini), ma
anche sul sonoro e sul commento musicale (le musiche originali sono di Rob, gli
effetti sonori di Marc Bastien), allestisce simmetrie che poi demolisce come
costruzioni di Lego, entra nel dolore adolescenziale come in quello femminile
da bambino che appoggia la lente al formicaio (come quello del film, dove le
formiche si muovono in circolo, come una girella), chiude ombrelli che
dovrebbero riparare dalla pioggia (che "a volte sei tu") e invece non
lo fanno - del resto l'acqua è elemento centrale nel cinema di Strippoli - e
domanda "chi si prenderà il Male del mondo", ben sapendo che a volte
la vita non ha senso né intenzione di fare danno.
…Presente e passato si alternano in questa storia che
di essenziale ha solo la premessa e che indaga nel cuore e nelle fondamenta
della famiglia borghese “tradizionale”, come specchio della società e come
unità che ha nel suo stesso impianto il seme per la sua distruzione. Con un
linguaggio ibrido che si muove in equilibrio tra il thriller
psicologico e il dramma nel senso greco del termine, Strippoli mette
in scena un’analisi lucida della famiglia tradizionale attraverso le figure di
Anna e Walter (i genitori, interpretati rispettivamente da Trinca e Adriano
Giannini) e Alice e Tobia (i figli, che hanno il volto di Maggiora
Vergano e Andrea Genovese).
A fare da cardine vi è il tema del controllo, una
tematica che il regista pugliese sente particolarmente nelle sue corde, specie
nell’accezione della perdita di esso. Anna è disposta a tutto pur di mantenere
il controllo, anche a costo di arrivare al punto di affidare il destino della
sua famiglia a una misteriosa estranea (il cui ruolo si rivela solo nel finale)
in cambio di un prezzo via via sempre più caro. Vi è una bella circolarità nel
film di Strippoli, una struttura a spirale che ricorre in tutto il film, anche
attraverso una serie di brillanti riferimenti visivi disseminati in tutto il
corso della storia…
…Il centro emotivo del film
è il confine sempre più incerto tra amore e controllo. I personaggi agiscono
spesso convinti di proteggere qualcuno, di fare ciò che è necessario o persino
di compiere un sacrificio. Ma la buona intenzione non cancella il danno provocato:
il desiderio di preservare un legame può diventare una giustificazione per
limitare la libertà altrui, imporre la propria volontà e negare la realtà. È
qui che L’estranea trova la sua dimensione più inquietante. La
famiglia non è descritta attraverso una contrapposizione semplice tra buoni e
cattivi, ma come un sistema in cui le responsabilità si intrecciano e le ferite
vengono tramandate. La paura più grande non è soltanto scoprire che qualcuno
può farci del male, ma riconoscere quanto facilmente il male possa essere
commesso da chi sostiene di amarci…
…L’estranea è la sua opera più matura, quella più
rotonda e compatta, dove il genere horror fa più volte capolino configurandosi,
come sempre, come specchio della contemporaneità. In un presente in cui
pretendiamo di avere il controllo su tutto, la protagonista entra in un vortice
(evocato dal simbolo della spirale più volte presente, dalle girelle di
liquirizia al cartello segnaletico dell’idrante) mefistofelico dove ogni
nuovo patto siglato dalle due protagoniste produce conseguenze imprevedibili e
devastanti…
…Se
c’è un elemento che emerge con evidenza è la padronanza tecnica della regia. Paolo
Strippoli dimostra una conoscenza approfondita della cinematografia
contemporanea e delle dinamiche che caratterizzano il cinema di genere capace
di dialogare con il grande pubblico. Ogni ambiente viene utilizzato per
alimentare una sensazione di inquietudine crescente, senza mai rinunciare alla
dimensione umana dei personaggi.
Anche la ricostruzione della fine degli anni Novanta
risulta credibile e funzionale al racconto, senza trasformarsi in semplice
esercizio nostalgico. Tra le sequenze più riuscite spicca il party di
Ferragosto organizzato nel giardino della casa dei Colonna. È
una scena che riesce a condensare perfettamente il senso dell’intero film: la
bellezza della superficie e la presenza di qualcosa che lentamente la corrode
dall’interno.
In quel momento convivono leggerezza, sospetto e
malinconia, restituendo una fotografia molto efficace della famiglia prima
della frattura definitiva. Anche la sceneggiatura mostra qualità importanti.
Molte dinamiche familiari sono descritte con precisione e autenticità, e il
modo in cui vengono rappresentate le relazioni tra genitori e figli
contribuisce a rendere credibile il contesto nel quale prende forma la vicenda…
…ho trovato lo humour nero de L'Estranea tremendamente
divertente, e lo considero uno dei suoi meriti principali. E' un film che non
si prende mai così sul serio da dimenticare che il cinema, prima di tutto, deve
sapere coinvolgere il suo pubblico. E qui la tensione funziona, le svolte
arrivano con il giusto ritmo, il grottesco strappa più di un sorriso e il
risultato d'insieme ha la capacità di trascinarti dentro la storia senza mai
guardare l'orologio. E' un valore aggiunto non secondario, soprattutto per una
pellicola che affronta temi così cupi e che avrebbe potuto facilmente diventare
pesante o troppo cerebrale…
La stanza del Vescovo - Dino Risi
Ugo Tognazzi trombeur de femmes in un altro film ambientato sul lago Maggiore, insieme a Venga a prendere il caffè da noi, entrambi i film trasposizioni di romanzi di Piero Chiara.
Orimbelli (Ugo Tognazzi) è sposato con una donna ricca, proprietaria di Villla Cleofe, ma non la sopporta.
scappa appena può, trova uno skipper che gira con la sua barca sul lago, e gli si incolla.
in fondo, anche se si ride, è una storia tragica, con tanti infelici.
un film che merita.
buona (lacustre) visione - Ismaele
QUI
si può vedere il film completo, in italiano
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«[...] Tornato in buona forma dopo un paio di prove sfocate,
Dino Risi ci dà con "La stanza del vescovo" [...] un film riuscito.
Merito anche della sceneggiatura di Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, che ce
la fanno a rispettare il libro e a riproporlo in un'impaginazione diversa
[...]. Nella schiera dei migliori personaggi di Tognazzi, in sintonia con il
mondo di Chiara fin da "Venga
a prendere il caffé... da noi", entrerà certo
questo ambiguo femminiere in sahariana, ribaldo, spregevole e simpatico.
[...]». |
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Tullio Kezich, La Repubblica, Roma, 19 marzo 1977. |
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«[...] Una "commedia all'italiana", forse più
sostenuta di tono rispetto ad altri recenti esemplari, ma non indenne da
accentuazioni plateali di quanto, nel libro, era suggerito tra le righe, con
pungente garbo. Così anche la rozzezza, l'esibizionismo virile, la
sbruffoneria dell'Orimbelli sono spinti al limite della macchietta, sebbene
poi il bravo Ugo Tognazzi riesca a conferire al protagonista una sorta di
squallida dignità, raggiunta per vie oscure, nel tragico finale. [...]». |
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Ag. Sa. [Aggeo Savioli], L'Unità, Roma, 19 marzo 1977. |
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«[...] La tessitura narrativa [...] risulta semplificata in modo
eccessivo, i personaggi faticano a rendere credibili e logici i loro moventi,
e i caratteri, schematizzati al massimo, perdono abbastanza di sapore, in
atmosfere troppo smorte per essere drammatiche e troppo statiche per essere
comiche. Dino Risi, per esorcizzare queste pecche, ha fatto leva sulla figura
dell'Orimbelli, spostando su quella tutto l'asse del racconto [...]. Il
risultato [...] convince soprattutto per merito di Ugo Tognazzi, in sagace
equilibrio tra verità e menzogna, cinismo e passione, decoro e bassezza; con
una misura sommessa che anche quando gli esibizionismi del personaggio lo
portano a colorire e ad accentuare, lo trattiene poi sempre al momento
dovuto: senza una nota di troppo. [...]». |
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Gian Luigi Rondi, II Tempo, Roma, 19 marzo 1977. |
.La prova di Tognazzi è semplicemente mostruosa, intrisa di
una vena patetica difficile da dimenticare così come resta fisso nella memoria
lo sguardo della Muti in una delle sue prove migliori e la prova anche del
bravo Dewaere. Il film è un ritratto d'epoca(l'Italia del dopoguerra)in cui gli
aristocratici sono come vecchi dinosauri a svernare sulle rive del lago, come
se vivessero in un mondo a sé. L'ambientazione è di notevole impatto, la
torbida relazione tra i vari personaggi è svelata lentamente in modo da
accrescere la tensione del film fino a un finale di durezza adamantina....
…Curiosità:
Ornella Muti avrebbe dovuto recitare un film con Luigi Comencini, ma Risi
gliela soffiò e i due registi vennero quasi alle mani. Risi ha poi raccontato
di aver scelto apposta il cognome Berlusconi per mettere in scena Angelo, il
marito di Matilde, che torna castrato dall’Etiopia e che, per questo
particolare, il cavaliere mandava in onda il suo film sulle reti Mediaset solo
ad orari impossibili.
…Con una sicurezza da film giallo Risi ripercorre
piuttosto fedelmente la vicenda narrata nelle pagine scritte da Chiara.
Tognazzi non si tira indietro verso nessuna performance spregevole: malizioso,
goloso (soprattutto di maionese) ed impenitente, Orimbelli è l'incarnazione
perfetta di un personaggio meschino e schiavo della ricerca di continui
piaceri; persino una volta ottenuto il cospicuo patrimonio ereditato da Cleofe,
aver coronato il matrimonio con la splendida Matilde, egli si sente
insofferente tanto quanto prima. E di nuovo cerca in Marco un alleato per
evadere dalla consuetudine. Estremamente toccante, nel sua bassezza, la scena
finale in cui viene aperto il baule di Mario con i "reperti"
provenienti dalle sue scorrerie in Africa. Ottimi anche Patrick Dewaere ed
Ornella Muti in ruoli sotto le righe ma molto incisivi. La villa Cleofe in cui
è ambientato il film si trova a Stresa, ormai in uno stato di totale abbandono
e divorata ampiamente dalla natura, proprio di fronte all'Isola Bella.
domenica 11 ottobre 2026
Netanyahu vuole processare i 24 testimoni del film Naza – Lavinia Marchetti
Il problema, evidentemente, è il
reato di mancata omertà in genocidio
Netanyahu ha
ordinato al capo dell'esercito, ai servizi segreti interni e alla procuratrice
generale israeliana di identificare e perseguire i militari che hanno
testimoniato nel documentario NAZA, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor,
premiato alla Mostra del cinema di Venezia.
Una faccenda piuttosto seria, direi. Tanto che Netanyahu ha ritenuto necessario
mobilitare gli apparati dello Stato per scoprire chi abbia avuto l'ardire di
raccontarla. Secondo il premier, le testimonianze danneggiano la reputazione
internazionale di Israele e potrebbero costituire gravi violazioni della
sicurezza nazionale. Il sospetto che a danneggiare quella reputazione possano
essere state le condotte descritte dai militari non gli è passato neanche per
l'anticamera di quel che resta delle sue sinapsi.
Il Guardian, che ha prodotto il film, riferisce di avere verificato le
testimonianze anche attraverso documenti riservati e fonti indipendenti, dopo
anni d'inchiesta. L'esercito israeliano ha contestato il contenuto dell'opera in
una risposta di diciassette pagine, ammettendo di essersi basato sulla visione
di un proprio rappresentante a una proiezione pubblica e sulle dichiarazioni
degli autori, poiché gli era stata rifiutata una copia del film. Diciassette
pagine per contestare la ricostruzione di un'opera che l'istituzione aveva
potuto esaminare soltanto indirettamente. Confesso una certa ammirazione per
tanta produttività polemica. Insomma hanno criticato un film senza averlo
visto.
La decisione di Netanyahu comunque è politicamente molto più pericolosa della
sua evidente goffaggine. Chiaramente usare i servizi segreti per identificare
persone alle quali era stato promesso l'anonimato va a colpire il rapporto
fiduciario che permette al giornalismo d'inchiesta di raccogliere testimonianze
su possibili crimini di Stato e lancia una minaccia non da poco. Il prossimo
militare che conosca fatti analoghi dovrà considerare il rischio di essere
individuato attraverso i servizi segreti del proprio paese. Un po' film
americano un po' DDR. Una prospettiva che potrebbe sottrarre alla conoscenza
pubblica informazioni decisive anche per future indagini giudiziarie
internazionali. Sia chiaro che non provo pena per quei soldati.
Vorrei soffermarmi su queste considerazioni, vorrei che ci soffermassimo
soprattutto in Europa dove continuiamo a ricevere lezioni sulla democrazia
israeliana. Qui abbiamo davanti un governo accusato di genocidio da ogni ONG
che sia andata in Palestina, dall'ONU, dalle stesse organizzazioni israeliane,
e che ha un processo per genocidio in corso alla CPI, se tale governo fosse
"innocente" come si proclama dovrebbe avere tutto l'interesse a
favorire accertamenti indipendenti. Netanyahu ha scelto invece di chiedere allo
Shin Bet l'identificazione delle fonti di un'inchiesta giornalistica.
Comunque più Israele si contorce contro NAZA, più NAZA, continua a circolare,
dopo il premio veneziano e le proiezioni internazionali. L'iniziativa del
premier aggiunge una nuova notizia a quelle contenute nel film e offre al
pubblico un motivo ulteriore per andare al cinema a vederlo. Chissà se
qualcuno, fra i naziconsiglieri di Netanyahu, abbia avuto il coraggio di
spiegargli che adesso mezzo mondo vorrà vedere proprio quel documentario.
sabato 10 ottobre 2026
Zustissia - Francesco Piras
il caso di Beniamino Zuncheddu diventa un film, e che film!
il film è costruito piano piano, giocato nelle aule di giustizia e fuori, scoprendo tutte le falle di un teorema costruito a tavolino, per imprigionare e condannare un innocente.
Mauro Trogu è un avvocato che per caso si trova a difendere una causa persa, pensano (quasi) tutti.
eppure lui ci prova, con qualche aiuto al momento giusto, contro tutte le previsioni riesce a salvare un ergastolano che si dichiara sempre innocente.
Fabrizio Ferracane (che interpreta Beniamino Zuncheddu) e Michele Riondino (che interpreta Mauro Trogu) sono eccezionali, ma anche gli altri attori e attrici non demeritano.
i bravi scrittori di una sceneggiatura a orologeria e la bravura di un regista al suo primo lungometraggio ci regalano un gioiellino da non perdere.
le musiche sono di Iononsonouncane.
buona (zustissia) visione - Ismaele
…Il regista e gli
sceneggiatori esplorano il tema della fiducia che gli italiani possono (o meno)
avere nella giustizia, e la consapevolezza che quella giustizia può essere
fatta più attraverso la buona volontà e dei singoli che attraverso le
istituzioni a lei preposte. Al contrario di Portobello, il film mette dunque al centro le persone che
possono scegliere di rendere la giustizia possibile: in questo senso il
casting, nel ruolo della procuratrice generale di Cagliari Francesca Nanni, di
Philippine Leroy-Beaulieu, il cui padre era marito della figlia di Enzo
Tortora, Silvia, appare particolarmente ispirato.
Michele Riondino fa di Mauro Trogu un uomo animato da un profondo senso di
equità e compassione, disposto ad andare oltre il proprio incarico
professionale, mentre Fabrizio Ferracane dà a Beniamino Zuncheddu una mitezza
che non è mai totale rassegnazione: solo contro i poteri forti, non rinuncia a
dichiararsi innocente anche di fronte alla possibilità di godere di qualche
privilegio carcerario a fronte di un'ammissione di colpevolezza. Completano il
cast Geppy Cucciari nel ruolo di una giornalista di Radio Radicale e Francesco
Colella in quello di un PM che ha... mangiato la foglia.
Zustìssia è narrato con essenzialità e rigore, le due armi che hanno
reso possibile il riscatto di Zuncheddu. Il suo respiro è soffocato finché non
può finalmente aprirsi, e Piras alterna visivamente gli spazi di vita del suo
protagonista, dai pascoli aperti alla cella della prigione, dal bar dove grazie
a Trogu riesce a trovare un impiego e a tornare in contatto con la gente alle
aule di tribunale che lo ricacciano continuamente in carcere…
…se Riondino restituisce la
profonda umanità e il senso di giustizia che animano Trogu, Fabrizio
Ferracane riesce perfettamente nell’impresa di cogliere e riportare
sullo schermo tutte le sfumature della personalità di Zuncheddu, dal carattere
mite a una tenacia giustamente ostinata, passando per una vulnerabilità mai
velata dalla rassegnazione.
Zustìssia si prende il suo tempo (necessario) per ricostruire e
andare a fondo di questa brutta vicenda, con un approccio tanto essenziale
nella forma quanto carico di piena empatia nella
sostanza. La regia di Francesco Piras tratteggia sapientemente gli spazi, che
siano quelli angusti della cella di Zuncheddu o quelli opprimenti delle aule di
tribunale, o il respiro aperto dei paesaggi montani sardi, e sa come creare una
forte connessione emotiva coi personaggi, spesso inquadrati in
primo piano con dettagli sui volti e i corpi…
scrive Giampaolo Cassitta:
Ho
visto Zustissia. Un film bellissimo, denso, mirabile, necessario. Un lungo
racconto che ci trasporta nelle maglie complicate di una giustizia che vorremmo
infallibile, ma che è inevitabilmente esposta agli uomini, ai loro gesti, alla
pochezza di alcuni e alla vigliaccheria di altri.
Beniamino Zuncheddu è l’innocenza genuina, quella che ha gridato
per oltre trent’anni, da una cella di carcere, di non aver commesso quei
delitti. E intanto principi del foro, polizia e magistratura continuavano a non
credere, a non seguire piste diverse, perché c’era, apparentemente, una pistola
fumante: un testimone che aveva visto e che, in realtà, non poteva vedere.
Guardando il film, monta la rabbia, insieme all’impotenza davanti
a un sistema che troppo spesso non vuole processare i propri errori. Ci sono
due frasi che calzano a pennello e che rubo a un altro lungometraggio,
apparentemente lontano da questa storia. È C’era una volta in America, con
Noodles, interpretato da Robert De Niro, a pronunciarle.
La prima è: «Hai aspettato molto?». E lui risponde: «Tutta la
vita».
Ecco, è la frase perfetta per Beniamino. Ed è anche la più amara.
Poi, ancora, quando gli viene chiesto: «Che cosa hai fatto in
tutti questi anni?», la risposta è di altissima letteratura: «Sono andato a
letto presto».
Potrebbero essere le frasi di Beniamino. Nel film, ovviamente, non
ci sono, ma rimangono sottotraccia, come un raccordo segreto tra la giustizia e
l’attesa, tra la sospensione e la disperazione.
Beniamino, però, a una domanda del bravissimo regista Francesco
Piras risponde proprio come Noodles: «Beniamino, come hai fatto a resistere
tutto questo tempo?». «Un giorno alla volta».
Ecco l’essenza della storia, del racconto, della terribile
camminata nel deserto di un uomo innocente e solo: vivere un giorno alla volta.
Nel film, a un certo punto, si apre la voragine su alcune storture
di una parte della magistratura, del metodo di Luigi Lombardini, conosciuto da
molti e finito troppo spesso sotto il tappeto. Ricordo benissimo quei silenzi,
quelle frasi pronunciate sottovoce, quando pubblicai La zona grigia, dove
raccontavo come Lombardini, pur di ottenere un risultato, arrivasse a far
condannare persone innocenti.
È vero, quel processo da me preso in esame (sequestro Bussi) non è
stato rivisto e, nel frattempo, Mallocci è morto. Il metodo Lombardini faceva
comodo: era semplice, sbrigativo. Ma non era giusto, come dimostra anche il
caso Zuncheddu, e non percorreva le strade del diritto.
Il film è interpretato magnificamente da un bravissimo Michele
Riondino che interpreta il coraggioso Avvocato Mauro Trogu e da un immenso
Fabrizio Ferracane nel ruolo di Beniamino Zuncheddu. Tutti gli attori sono
davvero all’altezza della situazione e la regia è magistrale.
Per la prima volta, vedo una Sardegna che non eccede nel folklore,
nell’accento improbabile, figlio di troppi stereotipi. Bravissimi nella scelta
di far parlare i protagonisti in sardo, con la traduzione. Bellissime alcune
scene del carcere di Uta, dipinto nella sua immensa solitudine, con il
sottofondo delle pale eoliche, in un non luogo che sembra essere la fine del
mondo.
Francesco Piras è un grande regista e lo aveva già dimostrato con
tre cortometraggi mirabili. Se vi capita, andate a recuperare Il nostro
concerto, del 2018. Francesco è un regista, ma è anche un grande direttore
della fotografia: ha curato la fotografia di Bentu, di Salvatore Mereu, e sa
colorare i luoghi come pochi altri.
Sa far respirare le immagini. L’introduzione del film è poesia
pura: una Sardegna vera, rude, senza maschere. Sa curare i particolari: la
ricostruzione della cella di Buoncammino rasenta una perfezione rara, difficile
da trovare in altri film. E poi i primi piani, i silenzi, le carrellate sulla
testimonianza struggente, accompagnata dall’interpretazione gigantesca di
Luciano Curreli. Ci sono lacrime che ti rimangono in tasca e non capisci, fino
alla fine, se siano lacrime di rabbia o di disperazione. C’è quel ragazzo che
palleggia con la testa sulle scalinate del tribunale. Ci sono quei bambini che
osservano muti le scene orribili che soltanto i grandi sanno disegnare.
Ecco, Zustissia è tutto questo. Non è soltanto un film di
riscatto: è un film di denuncia, di verità, di forza, di coraggio davanti agli
errori giudiziari.
Mi ha reso più libero e felice.
Pensando a Beniamino Zuncheddu, ho pensato intimamente a quella
zona grigia che dipinsi nel lontano 2008, dove c’è la storia di un innocente
che, come Beniamino, alla domanda «Lei si dichiara innocente?» rispose con
mestizia e forza: «Io sono innocente».
Dopo questo film, credo che tutti potranno capire che cosa
significhi camminare un passo alla volta e aspettare la libertà per tutta la
vita. Andando a letto presto.
scrive Antioco Floris:
Ho visto "Zustìssia", il film che racconta la revisione
del processo di Beniamino Zuncheddu: uno dei casi giudiziari più controversi
della storia italiana, che grida vendetta al cospetto di Dio, l’unico, nel suo
immenso potere, in grado di rendere giustizia dum veneris iudicare saeculum per
ignem!
Chi mi segue in questo spazio sa che sono molto parco nel portare
sui social il mio mestiere di analista di film, ma oggi ho deciso di fare
un’eccezione. Non è della trama che voglio parlare: vorrei spendere due parole
sulla regia, e quindi sul lavoro di Francesco Piras. Collaboriamo da alcuni
anni nelle produzioni dell’università e insieme abbiamo portato alcuni film al
festival di Venezia: lui cura la fotografia e, insieme a me, la produzione, mai
la regia. D’altronde, "Zustìssia" è il suo esordio nel
lungometraggio, dopo alcuni cortometraggi. Un esordio non consueto nel contesto
produttivo italiano, e poco autoriale nel senso dato al termine dalla Nouvelle
Vague francese: Piras interviene su una sceneggiatura non sua e si trova a
trasformare in immagini parole scritte da altri. In fondo, siamo vicini al
modello americano tradizionale, in cui il produttore sceglie una sceneggiatura
e la affida a un regista. Ed è proprio questo l’aspetto che mi ha colpito di
più: il mestiere con cui Francesco ha gestito il set per dare un segno proprio
a una storia non sua.
Il regista dirige un cast numeroso e disomogeneo. Accanto ad
attori scafati come Riondino e Ferracane e a volti noti della TV come Cucciari,
c’è una caterva di piccoli ruoli affidati ad attori dalle esperienze più varie:
cortometraggi, serie, teatro, lungometraggi d’autore. Alcuni sono stati scelti
semplicemente per la loro fotogenia. Il rischio del pot-pourri è forte, ma
Piras riesce ad amalgamare queste diversità in un insieme omogeneo. Non ci sono
fughe in avanti, recitazione impostata o intoppi. Non c’è enfasi.
Ed è questa una delle questioni più delicate in un film che
racconta una storia fastidiosamente viva. Non è semplice trattare con
equilibrio e senza clamore uno scandalo come quello di Zuncheddu, vero e
attuale. Ma se la storia è in sé ricca, dice Bazin, un ulteriore arricchimento
cinematografico la deforma, la priva della sua forza e la carica di retorica.
Piras sceglie una messa in scena essenziale, a tratti austera. Fa
parlare i personaggi nella loro lingua di ogni giorno, li colloca nel loro
ambiente naturale e dosa la loro presenza in scena. Soprattutto, guida gli
attori a recitare per sottrazione: l’attore Ferracane sparisce nel prestare il
suo corpo al servo pastore ergastolano Beniamino Zuncheddu; il comico Jacopo
Cullin è un criminologo credibile e sobrio; Luciano Curreli offre un cammeo
drammatico ed essenziale; Laura Mura e Giuseppe Ungari sono una vera famiglia...
Non abbiamo mattatori sullo schermo, bensì “piccoli” personaggi che sanno di
realtà. E con loro sa di realtà la storia raccontata.
PS — Excusatio non petita: questa non vuole essere una critica del
film, che imporrebbe qualche parola anche su scelte produttive e di
sceneggiatura non sempre convincenti. Da tempo ho smesso di fare il critico…